storia di cattiva scuola

Storia di Chiara, tutti i giorni nella #cattivascuola

La scuola italiana ha una delle leggi più illuminate d’Europa in tema di inclusione dei disabili. Ma la realtà è che non c’è personale specializzato per affrontarla, e i ragazzi disabili diventano patate bollenti che ci si rimpalla di mano in mano
 n Italia abbiamo una legge sull’inclusione scolastica che attribuisce a qualunque ragazzo, con qualsiasi disabilità, uguale diritto a frequentare la stessa scuola dei suoi coetanei. Una legge straordinaria che ci riempie d’orgoglio rispetto altri paesi d’Europa, dove ancora persiste l’idea che per i disabili debbano esserci scuole a parte. Proprio perché la scuola è nelle cronache di questi giorni e molti insegnanti sono in subbuglio per il riconoscimento di loro diritti, forse è il caso di raccontare la storia di Chiara, una ragazza con sindrome di Down che frequenta un liceo di Roma.

 

Nessun processo, ma solo una riflessione su quanto, in casi come il suo, la scuola sia il luogo in cui una famiglia si gioca concretamente l’equilibrio tra serenità e disperazione. Nella voce della mamma di Chiara ancora si avverte l’umiliazione che ha dovuto sopportare durante l’ ultimo incontro del GLH (gruppo di lavoro handicap). Doveva essere un incontro in cui si sarebbero dovuti far i bilanci dell’attività inclusiva e gettare le basi per il lavoro futuro, come da regolamento e come la legge, vale la pena di ripeterlo-tra le più illuminate del mondo-prescrive.

Questo era già un periodo difficile per la sua ragazza, cui è legata da un rapporto quasi simbiotico ma che si è complicato, dopo che da quasi un anno sta combattendo con una grave malattia.

 

Per Chiara l’anno scolastico è iniziato con vari problemi, purtroppo fanno parte anche questi della prassi: la classe è stata dimezzata, la maggior parte dei suoi compagni non c’è più, l’insegnante di sostegno con cui aveva consolidato un rapporto trasferita in altra sede. Poi l’arrivo di nuovi sostegni e assistenti, come al solito senza nessuna particolare competenza a trattare la sua disabilità. Chiara, a detta della madre, inoltre soffre molto per essere stata messa a sedere in un banco da sola, accanto alla cattedra, mentre tutti i compagni sono seduti alle sue spalle: “Lei capisce di non far parte della classe. Si parla d’integrazione ma sta soffrendo come un cane, si sente emarginata e allontanata. Non è possibile che si faccia finta che lei non esista, perché capisce e ci sta male.”

 

Per la donna insomma quel GLH (se ne fanno due all’anno) era atteso come l’occasione per confrontarsi con i suoi problemi di fronte all’intero staff di persone che, con varie competenze, hanno in carico la figlia. E’ stata invece una doccia fredda. Non riesce a ricordarlo senza che le venga da piangere: “L’insegnante di storia e filosofia, che parlava a nome della scuola, ha iniziato dicendo che quest’anno le sono state tolte ore della sua materia, quindi lei aveva solo tre ore per insegnare. Si è lamentata che la classe non rende molto, perché mia figlia disturba e per colpa sua gli altri ragazzi rendono poco.” Quello che più ha ferito la madre è che tutti i presenti sono restati in silenzio, quasi quella fosse una convinzione generale. Solo la psicologa ha provato a obiettare, ma la prof quasi stizzita le ha dato sulla voce, dicendo che tutti sono bravi a parlare in teoria, ci provino loro ad avere una persona in classe che disturba. Lei deve finire il suo programma e l’anno prossimo gli altri studenti hanno la maturità…

 

La madre ammutolita ha iniziato a inorridire quando, per dimostrare apertura, la professoressa ha spiegato come lei, in fondo, si fosse anche prestata ai bisogni della disturbatrice. “Chiara, ha sue particolari insicurezze – prosegue nel suo racconto – ha un problema a percorrere il corridoio che la porta in classe, quindi ha necessità di essere tenuta per mano. La professoressa ha detto che lei mai avrebbe permesso a Chiara di toccarla, ma siccome negli ultimi tempi aveva saputo del mio stato di salute ha aggiunto, sempre con me presente, che le aveva concesso di prenderla sotto braccio, proprio perché aveva un problema a casa.”

 

La storia di Chiara è difficilmente raccontabile come un caso eccezionale, quelli che le tv rincorrono perché esprimono episodi limite di cui va ghiotto chi si nutre delle tragedie altrui. Nessun atto di violenza fisica, bieco bullismo, molestia da parte di compagni sadici. Solo il resoconto della banalissima sofferenza di sentirsi umiliati, una sensazione ricorrente in quei genitori che di disabili che incappano nel disprezzo, a malapena trattenuto, di persone che per dovere istituzionale dovrebbero prendersi in carico i loro figli “imperfetti”. In ogni possibile occasione invece fanno capire che, se fosse per loro, “quella roba” non avrebbe la dignità sufficiente per sedere sui banchi della classe. Una storia tragicamente banale, ma fatalmente ricorrente quando un insegnante dimostra, se non con parole esplicite con atteggiamenti eloquenti, che occuparsi di nostro figlio non faccia parte delle proprie mansioni.

 

”E’ Naturale che Chiara spesso si agiti, ogni tanto digrigni i denti, spesso si annoi e chieda di uscire dalla classe, ma come si può pensare che stia attenta per quasi un’ora a discorsi che non capisce e sentendosi totalmente ignorata, come se fosse un estranea…”. È evidente che Chiara possa sopravvivere anche senza aver mai sentito parlare della Critica della Ragion Pura. Il problema non è che il suo passo sia diverso rispetto ai suoi compagni multitask e vispissimi, la presa in giro è che la scuola, sulla carta obbligata ad accoglierla, e poi non abbia “risorse umane” capaci di gestire la sua diversità, che dovrebbe essere trasformata in una grande occasione per la sua classe, piuttosto che una barriera all’ apprendimento.

 

Non accadrebbero episodi simili se l’inclusione non fosse solo un buon proposito, se gli insegnanti di sostegno avessero seriamente studiato per aiutarla a vivere al meglio anche i propri limiti. Se ogni insegnante curriculare si ricordasse che fa parte essenziale del suo lavoro anche l’onere di occuparsi degli studenti con maggiore disagio. Un disabile non può essere considerato la patata bollente che ci si rimpalla di mano in mano, altrimenti l’esperienza scolastica per ragazzi come Chiara resterà sempre, ad onta delle buone leggi, un’area di parcheggio in cui fermarsi più tempo possibile, nell’ attesa di essere messo alla porta perché adulto e quindi destinato a passare a lunghe giornate da solo o, se va bene, in qualche centro di raccolta differenziata per umani non convenzionalmente programmati nell’ uso del cervello.

 

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