testo per gabriela

gennaio 24, 2012

Inviato il 16/01/2012 alle 12:36 pm Grabriela
Buongiorno.UN BUON ANNO 2012.Siamo una famiglia di 5 persone comunitari con residenza a Roma-il mio marito 56 anni invalidità 100%-150euro/mese;la mia figlia 27 anni invalidità 75%-senza un reddito;il mio figlio 31 anni disoccupato (lavora saltuario -250euro/mese);la mia figlia di 32 anni con massimo 300 euro/mese,io 56 anni disoccupata(lavoro per 90 euro/mese) e un affitto di 550 euro al mese.Non abbiamo pagato affitto tre mesi da quando e successo un crollo in bagno e siamo stati tre settimane in un collegio(dove prendiamo solo la cena).Neanche oggi non hanno finito dei lavori in bagno,siamo stati in casa 7 giorni senza luce,io sono caduta sulla scala interna,ho perso due lavori. Fino in 15 dicembre (due mesi meta siamo stati senza acqua calda,senza doccia),anche oggi senza riscaldamenti e in questo tempo il nostro proprietario ha sempre fatto dei viaggi al estero. il Servizio igiene e sanità ha rilasciato un certificato come la situazione del appartamento dove abitiamo con affitto costituisce insalubrità e rischio per la salute degli occupanti(infiltrazioni di umidità e muffa sulle pareti….).Ufficio servizio sociale ha rilasciato una relazione sociale come la situazione del nostro nucleo familiare si presenta particolarmente problematica dal punto di vista sociale,economico,sanitario ed abitativo.Ho mandato una busta con tutti documenti per una casa popolare in via dell’ Urbanistica, 18.Non abbiamo soldi per cambiare casa,fuori è meglio come in casa siamo stati tutta famiglia con la febbre questi mesi e secondo lei che dobbiamo fare di più? Grazie in anticipo

Risposta :ANCHE A LEI BUON ANNO. Nel suo caso :il servizio sociale avrebbe dovuto fare di più.A riguardo l’alloggio deve rivolgersi all’ASL,vedo che ha rilasciato il certificato di insalubrità ,siccome ci sono domande per ottenere un alloggio popolare da stipulare al servizio sociale ,è l’assistente sociale che deve informare l’assessore alla casa e dar provvedimento di assegnazione .
Alla domanda , per aver priorità deve allegare il certificato ASL. Di cui la priorità esiste perché c’è un portatore di handicap. Se il comune si attiva ,c’è da chiedere il contributo per stipulare il contratto,c’è un contributo per disagio abitativo ,quindi per il cambio alloggio ci sono dei contributi. Per il trasloco deve rivolgersi all’ufficio Pio della sua parrocchia che le darà una mano per ottenere ed espletare la pratica all’ufficio pio.
A riguardo il proprietario se persiste ,chiami i vigili del fuoco,le fa vedere il foglio dell’inagibilità dell’alloggio ,e se ne caso ne chiede lo sgombero,in seguito può denunciarlo al commissariato di zona .per il punteggio inerente l’invalidità deve vedere i parametri che usa il servizio sociale per consegna alloggi in emergenza abitativa ,mi sembra che sono quattro punti.
Al momento la saluto e se vuole può darmi esito di come sono andate le cose .ti chiedo se posso pubblicare in blog il tuo commento e risposta .grazie enzo .

Testo di Luigi – in mio sito

ottobre 26, 2011

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ferdinando
isolamentosociale_clochard@hotmail.it
93.63.29.20 Inviato il 26/10/2011 alle 2:30 pm
Luigi Miggiani è un moderato per eccellenza e la moderazione secondo il suo punto di vista dovrebbe essere un fattore di reciprocità.

I miei più distinti saluti.

Luigi Miggiani.

Clochard…Per forza…Di moderazione…

Luigi Miggiani è un moderato per eccellenza e la moderazione secondo il suo punto di vista dovrebbe essere un fattore di reciprocità.

I miei più distinti saluti.

Luigi Miggiani.

Clochard…Per forza…Di moderazione… isolamentosociale_clochard@hotmail.itferdinando0
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2 #
ferdinando
isolamentosociale_clochard@hotmail.it
93.63.29.20 Inviato il 26/10/2011 alle 2:26 pm
Ti ho inviato un messaggio in merito a quanto hai scritto ma è stato soppresso…
Luig Miggiani

Ti ho inviato un messaggio in merito a quanto hai scritto ma è stato soppresso…
Luig Miggiani isolamentosociale_clochard@hotmail.itferdinando0
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luigi miggiani
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93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 9:43 am
ENZUCCIO STO’ TENTANDO DI SCRIVERTI MA MI HANNO SOPPRESSO TUTTO ILO MESSAGGIO!!! ANDFATE SU INTERNET AE DIRAMATE QUELLO CHE STANNO FACENDO A LUIGI MIGGIANI PER NON FARE IN MODO CHE LA SUA PROTESTA VENGA PRESA IN CONSIDERAZIONE…

ENZUCCIO STO’ TENTANDO DI SCRIVERTI MA MI HANNO SOPPRESSO TUTTO ILO MESSAGGIO!!! ANDFATE SU INTERNET AE DIRAMATE QUELLO CHE STANNO FACENDO A LUIGI MIGGIANI PER NON FARE IN MODO CHE LA SUA PROTESTA VENGA PRESA IN CONSIDERAZIONE… isolamentosociale_clochard@hotmail.itluigi miggianihttp://www.blogspot.com0
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luigi miggiani
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93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 9:30 am
CHIEDO SCUSA SE AL PUNTO DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE E’ STATO SALTATO UN PEZZO…MA LA MOTIVAZIONE DI BASE E’ SOLTANTO E SEMPRE QUELLA CHE MENTRE SCRIVO SU INTERNET…SI CONTINUA A PROCURARMI ED A PROVOCARMI …DI TUTTO E DI PIU’ PER NON FARMI OPERARE, NEL SENSO CHE MI STANNO BLOCCANDO OGNI VIA DI ACCESSO ALLA DIRAMAZIONE DELLA MIA PROTESTA…LO STO’ DENUNCIANDO SIA DIRETTAMENTE AL CAPO DELLO STATO CHE PUBBLICAMENTE…MA COLORO I QUALI HANNO IN MANO LO SCETTRO DELLE LEGGI COSTITUZIONALI SI PERMETTONO DI FARE DI TUTTO E DI PIU’…STAREMO A VEDERE…SOSTENETEMI AD AMPIO RAGGIO EPPOI…CHI DOVRA’ RISPONDERE RISPONDERA’ DI TUTTO…UNA VOLTA PER TUTTE…E’ UNA PROMESSA DEL CLOCHARD LUIGI MIGGIANI…ED IO MANTENGO SEMPRE CIO’ CHE PROMETTO…QUINDI E PER CONTINUARE…

MI HANNO BLOCCATO IL COMMENTO…MA NON C’E’ AFFATTO DA MERAVIGLIARSI!…

DIRAMATE AD AMPIO RAGGIO TUTTO QUANTO STANNO FACENDO NEI CONFRONTI DI UN VECCHIO….CLOCHARD..IL QUALE STA’ PROFESSANDO NEL SUO MESSAGGIO LA SUA PROFONDA FEDE CRISTIANA… E VIENE ATTACCATO VILMENTE E VERGOGNOSAMENTE DA TUTTE LE PARTI…QUESTA E’ LA REALTA’ DELLA VERGOGNA NAZIONALE ITALIANA…STAVO RISPONDENDO AD UN MESSAGGIO LIBERO DI UNA PERSONA PIEMANENTE COLPITA…E VIENE ATTIVATO CONTRO DI QUESTI E CONTRO COLUI IL QUALE STA’ OPERANDO I FAVORE DI TUTTI UN ATTEGGIAMENTO E DEI COMPORTTAMENTI A DIR POCO VERGOGNOSI!…
CHE IL SIGNORA ABBIA PIETA’ PER LA VOSTRA ANIMA…
GRAZIE COMUNQUE DI TUTTO…MA QUESTO VECCHIO CLOCHARD CONTINUERA’ LA SUA PROTESTA…LO VOGLIATE O NO…
ULTERIORE DENUNCIA PUBBLICA E LETTERA APERTA DIRETTA AL CAPO DELLO STATO E DI CONSEGUENZA..A TUTTA LA CITTADINANZA…
CHE IL SIGNORE VI PERDONI…

LUIGI MIGGIANI.

“L’ULTIMO…DEI CLOCHARD…IN TUTTI I SENSI….”

E’ UN’ALTRA MIA…PROMESSA…

CHIEDO SCUSA SE AL PUNTO DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE E’ STATO SALTATO UN PEZZO…MA LA MOTIVAZIONE DI BASE E’ SOLTANTO E SEMPRE QUELLA CHE MENTRE SCRIVO SU INTERNET…SI CONTINUA A PROCURARMI ED A PROVOCARMI …DI TUTTO E DI PIU’ PER NON FARMI OPERARE, NEL SENSO CHE MI STANNO BLOCCANDO OGNI VIA DI ACCESSO ALLA DIRAMAZIONE DELLA MIA PROTESTA…LO STO’ DENUNCIANDO SIA DIRETTAMENTE AL CAPO DELLO STATO CHE PUBBLICAMENTE…MA COLORO I QUALI HANNO IN MANO LO SCETTRO DELLE LEGGI COSTITUZIONALI SI PERMETTONO DI FARE DI TUTTO E DI PIU’…STAREMO A VEDERE…SOSTENETEMI AD AMPIO RAGGIO EPPOI…CHI DOVRA’ RISPONDERE RISPONDERA’ DI TUTTO…UNA VOLTA PER TUTTE…E’ UNA PROMESSA DEL CLOCHARD LUIGI MIGGIANI…ED IO MANTENGO SEMPRE CIO’ CHE PROMETTO…QUINDI E PER CONTINUARE…

MI HANNO BLOCCATO IL COMMENTO…MA NON C’E’ AFFATTO DA MERAVIGLIARSI!…

DIRAMATE AD AMPIO RAGGIO TUTTO QUANTO STANNO FACENDO NEI CONFRONTI DI UN VECCHIO….CLOCHARD..IL QUALE STA’ PROFESSANDO NEL SUO MESSAGGIO LA SUA PROFONDA FEDE CRISTIANA… E VIENE ATTACCATO VILMENTE E VERGOGNOSAMENTE DA TUTTE LE PARTI…QUESTA E’ LA REALTA’ DELLA VERGOGNA NAZIONALE ITALIANA…STAVO RISPONDENDO AD UN MESSAGGIO LIBERO DI UNA PERSONA PIEMANENTE COLPITA…E VIENE ATTIVATO CONTRO DI QUESTI E CONTRO COLUI IL QUALE STA’ OPERANDO I FAVORE DI TUTTI UN ATTEGGIAMENTO E DEI COMPORTTAMENTI A DIR POCO VERGOGNOSI!…
CHE IL SIGNORA ABBIA PIETA’ PER LA VOSTRA ANIMA…
GRAZIE COMUNQUE DI TUTTO…MA QUESTO VECCHIO CLOCHARD CONTINUERA’ LA SUA PROTESTA…LO VOGLIATE O NO…
ULTERIORE DENUNCIA PUBBLICA E LETTERA APERTA DIRETTA AL CAPO DELLO STATO E DI CONSEGUENZA..A TUTTA LA CITTADINANZA…
CHE IL SIGNORE VI PERDONI…

LUIGI MIGGIANI.

“L’ULTIMO…DEI CLOCHARD…IN TUTTI I SENSI….”

E’ UN’ALTRA MIA…PROMESSA… isolamentosociale_clochard@hotmail.itluigi miggianihttp://www.luigimiggiani.blogspot.com1
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luigi miggiani
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93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 9:16 am
CHIEDO SCUSA SE AL PUNTO DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE E’ STATO SALTATO UN PEZZO…MA LA MOTIVAZIONE DI BASE E’ SOLTANTO E SEMPRE QUELLA CHE MENTRE SCRIVO SU INTERNET…SI CONTINUA A PROCURARMI ED A PROVOCARMI …DI TUTTO E DI PIU’ PER NON FARMI OPERARE, NEL SENSO CHE MI STANNO BLOCCANDO OGNI VIA DI ACCESSO ALLA DIRAMAZIONE DELLA MIA PROTESTA…LO STO’ DENUNCIANDO SIA DIRETTAMENTE AL CAPO DELLO STATO CHE PUBBLICAMENTE…MA COLORO I QUALI HANNO IN MANO LO SCETTRO DELLE LEGGI COSTITUZIONALI SI PERMETTONO DI FARE DI TUTTO E DI PIU’…STAREMO A VEDERE…SOSTENETEMI AD AMPIO RAGGIO EPPOI…CHI DOVRA’ RISPONDERE RISPONDERA’ DI TUTTO…UNA VOLTA PER TUTTE…E’ UNA PROMESSA DEL CLOCHARD LUIGI MIGGIANI…ED IO MANTENGO SEMPRE CIO’ CHE PROMETTO…QUINDI E PER CONTINUARE…

CHIEDO SCUSA SE AL PUNTO DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE E’ STATO SALTATO UN PEZZO…MA LA MOTIVAZIONE DI BASE E’ SOLTANTO E SEMPRE QUELLA CHE MENTRE SCRIVO SU INTERNET…SI CONTINUA A PROCURARMI ED A PROVOCARMI …DI TUTTO E DI PIU’ PER NON FARMI OPERARE, NEL SENSO CHE MI STANNO BLOCCANDO OGNI VIA DI ACCESSO ALLA DIRAMAZIONE DELLA MIA PROTESTA…LO STO’ DENUNCIANDO SIA DIRETTAMENTE AL CAPO DELLO STATO CHE PUBBLICAMENTE…MA COLORO I QUALI HANNO IN MANO LO SCETTRO DELLE LEGGI COSTITUZIONALI SI PERMETTONO DI FARE DI TUTTO E DI PIU’…STAREMO A VEDERE…SOSTENETEMI AD AMPIO RAGGIO EPPOI…CHI DOVRA’ RISPONDERE RISPONDERA’ DI TUTTO…UNA VOLTA PER TUTTE…E’ UNA PROMESSA DEL CLOCHARD LUIGI MIGGIANI…ED IO MANTENGO SEMPRE CIO’ CHE PROMETTO…QUINDI E PER CONTINUARE… isolamentosociale_clochard@hotmail.itluigi miggianihttp://www.luigimiggiani.blogspot.com0
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luigi miggiani
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93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 9:08 am
PER QUANTO RIGUARDA IL TUO CASO OSEREI DIRE QUASI CHE SOTTO UN CERTO ASPETTO SEI STATO RIDOTTO A FARE “IL CITTADINO SOVRANO…” IN UNA AUTOVETTURA…COSI COME ME E COME TANTISSIMI ALTRI COME ME E COME TE…SOLTANTO CHE NESSUNO NE PARLA…PERCHE’ (E NON VOGLIO RIPETERMI..) A NESSUNO VIENE DATA LA POSSIBILITA’ DI RENDERE PUBBLICA LA SUA DISAVVENTURA…AMMENOCCHE’ NON SI RECA NEL BEL MEZZO DELLA CAPITALE…E DENUNCIA A CIELO APERTO TUTTO QUELLO CHE HA SUBITO…E TUTTO QUELLO CHE HA DOVUTO PER FORZA DI COSE SUBIRE…PROPRIO COME STA’ FACENDO QUESTO VECCHIO IMPRENDITORE TORINESE…CLOCHARD…GUARDA CASO E STO’ RISPONDENDO AD UN CITTADINO TORINESE COME ME, IL QUALE E’ VENUTO A TROVARSI BUTTATO FUORI DAL SUO DOMICILIO ABITATIVO, E COME SE NON BASTASSE…COLORO I QUALI AVREBBERO DOVUTO IN QUALCHE MODO SOSTENERLO…LO HANNO TRATTATO COME UN…MORTO DI…FAME…UN TOSSICO DIPENDENTE…UN POCO DI BUONO…E CHI PIU’ NE HA NE METTA…SENZA VOLER CONTARE SUGLI STESSI CITTADINI I QUALI… HANNO FATTO … LA SPIA… PERCHE’ OCCUPAVI…UN SUOLO PUBBLICO!… E SEMMAI TRASMETTEVI VERGOGNA PER LA LORO …SIGNORILITA?…
FERMAIMOCI ALLORA A QUESTA MIA DEDUZIONE DI DATO DI FATTO E DI INCONCEPIBILITA’ ASSOLUTA, NEL SENSO DELLA CIVILTA’ PER DIRE CHE IN UN PAESE DEFINITO CIVILE COME LA NOSTRA ITALIA ESISTONO CITTADINI DI CATEGORIA “A” “B” “C” “D” E VIA DISCORRENDO, MENTRE CI SIAMO DIMENTICATI UNA COSA CHE SECONDA LA MIA TEORIA E’ ALLA BASE DI TUTTA L’UMANITA’!…

VALE A DIRE CHE CI SIAMO DIMENTICATI TUTTI DEL MESSAGGIO CHE “NOSTRO SIGNORE ” CI HA LASCIATO FINENDO SULLA CROCE!…PER DIRE QUESTO…EPPOI LA…DOMENICA SEMMAI CI RECHIAMO IN CHIESA ED AL MOMENTO DI STRINGERCI LA MANO L’UN L’ALTRO PER CONTINUARE LO STESSO MESSAGGIO…LO FACCIAMO COME SEGNO DEL MOMENTO…BISBIGLIANDO UN TERMINE CHE ORAMAI NON CONOSCIAMO PIU’…..E CHE SI CHIAMA….”PACE!…” POI UNA VOLTA FUORI DALLA STESSA …SE VEDIAMO UN BARBONE CHE CI STA’ MORENDO TRA I NOSTRI PIEDI…CI VOLTIAMO DALL’ALTRA PARTE…VOLENDO SUPPORRE CHE… COME DICON TUTTI…PEGGIO PER LUI… ” TANTO…. E’ STATA UNA SUA SCELTA!…”

NON LO E’…NON LO E’ MAI STATA… E NON LO SARA’ MAI!.. E QUESTO GRAZIE ALLA NOSTRA INDEGNA INDIFFERENZA…LA QUALE UCCIDE DUE VOLTE…ACCADE NELLA QUOTIDIANITA’ CONTINUA AD ACCADERE…E CONTINUERA’ PER SEMPRE SE QUALCUNO COME QUESTO VECCHIO CLOCHARD…STANCO ED AMMALATO..NON SI IMPUNTA NEL PIENO CENTRO DELLA CRISTIANITA’ PROPRIO A ROMA PER DIRE ESATTAMENTE QUELLO CHE STA’ DICENDO!…………………AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO…………….E QUESTO IL SUO MESSAGGIO……………..SE PER CASO NON E’ ANCORA STATO CAPITO………….E NESSUNO MI FERMERA’!………….NON ME NE ANDRO’ VIA DA ROMA SINO A QUANDO LA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE NON VWENGA
PER CHI LO CAPISCA OPPURE NO…MA QUESTO E’ IL SUO BASILARE MESSAGGIO!… E NOI TUTI ABBIAMO IL SACROSANTO…”DOVERE…” DI CONTINUARLO…NEL SENSO CHE LI’ A TERRA UN DOMANI POTREBBE ESSERCI CHIUNQUE DI NOI!.. ED IO LO GRIDERO’ SINCHE’ AVRO’ UN SOLO FILO DI FIATO IN GOLA PER GRIDARLO!…

VALE A DIRE: “AMA IL PEROSSIMO TUO…COME TE STESSO!…”
OGGI TOTALMENTE STRAVOLTO AL CONTRARIO!…VALE A DIRE: “ODIA…IL PROSSIMO TUO…COME TE STESSO…” E QUI’ LA DIREBBE GIA’ TUTTA…QUINDI POTREI FINIRE IL MIO DISCORSO E LA MIA RISPOSTA NEI TUOI CONFRONTI…INVECE VA PROPRIO APERTA SOTTO TALE ASPETTO!…IN QUANTO ALLA BASE DELLA MIA CIVILE QUANTO PACIFICA E SILENZIOSA PROTESTA, RESTA ESATTAMENTE IL PRINCIPIO DI BASE!…VALE A DIRE: “SOCIALE!…E CRISTIANO!..

PER QUANTO RIGUARDA IL TUO CASO OSEREI DIRE QUASI CHE SOTTO UN CERTO ASPETTO SEI STATO RIDOTTO A FARE “IL CITTADINO SOVRANO…” IN UNA AUTOVETTURA…COSI COME ME E COME TANTISSIMI ALTRI COME ME E COME TE…SOLTANTO CHE NESSUNO NE PARLA…PERCHE’ (E NON VOGLIO RIPETERMI..) A NESSUNO VIENE DATA LA POSSIBILITA’ DI RENDERE PUBBLICA LA SUA DISAVVENTURA…AMMENOCCHE’ NON SI RECA NEL BEL MEZZO DELLA CAPITALE…E DENUNCIA A CIELO APERTO TUTTO QUELLO CHE HA SUBITO…E TUTTO QUELLO CHE HA DOVUTO PER FORZA DI COSE SUBIRE…PROPRIO COME STA’ FACENDO QUESTO VECCHIO IMPRENDITORE TORINESE…CLOCHARD…GUARDA CASO E STO’ RISPONDENDO AD UN CITTADINO TORINESE COME ME, IL QUALE E’ VENUTO A TROVARSI BUTTATO FUORI DAL SUO DOMICILIO ABITATIVO, E COME SE NON BASTASSE…COLORO I QUALI AVREBBERO DOVUTO IN QUALCHE MODO SOSTENERLO…LO HANNO TRATTATO COME UN…MORTO DI…FAME…UN TOSSICO DIPENDENTE…UN POCO DI BUONO…E CHI PIU’ NE HA NE METTA…SENZA VOLER CONTARE SUGLI STESSI CITTADINI I QUALI… HANNO FATTO … LA SPIA… PERCHE’ OCCUPAVI…UN SUOLO PUBBLICO!… E SEMMAI TRASMETTEVI VERGOGNA PER LA LORO …SIGNORILITA?…
FERMAIMOCI ALLORA A QUESTA MIA DEDUZIONE DI DATO DI FATTO E DI INCONCEPIBILITA’ ASSOLUTA, NEL SENSO DELLA CIVILTA’ PER DIRE CHE IN UN PAESE DEFINITO CIVILE COME LA NOSTRA ITALIA ESISTONO CITTADINI DI CATEGORIA “A” “B” “C” “D” E VIA DISCORRENDO, MENTRE CI SIAMO DIMENTICATI UNA COSA CHE SECONDA LA MIA TEORIA E’ ALLA BASE DI TUTTA L’UMANITA’!…

VALE A DIRE CHE CI SIAMO DIMENTICATI TUTTI DEL MESSAGGIO CHE “NOSTRO SIGNORE ” CI HA LASCIATO FINENDO SULLA CROCE!…PER DIRE QUESTO…EPPOI LA…DOMENICA SEMMAI CI RECHIAMO IN CHIESA ED AL MOMENTO DI STRINGERCI LA MANO L’UN L’ALTRO PER CONTINUARE LO STESSO MESSAGGIO…LO FACCIAMO COME SEGNO DEL MOMENTO…BISBIGLIANDO UN TERMINE CHE ORAMAI NON CONOSCIAMO PIU’…..E CHE SI CHIAMA….”PACE!…” POI UNA VOLTA FUORI DALLA STESSA …SE VEDIAMO UN BARBONE CHE CI STA’ MORENDO TRA I NOSTRI PIEDI…CI VOLTIAMO DALL’ALTRA PARTE…VOLENDO SUPPORRE CHE… COME DICON TUTTI…PEGGIO PER LUI… ” TANTO…. E’ STATA UNA SUA SCELTA!…”

NON LO E’…NON LO E’ MAI STATA… E NON LO SARA’ MAI!.. E QUESTO GRAZIE ALLA NOSTRA INDEGNA INDIFFERENZA…LA QUALE UCCIDE DUE VOLTE…ACCADE NELLA QUOTIDIANITA’ CONTINUA AD ACCADERE…E CONTINUERA’ PER SEMPRE SE QUALCUNO COME QUESTO VECCHIO CLOCHARD…STANCO ED AMMALATO..NON SI IMPUNTA NEL PIENO CENTRO DELLA CRISTIANITA’ PROPRIO A ROMA PER DIRE ESATTAMENTE QUELLO CHE STA’ DICENDO!…………………AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO…………….E QUESTO IL SUO MESSAGGIO……………..SE PER CASO NON E’ ANCORA STATO CAPITO………….E NESSUNO MI FERMERA’!………….NON ME NE ANDRO’ VIA DA ROMA SINO A QUANDO LA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE NON VWENGA
PER CHI LO CAPISCA OPPURE NO…MA QUESTO E’ IL SUO BASILARE MESSAGGIO!… E NOI TUTI ABBIAMO IL SACROSANTO…”DOVERE…” DI CONTINUARLO…NEL SENSO CHE LI’ A TERRA UN DOMANI POTREBBE ESSERCI CHIUNQUE DI NOI!.. ED IO LO GRIDERO’ SINCHE’ AVRO’ UN SOLO FILO DI FIATO IN GOLA PER GRIDARLO!…

VALE A DIRE: “AMA IL PEROSSIMO TUO…COME TE STESSO!…”
OGGI TOTALMENTE STRAVOLTO AL CONTRARIO!…VALE A DIRE: “ODIA…IL PROSSIMO TUO…COME TE STESSO…” E QUI’ LA DIREBBE GIA’ TUTTA…QUINDI POTREI FINIRE IL MIO DISCORSO E LA MIA RISPOSTA NEI TUOI CONFRONTI…INVECE VA PROPRIO APERTA SOTTO TALE ASPETTO!…IN QUANTO ALLA BASE DELLA MIA CIVILE QUANTO PACIFICA E SILENZIOSA PROTESTA, RESTA ESATTAMENTE IL PRINCIPIO DI BASE!…VALE A DIRE: “SOCIALE!…E CRISTIANO!.. isolamentosociale_clochard@hotmail.itluigi miggianihttp://www.luigimiggiani.blogspot.com1
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luigi miggiani
luigimiggiani.blogspot.com x
isolamentosociale_clochard@hotmail.it
93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 8:32 am
Quindi ed ovviamente suppongo che la Tua risposta mi sia stata data in ragione del mio messaggio di base, che è l’articolo del giornale on-line Cronaca Vera, i quali giornalisti non sento più sin dalla uscita dell’articolo e non mi hanno mai più risposto a telefono, stessa cosa dicasi per il giornale “Cinque Giorni” dove in un primo momento mi hanno dato modo di parlare addirittura su di un programma Radio privata, eppoi…Il silenzio assoluto..Per non dire che sono stati ovviamente posti “nella obbligata condizione” di attivarmi anche loro come tutti i quotidiani di tiratura nazionale, del “TOTALE SILENZIO STAMPA…” CON QUALCHE ALTRIMENTI?… MOLTO PROBABILE…ANCORA UNA VOLTA…”PURTROPPO…” E QUESTA SAREBBE LA NOSTRA LIBERTA’ DI STAMPA, DI PENSIERO, DI OPINIONI, DI PAROLA…E QUANT’ALTRO…COSE CHE NON MI SONO INVENTATO AFFATTO IO NELLA MIA UFFICIALE VESTE DA…CLOCHARD..BENSI’…SCRITTA SANCITA E DICHIARATA DA… QUALCHE PATRTE …CHE NESSUNO MAI RISPETTA E NESSUNO CONTINUA A RISPETTARLA…SPECIALMENTE SE UN CITTADINO VIENE RIDOTTO A SUBIRE TUTTA UNA SERIE DI ANGHERIE CHE NON SI POSSONO DIRE PERCHE’ VERGOGNOSE IN UN PAESE DEFINITO…CIVILE!… E NEMMENO …RENDERLE PUBBLICHE…COSA CHE STA’ FACENDO… UN CERTO BARBONE DI ROMA …PER TUTTI, E LO STANNO ATTACCANDO DA OGNI FRONTE…SENZA AVERE ANCORA CAPITO CHE IL TRACCIATO DI UN FIUME SE NON GIUNGE SINO AL MARE NON FERMERA’ MAI IL SUO PERCORSO PREDESTINATO NATURALMENTE…
Ed a questo NETTO proposito come a questo CHIARISSIMO punto vorrei cominciare a rispondere alla tua graditissima lettera commento e documento reale, di come ci si attiva nel quotiduiano “VIVERE…” SE VITA VOGLIAMO CHIAMARLA…NEI CONFRONTI DI TUTTI COLORO I QUALI VENGONO A TROVARSI IN STATO DI INDIGENZA…OSEREI DIRE SE MI E’ CONCESSO IMPROPRIAMENTE;
“…NEI CONFRONTI DEI BARBONI PER … CASO…” ED OVVIAMENTE PER FINIRE POI “…NEI BARBONI…VOLUTI DAL SISETMA ASSASSINO…CHE LO HA CONDANNATO A MORTE A SUA INSAPUTA…” CON IL CHIARO E NETTO PROPOSITO DI VOLERLO FARE…! QUINDI TI RINGRAZIO PER LA TUA CHIARA QUANTO SIGNIFICATIVA ESPOSIZIONE E TI RISPONDO IN MERITO…

Quindi ed ovviamente suppongo che la Tua risposta mi sia stata data in ragione del mio messaggio di base, che è l’articolo del giornale on-line Cronaca Vera, i quali giornalisti non sento più sin dalla uscita dell’articolo e non mi hanno mai più risposto a telefono, stessa cosa dicasi per il giornale “Cinque Giorni” dove in un primo momento mi hanno dato modo di parlare addirittura su di un programma Radio privata, eppoi…Il silenzio assoluto..Per non dire che sono stati ovviamente posti “nella obbligata condizione” di attivarmi anche loro come tutti i quotidiani di tiratura nazionale, del “TOTALE SILENZIO STAMPA…” CON QUALCHE ALTRIMENTI?… MOLTO PROBABILE…ANCORA UNA VOLTA…”PURTROPPO…” E QUESTA SAREBBE LA NOSTRA LIBERTA’ DI STAMPA, DI PENSIERO, DI OPINIONI, DI PAROLA…E QUANT’ALTRO…COSE CHE NON MI SONO INVENTATO AFFATTO IO NELLA MIA UFFICIALE VESTE DA…CLOCHARD..BENSI’…SCRITTA SANCITA E DICHIARATA DA… QUALCHE PATRTE …CHE NESSUNO MAI RISPETTA E NESSUNO CONTINUA A RISPETTARLA…SPECIALMENTE SE UN CITTADINO VIENE RIDOTTO A SUBIRE TUTTA UNA SERIE DI ANGHERIE CHE NON SI POSSONO DIRE PERCHE’ VERGOGNOSE IN UN PAESE DEFINITO…CIVILE!… E NEMMENO …RENDERLE PUBBLICHE…COSA CHE STA’ FACENDO… UN CERTO BARBONE DI ROMA …PER TUTTI, E LO STANNO ATTACCANDO DA OGNI FRONTE…SENZA AVERE ANCORA CAPITO CHE IL TRACCIATO DI UN FIUME SE NON GIUNGE SINO AL MARE NON FERMERA’ MAI IL SUO PERCORSO PREDESTINATO NATURALMENTE…
Ed a questo NETTO proposito come a questo CHIARISSIMO punto vorrei cominciare a rispondere alla tua graditissima lettera commento e documento reale, di come ci si attiva nel quotiduiano “VIVERE…” SE VITA VOGLIAMO CHIAMARLA…NEI CONFRONTI DI TUTTI COLORO I QUALI VENGONO A TROVARSI IN STATO DI INDIGENZA…OSEREI DIRE SE MI E’ CONCESSO IMPROPRIAMENTE;
“…NEI CONFRONTI DEI BARBONI PER … CASO…” ED OVVIAMENTE PER FINIRE POI “…NEI BARBONI…VOLUTI DAL SISETMA ASSASSINO…CHE LO HA CONDANNATO A MORTE A SUA INSAPUTA…” CON IL CHIARO E NETTO PROPOSITO DI VOLERLO FARE…! QUINDI TI RINGRAZIO PER LA TUA CHIARA QUANTO SIGNIFICATIVA ESPOSIZIONE E TI RISPONDO IN MERITO… isolamentosociale_clochard@hotmail.itluigi miggianihttp://www.luigimiggiani.blogspot.com1
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luigi miggiani
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93.63.29.20 Inviato il 25/10/2011 alle 8:09 am
Carissimo Enzo; se me lo permetti…
Purtroppo solo questa mattina sono riuscito a trovare la tua risposta, nel senso che con tutto quello che mi accade e con tutto quello che stanno attivando contro e nei miei confronti, a mio totale danno e scapito per non farmi operara e portare alla luce questa gravissima piaga anticostituzionale; oltre al fatto di avermi causato un enorme disagio esistenziale, mi tocca ogni giorno escogitare vari escamotage per riuscire a comunicare con coloro i quali ripsondono alla mia prerogativa del rispetto della vita umana…
Quindi e non per colpa mia, il tuo messaggio l’ho trovato soltanto questa mattina!..Purtoppo…Ed ancora una volta…Purtroppo!..

fac simile di delibera canoni insoluti dello IACP,tratta da un comune in albo pretorio in rete

ottobre 18, 2011

Consiglio di Amministrazione del 28/7/2010
DELIBERAZIONE N.167/6
Convocato mediante lettera del 22/7/2010 con prot. n.5084, trasmessa tramite posta elettronica e
a mezzo fax, si è riunito il C.d.A. alle ore 10.30 presso la sede dell’Azienda in Via C. Battisti, 6,
Cagliari, per discutere e deliberare l’O.d.G. allegato alla precitata lettera di convocazione, integrato
con nota del 23/7/2010, n.5104 di prot., trasmessa con le stesse modalità..
—-***—-
Sono presenti:
1) 5) Sig. Antonio S.Presidente del Collegio Sindacale
6) Dott.ssa Teresa G.Componente effettivo del Collegio Sindacale
7) Rag. Pietro SORU Componente effettivo del Collegio Sindacale
E’ assente giustificato il Consigliere Sig. Luciano Alberto COLLU.
Assiste e partecipa in veste di Segretario, a norma dell’art.13 comma 6 lettera q) dello
Statuto, l’Ing. Marco C. il cui incarico temporaneo di sostituto del Direttore Generale è
stato affidato con DCA n. 131/11 del 19/1/2010, ai sensi dell’art. 14 dello Statuto e prorogato, con
DCA n.143/4 del 17/3/2010, fino al 19/9/2010.
Assume la Presidenza il Prof. Giorgio SANGIORGI il quale constatato il numero legale
dei presenti e la regolarità della convocazione dichiara aperta e valida la seduta.
Oggetto: 6) AREA C/ XXXX XXXX – CONTRATTO DI LOCAZIONE ALLOGGIO E.R.P. SITO IN
GUSPINI, XXXX XXXX N. XX – CANONI INSOLUTI – RECUPERO MOROSITÀ – AVVIO AZIONE
LEGALE
IL CONSIGLIO
VISTA la L.R. 8/8/2006 n.12;
VISTO lo statuto dell’Azienda, approvato con Decreto del Presidente della Regione n. 30 del 5
marzo 2007;
Su proposta del Dirigente dell’Ufficio Legale, Dott. Massimo Cambule;
azienda regionale per l’edilizia abitativa
Deliberazione n.167/6 del 28/7/2010 pag. 2
PREMESSO che:
- veniva concesso al Sig. XXXX XXXX, in forza di contratto di locazione, un alloggio e.r.p. sito in
Guspini, XXXX XXXX n. XX;
- in data 31/10/08 cessava il rapporto contrattuale tra l’Azienda e il Sig. XXXX e che l’immobile
veniva concesso in locazione alla Sig.ra XXXX XXXX con decorrenza 01/11/08;
- il Distretto di Cagliari, con note racc. a/r del 03/12/08 n. 10584, del 11/03/09 n. 1444 e del
11/06/09 n. 3987, diffidava il XXXX al pagamento dei canoni di locazione non versati dovuti fino
alla data del 31/10/08, oltre gli interessi di mora, pari ad € 16.935,95, e delle quote condominiali
ordinarie pari ad € 770,60;
- tali diffide, notificate anche tramite ufficiale giudiziario, non sono state mai ritirate dal debitore a
seguito di trasferimento della propria residenza;
- l’Ufficio Legale, a seguito di verifiche relative alle vicende domiciliari del debitore, accertava il
nuovo indirizzo di residenza del medesimo in Serdiana, XXXX XXXX n. XX e il domicilio presso il
datore di lavoro XXXX (XXXX);
- l’Ufficio Legale, con note racc. a/r del 14/06/10 n. 4179 e del 30/06/10 n. 4632, indirizzate
rispettivamente alla XXXX e al nuovo indirizzo di residenza, reiterava le diffide di pagamento, che
venivano ritirate in data 17/06/10 e 05/07/10;
PRESO ATTO che, nonostante tali diffide di pagamento, il Sig. XXXX non ha mai ottemperato;
CONSIDERATO il parere del Dirigente dell’Ufficio Legale, il quale reputa che sussistano i
presupposti per promuovere ogni azione legale utile a recuperare il credito di che trattasi;
CONSIDERATO che per la costituzione in giudizio e la rappresentanza processuale è necessario il
ministero di un difensore cui conferire l’incarico;
CONDIVIDENDO la proposta dell’Ufficio Legale;
UDITO il Direttore Generale che esprime il parere di legittimità sull’atto proposto dagli uffici;
D E L I B E R A, all’unanimità dei presenti
- di dare mandato al Direttore Generale di promuovere ogni consentita azione legale volta al
recupero dei crediti scaturenti dal contratto di locazione di cui risulta intestatario il sig. XXXX
XXXX, adottando gli atti conseguenti di competenza;
- di dichiarare la presente delibera esecutiva in quanto non soggetta al controllo preventivo di
cui all’art. 3 della L.R. n.14/95.
Cagliari, 28/7/2010
IL DIRETTORE GENERALE
F.to (Ing. Marco Crucitti)
IL PRESIDENTE
F.to (azienda regionale per l’edilizia abitativa
Deliberazione n.167/6 del 28/7/2010 pag. 3
Ai sensi e per gli effetti di cui all’art.5 della L.R. 14/95 si attesta la legittimità dell’atto.
IL DIRETTORE GENERALE
F.to (Ing. Marco Crucitti

EDILIZIA E URBANISTICA: RISARCIMENTO DEL DANNO DA LESIONE DI INTERESSE LEGITTIMO

ottobre 18, 2011

competenza amministrativa | esclusività |
tratto http://www.altalex.it

EDILIZIA E URBANISTICA: RISARCIMENTO DEL DANNO DA LESIONE DI INTERESSE LEGITTIMO
I confini di competenza del giudice amministrativo delimitati dalla Consulta

Sintetica cronistoria dei fatti e commento a Corte Costituzionale , Sentenza 28.07.2004 n° 281
Come è certamente noto a chi si occupa di diritto amministrativo, oppure del diritto urbanistico o di quello dell’edilizia, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 281 del 28 luglio 2004, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, commi 1 e 2, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 nella parte in cui istituisce una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di edilizia e urbanistica, anziché limitarsi ad estendere in tale materia la giurisdizione del giudice amministrativo alle controversie aventi ad oggetto diritti patrimoniali consequenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno”.

Per capire pienamente il senso di tale dichiarazione, nonché la sua “maturazione” e la sua portata innovativa, occorre fare un po’ di cronistoria prendendo in considerazione i fatti che si sono verificati e constatare cosa è successo a partire dal 1997 quando con l’articolo 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59, lettera g) il Governo fu delegato ad emettere un decreto legislativo che prevedesse anche “la contestuale estensione della giurisdizione del giudice amministrativo alle controversie aventi ad oggetto diritti patrimoniali conseguenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno, in materia edilizia, urbanistica e di servizi pubblici”.

In attuazione della suddetta delega è stato emanato il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 che, agli articoli 33, 34 e 35, ha previsto la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, estesa alla cognizione dei diritti patrimoniali consequenziali, e, quindi, al risarcimento del danno, in materia di pubblici servizi, edilizia ed urbanistica.

In base alle norme emanate, ovviamente nelle materie indicate, il privato interessato alla emissione di un atto o provvedimento e quindi ad un comportamento “legale” della pubblica amministrazione, diventa titolare di un “interesse legittimo”, per la cui lesione può richiedere il risarcimento.

Volendo sinteticamente definire l’interesse legittimo, ai fini del discorso che qui si sta sviluppando, può essere sufficiente dire che si identifica con quella posizione giuridica in forza della quale il titolare può pretendere che l’attività della pubblica amministrazione sia svolta in modo legittimo, cioè nel rispetto delle norme giuridiche.

Si può aggiungere che “generalmente” si è in presenza di un interesse legittimo ogni volta in cui la pubblica amministrazione ha il potere di interferire sulla posizione di un privato.

Da tale fondamentale data, di apertura della strada relativa alla “tutela legale” dell’interesse legittimo, era passato poco più di un anno, quando le Sezioni Unite della Cassazione con una importantissima decisione (Cassazione , SS.UU., sentenza 22.07.1999 n° 500), hanno fissato, alla luce delle norme emanate, lo storico principio secondo cui “la lesione di un interesse legittimo, al pari di quella di un diritto soggettivo o di altro interesse (non di mero fatto ma) giuridicamente rilevante, rientra nella fattispecie della responsabilità aquiliana solo ai fini della qualificazione del danno come ingiusto”.

Anche se, come ha precisato la stessa Corte ciò non poteva equivalere ad affermare “la indiscriminata risarcibilità degli interessi legittimi come categoria generale”, almeno si era arrivati a veder riconosciuta, dall’organo di vertice della giustizia ordinaria, la possibilità di essere risarciti quando l’attività illegittima della pubblica amministrazione andasse a determinare “la lesione dell’interesse al bene della vita al quale l’interesse legittimo, secondo il concreto atteggiarsi del suo contenuto, effettivamente si collega, e che risulta meritevole di protezione alla stregua dell’ordinamento”.

In altri termini, per la Cassazione la lesione dell’interesse legittimo rappresenta una condizione necessaria, ma non sufficiente, per essere risarciti ex art. 2043 del Codice civile.

Per poter ottenere il risarcimento, venne allora stabilito, è necessario che risulti leso “per effetto dell’attività illegittima (e colpevole) della P.A., l’interesse al bene della vita al quale l’interesse legittimo si correla, e che il detto interesse al bene risulti meritevole di tutela alla luce dell’ordinamento positivo”.

Aprendo una parentesi si può dire che le disposizioni in discorso e la “storica” sentenza delle Sezioni Unite hanno dato concretezza giuridica ad un lungo dibattito dottrinale e giurisprudenziale sulla “risarcibilità dell’interesse legittimo” per danno patrimoniale scaturente da un comportamento lesivo della pubblica amministrazione.

A proposito dell’annoso dibattito dottrinale e giurisprudenziale, non è questa la sede per scendere in dettagli; ma può essere utile ricordare come la dottrina e la giurisprudenza, almeno quella più “datata” (o meno recente), abbiano prima costantemente negato la risarcibilità dell’interesse legittimo adducendo diversi motivi, salvo poi – pur ribadendo la contrarietà al riconoscimento in via generale – aprire alcuni varchi per riconoscerlo in alcuni casi (lesione di un diritto affievolito, annullamento illegittimo di un provvedimento ampliativo ecc ).

Nei tempi più recenti, poi, con una radicale inversione di rotta, parte della giurisprudenza di merito e gran parte della dottrina, arrivò perfino a spingere il legislatore verso l’emanazione della normativa specifica di cui si sta discutendo per tutelare adeguatamente l’interesse legittimo.

Per richiamare alla memoria cosa accadeva prima, basti dire che la pubblica amministrazione poteva essere chiamata a risarcire davanti al giudice ordinario (all’esito favorevole del giudizio amministrativo) solo per responsabilità extracontrattuale (o aquiliana) nel caso di danno derivante da inosservanza di doveri primari.

In altre parole, il privato danneggiato era costretto a rivolgersi prima al giudice amministrativo per ottenere l’annullamento del provvedimento amministrativo e dopo al giudice ordinario per ottenere il ristoro dei diritti patrimoniali consequenziali.

La responsabilità doveva necessariamente ricollegarsi alla compresenza dei seguenti elementi: un fatto (attivo od omissivo) riferibile all’amministrazione; l’illegittimità di esso; un danno effettivo; il dolo o la colpa dell’autore del fatto.

Era tuttavia esclusa qualsiasi responsabilità quando la pubblica amministrazione usava in modo imperfetto del suo potere di valutazione tecnica o discrezionale.

Quindi, se da un lato la nuova disciplina legislativa ha finalmente conferito all’ interesse legittimo “pari dignità” rispetto al diritto soggettivo – sotto un altro aspetto – fondamentale deve considerarsi il fatto che l’azione per il risarcimento di un danno ingiusto si possa proporre “contestualmente” alla impugnazione del provvedimento lesivo in sede di ricorso amministrativo.

Ritornando, dopo la parentesi, al nucleo centrate del discorso, che è quello del “passaggio ampio di competenza” operato dalla normativa emanata nel 1998, non bisogna dimenticare che la Corte costituzionale, con sentenza 11-17 luglio 2000, n. 292 (Gazz. Uff. 19 luglio 2000, n. 30, serie speciale), aveva già dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 33 Dlgs 80/98 “nella parte in cui istituisce una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di pubblici servizi, anziché limitarsi ad estendere in tale materia la giurisdizione del giudice amministrativo alle controversie aventi ad oggetto diritti patrimoniali conseguenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno eccedendo, in tal modo, i limiti della delega conferita dall’articolo 11, comma 4 della legge 59/97”.

Sta di fatto che il legislatore, con l’articolo 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205, “aggirando e vanificando” la decisione costituzionale ha sostanzialmente riprodotto con alcune modifiche gli articoli 33, 34 e 35 del Dlgs 80/98.

Per comodità di lettura e per una più immediata comprensione dei rilievi di incostituzionalità può essere utile riportare le disposizioni “coinvolte” dalla decisione.

Per quanto riguarda l’edilizia e l’urbanistica, il primo comma dell’articolo 34 (modificato nel 2000 e sottoposto al giudizio della Corte costituzionale) stabilisce: “Sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti alle stesse equiparati in materia urbanistica ed edilizia”.

Il secondo comma aggiunge: “Agli effetti del presente decreto, la materia urbanistica concerne tutti gli aspetti dell’uso del territorio” .

In merito al risarcimento, il primo comma dell’articolo 35 stabilisce: “il giudice amministrativo, nelle controversie devolute alla sua giurisdizione esclusiva, dispone, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno ingiusto”.

Per completezza, si può aggiungere che il quarto comma dello stesso articolo 35 ha anche sostituito il testo del primo periodo, del comma 3, dell’art. 7, L. 6 dicembre 1971, n. 1034 , per conferire e riservare in tal modo al giudice amministrativo il potere di conoscere “anche di tutte le questioni relative all’eventuale risarcimento del danno, anche attraverso la reintegrazione in forma specifica, e agli altri diritti patrimoniali consequenziali”.

Quindi, volendo brevemente riassumere e puntualizzare: l’art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (come sostituito dall’art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205), prima dell’ultima pronuncia della Corte Costituzionale, attribuiva alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo tutte le controversie aventi ad oggetto gli atti, i provvedimenti e i comportamenti delle amministrazioni pubbliche in materia edilizia ed urbanistica; con la inequivocabile previsione che l’urbanistica doveva considerarsi come “inglobante tutti gli aspetti dell’uso del territorio”.

Considerata la completa “vanificazione” della dichiarata parziale illegittimità costituzionale dell’articolo 33, era inevitabile che i problemi di costituzionalità si riproponessero, nonostante ed anzi proprio in conseguenza dell’intervento legislativo del 2000 con il quale si è proceduto alla “riformulazione” della normativa.

Infatti, non era passato molto tempo quando, numerosi giudici a quo ed anche le Sezioni Unite della Corte di Cassazione in sede di regolamento di giurisdizione (Ordinanza n. 15641 del 11-12-2001) hanno riproposto con forza il problema di costituzionalità degli articoli 33, 34, commi primo e secondo, e 35, comma primo, per eccesso rispetto alla delega conferita dall’art. 11, comma quarto, lett. g), della legge n. 59 del 1997.

In particolare i giudici delle Sezioni Unite, peraltro richiamando la sentenza Corte Costituzionale n. 292 del 2000, hanno evidenziato come il combinato disposto dei citati articoli del D.Lgs. n. 80 del 1998, andasse a istituire “una nuova figura di giurisdizione esclusiva e piena, che abbraccia l’intero ambito delle controversie aventi ad oggetto atti, provvedimenti e comportamenti delle Amministrazioni Pubbliche in materia urbanistica ed edilizia”, quando avrebbe dovuto limitarsi, in attuazione della delega, ad estendere alle controversie aventi diritti patrimoniali consequenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno, la giurisdizione generale di legittimità o esclusiva già spettante al giudice amministrativo in materia di edilizia ed urbanistica”.

Occorre registrare che, nonostante i rilievi di presunta incostituzionalità, le stesse Sezioni Unite con una recentissima decisione, dovendosi attenere al dettato legislativo, hanno stabilito: “L’art. 34 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, nel testo sostituito dall’art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205, nel devolvere in via esclusiva al giudice amministrativo “le controversie aventi per oggetto gli atti, i provvedimenti e i comportamenti delle Amministrazioni Pubbliche e dei soggetti alle stesse equiparati in materia urbanistica ed edilizia”, abbraccia, in considerazione della sua espressa onnicomprensività, la totalità degli aspetti dell’uso del territorio, nessuno escluso, (…)” (Css. Sez. U., sent. n. 5055 del 11-03-2004).

Con la suddetta decisione si è ritenuta (dovuta ritenere, considerati i problemi di costituzionalità già sollevati dalla stessa Corte!) riservata alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo anche la controversia possessoria con la quale il privato aveva chiesto la reintegrazione o la manutenzione nel possesso a fronte del comportamento della Pubblica Amministrazione che, diretto alla realizzazione od alla modifica di un’opera pubblica mediante trasformazione del territorio, si era risolto nell’occupazione di un fondo.

Appare delineato a sufficienza, a questo punto, il quadro legislativo (ed anche giurisprudenziale) sul quale la Corte Costituzionale ha ritenuto di dover dare qualche taglio di “accomodatura” con due decisioni consecutive emesse nel mese di luglio.

La rilevata parziale illegittimità riguarda ovviamente il primo e il secondo comma dell’articolo 34 e indirettamente l’articolo 35 che, come ha precisato la stessa Corte, dovrà essere interpretato tenendo conto delle dichiarata parziale illegittimità.

Vediamo nel dettaglio quanto la Consulta ha stabilito, per sapere entro quali limiti le disposizioni sopra riportate (nel loro testo vigente) possono ritenersi e rimangono applicabili.

Con sentenza 5-6 luglio 2004, n. 204 (Gazz. Uff. 14 luglio 2004, n. 27 – Prima serie speciale), ha dichiarato “l’illegittimità del primo comma, nella parte in cui prevede che sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto «gli atti, i provvedimenti e i comportamenti» anziché «gli atti e i provvedimenti» delle pubbliche amministrazioni e dei soggetti alle stesse equiparati, in materia urbanistica ed edilizia”.

Poi, con la sentenza n. 281 del 28 luglio 2004, come è stato anticipato all’inizio e qui si ripete, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, commi 1 e 2, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 nella parte in cui istituisce una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia di edilizia e urbanistica, anziché limitarsi ad estendere in tale materia la giurisdizione del giudice amministrativo alle controversie aventi ad oggetto diritti patrimoniali consequenziali, ivi comprese quelle relative al risarcimento del danno”.

La stessa Corte, come prima si è accennato, nelle motivazioni che precedono la dichiarazione di incostituzionalità sopra riportata, ha ritenuto di dover precisare che“la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 34, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 80 del 1998 comporta la necessità di interpretare l’art. 35 – censurato in alcune ordinanze in connessione con l’art. 34 – nel senso che il potere di riconoscere i diritti patrimoniali consequenziali, ivi incluso il risarcimento del danno, è limitato alle sole ipotesi in cui il giudice amministrativo era già munito di giurisdizione, tanto di legittimità quanto esclusiva”.

Quindi, anche se, in materia di edilizia ed urbanistica, ha inciso significativamente la decisione 281/2004, è il caso di precisare, come anche la sentenza 204/2004 abbia contribuito in modo determinante e come la stessa rivesta una importanza fondamentale e di portata generale (anche in fatto di competenza sull’erogazione dei servizi pubblici), avendo provveduto ad una consistente “delimitazione” della competenza del giudice amministrativo.

Infatti, la stessa decisione 204/2004 ha dichiarato “ l’illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 1, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80, come sostituito dall’art. 7, lettera a, della legge 21 luglio 2000, n. 205, nella parte in cui prevede che sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo «tutte le controversie in materia di pubblici servizi, ivi compresi quelli» anziché «le controversie in materia di pubblici servizi relative a concessioni di pubblici servizi, escluse quelle concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi, ovvero relative a provvedimenti adottati dalla pubblica amministrazione o dal gestore di un pubblico servizio in un procedimento amministrativo disciplinato dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, ovvero ancora relative all’affidamento di un pubblico servizio, ed alla vigilanza e controllo nei confronti del gestore, nonché”

Tornando all’edilizia e all’urbanistica, le due pronunce della Corte Costituzionale si può dire che riportano la competenza del giudice amministrativo, nel suo ambito originario (ante 1998) che è quello “classico” della giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034.

Conclusivamente può quindi affermarsi che si torna ad una giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo per tutte le controversie, derivanti da posizioni di interesse legittimo, che si ricolleghino ad atti o a provvedimenti (non più comportamenti!) delle amministrazioni pubbliche in materia edilizia ed urbanistica.

Nella nozione di “urbanistica” non possono evidentemente farsi rientrare, dopo la decisione in discorso, tutti gli aspetti dell’uso del territorio nella loro la totalità (quando invece prima nessun aspetto era escluso).

Viene sostanzialmente colpito “l’ampliamento di giurisdizione” rappresentato dalla possibilità, conferita dal testo legislativo dichiarato parzialmente illegittimo, di conoscere e risarcire l’eventuale danno derivante da un “comportamento” lesivo della pubblica amministrazione.

Comunque, nell’ambito della “giurisdizione di legittimità od esclusiva già spettante”, il giudice amministrativo continuerà ad occuparsi del risarcimento del danno, nelle controversie “aventi ad oggetto diritti patrimoniali consequenziali”.

sentenza: l’assegnatario della casa popolare subentra l’altro coniuge se lo ordina il giudice,in caso di separazione .

ottobre 5, 2011

In caso di separazione all’assegnatario della casa popolare subentra l’altro coniuge se lo ordina il giudice
SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Roberto PREDEN – Presidente –

Dott. Giovanni Battista PETTI – Consigliere –

Dott. Camillo FILADORO – Rel. Consigliere –

Dott. Giulio LEVI – Consigliere –

Dott. Raffaella LANZILLO – Consigliere –

ha pronunciato la seguente

sul ricorso proposto da:

D’A.Pi., elettivamente domiciliato in Ro. viale Li. (…), presso lo studio dell’avvocato Ab.Iv., che lo difende, giusta delega in atti;

- ricorrente –

contro

D’A.Gr., elettivamente domiciliata in Ro. via Sa.Pa. (…), presso lo studio dell’avvocato Me.Ca., che la difende giusta delega in atti;

- controricorrente –

contro

At. della Provincia di Ro., succeduta all’Ia., in persona del direttore generale dr. Ro.Ro., elettivamente domiciliata in Ro. via F.P.Dè.Ca. (…), presso lo studio dell’avvocato Fa.Ca., che la difende, giusta delega in atti;

- controricorrente –

contro Co.Ca.En., elettivamente domiciliata in Ro. via S.Ag.Pa. (…), presso lo studio dell’avvocato Ca.Me., che la difende con procura speciale del notaio dr.ssa Gi.Sp. in Ro., del 30/04/08, Rep. 49710;

- resistente con procura –

avverso la sentenza n. 4996/03 della Corte d’Appello di Roma, prima sezione civile, emessa il 26/11/03, depositata il 15/12/03, R.G. 5810/01;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/05/08 dal Consigliere Dott. Camillo FILADORO;

udito l’Avvocato Iv.Ab.;

udito l’Avvocato Ca.Me.;

udito il P.M., in persona del Sostituto procuratore Generale Dott. Pietro ABBRITTI, che ha concluso per rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 26 novembre 2003 – 15 dicembre 2003, la Corte d’Appello di Roma confermava la decisione del locale Tribunale che aveva rigettato la domanda di Pi.D’A. – titolare di un contratto di locazione agevolato di immobile urbano residenziale pubblico di proprietà dello Ia. – intesa ad ottenere la restituzione dell’alloggio, già assegnato alla propria moglie separata con provvedimento provvisorio del giudice, non confermato in sede di provvedimenti definitivi (25 gennaio 1999) essendo venuta meno nella moglie la qualità di coniuge affidatario della figlia minore, che aveva raggiunto nel frattempo la maggiore età.

I giudici di appello osservavano che la figlia Gr.D’A. aveva continuato a vivere nell’appartamento con la madre, così formando un nuovo nucleo familiare, composto dalla stessa figlia e dal marito di lei, dalla madre e dal nuovo convivente di questa ultima.

La Corte d’Appello rilevava che lo strumento della pronuncia giurisdizionale mal si conciliava con l’eventuale sindacato sulla attività amministrativa di assegnazione di un alloggio residenziale pubblico ed – a maggior ragione – con quello sulla emanazione di un provvedimento caducatorio di tale assegnazione.

Nel caso di specie, era l’intero nucleo familiare che aveva assunto sostanzialmente i diritti ed i doveri relativi alla effettiva assegnazione dell’alloggio.

La revoca della assegnazione della casa popolare – secondo la legge n. 33 del 26 giugno 1987 applicabile “ratione temporis” – si giustifica solo allorquando siano venute meno le esigenze abitative: non solo quelle personali, ma quelle dell’intero nucleo familiare, considerato sia dalla legge statale che da quella regionale.

Avverso tale decisione Pi.D’A. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da due motivi, illustrati da memoria.

Resistono con separati controricorsi l’At. (Az.Te.Ed.Re. Pubblica del Comune di Ro.) e Gr.D’A.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente deduce erronea interpretazione dell’art. 20 della legge regionale Lazio n. 33 del 1987 e dell’art. 12 della legge regionale n. 12 del 1999.

Tali norme disciplinano la ipotesi del subentro nella assegnazione degli alloggi, prevedendo che, in caso di separazione giudiziale, soltanto nella ipotesi di espressa disposizione del giudice, il coniuge non li assegnatario abbia diritto di subentrare nella assegnazione.

Nel caso di specie, il giudice dello scioglimento del vincolo matrimoniale non aveva ritenuto di assegnare la casa alla Co., che pertanto non poteva vantare alcun diritto di godimento su di essa.

I giudici di appello non avevano considerato che il D’A. aveva richiesto semplicemente l’accertamento del proprio diritto alla assegnazione dell’alloggio.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia erronea interpretazione del concetto di “nucleo familiare originario”.

L’alloggio in questione era occupato oltre che dalla figlia del D’A., dal marito di questa e dalle figlie, nonché dalla Co.Ca. e dal suo nuovo convivente.

Di conseguenza l’attuale nucleo familiare non coincideva affatto con quello originario, secondo la definizione che hanno dato sia la legge che la interpretazione giurisprudenziale.
in più di una circostanza questa Corte aveva riconosciuto il diritto alla assegnazione al coniuge separato, titolare del diritto di godimento della casa coniugale, nei casi in cui “il nucleo familiare, formato dal coniuge e dai figli con lui conviventi, abbia perso la propria identità, come nel caso della formazione di un proprio aggregato familiare da parte del figlio convivente con il coniuge, comportante l’ingresso di persone estranee nel nucleo originario”.

Osserva il Collegio:

I due motivi devono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi tra di loro.

Essi sono fondati.

La Corte territoriale non ha applicato il principio stabilito dalla legge n. 392 del 1978 (art. 8) e dall’art. 8 della legge 878 del 1970 secondo il quale il coniuge separato ha diritto alla conservazione del contratto di locazione in corso quando l’alloggio gli sia stato assegnato con provvedimento del giudice.

Le norme che regolano gli effetti della separazione personale ed i rapporti di locazione di diritto privato sono applicabili anche in materia di edilizia residenziale pubblica.

Infatti, riproducendo il contenuto della legge n. 392 del 1978 sull’equo canone, l’art. 20 della legge Regione Lazio n. 33 del 1987 e l’art. 12 della Legge Regionale n. 12 del 6 agosto 1999 prevedono, in analogia a quanto disposto in materia di locazioni private, per i casi di separazione giudiziale, di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso, che all’assegnatario subentri l’altro coniuge qualora il diritto di abitare nell’alloggio sia dal giudice attribuito a quest’ultimo.

Pertanto, in mancanza di tale espressa attribuzione, l’alloggio rimane assegnato all’originario avente diritto, confermandosi che le ipotesi di subentro, come quelle concernenti eventuali provvedimenti caducativi della assegnazione,. non rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario (Cass. n. 4305 del 1999).

Per quanto, poi, riguarda la nozione di nucleo familiare originario, si tratta – all’evidenza – di nozione utilizzabile solo al momento della assegnazione dell’alloggio, per stabilire l’alloggio adeguato (secondo l’art. 3 della legge Regione Lazio del 1999 n. 12 si intende per nucleo familiare la famiglia costituita dai coniugi nonché dei figli legittimi, naturali, riconosciuti ed adottivi e dagli affiliati con loro conviventi).

Non può condividersi, pertanto, la osservazione conclusiva dei giudici di appello secondo la quale l’appellante sarebbe solo formalmente l’assegnatario dell’alloggio pubblico, dovendosi invece riconoscere che il nucleo familiare abbia assunto sostanzialmente i diritti ed i doveri derivanti da tale assegnazione, avendo contribuito alla effettiva assegnazione dell’alloggio.

Unico assegnatario era infatti il D’A. ed il nucleo familiare costituiva un elemento per stabilire l’alloggio adeguato alle esigenze abitative.

Del tutto irrilevante appare, pertanto, il richiamo – contenuto nell’art. 21 della legge Regionale Lazio n. 33 del 1987 – alla estensione dei diritti ed obblighi derivanti dalla assegnazione all’intero nucleo familiare: “Tutti i membri del nucleo familiare, originario o naturale, dell’assegnatario conseguono con l’assegnazione pari diritti al godimento dell’alloggio in conformità, alle norme della presente legge”.

Solo un provvedimento del giudice emesso in sede di separazione giudiziale, scioglimento del matrimonio o cessazione degli effetti civili dello stesso, può far sì che all’assegnatario subentri l’altro coniuge (cfr. leggi sopra richiamate).

Ipotesi, questa non ricorrente nel caso di specie.

A seguito della decisione del Tribunale di Roma, che non ha confermato il provvedimento provvisorio della assegnazione dell’alloggio alla moglie, per effetto del raggiungimento della maggiore età della figlia Gr.D’A. (minore all’epoca della separazione), sia questa che la madre En.Co.Ca. sono divenute dunque occupanti senza titolo.

Il giudice del rinvio dovrà procedere a nuovo esame facendo applicazione dei principi di diritto sopra enunziati.

Conclusivamente il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata cassata, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso.

Cassa e rinvia alla Corte d’Appello di Roma anche per le spese di questo giudizio.
Tratto da :http://www.101professionisti.it/archivi/dettaglioArticolo.aspx/in-caso-di-separazione-all-assegnatario-della-casa-popolare-subentra-l-altro-coniuge-se-lo-ordina-il giudice

fondata legittimità costituzionale

settembre 22, 2011

È fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma primo, della L.R. Marche n. 7 del 2010
per violazione dell’art. 117 Cost. La richiamata norma regionale, invero, nel sancire che ai sensi dell’art. 3, comma 4-bis, del D.L. n. 400 del 1993, che i Comuni, su richiesta del concessionario, possono estendere la durata della concessione fino ad un massimo di venti anni, in ragione dell’entità e della rilevanza economica delle opere realizzate e da realizzare, in conformità al piano di utilizzazione delle aree del demanio marittimo vigente, e dunque la possibilità di estendere la durata delle concessioni demaniali in corso, va ad introdurre una disciplina che, violando quella introdotta dall’art. 1, comma 18, del D.L. n. 194 del 2009, la quale rende solo possibile – in ragione dell’entità e della rilevanza economica delle opere da realizzare – il rilascio di nuove concessioni di durata superiore a sei anni e comunque non superiore a venti anni, eccede le competenze del legislatore regionale.
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 4, comma secondo, della L.R. Marche n. 7 del 2010, per contrasto con l’art. 117 Cost., nella parte in cui prevede che con deliberazione della Giunta regionale, sulla base dell’intesa Stato-Regioni ai sensi dell’art. 8, comma sesto, della L. n. 131 del 2003, sentita la competente Commissione consiliare ed il Consiglio delle autonomie locali, sono stabiliti i criteri per il rilascio delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative, nonché le modalità per il loro rinnovo. La norma in esame, invero, non è idonea a ledere alcuna competenza legislativa statale, in quanto essa, per la sua operatività, presuppone il rispetto del procedimento previsto dall’art. 1, comma 18, del D.L. n. 194 del 2009. Il legislatore regionale, infatti, attribuisce ad una delibera della Giunta regionale il potere sopra indicato, subordinandolo all’adozione di una previa intesa da raggiungere in sede di Conferenza Stato-Regioni, volta ad esprimere, secondo quanto previsto dal citato art. 1, comma 18, i criteri validi per il rilascio delle concessioni in esame.
È costituzionalmente illegittimo l’art. 5 della L.R. Veneto n. 13 del 2010 nella parte in cui regola talune ipotesi di rilascio di concessione su beni demaniali marittimi, tutte in contrasto con la disciplina fissata dall’art. 1, comma 18, del D.L. n. 194 del 2009 e specificamente, ai commi secondo e terzo, che contempla proroghe delle concessioni in corso, in violazione del richiamato provvedimento di legge e, conseguentemente, dell’art. 117, primo comma, Cost. La dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 5, commi secondo e terzo, della legge regionale impugnata si estende, per consequenzialità logica, anche a quelle previste nei commi primo e quarto del medesimo articolo.

Sono costituzionalmente illegittimi gli artt. 1 e 2 della L.R. Abruzzo n. 3 del 2010. L’art. 1, in particolare, nella parte in cui, sancendo che i titolari di concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative possono richiedere l’estensione della durata della concessione fino ad un massimo di venti anni a partire dalla data di rilascio, in ragione dell’entità degli investimenti e secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 253, della legge n. 296 del 2006, prevede la possibilità di estendere la durata delle concessioni demaniali in atto, con ciò attribuendo ai titolari delle stesse una proroga in violazione dei principi di libertà di stabilimento e di tutela della concorrenza. Il successivo art. 2, invece, laddove stabilisce che l’estensione della durata della concessione è applicabile anche alle nuove concessioni, per le quali, alla data di approvazione della legge, sia in corso il procedimento di rilascio, altro non fa che applicare l’estensione disciplinata dal precedente art. 1 alle concessioni il cui procedimento di rilascio sia in itinere al momento dell’approvazione della legge regionale. All’uopo nessun rilievo assume la circostanza che la disposizione regionale si riferisca a nuove concessioni e, quindi, non disponga alcuna proroga o modifica di quelle in corso, in quanto il rilascio delle concessioni demaniali marittime e, quindi, le regole che disciplinano l’accesso ai relativi beni da parte dei potenziali concessionari, sono aspetti che rientrano nella materia della tutela della concorrenza, attribuita alla competenza esclusiva dello Stato, di cui l’art. 1, comma 18, del D.L. n. 194 del 2009 è espressione.

*Corte cost., 18 luglio 2011, n. 213 DEMANIO E PATRIMONIO DELLO STATO E DEGLI ENTI PUBBLICI
-TRATTO:http://www.telediritto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3606:e-fondata-la-questione-di-legittimita-costituzionale-dellart-4-comma-primo-della-lr-marche-n-7-2010:giurisprudenza-diritto amministrativo

Corte dei Conti, Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello

settembre 22, 2011

Corte dei Conti, Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello, 22 maggio 2009, Sent. n. 351/2009/A
Omesso recupero canone di locali abusivamente occupati. Verifica sussistenza danno erariale a carico dei dirigenti comunali, per l’omessa adozione delle necessarie iniziative nei confronti degli
occupanti “sine titulo”.

(Omissis)

FATTO:

Avverso la sentenza n. 840/2007 del 30 aprile 2007 – 11 giugno 2007, resa dalla Sezione
Giurisdizionale, per la Regione Lazio della Sezione Giurisdizionale per la Regione è stato proposto
appello dal Procuratore Regionale per la Regione Lazio.

Questi i fatti di causa.

Con atto di citazione del 2 febbraio 2006, notificato il 22 maggio 2006 — previo invito a dedurre
notificato il 28 maggio 2005 ed ordinanza di proroga dei termini n. 55/2005 del 7 novembre 2005 -
- il Vice Procuratore Generale della Corte dei Conti, ha convenuto in giudizio il dr. E.C., funzionario
del Comune di XXX, Responsabile dei Servizi Sociali, ed il dr. F.S., Dirigente del dipartimento
Investimenti Sociali del Reddito, dello stesso Comune, per sentirli condannare in solido al pagamento
nei confronti dell’Erario della somma complessiva di euro 35.000,00 con rivalutazione, interessi legali e
spese di giudizio, per i fatti qui di seguito esposti.

La vicenda risale nel tempo al 1986 quando il Comune prese in locazione dall’IACP n. 8 locali terranei
in località “——” per uso dei servizi istituzionali” del Comune. Alcuni di detti locali, non utilizzati dal
Comune, furono nel tempo occupati abusivamente ed adibiti ad uso improprio di abitazione; tanto è
che fin dal 1995 l’IACP ebbe a sollecitare l’Amministrazione, in qualità di custode dei locali, ad adottare

Successivamente, nella conferenza di servizi del 24 novembre 1998, furono date precise direttive,
affinché si predisponessero precise proposte deliberative per il rinnovo o la disdetta dei locali e si
trasmettessero all’Ufficio legale gli atti necessari per il recupero dei locali abusivamente occupati, ovvero
si recuperassero i relativi canoni. Nonostante tali direttive, non risulta essere stata adottata alcuna
iniziativa; sicché, con la disposizione di servizio del 2001 del Segretario generale, questi– nel richiamare
quanto disposto nella precedente conferenza di servizi del 1998 – evidenzia come tale assenza di
iniziative avesse comportato un aggravio di spesa per le casse comunali.

Da qui la segnalazione di danno erariale — trasmessa dal Comune di XXX in data 7 marzo 2003 — a
seguito della delibera del Consiglio comunale n. 99 del 19 ottobre 2002, con la quale si è provveduto
al riconoscimento del debito fuori bilancio, relativo al saldo dei canoni pregressi dei predetti n. 8 locali
terranei dell’IACP.

In particolare i canoni di locazione, secondo l’atto di citazione, riguardano: il locale n. 1, sc. A, ceduto
in comodato gratuito all’A, il locale n. 2, sc. B, utilizzato dal P. per attività ricreative, il locale n. 3, sc.
B, occupato abusivamente dal sig. O, il locale n. 4, sc. F, occupato abusivamente dal sig. M, il locale n.
5, sc. H, concesso in uso gratuito alla Coop. S.I., il locale n. 6, sc. I, utilizzato dall’Amministrazione, il
locale n. 7, sc. L, occupato abusivamente dal sig. D.C.; il locale n. 8, sc. M, occupato abusivamente dal
sig. P..

Il danno, secondo la Procura, era costituito “dalla mancata acquisizione di entrate patrimoniali, che,
in quanto minori entrate, comportano una rinuncia”, in violazione “delle disposizioni in materia di
realizzazione di entrate e redditività obbligatoria di beni patrimoniali”.

Secondo la Procura tale danno si ricollegava al comportamento dei convenuti, individuati, come
responsabili, dalla nota del Segretario Generale del 2003 e dalla precedente nota del 2001, e poteva
quantificarsi, in via del tutto presuntiva ed equitativa, in circa euro 35.000,00 avendo avuto notizia dei
fatti solo nel 2003, mentre tale situazione si protraeva fin dagli anni 1990.

Il comportamento dei convenuti, secondo la Procura, era connotato da colpa grave, in quanto
i medesimi erano a conoscenza del danno cui andava incontro l’Amministrazione comunale nel
protrarsi della occupazione abusiva dei locali e, quindi, non hanno usato la benché minima diligenza
nell’adempiere ai propri doveri di istituto.

La sentenza impugnata ha assolto i chiamati dalla domanda attrice.

Avverso tale sentenza ha proposto appello il Procuratore Regionale per il Lazio nei confronti di E.C. e
F.S., con le seguenti motivazioni.

A seguito di segnalazione di danno erariale trasmessa dal Comune di XXX in data 7/3/2003 (prot.
7579) sono stati disposti accertamenti istruttori dai quali sono emersi elementi di responsabilità in
ordine al riconoscimento del debito fuori bilancio relativo al saldo di fitti pregressi di n. 8 terranei di
proprietà IACP in contrada “—” (delib. C.C. n. 99 del 19/10/2002).

Tali locali ad uso commerciale sono stati in parte concessi in uso gratuito, in parte utilizzati per servizi
d’istituto e ben quattro sono stati, invece, per lungo tempo occupati abusivamente.

Tale situazione, nota da sempre all’Amministrazione comunale, si è protratta per circa vent’anni
pur essendo stata più volte segnalata dallo stesso IACP. Anche in epoca più recente, nonostante la
Conferenza dei Servizi del 24/11/1998, la situazione è tutt’altro che migliorata ed il numero degli
occupanti abusivi è addirittura aumentato (loc. n. 6, già adibito a deposito di materiale elettorale ed ora
occupato abusivamente dalla sig.ra D.S.).

Di tale vicenda, almeno per l’arco temporale relativo al danno erariale non prescritto, andrebbero
ritenuti responsabili: a) il dott. E.C. – funzionario Area Amministrativa Cat. D 3 – nella sua qualità di
responsabile dei Servizi Sociali;

b) il dott. F.S. – dirigente del Dipartimento Investimenti Sociali del Reddito.

Dagli elementi emersi si ricava anzitutto la prova del verificarsi di un evento lesivo che, in via del tutto
presuntiva ed equitativa, può esser considerato almeno a pari a circa € 35.000,00, soprattutto ove si
consideri che la Procura Regionale, a fronte di un danno erariale certo sin dai primi anni ’90, è venuta
a conoscenza dei fatti per i quali è causa solo nel 2003 ed a seguito dell’”approvazione della delibera
di riconoscimento del debito fuori bilancio relativo all’ultima tranche di canoni di locazione il cui
pagamento era stato da tempo sollecitato dall’IACP.

Nonostante la rituale notifica di inviti a dedurre, il dott. Carbone ha omesso di far pervenire
qualsivoglia argomentazione difensiva. Il dott. S., invece, ha presentato deduzioni che non sono
apparse idonee al Procuratore Regionale a superare i motivi di addebito, in quanto sostanzialmente
volte a “diluire” le proprie responsabilità mediante il pretestuoso coinvolgimento di soggetti e settori
dall’Amministrazione Comunale sostanzialmente estranei alle odierne contestazioni. Tale posizione
difensiva è stata confermata dallo S. anche in sede di audizione personale.

In realtà, il Comune di XXX, nella persona dell’attuale Segretario Generale dott. M., ha rappresentato
con nota del 12/3/2004 (prot. 7705) che “i soggetti responsabili per la vicenda de qua (morosità ed
occupazione abusiva degli otto locali) erano il dott. C., responsabile del procedimento, ed il dott.
S., nella sua qualità di Dirigente del Dipartimento Investimenti sociali del Reddito, responsabile del
conseguimento dell’esito favorevole della risoluzione della problematica in argomento”.

Alla nota di cui sopra è, infatti, allegata disposizione di Servizio del 5/12/2001 (prot. 37263) ove,
relativamente al credito vantato dallo IACP e per il quale erano state già state convocate Conferenze
di Servizi fin dal 1998, “si ribadisce Responsabile del procedimento il dott. C., già precedentemente
individuato nel verbale del 24/11/98, il quale dopo aver verificato lo stato dell’occupazione, provveda
a far liberare i locali abusivamente occupati ed a renderli nuovamente disponibili, a relazionare
all’Autorità giudiziaria qualora ne risultassero i presupposti.

Il Dirigente del Dipartimento Investimenti Sociali del Reddito, dott. S., sarà responsabile del
conseguimento dell’esito favorevole della risoluzione del problema, non sfuggendo, comunque, a quei
funzionari che l’esatto adempimento nei tempi precedentemente stabiliti avrebbe consentito un minor
aggravio di spesa sulle casse comunali.

Apparirebbe, quindi, di tutta evidenza che gli odierni convenuti erano da tempo funzionalmente
responsabili del buon esito della annosa vicenda pendente fin dalla metà degli anni ’80.

La citata Disposizione di Servizio del 2001, sostanzialmente reiterativa di quella del 1998, suona non a
caso come una vera e propria “reprimenda” nei confronti dei soggetti responsabili.

Già nel ’94 una relazione del Capo Sezione dell’Edilizia Residenziale Pubblica (prot. 3869 del 17/
6/1994) fotografava la situazione esistente ed auspicava utili iniziative dell’Amministrazione volte
a recuperare l’uso e la disponibilità dei locali, proponendo, a tal scopo, di incaricare un legale
per l’adozione delle necessarie procedure di sfratto. Nel 1994 tale era la situazione dei “terranei”
abusivamente occupati ed impropriamente adibiti ad abitazione: “Per opportuna conoscenza si
rappresenta la situazione attuale dei locali di proprietà IACP e in fitto al Comune di XXX, siti al piano
terra del complesso IACP (116 alloggi – Via Rio Fresco – loc. —), verifica più volte sollecitata dalla
sig.ra L.D..

Il locale n. 1 Scala A, è tutt’oggi utilizzato dal Circolo privato A., gestito dalla Presidente M. Giuliana.
All’ACLI di XXX, il locale in parola veniva concesso in comodato gratuito per l’istituzione del Circolo
di Zona, con deliberazione 3.8.’89 n. 842, quindi ribadito con deliberazione 9.11.’89 n. 1357 fino a tutto
il 30.11.’92, salvo eventuali proroghe.

Il locale n. 2 Scala B è utilizzato dal Parroco per attività ricreative e sociali;

Il locale n. 3 Scala E, risulta sequestrato dal Commissariato di XXX, in quanto già occupato
abusivamente dal sig. O.M.;

Il locale n. 4 Scala F, è occupato abusivamente da M. Innocenza e nucleo familiare;

Il locale n. 5 Scala H, è stato rilasciato dal sig. P. Nunzio ed è stato concesso in uso alla Coop. S. I.;

Il locale n. 6 Scala I, è utilizzato da questa Amministrazione come deposito materiale elettorale;

Il locale n. 7 Scala L, è occupato abusivamente dal nucleo famigliare del sig. D.C. Nicola;

Il locale n. 8 Scala M, è occupato abusivamente dal sig. P. Nicola e nucleo famigliare “.

L’Istituto Autonomo Case Popolari, a sua volta, aveva più volte segnalato la situazione di abusiva
occupazione degli immobili e, con nota del 1995 (prot. 6134), faceva rilevare che, già a suo tempo (nota
prot. 627 del 27/6/1991), il Comune aveva comunicato l’abusiva occupazione dei predetti locali adibiti
ad uso improprio di abitazione.

Con la dovuta tempestività l’Istituto chiese di conoscere le azioni intraprese e “malgrado più volte
sollecitato per le vie brevi, codesto Comune non ha ritenuto di fornire alcun riscontro provvedendo
comunque – sia pure con costante ritardo rispetto alle scadenze contrattualmente pattuite – al
pagamento dei canoni di locazione”.

Nel ’95 l’Istituto Autonomo Case Popolari ha disposto un’ulteriore sopralluogo dei propri tecnici
accertando che sono state realizzate ulteriori occupazioni abusive rispetto a quelle inizialmente
segnalate dalla stessa Amministrazione Comunale. Per tali motivi il Coordinatore Generale dell’I.A.C.P.
ha diffidato il Comune, nella sua qualità di custode dei beni immobili locati, affinché intraprendesse le
più opportune iniziative nei confronti degli occupanti sine titulo (nota prot. 6134 del 1995).

Fin dal 1995 la Giunta Municipale aveva deliberato il rilascio dei locali I.A.C.P. abusivamente occupati
in località — (delib. GM n. 1073 del 30/11/1995), ma, nonostante tale atto volitivo non sia mai stato
revocato, non risulta agli atti alcuna utile iniziativa in tal senso né degli attuali convenuti, né dei loro
predecessori per l’arco temporale ormai prescritto.

La posizione del dott. C. appare ulteriormente aggravata in relazione al contenuto del citato verbale
della Conferenza di Servizi del 24/11/1998 ove si dispone chiaramente che, entro il 30/11/1998,
vengano predisposte proposte deliberative per il rinnovo o la disdetta dei locali e vengano altresì
trasmessi all’Ufficio Legale tutti gli atti necessari per il recupero dei locali abusivamente occupati. A
pié di pagina si legge anche che il dott. C. si impegnava ad avviare il recupero dei canoni di locazione
pregressi relativi al locale in uso al Circolo A..

Agli atti non risulta adottata alcuna utile iniziativa in tal senso e ciò risulta stigmatizzato dalla stessa
Amministrazione Comunale danneggiata (nel testo della citata Disposizione di Servizio del 2001) ove
il Segretario Generale pro-tempore scrive testualmente “non sfuggendo, comunque, a quei funzionari
che l’esatto adempimento nei tempi precedentemente stabiliti avrebbe consentito un minor aggravio di
spesa sulle casse comunali”.

Orbene, nonostante:

- le delibere della Giunta Municipale (1995-1996);

- le Conferenze di Servizi (1998 – 2001);

- i solleciti dello I.A.C.P. volti a stigmatizzare una situazione di sostanziale inerzia che si protraeva sin
dal 1986, i due odierni convenuti hanno continuato a perseguire la “politica di sostanziale latitanza “dei
propri predecessori.

Il dott. C. non ha ritenuto opportuno neanche controdedurre ed il dott. S. ha tentato una “diluizione”
delle proprie responsabilità sostenendo la corresponsabilità di un po’tutti i settori dell’Amministrazione
Comunale di XXX (Sindaci, Segretari Generali, Ufficio Bilancio, Ufficio Legale, Edilizia Residenziale,
ecc.).

In realtà la stessa documentazione depositata dal dott. S. dimostrerebbe, come si vedrà, quantomeno

una sostanziale inescusabile imperizia. Nel 2002 il dott. S. (all. 3 controdeduzioni, prot. 111/55 del 28/
3/2002) dimostra di non conoscere minimamente l’annosa documentazione già in possesso dell’Ufficio
da lui diretto e versata in atti, ove chiede all’I.A.C.P. “con cortese urgenza, copia del fascicolo relativo
all’oggetto in ordine all’attuale utilizzo e/o alle eventuali occupazioni abusive dei locali in parola “
(nota “sollecitata” in data 14/5/2002, prot. 163 – all. 4 controdeduzioni). In data 22/2/2002 (prot. 6;
all. 5 controdeduzioni) ha scritto un laconico ed isolato “sollecito” (peraltro senza risposta!) al dott. C.
ove si legge che “il Segretario Generale ha disposto (dal 1998!) che la S.V. provveda, entro il 31 marzo,
in ordine al credito preteso dagli IACP. di L.”.

Sul finire del 2002 (all. 6 controdeduzioni – senza numero di protocollo) scrive al Comando VV.UU.
al fine di disporre una ulteriore verifica della già ben nota situazione (dal 1986) riguardo l’uso e la
destinazione dei terranei “di possibile pertinenza comunale”.

Anche tale nota del 20/12/2002 appare priva di risposta tant’è che viene reiterata (e non sollecitata) in
data 9/5/2003 (prot. 178, all. 7 controdeduzioni) e nuovamente sollecitata in data 3/6/2003 (prot. 242;
ali. 8 controdeduzioni).

Le note di cui agli allegati citati nn. 9, 10 e 11 non appaiono pertinenti poiché, per quanto utilizzate
dallo S. al fine di coinvolgere i Sindaci pro-tempore, riguardano terranei “regolarmente” assegnati in uso
gratuito per finalità sociali (centro Polivalente di quartiere e Cooperativa “S.I.”).

In realtà la posizione del dott. S. appare censurabile proprio per la genericità delle inconcludenti
iniziative adottate in un lasso di tempo certo sufficiente ad intraprendere altre e più adeguate strade
quali, ad esempio:

- la tempestiva e rituale costituzione in mora di tutti gli occupanti abusivi gli otto terranei al fine di
interrompere il decorso del termine di prescrizione (decennale poiché occupazioni abusive) relativo al
recupero dei ratei di affitto dovuti anche per gli anni precedenti al suo mandato;

- la tempestiva segnalazione ai vertici dell’Amministrazione di ogni eventuale omessa collaborazione di
altri settori comunali a diverso titolo coinvolti;

- il coinvolgimento effettivo dell’Ufficio Legale (ancora in “attesa di notizie’”) al fine di poter
provvedere ad eventuali accordi transattivi per il recupero del pregresso credito e, soprattutto, al fine di
azionare le più celeri procedure di sfratto per occupazione abusiva e morosità a tutt’oggi mai intraprese.

Tale modus operandi rientra nelle comuni conoscenze di qualsiasi bonus pater familias e l’odierna totale
omissione apparirebbe quanto mai inescusabile ove riferita ad un alto dirigente comunale.

La fattispecie in esame concretizza una notevole trascuratezza ed imperizia da cui è, peraltro, derivata
la mancata acquisizione di entrate patrimoniali che, in quanto minori entrate, comportano una rinuncia,
comunque vietata dall’ordinamento, ad acquisire le disponibilità necessarie per il soddisfacimento
degli interessi della collettività locale (ancor più in un ente locale sempre sull’orlo del dissesto come
il Comune di XXX). Si configurerebbe, quindi, un’ipotesi di responsabilità amministrativa per colpa
grave, giacché la violazione delle disposizioni in materia di realizzazione di entrate e di redditività
obbligatoria dei beni patrimoniali, è effetto di consapevole coscienza degli effetti dannosi che ne
derivano.

Nel caso di specie, quindi, trattandosi di illeciti comportamenti omissivi, la gravità della colpa sarebbe in
re ipsa.

L’omissione è consapevole e grave in quanto con essa l’agente pubblico, che professionalmente deve

prevedere l’evento che ne deriva, ne accetta la verificazione con un comportamento volontario che è
certamente gravemente colposo, al limite equiparabile al dolo (c.d. colpa cosciente).

Non vi sarebbe dubbio, a voler tutto concedere, che si versi in una situazione connotata da colpa
grave, la cui distinzione dalla colpa lieve risulterebbe dal confronto tra il comportamento in concreto
osservato dall’agente, con quello che sarebbe stato necessario in conformità a specifiche prescrizioni
normative, od a prescrizioni comunque desumibili dalle comuni regole di cautela.

Il raffronto tra il comportamento in concreto tenuto ed il comportamento in astratto dovuto deve
essere effettuato utilizzando due criteri di valutazione, l’uno oggettivo, relativo alla individuazione dello
standard di diligenza richiesta, e l’altro soggettivo, relativo alla valorizzazione delle cause che hanno
indotto l’agente a discostarsi dalle prescritte regole di prudenza.

Nell’ambito della concezione normativa della colpevolezza, l’espressione “colpa grave” indica la gravità
della colpa intesa come “colpa in concreto”, secondo il grado di antidoverosità della condotta (per tutte
vds. da ultimo Sez. Giur. Calabria, sent. n. 64 del 2/2/2004).

Concretizza, peraltro, danno erariale qualsiasi lesione del fondamentale principio di interesse pubblico
sulla corretta “conservazione e gestione” dei mezzi economici dell’azione amministrativa, dovendosi
qualificare tali tutte le risorse costituite dal denaro, dai beni fisici, dai diritti reali o di credito e dai diritti
su ogni altra utilità anche immateriale. In materia di responsabilità amministrativa configura il dolo
contrattuale dell’agente ogni violazione consapevole degli obblighi di servizio, con la conseguente
applicabilità degli artt 1218 e 1225 c.c. e dell’estensione dell’imputazione al danno sia prevedibile che
non prevedibile (Sez. Giur. Umbria, sent. n. 263 del 10/6/2004).

Sussisterebbe, quindi, un danno almeno pari a circa € 35.000,00, oltre ad interessi e rivalutazione
monetaria, a far data dalle prescrizioni dei singoli ratei maturati e mai richiesti almeno a titolo di
occupazione abusiva.

Orbene, nonostante quanto dimostrato per tabulas dal Procuratore Regionale, la Sezione giudicante ha
adottato sentenza assolutoria, disponendo finanche la soccombenza della parte attrice e così liquidando
a favore dei due convenuti la somma di € 2.250,00 cadauno.

Il Procuratore Regionale ritiene, quindi, opportuno ripercorrere la breve motivazione assolutoria ove
testualmente si legge:

<<tale danno nella fattispecie all'esame non sussiste, non essendo i beni locati suscettibili di procurare
entrate patrimoniali in favore del Comune, sia perché, per effetto di apposita clausola contrattuale (art.
7 dei vari contratti stipulati a suo tempo) sussisteva un preciso divieto di sublocazione, e sia perché i
locali erano destinati a soddisfare servizi sociali del Comune, come si evince dalla Delibera della Giunta
Comunale n. 887 del 1996 e dall'art. 7 dei contratti.

In presenza, quindi, del citato divieto e delle finalità avute di mira dal Comune, i canoni di locazione
non avrebbero potuto essere posti a carico degli occupanti abusivi, né dell'A. ovvero delle altre
associazioni che svolgevano attività sociali; quali la Cooperativa S.I. ovvero del Parroco, per le attività
da questi svolte.

Sotto il profilo dianzi cennato non potrebbe neanche imputarsi ai convenuti di non aver liberato con la
dovuta tempestività i locali abusivamente occupati, per destinarli ad altra attività.

Va invero osservato che, prima ancora che i convenuti assumessero la gestione dei beni, le sentenze
di sfratto del 1997 non erano state portate ad esecuzione dell'ufficio casa del Comune; che anzi,

in prosieguo, il Comune assumeva concrete iniziative per sussidiare le famiglie occupanti abusive
attraverso la concessione di "contributi ed assumendosi le spese, per provvedere alla fornitura di
energia elettrica. Ciò rendeva palese, quindi, l'intento dei massimi organi deliberanti di consentire la
permanenza della situazione di fatto creatasi………”.

Orbene, Il Procuratore Regionale anzitutto precisa che l'art. 7 "dei vari contratti stipulati a suo tempo, si
riferisce ai contratti di locazione d'immobili adibiti ad uso diverso dall'abitazione stipulati in data 3/12/
1986 fra 1’I.A.C.P. di L. ed il Comune di XXX e l'art. 7 così testualmente recita "I locali si concedono
per il solo uso di attività sociali con divieto di sublocazione e cessione anche parziale e divieto di
mutamento di destinazione".

Dal tenore letterale sembra, quindi, potersi dedurre che il Comune di XXX avrebbe dovuto gestire i
terranei in prima persona stante il divieto di sublocazione e cessione anche parziale a terzi (comprese
A., Parroco e Coop. S.I.)»

Tale assunto apparirebbe ulteriormente confermato dalla delibera G.M. n. 527 del 21/6/1986 ove la
Giunta delibera "di assumere in locazione n. 8 terranei di proprietà I.A.C.P. di L. in località — per uso
uffici e servizi comunali d'istituto ………".

A voler tutto concedere, il Procuratore Regionale pur nell'illegittimità, può riconoscere un effettivo
vantaggio per ciò che riguarda il godimento dei terranei concessi in uso per finalità sociali e ricreative
(A., Parroco e Coop. S.I.), ma ritiene incontestabile il fatto che l'occupazione perpetrata per anni
dagli altri occupanti abusivi abbia causato un danno alle casse comunali, se non in termini di mancata
riscossione delle indennità di occupazione abusiva (e non se ne vede il motivo) quantomeno in termini
di mancata disponibilità di locali per i quali l'ente pagava regolare canone di locazione senza trarne
alcun beneficio.

La delibera 877 del 21/11/2006 dimostrerebbe, un decennio dopo, che "i locali erano destinati a
soddisfare servizi sociali del comune".

Sul punto, come già affermato, il Procuratore Regionale può anche convenire precisando, però, che
la delibera in questione parla anche d'altro poiché vi si legge che: "è volontà dell'ente recedere dal
contratto di locazione limitatamente al solo locale:

- int.1, sc. A (in uso al circolo privato A.), ribadendo di contro la locazione per ì restanti locali, intanto
per il periodo novembre 1996 dicembre 1997, quali:

- int. 2 sc. B (già in uso per la Chiesa della Parrocchia), canone mensile 1996, lire 228.990 (IVA esclusa);

- int. 3 sc. E canone mensile 1996, lire 228.990 (IVA esclusa);

- int. 6 sc. I, canone mensile 1996, lire 199.250 (IVA esclusa);

- di dare atto che i locali in parola, oggi liberi saranno utilizzati per finalità ricreative e sociali
coordinate dagli Uffici comunali e condotte in collaborazione con l'associazionismo locale, così come
eventualmente per i restanti ambienti, oggi occupati abusivamente una volta recuperatone il possesso a
termine delle azioni giudiziarie in corso;

- di disporre, a cura del Settore proponente, il recupero dei canoni di locazione pregressi relativi al
locale n. 1 se. A, in uso al Circolo privato A. (per il periodo 26/02/94 data concessione licenza esercizio
al 31/10/96), che per il futuro potrà stipulare direttamente contratto di locazione con IACP stesso
stante la validità della iniziativa nel contesto del quartiere di S.".

La Sezione invece prosegue affermando che: "i canoni di locazione non potevano essere posti a carico
degli occupanti abusivi, né dell'A. ovvero delle altre associazioni che svolgevano attività sociali; quali la
Cooperativa S.I. ovvero del Parroco, per le attività da questi svolte.

Sotto il profilo dianzi cennato, non potrebbe neanche imputarsi ai convenuti di non aver liberato con la
dovuta tempestività i locali abusivamente occupati, per destinarli ad altra attività".

Come visto, invece, non solo risulterebbe per tabulas che venivano percepiti canoni di locazione anche
dall'associazionismo (A.), ma che gli stessi operatori (stante il divieto di sublocazione o cessione anche
parziale di cui al citato art. 7) venivano già nel 1996 invitati a stipulare direttamente i contratti con
l’I.A.C.P.

Se, quindi, appare quantomeno dubbio al Procuratore Regionale che possa radicalmente escludersi
qualsiasi voce di danno riguardo le illecite sublocazioni A., Parroco e Coop. S.I.; ancor più ciò è valido
riguardo le occupazioni abusive di privati cittadini per anni tollerate in assenza di qualsivoglia beneficio
per l'ente, nella totale illegittimità e pericolo per le persone (terraneo ad uso non abitativo) e nonostante
le diverse determinazioni dell'ente.

La sentenza prosegue e conclude affermando che "…… le sentenze di sfratto del 1997 non erano
state portate ad esecuzione dall'ufficio del Comune; che anzi, in prosieguo, il comune assumeva
concrete iniziative per sussidiare le famiglie occupanti abusive attraverso la concessione di contributi
ed assumendosi le spese, per provvedere alla fornitura di energia elettrica. Ciò rendeva palese, quindi,
l'intento dei massimi organi deliberanti di consentire la permanenza della situazione di fatto creatasi.

Innanzi tutto, secondo il Pubblico Ministero, non spettava certo all'Ufficio Casa la determinazione
di portare ad esecuzione o meno le sentenze di sfratto del 1997, né risulta agli atti alcun riscontro
documentale sul punto. Sarebbe vero, semmai, l'inverso: come dimostrato per tabulas l'ente locale
(rectius: gli organi politici responsabili per gli atti di indirizzo) aveva sempre dimostrato di voler
rientrare in possesso dei terranei citando in giudizio gli occupanti abusivi ed ottenendo le relative
sentenze di sfratto.

Il Comune, infatti, avrebbe potuto utilizzare anche direttamente i terranei, così come aveva fatto ad
esempio per il n. 6 adibito a deposito di materiale elettorale (vds. delib. G.M. n. 1073 del 30/11/1995).

Anche il giudicato civile (sentenza di sfratto 1997: vds. all. 41 comparsa Avv. Scipione) riconosce
che "l'occupazione sine titulo dell'immobile rappresenta un fatto illecito produttivo di danno per l'attore
che, quale conduttore, si è veduto privare del suo godimento. Ne deriva la legittimità della sua reazione
benché tardiva intesa ad ottenere la reintegrazione in forma specifica”.

La sentenza che si appella sostiene, infine, l'assenza del danno anche alla luce delle "concrete iniziative
per sussidiare le famiglie occupanti abusive attraverso la concessione di contributi".

Secondo il Procuratore Regionale la concessione di eventuali sussidi una tantum di pochi euro
a famiglie indigenti (solo nel 2002), sarebbe cosa ben diversa dalla valutazione di procedure
amministrative chiaramente dannose che si protraggono senza esito da lustri.

Inoltre, tali contributi una tantum sono stati erogati solo ad alcuni soggetti tra gli occupanti abusivi e la
prova stessa di tali contributi è stata depositata solo in sede di giudizio (ed in carta semplice) nonostante
lo S. abbia firmato le relative determine già nel 2002.

Anche la presunta "assunzione di spese per provvedere alla fornitura di energia elettrica pare trovare

prova nella nota depositata dalla difesa in limine litis (all. 25 doc. avv. Scipione) ed in carta semplice;
ma da tale nota si evince solamente che viene richiesto l'allaccio utenza elettrica per due terranei senza
specificazione alcuna di quali siano.

Non può sottacersi che tali parziali elargizioni "benefiche" sono state erogate una tantum solo nel 2002
ed a ridosso del riconoscimento del debito fuori bilancio di cui alla citata delib. n. 99 del 19/10/2002.

Alla luce di quanto esposto il Procuratore Regionale richiede la condanna dei responsabili al
pagamento del danno così come sarà dalla Sezione quantificato ed, in subordine, che sia dichiarata la
compensazione della spese di lite in riforma di quanto disposto dalla sentenza di primo grado.

Secondo la pacifica giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, infatti, l'ordinario principio
della soccombenza si sostanzia nel fatto che "le spese vanno poste a carico del soccombente che, con
il comportamento tenuto fuori dal processo, ovvero con il darvi inizio o resistervi in forma e con
argomenti non rispondenti a diritto, ha dato causa al processo o al suo protrarsi" (Cass., Sez. III^ , sent,
n. 5061 del 5/3/2007; Cass. Sez III^ , sent. n. 25141 del 27/11/2006).

Pur nella non irrilevante differenza della posizione funzionale delle parti rispetto al rito ordinario
civile (ove sono contrapposti interessi confliggenti squisitamente "egoistici”), non sembrerebbe possa
contestarsi alla parte pubblica tale presunta totale infondatezza della domanda.

Del resto i principali argomenti della difesa, trasfusi (e contestati) nella sentenza assolutoria, sono stati
introdotti solo con la comparsa di risposta depositata in limine litis.

Sarebbe, quindi, vero il contrario, nel senso che è la parte resistente, semmai, ad aver
depositato "tardivamente” tali elementi di giudizio rispetto alle possibilità offerte prima in sede di
istruttoria e poi in sede di replica alla formale notifica di invito a dedurre.

Costituisce, infatti, principio costante quello secondo il quale "in tema di spese giudiziali, dal combinato
disposto degli artt. 1 del D.M. 5 ottobre 1994 n. 585 e 91 cod. proc. civ. discende che la condanna al
pagamento delle spese processuali è una conseguenza legale della soccombenza, che, a sua volta, va
individuata tenendo presente la statuizione espressa nella sentenza, esaminata in relazione alla domanda
contenuta nell'atto di citazione o nelle conclusioni precisate a verbale" (Cass., Sez. I^ , sent. n. 197
dell’8/112001).

Il Procuratore Regionale infine, ricorda che la prevalente e pacifica giurisprudenza contabile afferma
che "in caso di rigetto della richiesta della Procura, non può farsi luogo a pronuncia sulle spese stante la
qualità puramente formale della Procura Generale e Regionale " (Corte conti, Sez. Lo., sent. n. 747 del
18/5/2001).

La stessa Corte Suprema di Cassazione ha, infatti, statuito, nel suo ruolo di giudice della nomofiliachia,
che "La struttura dei giudizi di responsabilità contabile, infatti, è tale che il Procuratore generale della
Corte dei conti non può chiedere la rifusione delle spese legali, quando sia accolta la domanda di
condanna, perché si tratta di parte pubblica, che esercita d'ufficio la relativa azione.

Allo stesso modo e per le stesse ragioni, il Procuratore generale non può essere condannato al rimborso
delle spese in favore della parte che sia stata assolta.

Questo comporta che, in caso di rigetto della domanda del Procuratore Generale, la parte assolta deve
farsi carico delle spese affrontate per la sua difesa.

Il principio è confermato dalle attribuzioni generali della Corte dei conti (art. 13 del r.d. 12 luglio 1934,

n. 1214) e dalle più recenti disposizioni in materia di giurisdizione della stessa Corte (legge 14 gennaio
1994, n. 20), in ciascuna delle quali non v'è una disciplina specifica o contraria riguardante le spese del
processo.

Per sopperire all'inconveniente di far ricadere le spese del giudizio contabile sulla parte assolta, nel
sistema esistono norme particolari che, in vario modo, stabiliscono forme di assistenza legale in favore
di dipendenti sottoposti a giudizio di responsabilità contabile, con l'unica limitazione che non sia
configurabile un conflitto d'interesse tra l'ente e l'incolpato)" (Cass., SS.UU. civ., sent. n. 17014 del l/X/
2003).

Conforme è l'orientamento giurisprudenziale maggioritario: in tal senso vedasi, infatti, SS.RR. n. 22 del
23/5/1998, Sez. Г centrale n. 55 del 7/4/1998, Sez. II^ centrale n. 135 del 31/7/1997, Sez. Abruzzo n.
300 del 19/11/1997, Sez. Campania n. 71 dell'8/7/1997 e Sez. Calabria n. 40 del 22/8/1997 e n. 11 del
23/6/1999.

Conclusivamente il Procuratore Regionale, richiamati tutti i motivi esposti nell'atto di citazione del
3 febbraio 2006 e visto l'art. 1, comma 5, della legge 14 gennaio 1994, n. 19, nel testo sostituito
dall'articolo 1 del D.L. n. 543/1996 convertito nella legge 20 dicembre 1996, n. 639 chiede che la
Sezione voglia accogliere il presente gravame e, previa riforma dell'impugnata sentenza di primo grado,
voglia condannare i due convenuti di cui in seguito all'integrale rifusione del danno erariale quantificato
in prime cure in € 35.000,00 oltre ad interessi e rivalutazione monetaria.

Il dottor F. S. si è costituito in giudizio in data 13 marzo 2009 con il patrocinio dell’avv. Aldo Scipione
e, nella memoria, ripercorso l’iter della vicenda, ha:

- riproposto l’istanza di integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri soggetti ritenuti
corresponsabili del danno;

- sostenuto che spettava alla Giunta Comunale portare ad esecuzione le sentenze del Pretore di Gaeta
che disponevano il rilascio dei locali, mentre la stessa ha erogato contributi agli abusivi, stipulando
anche contratti per la fornitura di energia elettrica;

- rilevato che non può farsi carico allo S. di non aver prodotto documentazione che, a seguito
delle controdeduzioni all’invito a dedurre, il Procuratore Regionale avrebbe potuto acquisire e che,
comunque era nella disponibilità di altro ufficio e che la pluralità di interessi in gioco rendeva essenziale
la Conferenza di Servizi mai attuata;

- ribadito che avuto riguardo alle giustificazioni addotte per i locali 5, 6 ed 8, il danno, al massimo
dovrebbe riguardare i soli locali 2,4 e 7;

- negato la sussistenza della colpa grave non sussistendo una redditività dei beni da curare e
competendo il recupero di essi alla Giunta che non ha eseguito le sentenza di sfratto;

- ricordato che si tratta di debiti fuori bilancio, anteriori alla gestione dello S. che non era tenuto alla
costituzione in mora di nessuno.

Non vi sarebbe, quindi alcun elemento per affermare la responsabilità dello S., il danno relativo al
debito fuori bilancio, presupposto dell’azione, ammonterebbe poi solo ad €. 13.410,58 e non vi sarebbe
alcuna dimostrazione della diversa quantificazione da parte della Procura. Sostiene quindi la parte la
correttezza della sentenza di primo grado e, comunque, l’insostenibilità della tesi, proposta solo in
grado di appello di un danno derivante dalla mancata disponibilità dei locali per il Comune. Infine,
in base al principio della soccombenza, anche le spese dovrebbero rimanere a carico come statuito in

primo grado.

Conclusivamente la parte chiede che, in via preliminare, ove ritenuto necessario, sia disposta
l’integrazione del contraddittorio e, nel merito, che l’appello sia rigettato.

Il dott. E.C. si è costituito in giudizio, rappresentato e difeso dagli avvocati Christian L. e Alfredo Zaza
D., con memoria depositata il 7 aprile 2009, e, in essa, ripercorse le fasi della vicenda, ha sostenuto
l’inesistenza di danno erariale non essendo i beni suscettibili di produrre entrate per il Comune
sussistendo un divieto di sublocazione ed essendo il debito fuori bilancio risultante da fitti dovuti
e non da fitti non dovuti all’IACP derivanti da differenze economiche tra quanto dovuto e quanto
corrisposto. Ha, inoltre, evidenziato che la mancata disponibilità dei locali non risulta contestata in
primo grado ed ha esaminato le singole destinazioni dei terranei evidenziando, per i locali occupati
abusivamente, che gli occupanti godevano di sussidi comunali. Mancherebbe poi la prova della
responsabilità in carenza dell’elemento soggettivo, del nesso di causalità e del danno aggiungendo
che non sussisteva comunque l’irrecuperabilità delle somme dal momento che la responsabilità del C.
potrebbe al massimo retroagire al quinquennio precedente l’invito a dedurre e, quindi al 28 maggio
2000 e, essendo la prescrizione dei ratei di fitto decennale, il Comune potrebbe agire fino al 27 maggio
2010. Infine anche la quantificazione del danno sarebbe priva di prova in quanto il C. potrebbe
rispondere solo del danno dal 28 maggio 2000 al 19 ottobre 2002 (data della delibera n. 99) e solo per
quattro degli otto terranei e non per tutti. Ove necessario chiede istruttoria non avendo egli accesso ai
documenti essendo ormai in pensione.

Alla pubblica udienza le parti hanno illustrato i rispettivi scritti confermando le contrapposte
conclusioni. In particolare il Procuratore Generale ha sottolineato il comportamento omissivo degli
appellati che non hanno assunto iniziative di fronte ad una situazione che richiedeva interventi ed ha
riferito la contestazione della condanna alle spese più al comportamento sostanziale che processuale
degli appellati stessi. La difesa di parti appellate ha, invece, sottolineato la responsabilità politica
negli eventi di cui si tratta, l’inimputabilità agli appellati di comportamenti omissivi anche in ragione
delle loro competenze e la mutazione operata in appello della causa petendi e del petitum laddove si
riferisce il danno alla mancata disponibilità degli immobili non richiesta in primo grado. La difesa ha
poi aggiunto che interesse preminente della parte è la assoluzione nel merito e, quindi, non ha svolto
particolari difese in ordine alla censura del Procuratore Regionale sulla condanna alle spese.

DIRITTO:

In ordine alla richiesta di integrazione del contraddittorio si osserva che essa è stata già rigettata, con
argomentazioni che si condividono, dal giudice di primo grado. Il giudice, infatti, ben può, ai sensi della
normativa, porre a carico dei responsabili la sola quota di danno che, ove del caso, sia ad essi riferibile.

Passando al merito si osserva che l’atto di citazione, da cui ha avuto origine il giudizio, imputa ai
convenuti comportamenti omissivi in ordine al rilascio degli immobili da parte degli occupanti abusivi
e in ordine al recupero dei canoni dovuti; dalla mancata cura delle entrate patrimoniali da acquisire
sarebbe derivato un danno di €. 35.000,00 (indicato in misura ben superiore al debito fuori bilancio di
cui alla delibera n. 99/2002 relativa a soli residui di canone non pagato all’IACP).

Correttamente la sentenza di primo grado ha considerato che “tale danno, nella fattispecie all'esame,
non sussiste, non essendo i beni locati suscettibili di procurare entrate patrimoniali in favore del
Comune, sia perché, per effetto di apposita clausola contrattuale (art. 7 dei vari contratti stipulati a suo
tempo) sussisteva un preciso divieto di sublocazione, e sia perché i locali erano destinati a soddisfare
servizi sociali del Comune, come si evince dalla Delibera della Giunta Comunale n. 877 del 1996 e
dall'art. 7 dei contratti.

In presenza, quindi, del citato divieto e delle finalità avute di mira dal Comune, i canoni di locazione
non potevano essere posti a carico degli occupanti abusivi, né dell'A. ovvero delle altre associazioni che
svolgevano attività sociali; quali la Coperativa S. – I. ovvero del Parroco, per le attività da questi svolte”.

Il Collegio concorda con tale impostazione e aggiunge che il danno è stato quantificato in citazione
globalmente in €. 35.000,00 “almeno a titolo di occupazione abusiva” (pag. 11), ma non si dà
alcuna specifica delle varie ipotesi dannose riferite ai singoli terranei e ai comportamenti che i
chiamati avrebbero dovuto tenere in relazione a ciascuno di essi non potendo assimilarsi le ipotesi di
occupazione abusiva a quelle di uso da parte di soggetti regolarmente investiti dal Comune.

Relativamente poi a quanto sostenuto a pagina 14 dell’atto di appello in cui il Procuratore Regionale
individua il danno “quantomeno in termini di mancata disponibilità dei locali per i quali l’Ente pagava
regolare canone di affitto” si osserva che il Pubblico Ministero introduce, in tal modo, una domanda
nuova in appello in contrasto con il disposto di cui all’art. 345 c.p.c..

Tale mutatio libelli non è ammissibile, in quanto non prospettata in citazione. Si osserva, comunque,
che anche tale prospettazione non sembra centrare la problematica del caso dal momento che un
eventuale danno, potrebbe, semmai, solo ricondursi alla impossibilità di dismettere la locazione dei
locali, che non potevano essere restituiti all’IACP, come manifestato nella delibera della Giunta
Comunale n. 1073/1996, e non alla mera mancata disponibilità degli stessi, comunque utilizzati dal
Comune per scopi sociali. D’altro canto, nell’ipotesi sopra indicata e, quindi, dalla impossibilità di
dismettere la locazione e, conseguentemente, di evitare una spesa per l’abusiva occupazione in atto,
sarebbe derivato sic et simpliciter il danno da pagamento dei canoni all’IACP, ma tale pregiudizio non è
stato richiesto nell’atto di citazione.

D’altra parte, risulta agli atti di causa che esistevano provvedimenti dell’autorità giudiziaria per il rilascio
degli immobili, risalenti al 1997, dei quali la Giunta Comunale non aveva, peraltro, curato l’esecuzione
cosicché, nel caso – diverso, comunque, da quello prospettato in citazione – si sarebbero realizzate
responsabilità politiche più che dei dirigenti comunali.

Il libello introduttivo, invece, ha insistito su un danno da mancato recupero di somme, anche a titolo
di indennità di abusiva occupazione, nei confronti degli occupanti abusivi, ma tale danno non sussiste
sia perché trattavasi di canoni non dovuti a norma del contratto con l’IACP, sia perché le condizioni
di forte disagio in cui versavano gli occupanti abusivi – cui il Comune erogava addirittura contributi
e pagava le bollette elettriche – porta a ritenere altamente improbabile la fruttuosità di una azione di
recupero a sua volta costosa.

Né può parte appellante dolersi che le parti non si siano sufficientemente difese fin dall’invito a
dedurre, dal momento che tale possibilità – negata comunque da controparte – è una facoltà concessa
alla parte, senz’altro utile anche a fini istruttori, ma l’onere della prova incombe, comunque, sul
Procuratore Regionale che non può lamentare la mancata collaborazione della parte da convenire.

Pur dovendosi, quindi, riconoscere che, nella fattispecie, erano ravvisabili elementi di danno e di
responsabilità da ricercare e da perseguire, l’appello, nel merito, avuto riguardo alla prospettazione, nella
citazione introduttiva, del petitum e alla causa petendi, risulta, infondato e, come tale, da respingere.

Quanto al punto di doglianza relativo alla condanna alle spese legali, si osserva che l’art. 2 legge n. 263/
2005 ha stabilito che “1. Al codice di procedura civile sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 92, il secondo comma è sostituito dal seguente:

""Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella

motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti"".;

L’art. 10 bis 10 legge n. 248/2005 di conversione del d.l. n. 203/2005 ha ancora statuito che le
disposizioni dell'articolo 3, comma 2-bis, del decreto-legge 23 ottobre 1996, n. 543, convertito,
con modificazioni, dalla legge 20 dicembre 1996, n. 639 e dell'articolo 18, comma 1, del decreto-
legge 25 marzo 1997, n. 67, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997, n. 135, si
interpretano nel senso che il giudice contabile, in caso di proscioglimento nel merito, e con la sentenza
che definisce il giudizio, ai sensi e con le modalità di cui all'articolo 91 del codice di procedura
civile, liquida l'ammontare degli onorari e diritti spettanti alla difesa del prosciolto, fermo restando
il parere di congruità dell'Avvocatura dello Stato da esprimere sulle richieste di rimborso avanzate
all'amministrazione di appartenenza".

Non può quindi sostenersi che non vi sia possibilità di condanna alle spese legali in caso di giudizi di
responsabilità.

Le motivazioni della sentenza impugnata circa la incensurabilità del comportamento dei convenuti si
ritengono, pertanto, sufficienti a sostenere la condanna alle spese legali del primo grado in favore dei
convenuti stessi.

Sussistono, invece, giusti motivi per compensare le spese del presente grado di giudizio valutata la
complessità della questione, la delicatezza degli interessi in gioco e la posizione assunta sulle spese dalla
parte appellata.

P.Q.M.

La Corte dei Conti – Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello, definitivamente pronunciando,
ogni contraria istanza ed eccezione reiette

RIGETTA:

il gravame proposto avverso la sentenza in epigrafe.

Spese del presente grado compensate.

Così deciso, in Roma, nella Camera di Consiglio del 28 aprile 2009.

Depositata in Segreteria il 22/05/2009

Ambiente e Diritto

settembre 16, 2011

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Diritto dei Consumatori

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DIRITTO DEI CONSUMATORI – Vendita e garanzie dei beni di consumo – Tutela dei consumatori – Sostituzione del bene difettoso come unico rimedio – Bene difettoso già installato dal consumatore – Obbligo per il venditore di rimuovere il bene difettoso e di installare il bene sostitutivo – Art. 3, nn. 2 e 3, Direttiva 1999/44/CE. L’art. 3, nn. 2 e 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 25 maggio 1999, 1999/44/CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, deve essere interpretato nel senso che, quando un bene di consumo non conforme, che prima della comparsa del difetto sia stato installato in buona fede dal consumatore tenendo conto della sua natura e dell’uso previsto, sia reso conforme mediante sostituzione, il venditore è tenuto a procedere egli stesso alla rimozione di tale bene dal luogo in cui è stato installato e ad installarvi il bene sostitutivo, ovvero a sostenere le spese necessarie per tale rimozione e per l’installazione del bene sostitutivo. Tale obbligo del venditore sussiste a prescindere dal fatto che egli fosse tenuto o meno, in base al contratto di vendita, ad installare il bene di consumo inizialmente acquistato. (domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Bundesgerichtshof (causa C-65/09) e dall’Amtsgericht Schorndorf (causa C-87/09) – Germania). Pres. Tizzano, Rel. Ilešic, Gebr. Weber GmbH c. Jürgen Wittmer. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 16/06/2011, Procedimenti riuniti da C-65/09 e C-87/09

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Vendita e garanzie dei beni di consumo – Diritto del consumatore al rimborso delle spese di rimozione del bene difettoso e di installazione del bene sostitutivo – Art. 3, n. 3, Dir. 1999/44/CE. L’art. 3, n. 3, della direttiva 1999/44 dev’essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale che attribuisca al venditore il diritto di rifiutare la sostituzione di un bene non conforme, unico rimedio possibile, in quanto essa gli impone, in ragione dell’obbligo di procedere alla rimozione di tale bene dal luogo in cui è stato installato e di installarvi il bene sostitutivo, costi sproporzionati tenendo conto del valore che il bene avrebbe se fosse conforme e dell’entità del difetto di conformità. Detta disposizione non osta tuttavia a che il diritto del consumatore al rimborso delle spese di rimozione del bene difettoso e di installazione del bene sostitutivo sia in tal caso limitato al versamento, da parte del venditore, di un importo proporzionato. (domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Bundesgerichtshof (causa C-65/09) e dall’Amtsgericht Schorndorf (causa C-87/09) – Germania). Pres. Tizzano, Rel. Ilešic, Gebr. Weber GmbH c. Jürgen Wittmer. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 16/06/2011, Procedimenti riuniti da C-65/09 e C-87/09

DIRITTO DEI CONSUMATORI – ASSOCIAZIONI E COMITATI – Associazioni di consumatori – Potere generalizzato di accesso ai documenti riferiti all’attività di un gestore di servizio pubblico – Inconfigurabilità – Art. 140 Codice dei consumatori – Estensione. La titolarità (o la rappresentatività) degli interessi diffusi non giustifica un generalizzato e pluricomprensivo diritto alla conoscenza di tutti i documenti riferiti all’attività di un gestore del servizio ma solo degli atti, relativi a servizi rivolti ai consumatori, che incidono, in via diretta ed immediata, e non in via meramente ipotetica e riflessa, sui loro interessi. Né tale potere generalizzato di accesso può farsi discendere dall’art. 140 del Codice dei consumatori, approvato con D.L.vo 6 settembre 2005 n. 206, giacché detta norma, nel regolamentare le modalità di tutela degli interessi collettivi, non contempla un generale potere di accesso a fini ispettivi, ma esplicitamente limita la tutela degli interessi collettivi (per la quale sono legittimate ad agire le associazioni) ad ipotesi specifiche, ed in particolare all’inibitoria giudiziale degli atti e comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti (sub lett. a), all’adozione di “misure idonee” a correggere ed eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate (sub lett. b) ed alla pubblicazione del provvedimento su quotidiani nazionali o locali (sub lett. c). (Cons. Stato, VI Sez., 10 febbraio 2006 n. 555). Pres. Riggio, Est. Ferrari – Associazione C. e altro (avv.ti Renzi e Giuliano) c. AIFA ealtri (Avv. Stato) – TAR LAZIO, Roma, Sez. III quater – 7 aprile 2011, n. 3102

DIRITTO DEI CONSUMATORI E DEGLI UTENTI – Telefonia mobile – Carte telefoniche prepagate – Diritto al riconoscimento del credito residuo – Artt. 1 e 3 decreto Bersani. In tema di carte telefoniche prepagate, il combinato disposto dei commi 1 e 3 dell'art. 1 della legge n. 40 del 2007 (decreto Bersani) sancisce il diritto degli utenti al riconoscimento del "credito residuo" ed anche alla sua trasferibilità fra gli operatori in caso di portabilità del numero. Ne derina la legittimità della determinazione dell’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni di diffida agli operatori di telefonia mobile ad adempiere l’obbligo di riconoscimento agli utenti del credito residuo. Pres. Lodi, Est. D’Alessio – T. s.p.a. (avv.ti Lattanzi, Leone e Zaccheo) c. Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Avv. Stato) – (Conferma T.A.R. per il Lazio, sede di Roma, Sezione III Ter, n. 1775 del 27 febbraio 2008) – CONSIGLIO DI STATO, Sez. III – 5 aprile 2011, n. 2122

DIRITTO DEI CONSUMATORI – ASSOCIAZIONI E COMITATI – Associazioni di consumatori ed utenti inserite nell’elenco di cui all’ art. 137 del codice del consumo – Legittimazione ad agire in giudizio – Indicazioni statutarie – Onere di produzione dello statuto. La legittimazione riconosciuta dal codice del consumo alle associazioni di consumatori ed utenti inserite nell’elenco di cui all’art.137, in correlazione ai diritti di cui all’art.2 del codice medesimo, per quanto ampia, non può estendersi a qualsiasi attività di tipo pubblicistico che si rifletta economicamente sui cittadini, e va comunque indagata sulla base delle indicazioni statutarie, per cui, in presenza di eccezione di controparte, è onere dell’Associazione (o relativa articolazione territoriale) produrre copia dell'atto costitutivo ovvero dello statuto, al fine di comprovare sia la soggettività giuridica e quindi la capacità processuale del Presidente dell’articolazione regionale che ha sottoscritto il ricorso e conferito il relativo mandato, sia l'interesse specifico della ricorrente in funzione della posizione di rappresentatività degli utenti, aspetto che si può desumere solo dalla verifica dalle finalità statutarie. Pres. Ferlisi, Est. Boscarino – Unione Nazionale Consumatori Comitato Comunale di Messina (avv. Intilisano) c. Comune di Santa Domenica Vittoria (avv. Vecchio) – TAR SICILIA, Catania, Sez. III, 28 marzo 2011, n. 737

DIRITTO DEI CONSUMATORI – ASSOCIAZIONI E COMITATI – Associazioni di consumatori e utenti – Accesso ai documenti amministrativi – Deroga ai principi di cui all’art. 22 della L. n. 241/1990 – Inconfigurabilità. Le associazioni esponenziali dei diritti ed interessi dei consumatori e utenti non hanno un diritto ad un controllo generalizzato sull’operato delle pubbliche amministrazioni, e ciò in quanto il loro particolare status non autorizza alcuna deroga ai principi in materia di accesso ai documenti amministrativi scolpiti negli artt. 22 ss. della legge n. 241 del 1990, segnatamente a quello che impedisce di configurare l’accesso come un’azione popolare; ne deriva che , anche quando esercitato da un ente esponenziale di interessi diffusi particolarmente qualificato in quanto iscritto nel registro di cui all’art. 137 del Codice del consumo, l’accesso non può prescindere dall’accertamento di un interesse differenziato e qualificato nonché connotato da attualità e concretezza (TAR Lazio, sez. II ter, n. 32099/2010). Pres. Ferlisi, Est. Boscarino – Unione Nazionale Consumatori Comitato Comunale di Messina (avv. Intilisano) c. Comune di Santa Domenica Vittoria (avv. Vecchio) – TAR SICILIA, Catania, Sez. III, 28 marzo 2011, n. 737

IRITTO DEGLI UTENTI E DEI CONSUMATORI – Pratica commerciale – Pubblicità ingannevole – Modifiche ex d.lgs. n. 146/2007 – Artt. 18 e 19 del Codice del Consumo – Ambito di applicazione soggettivo. Il Codice del Consumo, per come modificato alla stregua della sopravvenienza normativa di cui al d.lgs. n. 146/2007, ha abbandonato il precedente specifico riferimento alla sola pubblicità ingannevole e comparativa, per approdare ad una disciplina di portata più ampia, riferibile, sotto il profilo oggettivo, ad ogni azione, omissione, condotta, dichiarazione e comunicazione commerciale, “ivi compresa la pubblicità”, posta in essere da un professionista “prima, durante e dopo un’operazione commerciale relativa ad un prodotto” (artt. 18 e 19 del Codice), così notevolmente allargando il campo delle condotte sanzionabili. Quanto, all’ambito di applicazione soggettivo, le pratiche commerciali rilevanti ai fini della normativa in esame sono solo quelle poste in essere tra professionisti e consumatori: rimanendo, pertanto, escluse quelle condotte connesse ad un rapporto tra soli professionisti, cui, viceversa, fa precipuo riferimento il parallelo D.Lgs. n. 145/2007 sulla pubblicità ingannevole e comparativa. Pres. Giovannini, Est. Politi – T. s.p.a. (avv.ti Guarino, Mattarella e Starace) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) – TAR LAZIO, Roma, Sez. I – 14 marzo 2011, n. 2271

DIRITTO DEGLI UTENTI E DEI CONSUMATORI – Direttiva 2005/29/CE – Recepimento – D. Lgs. n. 146/2007 – Ruolo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Rafforzamento. Il recepimento nell’ordinamento interno della direttiva comunitaria 2005/29/CE, ha indubbiamente rafforzato il ruolo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nella tutela amministrativa del consumatore, rendendola ben più incisiva e ampia di quella prevista in precedenza e limitata alla repressione della pubblicità ingannevole e comparativa. Per tale ragione, il D.Lgs. 146/2007 ha, contestualmente, ampliato i poteri dell’Autorità, allineandoli a quelli tipici dell’azione amministrativa a tutela della concorrenza e rendendo altresì più severe le misure sanzionatorie. Pres. Giovannini, Est. Politi – T. s.p.a. (avv.ti Guarino, Mattarella e Starace) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) – TAR LAZIO, Roma, Sez. I – 14 marzo 2011, n. 2271

DIRITTO DEGLI UTENTI E DEI CONSUMATORI – Codice del Consumo – Nozione di professionista – Profili di responsabilità – Fattispecie: suonerie per telefonia cellulare. Nell’ampia locuzione di “professionista”, introdotta nel Codice del Consumo per effetto delle modificazioni ad esso apportate dalle novelle legislative del 2007, rientrano le attività comunque svolte da un operatore commerciale nella realizzazione e/o diffusione di una pratica, laddove quest’ultimo consegua, per effetto di essa, un’utilità economica (nella specie, la messa a disposizione di spazi pubblicitari per la vendita di contenuti multimediali per telefonia cellulare- suonerie – alla stregua degli elementi di fatto, è stata ritenuta integrare la qualifica di “intermediazione”, per l’effetto imponendosi, alla luce dell’applicabile qualificazione alla stregua di “professionista”, l’operatività nei confronti della società titolare del sito web dei profili di responsabilità dal Codice del Consumo annessi alla predetta qualificazione). Pres. Giovannini, Est. Politi – T. s.p.a. (avv.ti Guarino, Mattarella e Starace) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) – TAR LAZIO, Roma, Sez. I – 14 marzo 2011, n. 2271

DIRITTO DEGLI UTENTI E DEI CONSUMATORI – Codice del consumo – Pratica commerciale – Obbligo di diligenza – Iniziative promo-pubblicitarie – Monitoraggio effettivo e preventivo. Quand’anche non sia possibile ritenere che l’immanente obbligo di diligenza gravante su coloro che dalla pratica commerciale traggono comunque dei benefici, sia in termini economici che pubblicitari, determini sempre e comunque una loro responsabilità editoriale per pratica commerciale scorretta, deve ritenersi sussistere un’omissione rilevante ai fini della ascrizione di una responsabilità a titolo soggettivo allorquando l’operatore economico non dimostri di avere posto in essere un sistema di monitoraggio effettivo e preventivo sui contenuti delle iniziative promo-pubblicitarie realizzate e diffuse da soggetti terzi, anch’essi interessati alla pratica commerciale. (TAR Lazio, Roma, Sez,. I, 3 marzo 2010 n. 3289) La responsabilità al riguardo fondatamente imputabile non riveste carattere meramente “oggettivo”, o per fatto altrui, piuttosto atteggiandosi in relazione all’omissione dei dovuti controlli (e, quindi, per fatto proprio).Pres. Giovannini, Est. Politi – T. s.p.a. (avv.ti Guarino, Mattarella e Starace) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) – TAR LAZIO, Roma, Sez. I – 14 marzo 2011, n. 2271

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Pubblicità ingannevole e comparativa – Condizioni di liceità della pubblicità comparativa – Comparazione di prezzi relativi ad una selezione di prodotti alimentari venduti da due catene di negozi concorrenti – Beni che soddisfano gli stessi bisogni o si propongono gli stessi obiettivi – Pubblicità ingannevole – Confronto riguardante una caratteristica verificabile – Direttive 84/450/CEE e 97/55/CE. L’art. 3 bis, n. 1, lett. b), della direttiva del Consiglio 10 settembre 1984, 84/450/CEE, concernente la pubblicità ingannevole e comparativa, quale modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 6 ottobre 1997, 97/55/CE, deve essere interpretato dichiarando che la mera circostanza che i prodotti alimentari si differenzino quanto alla loro commestibilità e quanto al piacere da essi procurato al consumatore, in funzione delle condizioni e del luogo della loro produzione, dei loro ingredienti e dell’identità del loro produttore, non è tale da escludere che il confronto di tali prodotti possa rispondere al requisito sancito dalla predetta disposizione, in base al quale essi devono soddisfare gli stessi bisogni o proporsi gli stessi obiettivi, vale a dire presentare tra loro un sufficiente grado di intercambiabilità. L’art. 3 bis, n. 1, lett. a), della direttiva 84/450, quale modificata dalla direttiva 97/55, deve essere interpretato nel senso che una pubblicità, può rivestire carattere ingannevole, segnatamente, se viene accertato, tenuto conto di tutte le circostanze rilevanti del caso di specie e, in particolare, delle indicazioni o omissioni che accompagnano tale pubblicità, che la decisione di acquisto di un numero significativo di consumatori, cui essa si rivolge, può essere presa nell’erronea convinzione che la selezione di prodotti compiuta dall’operatore pubblicitario sia rappresentativa del livello generale dei prezzi di quest’ultimo rispetto a quelli praticati dal suo concorrente e che, di conseguenza, tali consumatori realizzeranno risparmi di entità uguale a quella vantata da detta pubblicità effettuando regolarmente i propri acquisti di beni di consumo corrente presso l’operatore pubblicitario piuttosto che presso detto concorrente o, ancora, nell’erronea convinzione che tutti i prodotti dell’inserzionista siano meno cari di quelli del suo concorrente, o se viene accertato che, ai fini del confronto effettuato esclusivamente sotto il profilo dei prezzi, sono stati selezionati prodotti alimentari che presentano tuttavia differenze tali da condizionare sensibilmente la scelta del consumatore medio, senza che dette differenze emergano dalla pubblicità di cui trattasi. L’art. 3 bis, n. 1, lett. c), della direttiva 84/450, quale modificata dalla direttiva 97/55, deve essere interpretato nel senso che la condizione di verificabilità, sancita dalla predetta disposizione, richiede, per quanto riguarda una pubblicità come quella in esame nella controversia principale, che mette a confronto i prezzi di due assortimenti di beni, che i beni di cui trattasi possano essere individuati con precisione in base alle informazioni contenute in detta pubblicità. Pres. Bonichot – Rel. Schiemann. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 18/11/2010, Sentenza C-159/09

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Clausole abusive figuranti nei contratti stipulati con i consumatori – Criteri di valutazione – Carattere abusivo di una clausola attributiva di competenza giurisdizionale – Esame d’ufficio, da parte del giudice nazionale – Art. 23 dello Statuto della Corte – Direttiva 93/13/CEE. L’art. 23, primo comma, dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea non osta a una disposizione di diritto nazionale ai sensi della quale il giudice che avvia un procedimento di rinvio pregiudiziale ne informa contemporaneamente, d’ufficio, il Ministro della giustizia dello Stato membro interessato. Inoltre, l’art. 267 TFUE deve essere interpretato nel senso che la competenza della Corte di giustizia dell’Unione europea verte sull’interpretazione della nozione di «clausola abusiva», di cui all’art. 3, n. 1, della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, e all’allegato della medesima, nonché sui criteri che il giudice nazionale può o deve applicare in sede di esame di una clausola contrattuale con riguardo alle disposizioni della direttiva, fermo restando che spetta al suddetto giudice pronunciarsi, in base ai criteri sopra citati, sulla qualificazione concreta di una clausola contrattuale particolare in funzione delle circostanze proprie del caso di specie. Il giudice nazionale deve adottare d’ufficio misure istruttorie al fine di accertare se una clausola attributiva di competenza giurisdizionale territoriale esclusiva contenuta nel contratto, che costituisce l’oggetto della controversia di cui è investito e che è stato concluso tra un professionista e un consumatore, rientri nell’ambito di applicazione della direttiva 93/13 e, in caso affermativo, valutare d’ufficio il carattere eventualmente abusivo di una siffatta clausola. Domanda di pronuncia pregiudiziale – Pres. Skouris – Rel. Silva de Lapuerta. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. Grande, 11/11/2010, Sentenza C-137/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratto di parcheggio meccanizzato – Contratto atipico di parcheggio – Assimilabilità al contratto di deposito – Condizioni generali di contratto – Esclusione dell’obbligo di custodia – Irrilevanza. Il contratto atipico di parcheggio va assimilato a quello di deposito e non già a quello di mera locazione d’area. Invero, oggetto del contratto di parcheggio meccanizzato (ricorrente nell'ipotesi in cui sussiste la predisposizione di un'area di parcheggio di veicoli, alla quale si accede attraverso sistemi automatici e sono previsti sistemi automatici di pagamento della prestazione e prelievo del veicolo) è la messa a disposizione di uno spazio insieme alla custodia del veicolo, atteso che l'offerta della prestazione di parcheggio, cui segue l'accettazione attraverso l'immissione del veicolo nell'area, ingenera l'affidamento che in essa sia compresa la custodia, restando irrilevanti eventuali condizioni generali di contratto predisposte dall'impresa che gestisce il parcheggio, che escludano un obbligo di custodia, poiché – per il modo rapidissimo in cui il contratto si conclude – è legittimo ritenere che tale conoscenza sfugga all'utente( Cfr. Cassazione civile, sez. III, 26 febbraio 2004, n. 3863). G.d.P. Vingiani – B.P. (avv. Andria) c. S.M. s.p.a. (avv. Caramanno) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 31 agosto 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI -Contratto atipico di parcheggio – Posteggio in luoghi aperti – Posteggiatore depositario – Obbligo di custodia – Danno o sottrazione – Obbligo di ristoro del danno – Perfezionamento del contratto – Momento – Individuazione. Il posteggiatore-depositario, cui il veicolo è affidato, ha l'obbligo di custodirlo e restituirlo nello stato in cui gli è stato consegnato ed il susseguente obbligo, ove la cosa venga danneggiata o sottratta, al ristoro dei danni se non fornisca la prova dell'inevitabilità dell'evento nonostante l'uso della diligenza del buon padre di famiglia. Si tratta di obblighi operanti sia in caso di posteggio in garage o autorimesse, sia in caso di posteggio in luoghi aperti; la consegna e la contestuale ricezione delle chiavi del veicolo da parte del custode non costituiscono elementi essenziali ed imprescindibili ai fini del perfezionamento del contratto e del sorgere delle relative obbligazioni. Ciò che unicamente rileva è che la cosa sia ricevuta dal depositario nell'ambito della sua sfera di custodia e di controllo, con la contemporanea assunzione da parte del medesimo soggetto dell'obbligo di vigilare e di conservarla integra, onde restituirla al depositante su semplice richiesta o alla scadenza di un determinato termine. G.d.P. Vingiani – B.P. (avv. Andria) c. S.M. s.p.a. (avv. Caramanno) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 31 agosto 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratto atipico di parcheggio – Obbligo di custodia da parte del depositario – Art. 1766 c.c. – Adozione di sistemi meccanizzati – Consegna del veicolo ad una persona fisica – Necessità ai fini della conclusione del contratto – Esclusione – Procedure di ingresso e uscita dei veicoli dal parcheggio. In tema di obbligo di custodia da parte del depositario (art. 1766 c.c.), non è affatto necessario l'affidamento del veicolo ad una persona fisica, poiché la consegna può materialmente realizzarsi attraverso la sua immissione nell'area a ciò predisposta, previo perfezionamento del contratto mediante introduzione di monete nell'apposito meccanismo, ben potendo l'obbligo di custodia prescindere dalla presenza di persone addette specificatamente a ricevere quella consegna e ad effettuare la connessa sorveglianza e bastando all'uopo diverse ed equipollenti modalità, quali appunto l'adozione di sistemi completamente automatizzati per la procedura di ingresso e di uscita dei veicoli dal parcheggio. G.d.P. Vingiani – B.P. (avv. Andria) c. S.M. s.p.a. (avv. Caramanno) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 31 agosto 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratto atipico di parcheggio – Custodia – Responsabilità ex art. 2051 c.c. – Art. 2043 c.c. – Differenza. La responsabilità ex art. 2051 c.c è notoriamente diversa da quella ex art. 2043 c.c, tra l’altro perché quest’ultima impone a chiunque un dovere generale di astensione dal compimento di atti che possano arrecare danni a terzi, mentre la prima obbliga una determinata categoria di soggetti – i custodi -, ad attivarsi perché dalla cosa custodita non derivino danni a terzi. Nell’ipotesi di cui all’art. 2051 c.c il dovere di agere è destinato ad esplicarsi non solo riguardo alle cose pericolose, ma anche a quelle che possono in presenza di altri fattori casuali divenire tali essendo imposto al custode di mantenere la cosa in condizioni tali da non nuocere a terzi. G.d.P. Vingiani – B.P. (avv. Andria) c. S.M. s.p.a. (avv. Caramanno) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 31 agosto 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Carta di credito – Banca – Addebito – Prova dell’avvenuta sottoscrizione degli ordini di spesa – Falsificazione della carta di credito – Obbligo di custodia – Prova dell’identità della carta esibita all’esercente. In virtù del generale regolamento dei contratti bancari, in caso di prelievi o pagamenti in esercizi commerciali “il titolare si obbliga a pagare all’emittente tutti gli ordini da lui sottoscritti”. Ai fini della legittimità dell’addebito, la società deve quindi fornire la prova dell’avvenuta sottoscrizione da parte del titolare degli ordini di spesa. Infatti, se è pur vero che il titolare della carta di credito ha un preciso obbligo di custodia della stessa, tuttavia nell’ipotesi che il titolare di una carta di credito affermi la falsificazione della medesima ovvero della relativa nota di spesa, affinchè la banca possa legittimamente pretendere di addebitare al titolare la spesa compiuta, questa deve dare prova o dell’identità della carta esibita all’esercente convenzionato con la carta consegnata al cliente, oppure dell’impossibilità o della grave difficoltà dell’affermata falsificazione. GDP Tocci – GIUDICE DI PACE DI CORIGLIANO CALABRO – 6 luglio 2010, n. 538

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratti stipulati con i consumatori – Clausole che definiscono l’oggetto principale del contratto – Controllo giurisdizionale del loro carattere abusivo – Esclusione – Disposizioni nazionali più severe per garantire un più elevato livello di protezione per il consumatore – Artt. 4, n. 2, e 8 Direttiva 93/13/CEE. Gli artt. 4, n. 2, e 8 della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, debbono essere interpretati nel senso che non ostano ad una normativa nazionale, come quella in questione nella causa principale, che autorizza un controllo giurisdizionale del carattere abusivo delle clausole contrattuali vertenti sulla definizione dell’oggetto principale del contratto o sulla perequazione tra il prezzo e la remunerazione, da un lato, e i servizi o beni che devono essere forniti in cambio, dall’altro, anche se tali clausole sono formulate in modo chiaro e comprensibile. Inoltre, gli artt. 2 CE, 3, n. 1, lett. g), CE e 4, n. 1, CE non ostano ad un’interpetazione degli artt. 4, n. 2, e 8 della direttiva secondo la quale gli Stati membri possono adottare una normativa nazionale che autorizza un controllo giurisdizionale del carattere abusivo delle clausole contrattuali vertenti sulla definizione dell’oggetto principale del contratto o sulla perequazione tra il prezzo e la remunerazione, da un lato, e i servizi o i beni che devono essere forniti in cambio, dall’altro, anche se tali clausole sono formulate in modo chiaro e comprensibile. domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunal Supremo (Spagna) nella causa Caja de Ahorros y Monte de Piedad de Madrid c. Asociación de Usuarios de Servicios Bancarios (Ausbanc). CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 03/06/2010, Sentenza C-484/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Danno da vacanza rovinata – Disciplina – Artt. 82-100 d.lgs. n. 206/2005. Il cd. danno da vacanza rovinata trova la sua disciplina negli articoli da 82 a 100 del D.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 (Codice del Consumo) e in particolare nell'art. 93 (mancato o inesatto adempimento). In forza di tali norme: a) grava sull'organizzatore l'onere della prova della non imputabilità a sé dell'impossibilità della prestazione; b) è all'organizzatore del viaggio che il cliente può e deve "comunque" rivolgersi per il risarcimento, anche nel caso in cui il danno sia stato in tutto o in parte patito ad opera del prestatore di servizi di cui l'organizzatore stesso si è avvalso; c) l'organizzatore può solo rivalersi nei confronti del prestatore di cui si è avvalso, per i danni che è stato costretto a risarcire al cliente e che si presume siano riferibili al "prestatore esterno" o terzo. G.d.P. Vingiani – P.M. (avv.ti Marida e Nicodemo) c. K. s.p.a. (avv.ti Russo, Assereto e Greco) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 10 maggio 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Danno da vacanza rovinata – Decadenza – Termini ordinari. In ipotesi di doglianza di vacanza rovinata non si applica l'art. 98 del codice del consumo, e nessuna decadenza specifica diversa dalla prescrizione ordinaria è posta quando il soggetto che ha già adempiuto chiede il risarcimento per il danno derivatole dall'inadempimento della controparte, ex art. 1453 c.c. G.d.P. Vingiani – P.M. (avv.ti Marida e Nicodemo) c. K. s.p.a. (avv.ti Russo, Assereto e Greco) – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – 10 maggio 2010

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Contratti conclusi a distanza – Diritto di recesso – Addebito al consumatore delle spese di consegna dei beni – Tutela dei consumatori – Direttiva 97/7/CE. L’art. 6, nn. 1, primo comma, seconda frase, e 2, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 20 maggio 1997, 97/7/CE, riguardante la protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza, deve essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale che consente al fornitore, nell’ambito di un contratto concluso a distanza, di addebitare le spese di consegna dei beni al consumatore qualora questi eserciti il suo diritto di recesso. Pres. J.-C. Bonichot – Toader rel. – Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Bundesgerichtshof (Germania). CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 15/04/2010, Sentenza C-511/08

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Tutela dei consumatori – Contratti negoziati fuori dei locali commerciali – Ambito di applicazione della direttiva 85/577/CEE – Adesione ad un fondo immobiliare chiuso costituito in forma di società di persone – Recesso. La direttiva del Consiglio 20 dicembre 1985, 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, si applica ad un contratto che ha ad oggetto l’adesione di un consumatore ad un fondo immobiliare chiuso costituito in forma di società di persone qualora lo scopo di una tale adesione non sia in via prioritaria quello di divenire membro della società, bensì si tratti di un modo per investire capitali. Inoltre, l’art. 5, n. 2, della direttiva 85/577 non osta ad una norma nazionale in forza della quale, in caso di revoca dell’adesione ad un fondo immobiliare chiuso costituito in forma di società di persone, prestata a seguito di una vendita a domicilio non richiesta, il consumatore può invocare nei confronti di tale società, sul saldo di liquidazione, un diritto calcolato in funzione del valore della sua partecipazione al momento del suo recesso da tale fondo e, pertanto, può ottenere eventualmente la restituzione di un importo inferiore al suo conferimento ovvero può essere tenuto a partecipare alle perdite del detto fondo. Pres. Tizzano (rel.) – domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Bundesgerichtshof (Germania) c. Carsten von der Heyden. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 15/04/2010, Sentenza C-215/08

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Marchi d’impresa – Internet – Motore di ricerca (Google) – Pubblicità a partire da parole chiave (“keyword advertising”) – Visualizzazione, da parole chiave corrispondenti a marchi di impresa, di link verso siti di concorrenti dei titolari di detti marchi ovvero verso siti sui quali sono offerti prodotti di imitazione – Servizio di posizionamento «AdWords» – Link pubblicitario e link sponsorizzati – Art. 5, n. 1, lett. a) Direttiva 89/104/CEE – Art. 9, n. 1, lett. a) Regolamento (CE) n. 40/94 – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Direttiva 2000/31/CE (“direttiva sul commercio elettronico”). In materia di marchi d’impresa, gli artt. 5, n. 1, lett. a), della direttiva 89/104 e 9, n. 1, lett. a), del regolamento n. 40/94 devono essere interpretati nel senso che il titolare di un marchio può vietare ad un inserzionista di fare pubblicità – a partire da una parola chiave identica a detto marchio, selezionata da tale inserzionista nell’ambito di un servizio di posizionamento su Internet senza il consenso dello stesso titolare – a prodotti o servizi identici a quelli per cui detto marchio è registrato, qualora la pubblicità di cui trattasi non consenta, o consenta soltanto difficilmente, all’utente medio di Internet di sapere se i prodotti o i servizi indicati nell’annuncio provengano dal titolare del marchio o da un’impresa economicamente connessa a quest’ultimo o invece da un terzo. Tuttavia, il prestatore di un servizio di posizionamento su Internet che memorizza come parola chiave un segno identico a un marchio e organizza, a partire da quest’ultima, la visualizzazione di annunci non fa un uso di tale segno ai sensi dell’art. 5, n. 1 e 2, della direttiva 89/104 o dell’art. 9, n. 1, lett. a) e b), del regolamento n. 40/94. Pres. Skouris – Rel. Ilešic – Google Inc. ed alto c. Louis Vuitton Malletier SA ed altri. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. Grande, 23/03/2010, Sentenze C-236/08 a C-238/08

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Marchi d’impresa – Internet – Motore di ricerca (Google) – Pubblicità a partire da parole chiave (“keyword advertising”) – Servizio di posizionamento «AdWords» – Siti sui quali sono offerti prodotti di imitazione – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Esclusione – Presupposti – Art. 14, Direttiva 2000/31/CE (“direttiva sul commercio elettronico”). L’art. 14 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («Direttiva sul commercio elettronico»), deve essere interpretato nel senso che la norma ivi contenuta si applica al prestatore di un servizio di posizionamento su Internet qualora detto prestatore non abbia svolto un ruolo attivo atto a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati. Se non ha svolto un siffatto ruolo, detto prestatore non può essere ritenuto responsabile per i dati che egli ha memorizzato su richiesta di un inserzionista, salvo che, essendo venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati o di attività di tale inserzionista, egli abbia omesso di prontamente rimuovere tali dati o disabilitare l’accesso agli stessi. Pres. Skouris – Rel. Ilešic – Google Inc. ed alto c. Louis Vuitton Malletier SA ed altri. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. Grande, 23/03/2010, Sentenze C-236/08 a C-238/08

DIRITTI DEI CONSUMATORI – Sigilli apposti al fine di impedire l'uso di un bene – Violazione di sigilli – Reato -Configurabilità – Fattispecie: Attività di somministrazione di alimenti e bevande senza la prescritta autorizzazione. Si configura il reato di violazione di sigilli, anche nel caso in cui la condotta tipica abbia riguardo a sigilli apposti esclusivamente per impedire l’uso illegittimo della cosa e non solo quando gli stessi siano stati apposti per assicurarne la conservazione o l’identità. Fattispecie: Attività di somministrazione di alimenti e bevande senza la prescritta autorizzazione. (Conferma Corte di Appello di Messina sentenza del 14/3/08) Pres. T. Gemelli, Rel. U. Giordano, Ric. D'Agostino. CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite Penali, 10/02/2010 (Ud. 26/11/2009), Sentenza n. 5385

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Autostrade – Danni da animale selvatico – Responsabilità della società autostrade – Natura contrattuale – Fondamento – Pedaggio – Corrispettivo di una prestazione. La responsabilità della società autostrade (nella specie, per danni da animale selvatico) è di tipo contrattuale, perché al momento in cui il conducente si ferma al casello si conclude tra i due soggetti un rapporto obbligatorio in cui sul conducente grava l’obbligo di pagare il pedaggio, e sulla società autostrade l’obbligo di far fruire il servizio. Oltre a tale prestazione principale la società è tenuta ad una serie di obblighi secondari ed accessori, primo tra tutti quello di tenere in perfetta manutenzione il manto stradale, destinato ad essere percorso ad alta velocità in condizioni di sicurezza. Il pedaggio non ha natura di tassa, ma di prezzo pubblico quale corrispettivo di una prestazione: si è dunque in presenza di un contratto. G.d.P. Vingiani – P.I. c. A. s.p.a. – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – ordinanza 2 febbraio 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Parte contrattuale pubblica – Natura di professionista – Sussistenza. La natura pubblica della parte contrattuale non esclude la sua natura di professionista ( Tribunale di Roma 04/02/02). G.d.P. Vingiani – P.I. c. A. s.p.a. – GIUDICE DI PACE DI SALERNO – ordinanza 2 febbraio 2010

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Pratiche commerciali sleali – Gioco a premi all’acquisto di una merce o di un servizio – Partecipazione dei consumatori subordinata all’acquisto – Normativa nazionale – Interpretazione e limiti – Direttiva 2005/29/CE. La direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 11 maggio 2005, 2005/29/CE, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), deve essere interpretata nel senso che essa osta ad una normativa nazionale, come quella di cui alla causa principale, che prevede un divieto in via di principio, a prescindere dalle circostanze della singola fattispecie, delle pratiche commerciali che subordinano la partecipazione dei consumatori ad un concorso o gioco a premi all’acquisto di una merce o di un servizio. Tizzano (Pres./rel.) – Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs eV c. Plus Warenhandelsgesellschaft mbH. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 14/01/2010, Sentenza C-304/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Pratica commerciale in collegamento diretto con la promozione la vendita o la fornitura di un prodotto ai consumatori – Pratiche commerciali sleali – Stati membri – Disciplina in materia – Limiti – Art. 4 Dir. 2005/29. La direttiva 2005/29 è caratterizzata da un ambito di applicazione per materia particolarmente ampio che si estende a qualsiasi pratica commerciale in collegamento diretto con la promozione, la vendita o la fornitura di un prodotto ai consumatori. In tal modo, sono escluse da detto ambito di applicazione soltanto le normative nazionali relative alle pratiche commerciali sleali che ledono «unicamente» gli interessi economici dei concorrenti o che sono connesse ad un’operazione tra professionisti. Inoltre, la direttiva 2005/29 realizza un’armonizzazione completa a livello comunitario delle norme relative alla pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori. Pertanto, come prevede espressamente l’art. 4 della medesima, gli Stati membri non possono adottare misure più restrittive di quelle definite dalla direttiva in parola, neppure al fine di assicurare un livello superiore di tutela dei consumatori. Tizzano (Pres./rel.) – Zentrale zur Bekämpfung unlauteren Wettbewerbs eV c. Plus Warenhandelsgesellschaft mbH. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 14/01/2010, Sentenza C-304/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Istituti bancari – Correntisti – Prelievi fraudolenti – Cd. phishing – Adozione delle misure di sicurezza tecnicamente idonee e conosciute in base al progresso tecnico – Obbilgo – Art. 31 d.lgs. n. 196/2003 – Art. 2050 c.c. – Fattispecie. In applicazione dell’art. 31 del d.lgs. n. 196/2003 (il quale impone che i dati personali oggetto di trattamento siano custoditi e controllati, anche in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, alla natura dei dati e alle specifiche caratteristiche del trattamento, in modo da ridurre al minimo, mediante l’adozione di idonee e preventive misure di sicurezza, i rischi di distruzione o perdita, anche accidentale, dei dati stessi, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta), al fine da evitare prelievi fraudolenti (cd. phishing), è necessaria l’adozione, da parte dell’Istituto di credito, di tutte le misure di sicurezza, tecnicamente idonee e conosciute in base al progresso tecnico, non essendo sufficiente la non violazione di norme di legge. La diligenza richiesta deve infatti essere valutata con maggior rigore, atteso che la prestazione inerisce all’esercizio di un’attività professionale. Va, parimenti, ritenuta applicabile la previsione di cui all’art. 15 del d.lgs. n. 196/2003, la quale statuisce che chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile. (Nella specie, il Tribunale ha condannato la spa Poste Italiane al risarcimento dei danni patiti dal correntista, sul presupposto che Il sistema di sicurezza adottato risultava inadeguato, particolarmente se raffrontato con quello adoperato da altri operatori). Giud. Spiaggia – … (avv. Palmigiano) c. Poste Italiane spa – TRIBUNALE DI PALERMO, Sezione III civile -12 gennaio 2010, n. 81

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Tutela dei consumatori – Contratti negoziati fuori dei locali commerciali – Diritto di recesso – Obbligo d’informazione da parte del commerciante – Nullità del contratto d’ufficio – Misure appropriate – Art. 4 Direttiva 85/577/CEE. L’art. 4 della direttiva del Consiglio 20 dicembre 1985, 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali non osta a che un giudice nazionale dichiari d’ufficio la nullità di un contratto rientrante nell’ambito di applicazione di tale direttiva a causa della circostanza che il consumatore non era stato informato del suo diritto di recesso, anche qualora detta nullità non sia mai stata fatta valere dal consumatore dinanzi ai giudici nazionali competenti. Pres./Rel. Tizzano – Martín c. EDP Editores SL. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 17/12/2009, Sentenza C-227/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratti negoziati fuori dei locali commerciali – Diritto di recesso – Tutela dei consumatori – Disciplina – Nullità del contratto rilevato d’ufficio – Artt. 5, n. 1 e 4, direttiva 85/577/CEE. Il termine minimo menzionato di sette giorni, ex art. 5, n. 1, della direttiva 85/577/CEE, va calcolato a partire dal momento in cui il consumatore ha ricevuto dal commerciante l’informazione in questione. Siffatta prescrizione, si spiega con la considerazione che, se il consumatore non ha conoscenza dell’esistenza di un diritto di recesso, si trova nell’impossibilità di esercitarlo (sentenza 13/12/2001, causa C-481/99, Heininger). In altre parole, il sistema di tutela configurato dalla direttiva presuppone non solamente che il consumatore, in quanto parte debole, disponga del diritto di rescindere il contratto, ma anche che abbia contezza dei propri diritti venendone espressamente informato per iscritto. Si deve pertanto considerare che, qualora il consumatore non fosse stato debitamente informato circa il suo diritto di recesso, il giudice nazionale adito può far valere d’ufficio la violazione delle disposizioni dell’art. 4 della direttiva. Pres./Rel. Tizzano – Martín c. EDP Editores SL. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 17/12/2009, Sentenza C-227/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Tutela del consumatore – Diritto di recesso – Obbligo d’informazione – Poteri dei giudici nazionali – Artt. 4 e 5, n. 1, Direttiva 85/577/CEE. In materia di tutela del consumatore, se l’art. 4, terzo comma, della direttiva attribuisce agli Stati membri la responsabilità di disciplinare gli effetti del mancato rispetto dell’obbligo d’informazione, i giudici nazionali investiti di una controversia fra singoli, devono, dal canto loro, interpretare, per quanto possibile, alla luce del testo e della finalità della direttiva, il complesso delle norme nazionali per giungere a una soluzione conforme all’obiettivo da essa perseguito (v. sentenza 25/10/2005, causa C-350/03, Schulte). Siffatta conclusione non esclude affatto che altre misure possano ugualmente assicurare il livello di tutela in parola, come, ad esempio, la riapertura dei termini applicabili in materia di recesso dal contratto, in modo da consentire al consumatore di esercitare il diritto attribuitogli dall’art. 5, n. 1, della direttiva. D’altro lato, il giudice nazionale adito potrebbe altresì dover tenere conto, in talune circostanze, della volontà del consumatore di non voler far valere la nullità del contratto in discussione (v., per analogia, sentenza 4/06/2009, causa C-243/08, Pannon GSM). Pres./Rel. Tizzano – Martín c. EDP Editores SL. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 17/12/2009, Sentenza C-227/08

DIRITTO DEI CONSUMATORE – Responsabilità per danno da prodotti difettosi – Errore relativo alla qualificazione come “produttore” – Procedimento giudiziario – Domanda di sostituzione del produttore al convenuto iniziale – Scadenza del termine di prescrizione – Artt. 3 e 11 Direttiva 85/374/CEE. L’art. 11 della direttiva del Consiglio 25 luglio 1985, 85/374/CEE, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, deve essere interpretato nel senso che esso osta a che una normativa nazionale la quale autorizzi la sostituzione di una parte convenuta ad un’altra nel corso di un procedimento giudiziario sia applicata in modo tale da consentire che, dopo la scadenza del termine ivi fissato, un «produttore» ai sensi dell’art. 3 della direttiva sia citato come parte convenuta nel procedimento giudiziario promosso entro tale termine contro un’altra persona. Tuttavia, da una parte, tale art. 11 deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che il giudice nazionale consideri, nel procedimento giudiziario avviato entro il termine ivi fissato nei confronti della società controllata al 100% dal «produttore», ai sensi dell’art. 3, n. 1, della direttiva 85/374, che il produttore possa essere sostituito alla sua controllata ove detto giudice constati che l’immissione in circolazione del prodotto di cui trattasi è stata di fatto determinata da tale produttore. D’altra parte, l’art. 3, n. 3, della direttiva 85/374 deve essere interpretato nel senso che, qualora il soggetto danneggiato da un prodotto che si asserisce essere difettoso non abbia ragionevolmente potuto identificarne il produttore prima di esercitare i suoi diritti nei confronti del fornitore del medesimo, detto fornitore deve essere considerato «produttore», segnatamente ai fini dell’applicazione dell’art. 11 della detta direttiva, ove non abbia comunicato al danneggiato, diligentemente e di propria iniziativa, l’identità del produttore o del suo proprio fornitore, cosa che spetta al giudice nazionale accertare alla luce delle circostanze della fattispecie. Pres. Skouris – Rel. Lenaerts – Aventis Pasteur SA c. OB. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. Grande 2/12/2009, Sentenza C-358/08

DIRITTO DEI CONSUMATORE – Qualità del prodotto alimentare – Etichettatura atta ad indurre in errore – Compiti del giudice nazionale – Fattispecie: denominazione generica di “Salame Felino” – Reg.(CEE) n. 2081/92 – Reg. n. 2796/2000. Ai fini della valutazione dell’idoneità ad indurre in errore di un’indicazione che compare su un’etichetta, il giudice nazionale deve basarsi essenzialmente sull’aspettativa presunta, in riferimento a detta indicazione, di un consumatore medio normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto circa l’origine, la provenienza e la qualità del prodotto alimentare, essendo essenziale che il consumatore non sia indotto in errore e portato a considerare, erroneamente, che il prodotto abbia un’origine, una provenienza o una qualità diverse da quelle che ha realmente (v., in tal senso, sentenze 6/07/1995, causa C-470/93, Mars; nonché 13/01/2000, causa C-220/98, Estée Lauder). Pres. Lenaerts – Rel. Malenovský – Grandi Salumifici Italiani SpA c. Regione Emilia-Romagna. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 10/09/2009, Sentenza C-446/07

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Tutela dei consumatori – Contratti a distanza – Esercizio del diritto di recesso da parte del consumatore – Indennizzo per il godimento da corrispondere al venditore – C.d. indennità d’uso del bene – Competenza – Giudice nazionale – Art. 6, nn. 1, secondo periodo e 2, Dir. 97/7/CE. L’art. 6, nn. 1, secondo periodo, e 2, della direttiva (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio 20 maggio 1997, 97/7/CE, riguardante la protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza, dev’essere interpretato nel senso che esso osta ad una normativa nazionale la quale preveda in modo generico che il venditore possa chiedere al consumatore un’indennità per l’uso di un bene acquistato tramite un contratto a distanza nel caso in cui quest’ultimo ha esercitato il suo diritto di recesso entro i termini. Tuttavia, questo stesso articolo non osta a che venga imposto al consumatore il pagamento di un’indennità per l’uso di tale bene nel caso in cui egli abbia fatto uso del detto bene in un modo incompatibile con i principi del diritto civile, quali la buona fede o l’arricchimento senza giusta causa, a condizione che non venga pregiudicato il fine della detta direttiva e, in particolare, l’efficacia e l’effettività del diritto di recesso, ciò che spetta al giudice nazionale determinare. L’indennità non è dovuta se il deterioramento è esclusivamente riconducibile all’esame della cosa. Pres. Jann (relatore) – Messner c. Krüger. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 03/ Settembre 2009, Sentenza C-489/07

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Tutela dei consumatori – Contratti a distanza – Diritto di recesso – Clausola minima – Funzione e ratio. Il diritto di recesso, entro un termine di almeno sette giorni lavorativi senza alcuna penalità e senza specificarne il motivo, è finalizzato a tutelare il consumatore nella particolare situazione di una vendita a distanza, in cui egli «non ha in concreto la possibilità di visionare il bene o di prendere conoscenza della natura del servizio prima della conclusione del contratto». Si reputa pertanto che il diritto di recesso compensi lo svantaggio che risulta per il consumatore da un contratto a distanza, accordandogli un termine di riflessione appropriato durante il quale egli ha la possibilità di esaminare e testare il bene acquistato. Pres. Jann (relatore) – Messner c. Krüger. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 03/09/2009, Sentenza C-489/07

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori – Effetti giuridici di una clausola abusiva – Vincolo per il consumatore – Esclusione – Impugnazione della clausola abusiva – Necessità – Esclusione – Direttiva 93/13/CEE. L’art. 6, n. 1, della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, dev’essere interpretato nel senso che una clausola contrattuale abusiva non vincola il consumatore e che non è necessario, in proposito, che egli abbia in precedenza impugnato utilmente siffatta clausola. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 4/06/2009, Sentenza C-243/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratti stipulati con i consumatori – Clausole abusive – Disapplicazione – Potere e obbligo del giudice nazionale di esaminare d’ufficio la natura abusiva di una clausola- Criteri di valutazione – Direttiva 93/13/CEE. Il giudice nazionale deve esaminare d’ufficio la natura abusiva di una clausola contrattuale a partire dal momento in cui dispone degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine. Se esso considera abusiva una siffatta clausola, non la applica, tranne nel caso in cui il consumatore vi si opponga. Tale obbligo incombe al giudice nazionale anche in sede di verifica della propria competenza territoriale. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 4/06/2009, Sentenza C-243/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Contratto concluso tra un consumatore e un professionista – Clausole abusive – Giudice nazionale – Competenza – Art. 3, n. 1, Dir. 93/13. Spetta al giudice nazionale stabilire se una clausola contrattuale, come quella oggetto della controversia principale, risponda ai criteri richiesti per poter essere considerata abusiva ai sensi dell’art. 3, n. 1, della direttiva 93/13. A tal fine, il giudice nazionale deve tener conto del fatto che può essere considerata abusiva una clausola contenuta in un contratto concluso tra un consumatore e un professionista, la quale sia stata introdotta senza essere stata oggetto di negoziato individuale e sia volta ad attribuire la competenza esclusiva al tribunale della circoscrizione in cui si trova la sede del professionista. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. IV, 4/06/2009, Sentenza C-243/08

DIRITTO DEI CONSUMATORI – Responsabilità per danno da prodotti difettosi – Ambito di applicazione – Danno cagionato ad una cosa destinata ad un uso professionale e utilizzata in tal senso – Regime nazionale che consente al danneggiato di richiedere il risarcimento per un tale danno fornendo solamente la prova del danno, del difetto e del nesso causale – Compatibilità – Direttiva 85/374/CEE. La direttiva del Consiglio 25 luglio 1985, 85/374/CEE, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi deve essere interpretata nel senso che essa non osta all’interpretazione di un diritto nazionale ovvero all’applicazione di una giurisprudenza interna consolidata secondo cui il danneggiato può chiedere il risarcimento del danno cagionato ad una cosa destinata ad un uso professionale e utilizzata in tal senso, qualora detto danneggiato fornisca solamente la prova del danno, del difetto del prodotto e del nesso causale tra il suddetto difetto e il danno. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. I, 4/06/2009, Sentenza C-285/08

CONSUMATORI – Coordinamento fra imprese – Scambio di informazioni tra concorrenti – Art. 81, n. 1, CE – Nozione di “pratica concordata” – Nesso causale fra la concertazione e il comportamento sul mercato delle imprese – Domanda di pronuncia pregiudiziale. Una pratica concordata ha un oggetto anticoncorrenziale ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE qualora, in ragione del suo tenore nonché delle sue finalità, e tenuto conto del contesto economico e giuridico nel quale si inserisce, sia concretamente idonea ad impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza nel mercato comune. Non è necessario che la concorrenza sia effettivamente impedita, ristretta o falsata, né che sussista un nesso diretto fra tale pratica concordata e i prezzi al dettaglio. Lo scambio di informazioni tra concorrenti persegue uno scopo anticoncorrenziale qualora sia idoneo ad eliminare talune incertezze in relazione al comportamento previsto dagli operatori interessati. Pertanto, una forma di coordinamento fra imprese che, senza essere spinta fino all’attuazione di un vero e proprio accordo, sostituisce consapevolmente una collaborazione pratica fra le stesse ai rischi della concorrenza (v. sentenze 16 dicembre 1975, cause riunite da 40/73 a 48/73, 50/73, da 54/73 a 56/73, 111/73, 113/73 e 114/73, Suiker Unie e a./Commissione, nonché 31 marzo 1993, cause riunite C-89/85, C-104/85, C-114/85, C-116/85, C-117/85 e da C-125/85 a C-129/85, Ahlström Osakeyhtiö e a./Commissione). CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. III, 4/06/2009, Sentenza C-8/08

CONSUMATORI – Pratiche commerciali sleali delle imprese riguardo ai consumatori nel mercato interno – Mancata trasposizione entro il termine prescritto – Inadempimento di Stato (Spagna) – Direttiva 2005/29/CE. Non adottando, entro il termine prescritto, le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessari per conformarsi alla direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell'11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese riguardo ai consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio ed il regolamento (CEE) N. ° 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio (“direttiva sulle pratiche commerciali sleali„), il regno di Spagna è venuto meno agli obblighi che gli incombono ai sensi di questa direttiva. (Testo Uff.: En ne prenant pas, dans le délai prescrit, les dispositions législatives, réglementaires et administratives nécessaires pour se conformer à la directive 2005/29/CE du Parlement européen et du Conseil, du 11 mai 2005, relative aux pratiques commerciales déloyales des entreprises vis-à-vis des consommateurs dans le marché intérieur et modifiant la directive 84/450/CEE du Conseil et les directives 97/7/CE, 98/27/CE et 2002/65/CE du Parlement européen et du Conseil et le règlement (CE) n° 2006/2004 du Parlement européen et du Conseil («directive sur les pratiques commerciales déloyales»), le Royaume d’Espagne a manqué aux obligations qui lui incombent en vertu de cette directive. Le Royaume d’Espagne est condamné aux dépens). CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITA' EUROPEE, Sez.VIII, 23/04/2009, causa C-321/08

TUTELA DEI CONSUMATORI – LAVORO – Legislazione su prodotti alimentari per animali ed i prodotti alimentari – Insufficienza delle forze di lavoro destinate ai servizi nominati ai controlli veterinari – Inadempimento di Stato (Grecia) – Regolamento (CEE) N. ° 882/2004. Non avendo adottato tutte le misure necessarie per rimediare all'insufficienza delle forze di lavoro destinate ai servizi nominati ai controlli veterinari in Grecia, la repubblica ellenica ha mancato agli obblighi che gli incombono ai sensi dell'articolo 4, paragrafo 2, sotto c), del regolamento (CEE) N. ° 882/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo ai controlli ufficiali effettuati per garantirsi della conformità con la legislazione sui prodotti per l'alimentazione degli animali ed i prodotti alimentari e con le disposizioni relative alla salute animale ed al benessere degli animali. (Testo Uff.: En n’ayant pas pris toutes les mesures nécessaires pour remédier à l’insuffisance des effectifs affectés aux services préposés aux contrôles vétérinaires en Grèce, la République hellénique a manqué aux obligations qui lui incombent en vertu de l’article 4, paragraphe 2, sous c), du règlement (CE) n° 882/2004 du Parlement européen et du Conseil, du 29 avril 2004, relatif aux contrôles officiels effectués pour s’assurer de la conformité avec la législation sur les aliments pour animaux et les denrées alimentaires et avec les dispositions relatives à la santé animale et au bien-être des animaux). CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITA' EUROPEE, Sez.II, 23/04/2009, causa C 331/07

DIRITTO DEL CONSUMATORE – Sospensione della ADSL per un periodo di tempo – Riattivazione a seguito del ricorso d'urgenza ex art. 700 c.p.c. – Risarcimento – Richiesta del “danno patrimoniale e non patrimoniale” – Riconoscimento. La sospensione della ADSL per un periodo di tempo (superiore al limite di riattivazione previsto dalle Condizioni generali di abbonamento) ed il suo ripristino soltanto a seguito del ricorso d'urgenza ex art. 700 c.p.c. effettuato dall'attore, ha evidentemente portato l'attore stesso a dover affrontare una serie di spese (danno patrimoniale) e disagi (danno non patrimoniale), esplicitamente riconosciuti. G.d.P. Dott. Giuseppe Caforio, Avv. Longo unitamente al Dott. Lupetti. GIUDICE DI PACE DI PISA, Sez. VII – 26/03/2009 (Ud. 24/03/2009), n. 1182

DIRITTO DEL CONSUMATORE – Servizio telefonico – Sospensione prolungata del servizio – Riconoscimento del “danno patrimoniale e non patrimoniale” – Sussistenza – Fattispecie. E’ legittimo il risarcimento del danno esistenziale per i disagi provocati dalla prolungata sospensione del servizio telefonico (in specie ADSL) oltre al danno non patrimoniale. Nella specie, l’attore ha dimostrato per testi (testimonianza della figlia), ma si rileva anche per fatti concludenti, che la sua attività di docente universitario è stata pesantemente penalizzata dalla lunga indisponibilità di uno strumento di comunicazione essenziale come è oggi il collegamento internet. Danno esteso alla famiglia, in particolare la figlia, che utilizzava il collegamento per ragioni di studio. (Conf. al risarcimento del danno Trib. Genova sent. 2429/06, G. di P. Bologna sent. 1859/07 ed altri).G.d.P. Dott. Giuseppe Caforio, Avv. Longo unitamente al Dott. Lupetti. GIUDICE DI PACE DI PISA, Sez. VII – 26/03/2009 (Ud. 24/03/2009), n. 1182

CONSUMATORI – DIRITTO SANITARIO – ALIMENTI – DIRITTO PROCESSUALE PENALE – Vendita di prodotti alimentari invasi da parassiti – Reato di frode in commercio – Art. 515 c.p. – Art. 1510 c.c – Art. 5, lett. G L. n. 283/1962. In materia di tutela penale degli alimenti, il reato deve ritenersi consumato nel luogo di immissione al commercio della merce. Nella specie, la competenza in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, lett. G si radica nel momento e nel luogo dove il prodotto venga posto in vendita al pubblico. Tale principio risulta del resto applicato anche in relazione al reato più generale di frode in commercio di cui all'art. 515 c.p., in quanto è stato ritenuto che tale reato si consuma non nel luogo in cui il venditore si libera della propria obbligazione ai sensi dell'art. 1510 c.c. con la consegna della merce al vettore o spedizioniere, ma in quello in cui avviene la materiale consegna della stesa merce all'acquirente. È infatti al momento suddetto che l'acquirente, ottenuta la disponibilità della cosa, viene a trovarsi nella possibilità di verificare la corrispondenza di essa a quella pattuita o dichiarata dal venditore (Cass. pen. sez. 1, 19/02/2003, sent. n. 8383). Fattispecie: grano tenero francese invaso da parassiti appartenenti alla classe dei coleotteri e, in particolare, alla specie "Rhizopherta Dominica" ed "Elaterio dei cereali". Pres. De Maio, Est. Marmo, Ric. Licciardi. CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. III, 09/01/2009 (Ud. 23/10/2008), Sentenza n. 391

CONSUMATORI E UTENTI – Trenitalia – Ritardo – Inesatto adempimento contrattuale – Risarcimento dei danni non patrimoniali – E’ dovuto – Fattispecie. Il ritardo di un treno di sette ore e mezza, imputabile a disorganizzazioni e disservizi di Trenitalia spa, obbliga quest’ultima al risarcimento dei danni non patrimoniali (irrilevante che l’attore li etichetti come morali o esistenziali) provocati in conseguenza dell’inesatto adempimento del contratto ( cass. ss.uu. n. 26973/08) (nella specie, l’attore aveva lamentato un elevato grado di sofferenza legato all’attesa, in dipendenza di un infortunio occorsogli sul lavoro, che gli aveva cagionato difficoltà nel mantenimento della posizione seduta:il G.d.P., pronunciandosi secondo equità, ha per tale ragione ricondotto i pregiudizi subiti nell’alveo dell’offesa alla dignità umana, tutelata dall’art. 2 Cost.). G.d.P. Randazzo – Z.C. (avv. Zingale) c. Trenitalia spa (avv. Previti). GIUDICE DI PACE DI TORTORICI – 30 Dicembre 2008 (Ud. 24/12/2008), Sentenza n. 375

CONSUMATORI – Cd. contratti del consumatore – Regolamento di competenza – Foro del consumatore – Giudice competente – Derogabilità – Trattativa – Onere della prova – Requisiti della individualità, serietà ed effettività – Artt. 18, 20 cod. proc. civ. e 1341, c. 2° cod. civ. – D. Lgs. n. 206/2005 (c.d. Codice del consumo). Il foro del consumatore é esclusivo e speciale sicché la clausola che stabilisca come sede del foro competente una località diversa da quella di residenza o di domicilio elettivo del consumatore, anche se il foro indicato come competente coincida con uno dei fori legali di cui agli artt. 18 e 20 cod. proc. civ., é presuntivamente vessatoria e, pertanto, nulla (v. Cass., 28/6/2005, n. 13890, Cass., 23/2/2007, n. 4208). Inoltre, la disciplina di tutela del c.d. Codice del consumo, art. 33, comma 2 lett. u), d.lgs. n. 206 del 2005, (come quella di cui ai previgenti artt. 1469 bis, e seguenti cod. civ.) può essere validamente derogata dalle parti soltanto con clausola oggetto di idonea trattativa – caratterizzata dai requisiti della individualità, (avere cioè riguardo alle clausole o agli elementi di clausola costituenti il contenuto dell'accordo, presi in considerazione singolarmente e nel significato che assumono nel complessivo tenore del contratto), serietà (essere svolta dalle parti mediante l'adozione di un comportamento obiettivamente idoneo a raggiungere il risultato cui e diretta) ed effettività (essere stata non solo storicamente ma anche in termini sostanziali effettuata, nel rispetto della autonomia privata delle parti, riguardata non solo nel senso di libertà di concludere contratto ma anche nel suo significato di libertà e concreta possibilità -anche- per il consumatore di determinare il contenuto del contratto) -, precisando che incombe sul professionista il relativo onere probatorio. In particolare, l'aggiunta a penna della clausola derogatoria del foro del consumatore, nell'ambito di un testo contrattuale dattiloscritto, o la mera approvazione per iscritto di una tale clausola sono inidonee ai fini della prova positiva della trattativa e che, inoltre, neppure il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto e la sottoscrizione indiscriminata di esse apposta sotto la relativa elencazione in base al numero d'ordine è idonea a determinare, ai sensi dell'art. 1341, secondo comma, cod. civ., l'efficacia della clausola vessatoria in parola, essendo a tal fine necessario che la stessa risulti chiaramente e autonomamente evidenziata dal predisponente e specificamente e autonomamente sottoscritta dall'aderente. Pres. P. Vittoria, Rel. L. A. Scarano, Ric. Galdi. CORTE DI CASSAZIONE CIVILE Sez. III, 26/09/2008, Ordinanza n. 24262

CONSUMATORI – Azione collettiva a tutela dei consumatori – Associazione di professionisti – Contratti – Clausole Vessatorie. L’associazione di professionisti che abbia provveduto all’elaborazione ed alla diffusione di clausole contenute in condizioni generali riguardanti contratti bancari ed abbia espresso parere positivo sulla loro utilizzabilità, deve ritenersi titolare della legittimazione passiva anche in ordine alle azioni collettive a tutela dei consumatori promosse prima della modifica dell’art. 1469 sexies cod. civ., intervenuta ai sensi dell’art. 6 della legge n. 14 del 3 febbraio 2003, con la quale è stata espressamente estesa la legittimazione passiva alle associazioni che “raccomandano” l’utilizzo di clausole o condizioni generali di contratto. (Pres. V. Proto, Rel. G. Salme'). CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. I, 21/05/2008, Sentenza n. 13051

CONSUMATORI – Associazioni rappresentative dei consumatori – Contratto ad esecuzione periodica o continuata o differita – Azione collettiva inibitoria a tutela dei consumatori – Inibitoria dell'uso di clausole vessatorie – Applicazione ai contratti – Art. 1469 sexies cod.civ.. L'inibitoria dell'uso delle clausole vessatorie produce effetti anche sui contratti già stipulati al momento della pronuncia giudiziale, sia perché l'eliminazione delle clausole vessatorie da tutti i contratti che le contengono è coerente con la finalità attribuita dal legislatore comunitario all'azione collettiva sia perché l'applicazione del divieto ai contratti ad esecuzione differita o con durata reiterabile, vigenti al momento dell'adozione dell'inibitoria (come quelli bancari), realizza la funzione preventiva propria di questo specifico strumento di tutela, escludendo la necessità di ricorrere all'azione individuale per espungere, in concreto, dai singoli regolamenti negoziali, le condizioni colpite dal provvedimento giudiziale. (Pres. V. Proto, Rel. G. Salme'). CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. I, 21/05/2008, Sentenza n. 13051

CONSUMATORI – Contratti bancari conclusi con i consumatori – Modificazione unilaterale di una o più condizioni del contratto da parte del professionista – Vessatorietà della clausola – L. n. 248/2006 – D. lgs n. 206/2005 – Art. 118 del T.U. bancario. la clausola, contenuta nelle condizioni generali di contratto, che riconosce unilateralmente al professionista la facoltà di modificare le disposizioni economiche del rapporto contrattuale, anche in mancanza di un giustificato motivo, così come richiesto, in via generale, dall'art. 1469 bis, comma 5, n. 11, attualmente riprodotto nell'art. 33, comma 2, lettera m) del d. lgs n. 205 del 2005 è vessatoria, non potendosi qualificare tale previsione negoziale come meramente riproduttiva dell'art. 118 del d. lgs n. 385 del 1993, nella formulazione anteriore alla modifica introdotta con l'art. 10 del d.l. 4 luglio 2006 n. 223, convertito nella legge n. 248 del 4 agosto 2006, sia perché l'esclusione della vessatorietà delle clausole riproduttive delle disposizioni di legge, prevista nell'art. 1469 ter, comma 3, riprodotta nell'art. 34, comma 3, del d. lgs n. 206 del 6 settembre 2005, trova applicazione solo quando ne venga trasposto il nucleo precettivo e non, invece, quando il predisponente si avvalga autonomamente di una facoltà prevista dalla norma, isolandola dal contesto normativo in cui si colloca, sia perché l'art. 118 del T.U. bancario ha una portata applicativa non limitata ai contratti con i consumatori. (Pres. V. Proto, Rel. G. Salme'). CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. I, 21/05/2008, Sentenza n. 13051

CONSUMATORI – Contratti bancari conclusi con i consumatori – Servizio bancario delle cassette di sicurezza – Clausola limitativa della responsabilità risarcitoria della banca – Vessatorietà – Art. 1229, c. 1, cod civ. – Art. 1469 bis, c. 1, cod civ. – Art. 1469 quinquies, c. 2, n. 2, c.c.. La clausola relativa al servizio di cassette di sicurezza che limita la responsabilità contrattuale del professionista, in caso di danneggiamento o distruzione delle cose custodite, ai soli danni comprovati ed obiettivi, con esclusione del valore d'affezione, assumendo come limite quantitativo del risarcimento il valore dichiarato dal cliente ed il conseguente massimale assicurativo ha natura vessatoria. Inoltre ha natura vessatoria, la clausola che riconosce alla banca il diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla mancata corrispondenza tra il valore dichiarato dal cliente e il valore effettivo, per essere, entrambe, oltre che lesive del divieto di limitazione della responsabilità contrattuale in caso di dolo o colpa grave, contenuto nell'art. 1229, comma 1, cod civ., anche produttive di un significativo ed ingiustificato squilibrio tra le parti, ex art. 1469 bis, comma 1, cod civ., o, in caso di clausola formante oggetto di trattativa, ex art. 1469 quinquies, comma 2, n. 2, cod. civ., in quanto dirette a limitare il diritto del consumatore ad agire, in caso d'inadempimento del professionista, anche per colpa lieve. (Pres. V. Proto, Rel. G. Salme'). CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. I, 21/05/2008, Sentenza n. 13051

CONSUMATORI – Trasporto aereo – Ritardata consegna dei bagagli – Responsabilità del vettore – Risarcibilità del danno patrimoniale – Sussistenza – Risarcimento del danno esistenziale – Esclusione – Giurisprudenza – Art. 942 Cod. nav. – Art. 2059 c.c.. Anche nel trasporto aereo, ai sensi dell’art. 942 cod. nav., si configura la responsabilità del vettore in caso di ritardata consegna dei bagagli, con il relativo obbligo al risarcimento dei danni patrimoniali, (Cass. 27/10/2004, n.20787), mentre non può essere accolta la domanda al risarcimento dei danni non patrimoniali e da vacanza rovinata (c.d. danno esistenziale), negandosi la configurabilità, sulla base del fatto che costituirebbe un’astratta categoria di danno che vìola la tipicità dell’art. 2059 c.c., (conf. Cass. 20/04/2007 nn. 9510 e 9514; Cass. 09/11/2006n. 23918; Cass. 19/05/2006 n. 11761; Cass. 15/07/2005 n.15022; contra Cass. 6/02/2007 n.2546; Cass. Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572; Cass. 12/06/2006 n. 13546; G.d.P. Mestre 22/11/2004 e G.d.P. Bari 7/11/2003; C.Giust. CE sez. VI, 12/03/2002 n. ). M.e O. c. Alitalia S.p.A. – Giud. Vitale. GIUDICE DI PACE DI PALERMO, 22/04/2008

CONSUMATORI – Tutela dei consumatori – Contratti negoziati fuori dei locali commerciali – Direttiva 85/577/CEE – Artt. 4, primo comma, e 5, n. 1 – Contratto di mutuo a lungo termine – Diritto di recesso – Dir. 85/577/CEE. La direttiva del Consiglio 20 dicembre 1985, 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, dev'essere interpretata nel senso che il legislatore nazionale può prevedere che il diritto di recesso introdotto all’art. 5, n. 1, di detta direttiva può essere esercitato entro un mese dal pieno adempimento, ad opera delle parti contraenti, degli obblighi derivanti da un contratto di mutuo a lungo termine, qualora il consumatore abbia ricevuto un’informazione errata sulle modalità di esercizio di detto diritto. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITA' EUROPEE, Sez. I, 10 Aprile 2008, Causa C-412/06

CONSUMATORI – Circolazione di prodotti d’imitazione ingannevoli e pericolosi per la salute – Configurabilità del reato (art. 5 D. Lgs. n. 73/1992) – Limiti – Fattispecie. Il reato di cui all’art. 5 del Decreto Legislativo del 25/01/1992 n. 73, è un reato di pericolo concreto, posto a tutela dei consumatori più deboli (in particolare anziani, bambini, portatori di handicap, analfabeti…) ed è diretto a scongiurare il pericolo di incidente derivanti dalla circolazione di prodotti d’imitazione ingannevoli e pericolosi per la salute dei consumatori stessi. Tuttavia, detto reato non è configurabile quando la condotta riveste in concreto un carattere non offensivo. Fattispecie, di commercializzazione di prodotti in materiale plastico poliuretano o gomma riproducenti generi di prodotti alimentari (ad. es. frutta, pane, verdure…), ciascuno con una etichetta in quattro lingue che avvertiva della non commestibilità e che il prodotto non era destinato ad essere venduto a singoli consumatori, bensì destinati a grossisti per l’utilizzazione in composizioni e ceste di arredo decorativo, composte in modo tale che i singoli “frutti” non potevano essere staccati ed utilizzati nemmeno accidentalmente. Pres. Carfagna – Rel. Mannocci – Giud. Rizzardi – Imp. M.. TRIBUNALE DI MILANO Sez. XI del riesame, 3/03/2008

CONSUMATORI – Associazioni dei consumatori – Legittimazione diretta ed autonoma – Azione inibitoria collettiva – C.d. leading cases (o azioni pilota) – Clausole vessatorie o inique – Azione inibitoria – Singoli consumatori – Tutela preventiva di carattere generale – Esclusione – Artt. 140 e 37 cod. cons.. Sono legittimate ad agire a tutela dei diritti e degli interessi collettivi dei consumatori, oltre alla c.d. azione inibitoria di clausole vessatorie, le associazioni dei consumatori iscritte nell’elenco del Ministero dello Sviluppo Economico (art. 140 cod. cons.), che inoltre possono richiedere adozioni di misure atipiche idonee a eliminare e correggere gli effetti dannosi delle violazioni accertate. E’ precluso, invece, ai sensi dell’art. 37 cod. cons., l’accesso ad una tutela preventiva di carattere generale ai singoli consumatori in quanto demandata in via esclusiva alle Camere di Commercio ed alle Associazioni dei consumatori ed utenti o dei professionisti quali esponenti degli interessi collettivi degli stessi associati. Giud. Di Pisa – Adiconsum c. Banca di Palermo s.p.a.. TRIBUNALE DI PALERMO, Ordinanza del 20/02/2008

CONSUMATORI – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Sindacato del giudice amministrativo – Rivalutazioni tecniche compiute dall’Autorità – Potere del G.A.. Il sindacato del giudice amministrativo è pieno e si estende sino al controllo dell'analisi (economica o di altro tipo) compiuta dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, potendo sia rivalutare le scelte tecniche compiute da questa, sia applicare la corretta interpretazione dei concetti giuridici indeterminati alla fattispecie concreta in esame (Cons. Stato VI, n. 926/2004, Buoni pasto Consip). Pres. Ruoppolo – Est. Bellomo – TAMOIL ITALIA S.p.A. (avv.ti Villata e Degli Esposti) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Gen. Stato) ed altri. (conferma Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma nn. 1741-1745-1748-1750 del 27 febbraio 2007). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 08/02/2008 (Ud. 20/11/2007), Sentenza n. 424

CONSUMATORI – Scambio di informazioni – Illecito antitrust – Configurabilità – Fattispecie: Carburante per aerei jet fuel – Omogeneità dei prezzi – Scambi di informazioni. La possibilità di acquisire aliunde le informazioni scambiate non comporta di per sé la liceità dello scambio. Tuttavia non si deve dimenticare che lo scambio di informazioni è stato ritenuto integrare in alcuni casi un illecito antitrust in sé (Cons. Stato, VI, n. 2199/02, Rc Auto). Nel caso di specie, le informazioni scambiate riguardavano dati previsionali, certamente sensibili, quali le informazioni sulle quantità di carburante che una società petrolifera prevede di erogare in un determinato scalo in un determinato periodo di tempo, confrontate con quanto erogato nell’anno precedente o dati altrettanto sensibili quali la conoscenza della tariffa applicata a ciascun utilizzatore, che comporta la conoscenza di uno degli elementi di costo cui devono far fronte i concorrenti nello stabilire le proprie politiche commerciali. Le imprese si scambiavano anche dati utili al monitoraggio delle condotte dei concorrenti: dati su erogati e sui clienti e sugli aggiudicatari delle gare. Riguardo a queste ultime informazioni, va rilevato che si trattavano di dati non pubblici, essendo l’aggiudicazione delle commesse comunicate alle sole società interessate e, pur potendo successivamente essere conosciuto tale elemento, è evidente che la tempestiva conoscenza consentiva il controllo sulla stabilità delle quote e l’eventuale adozione di immediate reazioni ritorsive in caso di inadempimenti. In definitiva, non si poteva sostenere che la circolazione dei dati sui clienti condivisi non era illecita, in quanto tali dati non avevano l’attitudine a rivelare la posizione sul mercato e le strategie dei concorrenti. Pres. Ruoppolo – Est. Bellomo – TAMOIL ITALIA S.p.A. (avv.ti Villata e Degli Esposti) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Gen. Stato) ed altri. (conferma Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma nn. 1741-1745-1748-1750 del 27 febbraio 2007). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 08/02/2008 (Ud. 20/11/2007), Sentenza n. 424

CONSUMATORI – Intesa anticoncorrenziale vietate – Oggetto anticoncorrenziale – Jet fuel – Scambi di informazioni. L’intesa anticoncorrenziale può essere sanzionata anche indipendentemente dai suoi effetti. L’art. 2 della legge n. 287/90, dopo aver precisato che si considerano intese gli accordi e/o le pratiche concordate, statuisce che sono vietate le intese tra le imprese che abbiano per oggetto o per l’effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante. La norma è chiara nel richiedere la sola presenza dell’oggetto anticoncorrenziale, e non anche necessariamente dell’effetto (cfr., Corte Giust. CE, C – 219/95, Ferriere Nord, 17-7-97, par. 30 e ss.; Cons. Stato, VI, n. 2199/2002 e n. 652/2001). Nel caso in esame l’Autorità ha dimostrato anche l’esistenza di effetti anticoncorrenziali, riguardanti la stabilità delle quote di mercato e il prezzo del jet fuel, al fine di rafforzare la prova dell’intesa. Pres. Ruoppolo – Est. Bellomo – TAMOIL ITALIA S.p.A. (avv.ti Villata e Degli Esposti) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Gen. Stato) ed altri. (conferma Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma nn. 1741-1745-1748-1750 del 27 febbraio 2007). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 08/02/2008 (Ud. 20/11/2007), Sentenza n. 424

CONSUMATORI – Scambio di informazioni tra imprese – Identità delle condizioni di offerta – Carattere illecito del parallelismo – Inversione dell’onere della prova – Fattispecie. In presenza di uno scambio di informazioni tra imprese, il parallelismo di comportamenti economici si colora di illiceità, spettando alle imprese dimostrare che il parallelismo non sia il frutto di comportamenti anticoncorrenziali, agevolati dalla conoscenza reciproca di informazioni rilevanti e sensibili (Cons. Stato, VI, n. 652/01, CD musicali; n. 1699/01, Tim – Omnitel). Se, dunque, la semplice identità delle condizioni di offerta da parte degli imprenditori possa costituire da sola indizio idoneo a suffragare l’esistenza di un accordo o di una pratica concordata (salvo il caso eccezionale nel quale l’anomalia dell’appiattimento non sia spiegabile altrimenti che come frutto di un’intesa illecita sul versante concorrenziale), quando esistono elementi di riscontro, quali lo scambio di informazioni, si presume il carattere illecito del parallelismo, con una sostanziale inversione dell’onere della prova, gravante in tal caso sulle imprese al fine di spiegare la razionalità economica delle condotte parallele in una prospettiva di autonome iniziative imprenditoriali; ciò che si presume è le imprese tengano conto delle informazioni scambiate con i loro concorrenti per determinare il proprio comportamento sul mercato, spettando alle stesse imprese l’onere della prova contraria (Corte Giust, CE, C- 49/92, Anic, 8.7.99, par.121). Nella specie, l’illecito contestato non è costituito dal solo scambio di informazioni quale pratica anticoncorrenziale in sé, ma da una più complessa intesa, che ha avuto ad oggetto e per effetto la ripartizione del mercato della fornitura di jet fuel e l’impedimento all’ingresso di nuovi operatori, nonché un intenso e continuato scambio di informazioni idonee al raggiungimento di tali obiettivi. Di fatto, le imprese coinvolte sono di dimensioni tali da disporre certamente delle conoscenze giuridiche e economiche necessarie per conoscere il carattere illecito della loro condotta e le conseguenze che ne derivano dal punto di vista del diritto della concorrenza. Pres. Ruoppolo – Est. Bellomo – TAMOIL ITALIA S.p.A. (avv.ti Villata e Degli Esposti) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Gen. Stato) ed altri. (conferma Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma nn. 1741-1745-1748-1750 del 27 febbraio 2007). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 08/02/2008 (Ud. 20/11/2007), Sentenza n. 424

CONSUMATORI – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Diffida – Atto dovuto – Funzione – Effetti – Comportamenti anticoncorrenziali. Il contenuto della diffida, costituisce atto dovuto da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, è vincolato al dettato normativo, che lo ancora all’eliminazione delle infrazioni (art. 15 della legge n. 287/90) o alla cessazione delle stesse (art. 5 del Reg. CE n. 1/03). Ma tale contenuto non ha solo il fine di eliminare i comportamenti oggetto dell’intesa, che come fatti storici non potrebbero essere cancellati, ma anche quella di rimuovere, ove possibile, le conseguenze anticoncorrenziali dell’intesa e di intimare alle imprese di astenersi dal porre in essere analoghi comportamenti per il futuro (Cons. Stato, VI, n. 926/2004). La diffida ha quindi, anche, lo scopo di intimare alle imprese di astenersi dagli accertati comportamenti anticoncorrenziali per il futuro. Pres. Ruoppolo – Est. Bellomo – TAMOIL ITALIA S.p.A. (avv.ti Villata e Degli Esposti) c. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Gen. Stato) ed altri. (conferma Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma nn. 1741-1745-1748-1750 del 27 febbraio 2007). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 08/02/2008 (Ud. 20/11/2007), Sentenza n. 424

CONSUMATORI – SALUTE – Alimenti – Mozzarelle con latte proveniente da animali affetti da brucellosi – Sequestro limitato ai capi di bestiame ed al materiale strettamente necessario all'allevamento – Legittimità – Fattispecie. Ritenuto sussistente il fumus dei delitti di cui agli artt. 416, 444, 445 e 500 c.p., è legittimo il provvedimento di sequestro limitatamente ai capi di bestiame ed al materiale strettamente necessario all'allevamento con ordine di dissequestro e restituzione agli aventi diritto dei residui beni aziendali. Fattispecie: commercializzazione del latte degli animali infetti con conseguente potenzialità di diffusione del batterio della B.R.C, veicolato nel latte "trasformato in mozzarella ed inserito in circuiti di ampia distribuzione commerciale, ovvero contenuta nella stessa carne degli animali infetti, impiegata per l’'alimentazione umana". Pres. Onorato – Rel. Nuzzo – P.m. Montagna – Ric. S.. CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. III, 17 gennaio 2008 (ud. 27/11/ 2007), Sentenza n. 2465

CONSUMATORI – Credito al consumo – Diritto del consumatore di procedere contro il creditore nell’ipotesi di mancata esecuzione o di esecuzione non conforme del contratto relativo ai beni o ai servizi finanziati dal credito – Presupposti – Menzione del bene o del servizio finanziato nell’offerta di credito – Apertura di credito con possibilità di far uso del credito concesso in momenti differenti – Possibilità, per il giudice nazionale, di rilevare d’ufficio il diritto del consumatore di procedere contro il creditore – Direttiva 87/102/CEE – Dir. 98/7/CE. Gli artt. 11 e 14 della direttiva del Consiglio 22 dicembre 1986, 87/102/CEE, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di credito al consumo, come modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 16 febbraio 1998, 98/7/CE, devono essere interpretati nel senso che ostano a che il diritto del consumatore di procedere contro il creditore, previsto dall’art. 11, n. 2, della direttiva medesima, come modificata, sia subordinato alla condizione che la previa offerta di credito rechi menzione del bene o della prestazione di servizi finanziati. Inoltre, la direttiva 87/102/ CEE, come modificata dalla direttiva 98/7/CE, dev’essere interpretata nel senso che consente al giudice nazionale di applicare d’ufficio le disposizioni che traspongono nel diritto interno il suo art. 11, n. 2. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE C.E., Sez. I, 04/10/2007, Procedimento C‑429/05

CONSUMATORE – Occupazione abusiva di immobile IACP – Esigenza di reperire un alloggio – Stato di necessità – Configurabilità – Presupposti. Ai fini della sussistenza dell'esimente dello stato di necessità previsto dall'art. 54 c.p., rientrano nel concetto di danno grave alla persona non solo la lesione della vita o dell'integrità fisica, ma anche quelle situazioni che attentano alla sfera dei diritti fondamentali della persona, secondo la previsione contenuta nell'art. 2 della Costituzione…, fra i quali deve essere ricompreso il diritto all’abitazione, in quanto l’esigenza di un alloggio rientra fra i bisogni primari della persona'. Nel caso di specie, era stata omessa dai giudici di merito qualsiasi indagine al fine di verificare sia le obiettive condizioni economiche dell’imputata, l’esigenza di tutela del figlio minore, la minaccia dell’integrità fisica degli stessi, sia gli ulteriori requisiti (necessità ed inevitabilità) per ritenere la sussistenza dell’esimente in parola. Nella specie, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza dei giudici di merito che avevano escluso la configurabilità dell’esimente di cui all’art. 54 c.p. in relazione all’occupazione abusiva di un immobile IACP. Presidente F. Morelli, Relatore P. Zappa. CORTE DI CASSAZIONE Sez. II Penale, 26/09/2007 (Ud.27/06/2007), Sentenza n. 35580

CONSUMATORI – Tagli di carne congelata e disossata di una parte del quarto anteriore di animali della specie bovina – Tariffa doganale comune – Nomenclatura combinata – Classificazione tariffaria – Sottovoce 0202 30 50. L’allegato I del regolamento (CEE) del Consiglio 23 luglio 1987, n. 2658, relativo alla nomenclatura tariffaria e statistica ed alla tariffa doganale comune, come modificato dal regolamento (CE) della Commissione 12 ottobre 1999, n. 2204, deve essere interpretato nel senso che i pezzi di carne, congelata e disossata, provenienti dal quarto anteriore del manzo rientrano nella sottovoce 0202 30 50 della nomenclatura combinata. L’allegato I del regolamento n. 2658/87, come modificato dal regolamento n. 2204/1999, deve essere interpretato nel senso che, per essere classificati nella sottovoce 0202 30 50, i pezzi di carne, congelata e disossata, del quarto anteriore del manzo non devono soddisfare altre condizioni, in particolare quella di dover provenire dallo stesso animale. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITA' EUROPEE, Sez. II, 13/09/2007, causa C-400/06

CONSUMATORI – Tributi – Procedimento di riscossione – Avviso di mora – Presupposti – Notifica dell’atto impositivo – Necessità – Cartella di pagamento – Omissione della notifica – Effetti. Nel vigore della disciplina del procedimento di riscossione mediante ruoli anteriore al d.lgs. n. 46 del 1999, le Sezioni Unite hanno stabilito che la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace esercizio del diritto di difesa. Nella predetta sequenza, l’omissione della notificazione di un atto presupposto – la cartella di pagamento – costituisce vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale – l’avviso di mora – notificato e tale nullità può essere fatta valere dal contribuente mediante la scelta o di impugnare, per tale semplice vizio, l’atto consequenziale notificatogli – rimanendo esposto all’eventuale successiva azione dell’amministrazione, esercitabile soltanto se siano ancora aperti i termini per l’emanazione e la notificazione dell’atto presupposto – o di impugnare cumulativamente anche quest’ultimo (non notificato) per contestare radicalmente la pretesa tributaria: con la conseguenza che spetta al giudice di merito interpretare la domanda proposta dal contribuente al fine di verificare se egli abbia inteso far valere la nullità dell’atto consequenziale in base all’una o all’altra opzione. Inoltre, le Sezioni Unite hanno anche precisato che l’impugnazione avverso l’avviso di mora emesso dal concessionario alla riscossione, deducendo la omessa notifica della cartella di pagamento, può essere promossa dal contribuente indifferentemente nei confronti dell’ente creditore o del concessionario e senza che tra costoro si realizzi una ipotesi di litisconsorzio necessario, essendo rimessa alla sola volontà del concessionario, evocato in giudizio, la facoltà di chiamare in causa l’ente creditore (allo scopo di renderlo partecipe della responsabilità della gestione del processo); di conseguenza è ammissibile il ricorso per cassazione promosso dal contribuente nei solo confronti della Amministrazione finanziaria, ancorché il concessionario fosse parte nel giudizio di merito. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. Un. Civ. del 25/07/2007, Sentenza n. 16412

CONSUMATORI – Contratti viaggi vacanze “tutto compreso” – C.d. “pacchetto turistico o package” (previsto dal d.lgs. n. 111/1995 ed ora trasfuso negli artt. 82 ss. d.lgs. n. 206/2005 (c.d. Codice del Consumo) – Causa concreta – Finalità turistica o scopo di piacere – Irrealizzabilità per sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione – Risoluzione – Art. 1174 c.c.. Nel contratto di viaggio vacanza “tutto compreso” (c.d. “pacchetto turistico” o package), caratterizzato dalla prefissata combinazione di almeno due degli elementi costituiti dal trasporto, dall’alloggio e da servizi turistici agli stessi non accessori (itinerario, visite, escursioni con accompagnatori e guide turistiche, ecc.) costituenti parte significativa di tale contratto, con durata superiore alle 24 ore ovvero estendentesi per un periodo di tempo comportante almeno una notte, la "finalità turistica" (o "scopo di piacere") non costituisce un irrilevante motivo ma si sostanzia nell’interesse che lo stesso è funzionalmente volto a soddisfare, connotandone la causa concreta. Ne consegue che la irrealizzabilità di tale finalità per sopravvenuto evento non imputabile alle parti determina, stante il venir meno dell’elemento funzionale dell’obbligazione costituito dall’interesse creditorio (art. 1174 c.c.), l’estinzione del contratto per sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione, con esonero delle parti dalle rispettive obbligazioni. Presidente F. Trifone, Relatore L. A. Scarano. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 24/07/2007 (Ud. 22/03/2007), Sentenza n. 16315

CONSUMATORI – Contratto di viaggio vacanza “tutto compreso” c.d. “pacchetto turistico” o package (previsto dal d.lgs. n. 111/1995 ed ora trasfuso negli artt. 82 ss. d.lgs. n. 206/2005 (c.d. Codice del Consumo) – Natura e funzione – Distinzione dai contratti di: organizzazione, intermediazione e viaggio – Elemento di qualificazione – Impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del creditore – Effetti – Fattispecie – L. n. 1084/1977. Nel delineare i caratteri e la funzione del contratto di viaggio vacanza “tutto compreso” (c.d. “pacchetto turistico” o package), distinguendolo dal contratto di organizzazione (artt. 5 ss.) o di intermediazione (art. 17 ss.) di viaggio (CCV) di cui alla Convenzione di Bruxelles del 1970 (resa esecutiva con L. 27 dicembre 1977, n. 1084), e nel porre in rilievo che la causa concreta assume rilievo, oltre che come elemento di qualificazione, anche relativamente alla sorte del contratto, quale criterio di relativo adeguamento. Pertanto, l’impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del creditore, pur se normativamente non specificamente prevista, è da considerarsi causa di estinzione dell’obbligazione, autonoma e distinta dalla sopravvenuta totale (art. 1463 c.c.) o parziale (art. 1464 c.c.) impossibilità di esecuzione della medesima. In specie, l'epidemia di dengue emorragico costituisce infatti evento determinante non già il deterioramento o la riduzione della prestazione (v. Cass., 17/7/1987, n. 6299) bensì il venir meno del normale standard di sicurezza sanitaria del luogo di esecuzione della prestazione turistica. Fattispecie: scioglimento del contratto di package avente ad oggetto un viaggio vacanza di due settimane per due persone a Cuba, essendo ivi in atto un’epidemia di dengue emorragico, sicchè i turisti, in accordo con l’agenzia di viaggi, avevano optato per diversa destinazione, nonché di rigetto della domanda di pagamento dell’indennità per il recesso formulata dal tour operator. Presidente F. Trifone, Relatore L. A. Scarano. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 24/07/2007 (Ud. 22/03/2007), Sentenza n. 16315

CONSUMATORI – Totale impossibilità sopravvenuta della prestazione – Impedimento assoluto ed oggettivo, a carattere definitivo – Natura – Effetti – Estinzione dell'obbligazione e risoluzione del contratto – C.d. sinallagma funzionale – Impossibilità parziale – Natura – Effetti – Riduzione della controprestazione o al diritto al recesso – Sopravvenuta impossibilità della esecuzione della prestazione. La totale impossibilità sopravvenuta della prestazione (art. 1463 c.c.), che consiste in un impedimento assoluto ed oggettivo, a carattere definitivo, della prestazione (v. Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 22/10/1982, n. 5496; Cass., 6/2/1979, n. 794; Cass., 27/6/1978, n. 3166; Cass., 8/10/1973, n. 2532; Cass., 14/10/1970, n. 2018; Cass., 29/10/1962, n. 3076), integra infatti un fenomeno di automatica estinzione dell'obbligazione e risoluzione del contratto che ne costituisce la fonte ai sensi degli artt. 1463 e 1256, 1° co., c.c. (v. Cass., 28/1/1995, n. 1037; Cass., 9/11/1994, n. 9304; Cass., 24/4/1982, n. 548; Cass., 14/10/1970, n. 2018), in ragione del venir meno della relazione di interdipendenza funzionale in cui la medesima si trova con la prestazione della controparte c.d. sinallagma funzionale), a tale stregua conseguendo la irrealizzabilità della causa concreta del con tratto (cfr. Cass., 24/4/1982, n. 2548; Casa., 15/12/1975, n. 4140; Cass., 26/3/1971, n. 882; Cass., 14/4/1959, n. 1092; Cass., 26/3/1954, n. 894). L'impossibilità parziale (art. 1464 c.c.) consiste invece nel deterioramento della cosa dovuta, o più generalmente nella riduzione materiale della prestazione (cfr. Cass., 10/4/1995, n. 4119) che dà luogo ad una corrispondente riduzione della controprestazione o al diritto al recesso per la parte che non abbia un apprezzabile interesse al mantenimento del contratto, laddove la prestazione residua venga a risultare incompatibile con la causa concreta del contratto (cfr. Cass., 15/12/1975, n. 4140). Diversamente da tale ipotesi, l'impossibilità di utilizzazione della prestazione non viene in realtà a sostanziarsi in un impedimento precludente l'attuazione dell'obbligazione, non presupponendone di per sé l'obiettiva ineseguibilità da parte del debitore. Pur essendo la prestazione in astratto ancora eseguibile (cfr. Cass., 27/9/1999, n. 10690), il venir meno della possibilità che essa realizzi lo scopo dalle parti perseguito con la stipulazione del contratto (nel caso, lo «scopo di piacere» in cui si sostanzia la «finalità turistica»), essa implica il venir meno dell'interesse creditorio, quale vicenda che attiene esclusivamente alla sfera del creditore. Nelle ipotesi in cui la prestazione diviene impossibile l'obbligazione si estingue per il concorso delle due cause estintive, l'impossibilità sopravvenuta della utilizzabilità della prestazione estingue invero il rapporto obbligatorio per il venir dell'interesse creditorio, e di conseguenza il contratto che dell'obbligazione costituisce la fonte per irrealizzabilità della relativa causa concreta. La sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione deve dunque distinguersi dalla sopravvenuta impossibilità della esecuzione della prestazione (v. peraltro ancora Cass., 2/5/2006, n. 10138) di cui agli artt. 1463 e 1464 c.c. (v. Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 28/1/1995, n. 1037). Sicché, va pertanto affermato che l'impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del creditore, pur se normativamente non specificamente prevista, costituisce -analogamente all'impossibilità di esecuzione della prestazione- (autonoma) causa di estinzione dell'obbligazione (v.. Cass., 9/11/1994, n. 9304). Presidente F. Trifone, Relatore L. A. Scarano. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 24/07/2007 (Ud. 22/03/2007), Sentenza n. 16315

CONSUMATORI – Arbitrato rituale o irrituale – Interpretazione del compromesso – In dubbio pro arbitrato rituale. Costituendo l’arbitrato irrituale un istituto atipico, derogatorio dell’istituto tipico regolato dalla legge e sfornito delle garanzie previste dal legislatore, deve ritenersi che, in mancanza di una volontà derogatoria chiaramente desumibile dal compromesso o dalla clausola compromissoria, il riferimento delle parti alla soluzione di determinate controversie mediante arbitrato normalmente costituisce espressione della volontà di fare riferimento all’arbitrato rituale, ossia all’istituto tipico regolato dal codice di procedura civile. CORTE DI CASSAZIONE Sez. I, 02/07/2007, Sentenza n. 14972

CONSUMATORI – Titoli di credito – Incasso di assegni non trasferibili a persone diverse dai beneficiari dei titoli – Responsabilità della banca negoziatrice – Natura – Termine di prescrizione (Ordinaria decennale). Ha natura contrattuale la responsabilità della banca negoziatrice di assegni bancari (o circolari), la quale abbia pagato detti assegni in violazione delle specifiche regole poste dal primo comma dell’art. 43 legge assegni. Tale responsabilità tutela tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno: prima di tutti il prenditore, ma eventualmente anche colui che ha apposto sul titolo la clausola di non trasferibilità, o colui che abbia visto in tal modo indebitamente utilizzata la provvista costituita presso la banca trattaria (o emittente), nonché, se del caso, questa stessa banca. Di qui la conseguenza che a tale azione di responsabilità si applica la prescrizione ordinaria decennale, e non quella quinquennale, propria della responsabilità extracontrattuale. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. Un. Civ. del 26/06/2007, Sentenza n. 14712

CONSUMATORI – Titoli di credito – Buoni postali – Condizioni riportate sui titoli – Prevalenza sulle prescrizioni ministeriali. La discrepanza tra le prescrizioni ministeriali e le indicazioni riportate sui buoni postali offerti in sottoscrizione ai richiedenti deve essere risolta dando la prevalenza alle seconde. L’accordo negoziale ha ad oggetto il contenuto enunciato dai buoni, anche quando in precedenza, con decreto ministeriale, siano state modificate le relative condizioni. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. Un. Civ. del 15/06/2007 Sentenza n. 13979

CONSUMATORI – Oggetto del contratto – Attività professionale dell’acquirente – Contratto di fornitura di banche dati giuridiche – Foro del consumatore – Esclusione – Artt. 1469 bis e segg. c.c.. Non si applica la disciplina più favorevole al consumatore di cui agli artt. 1469 bis e segg. c.c. al contratto di fornitura di banche dati giuridiche, concluso da un consulente legale con il gestore delle banche dati, in quanto l’oggetto del contratto è inerente all'attività professionale dell’acquirente. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 05/06/2007, Sentenza n. 13083

CONSUMATORI – Società erogatrice di energia elettrica – Danni subiti dagli utenti a causa degli sbalzi di corrente – Responsabilità civile – Responsabilita' da attivita' pericolosa. La società erogatrice di energia elettrica risponde a titolo di responsabilità per attività pericolosa dei danni subiti dagli utenti a causa degli sbalzi di corrente. Presidente R. Preden, Relatore C. Filadoro. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. III, del 15 Maggio 2007 (C.C. 2/04/2007), Sentenza n. 11193

CONSUMATORI – Contratti – Simulazione – Compravendita – Prova testimoniale per dimostrare la pattuizione di un prezzo superiore a quello dichiarato nell’atto – Inammissibilità. In tema di simulazione relativa parziale inerente ad una compravendita immobiliare, non è ammissibile inter partes la prova testimoniale in ordine all’ammontare del prezzo. Presidente V. Carbone, Relatore R. M. Triola. CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite Civili, 26/03/2007, Sentenza n. 7246

CONSUMATORI – PRIVACY – Attività giornalistica – Pubblicazione di notizie e immagini senza il consenso dell’interessato – Limiti. La pubblicazione di notizie ed immagini senza il consenso della persona cui la notizia si riferisce o cui appartenga l’immagine pubblicata, è legittima nell’esercizio dell’attività giornalistica, laddove si confermi alle regole dettate dal codice di deontologia professionale (artt. 1-8) che specificano e puntualizzano il contenuto ed i limiti del diritto di cronaca. I diritti alla riservatezza, alla reputazione e alla privacy possono venire sacrificati nel bilanciamento con il diritto all’informazione garantito costituzionalmente ed anche a livello europeo dalla direttiva n. 95/46, a condizione che si rispettino le regole dell’interesse pubblico alla notizia, della veridicità e della continenza. G.U. Camerata Scovazzo – L.C.S. (avv. Palmigiano) c. Giornale di Sicilia editoriale poligrafica s.p.a. (avv. Algozzini) – TRIBUNALE DI PALERMO, Sez. I civile – sentenza 21 febbraio 2007 (ud. 9.2.2007) (segnalata dall'avv. Alessandro Palmigiano)

CONSUMATORI – PRIVACY – L. 675/96, art. 18 – Colpa ex art. 2050 c.c. – Attività giornalistica – Onere delle prova. La presunzione di colpa prevista dall’art. 2050 c.c. per gli esercenti attività pericolose, richiamata dall’art. 18 della L. 675/96, comporta che il giornalista, in presenza di un’azione per danni da illegittimo trattamento di dati personali, deve fornire la prova di avere fatto di tutto per evitare il danno. G.U. Scovazzo – L.C.S. (avv. Palmigiano) c. Giornale di Sicilia editoriale poligrafica s.p.a. (avv. Algozzini) – TRIBUNALE DI PALERMO, Sez. I civile – sentenza 21 febbraio 2007 (ud. 9.2.2007) (segnalata dall'avv. Alessandro Palmigiano)

CONSUMATORI – Associazioni di consumatori – Codice del consumo – Servizi di somministrazione di energia elettrica e gas – Accesso alla documentazione – Istanza di acceso con finalità ispettive – Inammissibilità. Pur dovendosi riconoscere la legittimazione di un associazione di consumatori (art. 137 Codice del Consumo) all’accesso alla documentazione in materia che investe la tutela dei consumatori e degli utenti dei servizi di somministrazione di energia elettrica e gas, detenuta da gestori di pubblici servizi, tuttavia non sono ammissibili istanze che mirano a finalità tipicamente ispettive, in quanto la disciplina sull’accesso tutela l’interesse alla conoscenza e non l’interesse ad effettuare un controllo sull’impresa o sull’amministrazione allo scopo di verificare eventuali (e non ancora definite) forme di lesione all’interesse dei consumatori (Cons. Stato Sez. IV 6/10/01 n. 5291; 10/2/06 n. 555; ecc.); la disciplina sull’accesso non può essere uno strumento utilizzabile per consentire all’associazione di consumatori di sostituirsi agli organi deputati dall’ordinamento ad effettuare i controlli sui servizi stessi (nella specie, la richiesta di accesso avanzata dal Codacons aveva ad oggetto la documentazione relativa al sistema di fatturazione utilizzato dai gestori dei servizi di somministrazione di energia elettrica). Pres. Corsaro, Est. Santoleri – Codacons (avv. Rienzi) c. A. s.p.a. (avv.ti Satta e Lattanti), E. s.p.a. (avv. Nanni), E, s.p.a. (avv. Gonnelli) – T.A.R. LAZIO, Roma, sez. III ter – 1 febbraio 2007, n. 724

CONSUMATORI – SALUTE – Alimenti – Mero trasportatore – Obbligo di conservazione L. n. 283/1962. L'obbligo di osservare la disciplina prevista dalla legge n. 283/1962 incombe anche al mero trasportatore, atteso che l'onere di assicurare le condizioni di conservazione degli alimenti, al fine di tutela della salute pubblica, sussiste in tutte le fasi di distribuzione degli alimenti. Pres. Postiglione, Est. Fiale, Ric. Merlo. CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. III, 28 gennaio 2007 (Ud. 19/10/2006), Sentenza n. 2897

CONSUMATORI – SALUTE – Alimenti – Trasportatore Obblighi – Condizioni di conservazione degli alimenti Destinatari – Prescrizioni igienico – sanitarie. L'obbligo di osservare la disciplina prevista dalla legge n. 283/1962 incombe anche al mero trasportatore, atteso che l'onere di assicurare la condizioni di conservazione degli alimenti, al fine di tutela della salute pubblica, sussiste in tutte la fasi di distribuzione degli stessi. Pertanto, destinatari delle disposizioni dell'art. 5 della legge n. 283/1962, sono tutti coloro che concorrono alla immissione sul mercato di prodotti destinati al consumo e non conformi alle prescrizioni igienico – sanitarie. Pres. Postiglione, Est. Fiale, Ric. Merlo. CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. III, 28 gennaio 2007 (Ud. 19/10/2006), Sentenza n. 2897

CONSUMATORI – SALUTE – Alimenti – Concetto di "destinazione per la vendita" – L. n. 283/1962. Il concetto di "destinazione per la vendita", enunciato dall'art. 5 della legge 30.4.1962, n. 283, in tema di frodi di alimentari, non consiste soltanto nel possesso di prodotti destinati immediatamente alla vendita, bensì anche nel possesso di prodotti da vendersi successivamente e cioè, in definitiva, in una relazione di fatto, tra il soggetto ed il prodotto, caratterizzato semplicemente dal fine della vendita stessa, senza che sia necessario che la merce si trovi in luoghi destinati ai consumatori [ vedi Cass. : sez. III, 1.4.2003, n. 15185; Sez. III, 22.6.1996, n. 6266; Sez. VI, 4.6.1993, n. 5661; Sez VI, 14.12.1993, n. 11395]. Pres. Postiglione, Est. Fiale, Ric. Merlo. CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. III, 28 gennaio 2007 (Ud. 19/10/2006), Sentenza n. 2897

CONSUMATORI – SALUTE – Alimenti – Cattivo stato di conservazione Configurabilità del reato – Prescrizioni normative – Danno per la salute del consumatore. Nella previsione di cui all'art. 5, lett. b), della legge n. 283/1962, non è necessario che il cattivo stato di conservazione si riferisca alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari, ma è sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, le quali devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti, ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza. (Cass. Sez. Un. 19.12.2001, sentenza n. 40, ric. Butti). Sicché, una volta accertata l'inosservanza di accorgimenti igienico – sanitari riferiti alle modalità di conservazione (alla stregua di norme giuridiche di carattere tecnico ma anche di precetti generalmente condivisi dalla collettività), la fattispecie penale si configura senza che sia necessario un previo accertamento sulla commestibilità del prodotto o il verificarsi di un danno per la salute del consumatore ( vedi pure Cass., Sez. III, 27.1.2004, n. 2649, Gargelli). Pres. Postiglione, Est. Fiale, Ric. Merlo. CORTE DI CASSAZIONE PENALE Sez. III, 28 gennaio 2007 (Ud. 19/10/2006), Sentenza n. 2897

Consumatori – Diritto d'autore – Tutela – Differenza tra "fine di lucro" e "fine di profitto". In materia di diritti d’autore, prima della modifica degli artt. 171 bis e 171 ter da parte della l. n. 248 del 2000, in mancanza del fine di lucro, non costituiva reato la duplicazione, su supporto informatico, di opere anche tutelate dal diritto d'autore e messe a disposizione su un server, dal quale potevano essere scaricate da utenti abilitati. R.E. e altro. CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, 09/01/2007, Sentenza n. 149

Consumatori – Distribuzione dei carburanti – Ampliamento del numero dei produttori – Concorrenza – Legittimità. La concorrenza nel settore della distribuzione dei carburanti è regolata da apposite norme e che non possono di certo ritenersi illeciti i comportamenti dei privati conformi al dettato normativo, la censura non considera che il valore giuridico che tutela la concorrenza va nella direzione dell’ampliamento del numero dei produttori e non in quella della sua restrizione. Pres. Santoro – Est. Fera – Total Italia s.p.a. (già TOTAL FINA s.p.a.) (avv.ti Lovelli e Cavasola) c. Comune di Marsciano (avv. Ferretti) ed altro (conferma TAR dell'Umbria 3 ottobre 2005, n. 454). CONSIGLIO DI STATO Sez. V, 08/01/2007 (C.C. 23/06/2006), Sentenza n. 13

Consumatori – Fondazioni bancarie – Esenzione dalla ritenuta sui dividendi – Configurabilità come aiuto di stato – Limiti. In tema di agevolazioni tributarie, la gestione di partecipazioni di controllo sull’impresa bancaria (o su impresa di cui è titolare un’impresa facente parte di una holding), ovvero l’acquisizione e gestione di partecipazioni di altre imprese, da parte delle fondazioni bancarie attraverso una propria struttura organizzata, nella vigenza del regime di cui alla legge 30 luglio 1990, n. 218, e al d.lgs. 20 novembre 1990, n. 356, è idonea a far ritenere tali soggetti come imprese, ai fini dell’applicazione del diritto comunitario della concorrenza, salva la dimostrazione, il cui onere incombe al soggetto che invoca l’agevolazione, che tale attività, considerati i fini statutari, gli eventuali accordi parasociali aventi ad oggetto l’esercizio del diritto di voto o danti luogo ad un’influenza dominante, anche congiunta, sulla gestione della banca conferitaria o di altre imprese, e anche il complesso delle attività effettivamente espletate nel periodo d’imposta, abbia un ruolo non prevalente o strumentale rispetto alla provvista di risorse destinate all’esercizio di attività sociali, di beneficenza o culturali; in ogni caso, ai fini del riconoscimento dell’esenzione dalla ritenuta sui dividendi da partecipazioni azionarie, di cui all’art. 10-bis della legge 29 dicembre 1962, n. 1745, introdotto dall’art. 6 del d.l. 21 febbraio 1967, n. 22 (convertito in legge 21 aprile 1967, n. 209), occorre la dimostrazione che tali attività abbiano costituito le uniche espletate dall’ente. Pertanto, il giudice di merito, all’esito del predetto esame, ove ritenga che la misura costituisca un aiuto di Stato e la Repubblica Italiana non abbia seguito la procedura di cui all’art. 88, comma 3°, del Trattato CE, ritenuta l’illegalità della misura di aiuto, deve disapplicare le norme nazionali e dichiarare non spettante l’agevolazione. Presidente V. Carbone, Relatore E. Altieri. CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite Civili, 29/12/2006, Sentenza n. 27619

CONSUMATORI – Esercizio di concorso a premi che riproduce il concorso a premi “ gratta e vinci” – Reato di cui all’art. 4, c.1, L. n. 401/1989 – Sussistenza. Per l’attività di esercizio di concorso a premi che riproduce il meccanismo del “ gratta e vinci” è necessario richiedere l’autorizzazione dell’amministrazione autonoma dei monopoli di Stato ai sensi dell’art. 4, comma 1 legge 13 dicembre 1989 n. 401, non essendo sufficiente la comunicazione al Ministero delle attività produttive previsto dall’art. 10 del D.P.R. 26 ottobre 2001 n. 430, riservata a quei concorsi a premi aventi solo scopo promozionale di prodotti o servizi, la partecipazione ai quali deve essere di carattere gratuito. CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. III, 21/12/2006 (UD.28/09/2006), Sentenza n. 42098

CONSUMATORI – Alberghi – Divieto di procacciamento di clienti in area aeroportuale. Gli esercenti di alberghi ed i loro incaricati possono recarsi a ricevere i clienti precedentemente prenotati all’aeroporto, ma non possono aggirarsi nè tanto meno sostare nell'area regolamentata degli arrivi per procacciare clienti da indirizzare al proprio albergo. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, del 07/12/2006, Sentenza n. 26183

Consumatori – Concorrenza – Accordo di distribuzione di autoveicoli – Esenzione per categorie – Regolamento (CE) n. 1475/95 – Art. 5, n. 3 – Recesso da parte del fornitore – Riorganizzazione della rete di distribuzione – Entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1400/2002 – Art. 4, n. 1 – Restrizioni fondamentali – Conseguenze. L’entrata in vigore del regolamento (CE) della Commissione, 31 luglio 2002, n. 1400, relativo all’applicazione dell’art. 81, paragrafo 3, del trattato a categorie di accordi verticali e pratiche concordate nel settore automobilistico, non rendeva, di per sé, necessaria la riorganizzazione della rete di distribuzione di un fornitore ai sensi dell’art. 5, n. 3, primo comma, primo trattino, del regolamento (CE) della Commissione, 28 giugno 1995, n. 1475 relativo all’applicazione dell’art. [81], paragrafo 3, del trattato a categorie di accordi per la distribuzione di autoveicoli e il relativo servizio di assistenza alla clientela. Tuttavia, tale entrata in vigore ha potuto, in funzione dell’organizzazione specifica della rete di distribuzione di ciascun fornitore, rendere necessari cambiamenti di una rilevanza tale da costituire una vera e propria riorganizzazione della detta rete ai sensi di tale disposizione. Spetta ai giudici nazionali e agli organismi arbitrali valutare se tale sia il caso in funzione dell’insieme degli elementi concreti della controversia di cui sono investiti. L’art. 4 del regolamento n. 1400/2002 deve essere interpretato nel senso che, dopo la scadenza del periodo transitorio previsto all’art. 10 di tale regolamento, l’esenzione per categoria in esso prevista era inapplicabile ai contratti conformi alle condizioni di esenzione per categoria di cui al regolamento n. 1475/75 che avevano ad oggetto almeno una delle restrizioni fondamentali menzionate al detto art. 4, cosicché tutte le clausole contrattuali limitative della concorrenza contenute in tali contratti potevano essere vietate dall’art. 81, n. 1, CE, qualora non fossero soddisfatte le condizioni per un’esenzione in forza dell’art. 81, n. 3, CE. CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. III, 30 novembre 2006, procedimenti riuniti C-376/05 e C-377/05

Consumatore – Etichettatura dei prodotti alimentari – Consumatore finale – Portata degli obblighi derivanti dagli artt. 2, 3 e 12 Direttiva 2000/13/CE – Indicazione obbligatoria, per talune bevande alcoliche, del titolo alcolometrico volumico – Bevanda alcolica prodotta in uno Stato membro diverso da quello in cui ha sede il distributore − “Amaro alle erbe” – Titolo alcolometrico volumico effettivo inferiore a quello indicato sull'etichetta – Superamento del margine di tolleranza – Sanzione amministrativa pecuniaria − Responsabilità del distributore. Gli artt. 2, 3 e 12 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 20 marzo 2000, 2000/13/CE, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l'etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari, nonché la relativa pubblicità, devono essere interpretati nel senso che non ostano ad una normativa di uno Stato membro, come quella controversa nella causa principale, che prevede la possibilità per un operatore, stabilito in tale Stato membro, che distribuisce una bevanda alcolica destinata ad essere consegnata come tale, ai sensi dell'art. 1 di detta direttiva, e prodotta da un operatore stabilito in un altro Stato membro, di essere considerato responsabile di una violazione di detta normativa, constatata da una pubblica autorità, derivante dall'inesattezza del titolo alcolometrico volumico indicato dal produttore sull'etichetta di detto prodotto, e di subire conseguentemente una sanzione amministrativa pecuniaria, mentre esso si limita, nella sua qualità di semplice distributore, a commercializzare tale prodotto così come a lui consegnato da detto produttore. Lidl Italia Srl c. Comune di Arcole (VR). CORTE DI GIUSTIZIA CE, Sez. II, 23 novembre 2006, procedimento C-315/05 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatore – Unione doganale – Computer portatili con software di sistema – Valore doganale (C-306/04). Deve essere calcolato il valore doganale in caso di importazione di computer sui quali siano stati installati dal venditore sistemi operativi, messi gratuitamente a disposizione del venditore da parte dell'acquirente. Pertanto, si deve aggiungere al valore di transazione dei computer il valore del software, qualora il suo valore non sia stato incluso nel prezzo effettivamente pagato o da pagare per i computer. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE del 16/11/2006, Sentenza C-306/04

Consumatori – Reati societari – Infedeltà patrimoniale dell’amministratore ex art. 2634 c.c.- Querela – Legittimazione – Singolo socio – Sussistenza – D. Lgs. n. 61/2002. In tema di legittimazione alla proposizione della querela per il reato di infedeltà patrimoniale dell’amministratore prevista dal vigente testo dell’ art. 2634 c.c., introdotto dal d. lgs. n. 61 del 2002, la Cassazione ha rilevato che, poichè tale fattispecie è posta a tutela del patrimonio sociale, ne consegue che parte lesa è non solo la società nel suo complesso ma anche – e disgiuntamente- il singolo socio. In motivazione si è osservato che siffatta conclusione è corroborata dal rilievo che quando il socio è anche "unico", egli è chiamato, dall’art. 2362 c.c., a rispondere illimitatamente delle obbligazioni in caso di insolvenza della società, sicchè la tutela apprestata dalla norma, non sollecitabile dall’amministratore in conflitto di interessi, non può non considerarsi concepita in via immediata a anche a favore della posizione del socio. Presidente D. Nardi, Relatore G. Marasca. CORTE DI CASSAZIONE Penale Sezione V, 9 novembre 2006 (Ud. 16/06/2006), Sentenza n. 37033

Consumatori – Risarcimento del danno – Liquidazione equitativa del danno patrimoniale – Prova del pregiudizio – Necessità. Il danno patrimoniale connesso ad una lesione di un diritto assoluto va provato nella sua esistenza, dovendosi eventualmente fare ricorso alla valutazione equitativa del pregiudizio solo dopo la dimostrazione della sua esistenza. TRIBUNALE Bari, Sentenza 10/10/2006

Consumatori – Salute – Carni avicole – Ordinanza ministeriale che impone un sistema di etichettatura – Legittimità – Principio comunitario “di precauzione”. In forza del Trattato CEE, all’art. 174, par. 2, come riformulato dal Trattato di Maastricht del 1992, che afferma il c.d. “principio di precauzione” (il quale, sia pure espresso nella sedes materiae della tutela dell’ambiente, è stato interpretato estensivamente dalla giurisprudenza e dalla Commissione delle Comunità Europee come incidente “sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante” – v. Comunicazione 02.02.2000 della Commissione CEE), deve ritenersi avere fondamento nell’ordinamento anche costituzionale, la forza cogente di un’ordinanza che impone un sistema di etichettatura e informazione riguardante le carni avicole, al fine di controllarne la provenienza e la sanità, anche a mezzo di misure cautelari quali la sospensione dell’attività. Pres. Petruzzelli, Est. Di Nunzio – G. s.a.s. (avv. Arizzi) c. Ministero della Salute (Avv. Stato) – T.A.R. TOSCANA, Sez. II – 5 ottobre 2006, n. 4259 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Contratti di credito al consumo o di finanziamento – Foro esclusivo – Deroga – Procedura – Contratto tra professionista e consumatore – Clausole vessatorie. In materia di tutela del consumatore, è applicabile la regola del foro territoriale esclusivo in favore della parte debole del contratto anche ai contratti di finanziamento stipulati da un cliente/consumatore. E' dunque territorialmente incompetente il giudice del luogo diverso da quello di residenza del consumatore, in mancanza di una trattativa individuale sulla regole di competenza. TRIBUNALE VENEZIA, Sentenza 27/09/2006

Consumatori – Furto commesso sul bagaglio dei viaggiatori – Aggravante – Stazione o scalo – Nozione. Ricorre la circostanza aggravante di cui all’art. 625, comma primo, n. 6) c.p. se la condotta di furto è commessa sul bagaglio di un viaggiatore che si trova allocato all’interno di un luogo delimitato seppure interno alla stazione, come è il locale di un’agenzia di autonoleggio delle autovetture, dal momento che il termine “stazione”, o scalo aeroportuale, esprime un concetto che si estende, da genus ad speciem, a tutte le installazioni ed aree, locali di transito o di sosta, uffici e attrezzature adibite a servizi ausiliari e quant’altro esistente ricollegabile al viaggio delle persone che colà si recano con i propri bagagli. Presidente F. Morelli, Relatore A. Conzatti. CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. II, 25/09/2006 (UD.15/02/2006), Sentenza n. 31557

Consumatore – Emittente radiofonica o televisiva – Diffusioni di messaggi pubblicitari – Autorizzazione di p.s. ai fini dell’apertura di agenzie di affari – Necessita’ – Condizioni – Sanzioni amministrative. Il titolare di un’emittente radiofonica o televisiva è tenuto a munirsi della licenza di pubblica sicurezza, richiesta dal testo unico per l’apertura di agenzie di affari. L’obbligo scatta non quando il titolare dell’emittente si limiti a diffondere messaggi pubblicitari su richiesta di soggetti che all’emittente direttamente si rivolgono, ma unicamente quando si presti a fungere da intermediario tra l’offerente del bene o del servizio ed i singoli ascoltatori o spettatori interessati: il che avviene, oltre che nel caso delle aste televisive – oggi espressamente vietate dall’art. 18, quinto comma, d.lgs. 31 marzo 1998, n. 114 -, anche in quello in cui agli ascoltatori o presentatori venga proposto di prendere direttamente contatto con gli uffici dell’emittente al fine di concludere contratti di acquisto dei beni o servizi reclamizzati. Presidente G. Cappuccio, Relatore V. Napoleoni. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. I, 28/08/2006 Sentenza n. 18619

Consumatori – Contratti – Leasing finanziario – Natura – Causa – Domanda di adempimento o di risoluzione da parte dell’utilizzatore – Ammissibilità – Limiti. Il leasing finanziario realizza non già un rapporto trilaterale o plurilaterale, bensì un collegamento negoziale tra contratto di leasing e contratto di fornitura, quest’ultimo venendo dalla società di leasing concluso allo scopo -noto al fornitore- di soddisfare l’interesse del futuro utilizzatore ad acquisire la disponibilità della cosa, con specifica ed autonoma rilevanza di tale causa rispetto a quella -parziale- dei singoli contratti, dei quali connota la reciproca interdipendenza ( sì che le vicende dell’uno si ripercuotono sull’altro, condizionandone la validità e l’efficacia ), a tale stregua segnandone la distinzione con il negozio “complesso” e con il negozio “misto”. E poiché con la conclusione del contratto di fornitura viene a realizzarsi, nei confronti del terzo contraente, la medesima scissione di posizioni che si ha per i contratti conclusi dal mandatario senza rappresentanza, ai sensi dell’art. 1705, 2° co. c.c., deve riconoscersi la legittimazione dell’utilizzatore a far valere la pretesa all'adempimento o alla risoluzione del contratto, oltre che al risarcimento del danno sofferto (soluzione, questa, sostanzialmente coincidente con quella risultante dalla disciplina dettata in tema di leasing finanziario dalla L. 14 luglio 1993, n. 259, di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Ottawa del 28 maggio 1988 sul leasing internazionale, che, pur se nel caso non applicabile, costituisce utile termine di raffronto, agli effetti della regolamentazione del leasing internazionale e nell'ambito soggettivo di relativa applicazione). Quanto invece alla possibilità per l’utilizzatore di chiedere direttamente la risoluzione del contratto di vendita tra il fornitore e la società di leasing, la questione, in assenza di disciplina normativa di riferimento, va risolta caso per caso, con accertamento spettante al giudice del merito, in ragione della sussistenza o meno nel contratto di leasing di una specifica previsione con la quale le parti trasferiscono all’utilizzatore la posizione sostanziale originariamente propria della società di leasing acquirente. Presidente P. Vittoria, Relatore L. A. Scarano. CORTE DI CASSAZIONE Sezione III Civile, 27/07/2006, Sentenza n. 17145

Consumatori – Carte di credito – Obbligazioni – Responsabilità per inadempimento. Premesso che la carta di credito non è un titolo di credito ma soltanto un documento di legittimazione, l’esercente risponde nei confronti dell’emittente della carta in relazione ai pagamenti effettuati dal titolare della carta stessa secondo il criterio della diligenza del buon padre di famiglia, fissato dall’art. 1176 c.c., mentre non si applicano né l’art. 1189 c.c. ( pagamento al creditore apparente), né l’art. 1992 ( adempimento relativo alla presentazione del titolo di credito). Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, che aveva ritenuto sussistere la responsabilità dell’esercente per la mancata identificazione dei soggetti utilizzatori di alcune carte di credito, argomentando solo sul breve lasso temporale di alcuni pagamenti e sul loro importo medio, senza una valutazione selettiva delle singole operazioni, alcune delle quali non contestate dai titolari delle carte. Presidente G. Fiduccia, Relatore A. Talevi. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 14/07/2006, Sentenza n. 16102

Consumatori e utenti – Clausole vessatorie – Art. 34, c. 3 d.lgs. n. 206/2005 – Clausole riproduttive di regolamenti amministrativi – Divieto di accertamento della vessatorietà – Insussistenza. A mente dell'art. 34 co 3 d. Lgs. n. 206/2005 il divieto di accertamento della vessatorietà delle clausole riguarda esplicitamente solo le clausole riproduttive di legge ordinaria e non anche quelle regolamentari. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – Atto provvedimento amministrativo – Impugnazione – Art. 4 L. n. 2248/1865 – Modalità di attuazione dell’atto amministrativo – Singoli contratti conclusi dall’utente – Giurisdizione del G.O. – Sussistenza. In forza dell’art. 4 della legge n. 2248/1865, sussiste la giurisdizione del G.O. anche nell’ipotesi di atto-provvedimento amministrativo, ove non sia rimessa al giudice principaliter la delibazione dell’atto impugnato, ma le sue modalità di attuazione, id est i singoli contratti conclusi con gli utenti, incidenti sui loro diritti soggettivi, con eventuale disapplicazione incidentale delle clausole ritenute illegittime dell’atto amministrativo presupposto. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – D.Lgs. 206/2005 – Clausole vessatorie e/o abusive – Inibitoria ex artt. 37 e 140 – Giusti motivi di urgenza – Significato – Fumus boni iuris – Ricorrenza – Necessità. Ai fini dell'inibitoria di cui agli artt. 37 e 140 D.lgs. 206/2005, azione di carattere preventivo e collettivo, legislatore richiede, con formula del tutto innovativa, la sussistenza di "giusti motivi di urgenza", con il precipuo intento di svincolare la tutela cautelare in questione dal più rigido presupposto del "pregiudizio imminente e irreparabile" di cui all'art. 700 c.p.c.. Tuttavia tale scelta legislativa impone pur sempre all'interprete una valutazione, necessariamente sommaria, sul "fumus boni iuris" – "id est" sulla vessatorietà e/o abusività delle clausole impugnate, così procedendo anche ad una valutazione della sussistenza del "periculum in mora", ovverosia di una situazione tale da giustificare l'anticipazione degli effetti di una decisione che altrimenti potrebbe essere adottata solo in esito al giudizio di merito. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – Acqua – Gestore del servizio idrico integrato – Mancata informazione degli utenti sulla vigenza di nuove condizioni contrattuali – Violazione dell’art. 33 c. 2, lett. m) ed o) del D.Lgs. n. 206/2005 – Vessatorietà – Oggettivo squilibrio di posizioni giuridiche in danno e/o a carico del consumatore – Buona o mala fede del “professionista” – Irrilevanza. La mancata informazione degli utenti sulla vigenza del nuovo contratto e delle nuove condizioni contrattuali da parte del gestore del servizio idrico integrato, in dispregio degli obblighi previsti dal regolamento di gestione del servizio, configura violazione dell’articolo dell'art. 33 co 2, lett. m) ed o) D. Lgs. n. 206/2005, – che espressamente vietano la modifica unilaterale di clausole o delle condizioni contrattuali (somministrazione, nel caso di specie, della fornitura di acqua); il medesimo comportamento assume ulteriore rilievo anche in termini di vessatorietà e/o abusività sotto il profilo di un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto – squilibrio che prescinde dalla buona o mala fede del professionista, valutandosi l’abusività delle clausole in sé considerate da un punto di vista meramente oggettivo caratterizzato dallo squilibrio di posizioni giuridiche in danno e/o a carico del consumatore, non necessariamente economiche e, se tali, solo in conseguenza di uno squilibrio giuridico tra vincoli obbligatori rispettivamente assunti dalle parti contrattuali. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – Acqua – Essenzialità del bene – Gestore del servizio idrico integrato – Contratto di somministrazione – Clausola che prevede la sospensione della fornitura per il caso di mancato pagamento di 2 fatture – Vessatorietà – Fondamento. La clausola che prevede in favore del gestore del servizio idrico integrato la possibilità di sospendere la fornitura qualora "non risultino pagate n. 2 fatture", prescindendo dai motivi di tale mancato pagamento e che prevede, prescindendo da ogni motivo in caso di sospensione della fornitura, l'addebito a carico del cliente delle spese di sospensione, di riattivazione, gli eventuali interessi di mora … nonchè una penale pari a lire 200.000….", considerata peraltro l'essenzialità del bene oggetto del contratto, appare vessatoria in quanto consente al Gestore di risolvere il contratto e comunque di sospendere la fornitura di acqua anche in caso di inadempimenti dell'utente privi dei necessari requisiti di gravità, addossandogli inoltre i rischi derivanti da inadempimenti non imputabili ed impedendogli l'esperimento delle azioni risarcitorie, così violando l'art. 33 n. 1 e n. 2 lett. a) e b) cod. consumo. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – Acqua – Gestore del servizio idrico integrato – Contratto di somministrazione – Clausola che prevede la possibilità di formulare prescrizioni discrezionali prima della posa in esercizio degli impianti interni nonchè la possibilità di sospensione della somministrazione con esonero di ogni responsabilità – Vessatorietà – Fondamento. La clausola che prevede che il gestore del servizio idrico integrato possa riservarsi di "… formulare eventuali ulteriori prescrizioni che riterrà necessarie prima che siano posti in esercizio gli impianti interni", rimettendo tale possibilità alla esclusiva discrezionalità dello stesso e che prevede la possibilità di "… sospensione della somministrazione…."in caso di adeguamento degli impianti senza predeterminare però i tempi massimi della sospensione, con esonero di ogni responsabilità ed addossando poi il relativo onere "…a cura e spese del cliente…", appare vessatoria, ex art. 33 n. 1 e n. 2 lett. a) e b), cod. consumo, per l'ampia formula utilizzata per esonerare il Gestore da sue responsabilità, escludendo la possibilità per il consumatore di agire per il risarcimento del danno anche per riduzioni o sospensioni della fornitura direttamente imputabili alla resistente e non giustificate da cosa fortuito, forza maggiore o latri motivi espressamente previsti dal contratto. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori e utenti – Acqua – Servizio idrico integrato – Modifiche apportate al piano tariffario – Giurisdizione – G.O. – Difetto. La cognizione giurisdizionale delle modifiche apportate al piano tariffario del servizio idrico integrato non può essere demandata al G.O., neanche con riguardo alle variazioni della tariffa che impattano sul contratto con gli utenti: dette modifiche conseguono infatti ad atti dell’Autorità d’ambito, imposte in via provvedimentale e non negoziale, insuscettibili di scrutinio ai sensi della normativa sul consumatore e appartenenti alla giurisdizione del G.A.. Giudice Lollo – Movimento Cittadinanza Onlus c. Acqualatina s.p.a. – TRIBUNALE DI LATINA, Sez. I civile – Ordinanza 13 luglio 2006 (vedi: ordinanza per esteso)

Consumatori – Tutela dei diritti – Azione revocatoria – Ambito oggettivo. In tema di azione revocatoria ordinaria, tra gli atti non soggetti a revoca a norma del terzo comma dell’art. 2901 c.c. in quanto compiuti in adempimento di un’obbligazione (quali i contratti conclusi in esecuzione di un contratto preliminare di vendita) non rientrano gli atti di vendita di immobili locati ad uso non abitativo, per i quali venga esercitato il diritto di prelazione del conduttore, perché in questo caso il locatore solo se decide di vendere è obbligato a vendere al conduttore che si avvalga del diritto di prelazione di cui all’art. 38 della legge n. 392 del 1978. Ne consegue che nel concorso delle condizioni previste dall’art. 2901 c.c., detta vendita è revocabile ad istanza del creditore del locatore che abbia alienato l’immobile. Presidente V. Duva, Relatore B. Durante. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sez. III, 04/07/2006, Sentenza n. 15265

Consumatori – Giurisdizione civile – Trasporto aereo internazionale – Controversie relative – Criteri di individuazione del giudice legittimato alla loro trattazione – Convenzione di Varsavia del 12/10/1929. In materia di giurisdizione sulle controversie relative al trasporto aereo internazionale, l'art. 28 della Convenzione di Varsavia del 12 ottobre 1929 (ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 19 marzo 1932, n. 8541), come integrata dal protocollo dell'Aja del 28 settembre 1955 (ratificato con la legge 31 dicembre 1982, n. 1832), stabilisce che l'azione di responsabilità può essere promossa, a scelta dell'attore, nel territorio di una delle altre parti contraenti, sia davanti al tribunale del domicilio del vettore, sia dinanzi a quello della sede principale della sua attività, sia davanti al tribunale del luogo di destinazione o, infine, adendo il giudice competente nel luogo ove il vettore possiede uno stabilimento a cura del quale il contratto è stato concluso. Quest'ultimo criterio di collegamento, implica che il vettore, sia pure avvalendosi dell'opera di soggetti estranei ad esso, quale può essere un agente di viaggi, abbia concluso il contratto di trasporto, purché l'attività di tale agente faccia capo allo stabilimento e non ad altra sede del vettore o addirittura ad altri soggetti. (Nella specie, relativa ad un'azione risarcitoria instaurata nei confronti della compagnia "Air New Zealand Limited" per il danno conseguente al ritardo in partenza di un volo da Napoli a Papeete i cui biglietti erano stati acquistati presso un'agenzia di viaggi di Salerno, la S.C., esclusa pacificamente l'applicabilità dei criteri di collegamento costituiti dal domicilio del vettore – sito in Nuova Zelanda – e dal luogo di destinazione – coincidente con la Polinesia -, ha ritenuto difettante, ai fini dell'affermazione della giurisdizione del giudice italiano, anche il residuo criterio riconducibile al luogo di fissazione di uno stabilimento da parte del vettore, sul presupposto che, nel caso specifico, sarebbe stato necessario che gli attori – essendo la relativa circostanza contestata – avessero provato che l'agenzia di viaggi, venditrice dei biglietti, aveva agito sulla base di un contratto stipulato con la rappresentanza italiana della suddetta compagnia aerea). CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite Civili, 14/06/2006, Sentenza n. 13689

Consumatori – Foro del consumatore – Eccezione di incompetenza territoriale – Termine – Processo civile – Art. 38, 1° c., c.p.c.. L’eccezione di incompetenza territoriale relativa al mancato rispetto della norma che stabilisce la competenza esclusiva e inderogabile del foro del consumatore può essere tempestivamente sollevata, ex art. 38, primo comma, cod.proc.civ., entro la prima udienza di trattazione. Presidente e Relatore F. Sabatini. CORTE DI CASSAZIONE Sezione III Civile, 13/06/2006, Ordinanza n. 13642

Consumatore – Diritto d’autore, marchi e brevetti – Reato previsto dall'art. 127 d.lgs. n. 30/2005 – Somiglianza con il prodotto originale idonea a generare confusione – Rilevanza – Esclusione. La Corte ha chiarito la portata della nuova fattispecie penale prevista dall'art. 127 D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, che punisce chiunque che, al di fuori dalle ipotesi previste dagli artt. 473, 474 e 517 c.p., fabbrica, vende, espone, adopera industrialmente ovvero introduce nello Stato oggetti in violazione di un titolo di proprietà industriale. Secondo la Corte, pur trattandosi di un’ipotesi sussidiaria rispetto a quelle codicistiche, il relativo accertamento è legato a parametri diversi, atteso che con essa si è inteso tutelare espressamente il patrimonio privato e non la fede pubblica ed il mercato. Pertanto, poiché non si è in presenza di “un'ipotesi minore di imitazione del marchio o di confondibilità degli acquirenti circa l'origine o la qualità di una merce”, non rileva, ai fini della sua configurabilità, la mera somiglianza del prodotto contraffatto con quello originale, idonea a generare confusione (fattispecie relativa a sequestro di articoli di pelletteria importati dall'estero, motivato dalla loro somiglianza con i prodotti originali recanti il marchio "Louis Vuitton", idonea a generare confusione). Presidente A. Colonnese, Relatore M. Rotella. CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sezione V, 07/06/2006 (UD.26/04/2006), Sentenza n. 19512
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Consumatori – Tutela dei dati personali – Competenza – Prevalenza su foro del consumatore – Illegittimità costituzionale – Manifesta infondatezza. Il foro del luogo di residenza del titolare del trattamento stabilito dall'art. 152, comma 2, d.lgs. n. 196 del 2003 in tema di tutela giudiziale dalle violazioni della normativa in materia di protezione dei dati personali ha carattere esclusivo, con la conseguenza che esso attrae la relativa domanda di risarcimento dei danni e prevale anche sul foro del consumatore indicato all'art. 1469-bis, terzo comma n. 19, c.c., attesa la diversità di ragione che presiede le due discipline, da ravvisarsi per quest'ultima nella differente forza contrattuale delle parti e per la prima viceversa nella particolare natura e potenziale lesività dell'attività di trattamento d'informazioni concernenti soggetti identificati o identificabili, indipendentemente dalla posizione delle parti e dai loro "rapporti di forza". Trattandosi di scelta volta a privilegiare l'esigenza di vicinanza del giudice al luogo di trattamento e diffusione dei dati, dal legislatore operata facendo non irragionevole esercizio della sua discrezionalità, è al riguardo pertanto manifestamente infondato il dubbio di legittimità costituzionale per asserita violazione dell’art. 24 Cost.. Presidente G. Fiduccia, Relatore G. Federico. CORTE DI CASSAZIONE Sezione III Civile, 31/05/2006, Ordinanza n. 12980

Consumatori – Contratti bancari – Conto corrente – Chiusura del conto – Estratto conto finale – Approvazione tacita – Decadenza – Operatività anche nei confronti della banca. Nel rapporto di conto corrente bancario il termine di decadenza di sei mesi per l’impugnazione dell’estratto conto trasmesso al cliente, fissato dall’art. 1832 secondo comma c.c. opera anche per la banca, con la conseguenza che, decorso inutilmente detto termine, la banca decade dal diritto di far valere crediti che non risultano nell’estratto conto approvato. Pres. A. Giuliano, Rel. M. Finocchiaro. CORTE DI CASSAZIONE Sez. III Civile, 24/05/2006, Sentenza n. 12372

Consumatore – Trasporti – Cabotaggio marittimo – Cabotaggio con le isole – Nozione di "viaggio che segue o precede" il viaggio di cabotaggio – Regolamento n. 3577/92 – (C-456/04). La nozione di «viaggio che segue o precede» il viaggio di cabotaggio, di cui all'art. 3, n. 3, del regolamento (CEE) del Consiglio 7 dicembre 1992, n. 3577, concernente l'applicazione del principio della libera prestazione dei servizi ai trasporti marittimi fra Stati membri (cabotaggio marittimo), comprende, in linea di principio, ogni viaggio in provenienza da o diretto verso un altro Stato, a prescindere dalla presenza di un carico a bordo. Tuttavia, non possono essere ammessi viaggi senza carico a bordo effettuati abusivamente allo scopo di aggirare le norme previste dal regolamento n. 3577/92. L'accertamento dell'esistenza di una pratica abusiva richiede, da un lato, che il viaggio internazionale in zavorra, nonostante l'applicazione formale delle condizioni di cui all'art. 3, n. 3, del detto regolamento, abbia come risultato che l'armatore fruisca, per tutte le questioni relative all'equipaggio, dell'applicazione delle norme dello Stato di bandiera in spregio dell'obiettivo dell'art. 3, n. 2, del medesimo regolamento, il quale consiste nel consentire l'applicazione delle norme dello Stato ospitante a tutte le questioni relative all'equipaggio nel caso del cabotaggio insulare. D'altro lato, deve altresì risultare da un insieme di elementi oggettivi che lo scopo essenziale di tale viaggio internazionale in zavorra è quello di evitare l'applicazione dell'art. 3, n. 2, del regolamento n. 3577/92, a vantaggio di quella del n. 3 del medesimo articolo. Agip Petroli SpA contro Capitaneria di porto di Siracusa. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE, 06/04/2006, procedimento C-456/04

Consumatori – Vendita – Somministrazione di beni a carattere periodico – Prezzo – Determinazione – Artt. 1474 e 1561 c.c.. Se il contratto ha per oggetto cose che il venditore vende abitualmente o la somministrazione di beni a carattere periodico ai sensi -rispettivamente- degli articoli 1474 e 1561 c.c., la mancata determinazione espressa del prezzo non ne importa la nullità, giacché si presume che le parti abbiano voluto riferirsi al prezzo normalmente praticato dal venditore, che se si tratta di cose aventi un prezzo di borsa o di mercato si desume -salvo patto contrario- dai listini o dalle mercuriali del luogo in cui deve essere eseguita la consegna o da quelli della piazza più vicina, per la compravendita; dai listini o dalle mercuriali del luogo in cui devono essere eseguite le prestazioni, per la somministrazione. In applicazione del suindicato principio la S.C. ha escluso la nullità del contratto avente ad oggetto merce il cui prezzo è stato dal giudice di merito determinato mediante c.t.u., avuto riguardo ai prezzi ricavabili dalle fatture facenti espresso riferimento agli articoli messi in vendita. Presidente A. Giuliano, Relatore L. F. Di Nanni. CORTE DI CASSAZIONE Sezione III Civile, 08/05/2006, Sentenza n. 10503

Consumatori – Obbligazioni del locatore – Obbligo di ottenere il certificato di abitabilità dell’immobile – Risoluzione del contratto – Risarcimento del danno. Rientra nelle obbligazioni del locatore anche quella di procurare al conduttore il certificato di abitabilità dell’immobile – salvo patto contrario -, sia che l’immobile sia destinato ad uso di abitazione, sia che sia adibito ad utilizzo commerciale o anche ad uso di deposito. Qualora tale certificato non sia ottenibile, si ha una situazione di grave inadempimento del locatore, a fronte della quale il conduttore può chiedere la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno. Presidente G. Nicastro, Relatore L.A. Scarano. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. III, dell'11 aprile 2006, Sentenza n. 8409

Consumatori – Salute – Sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione – Lesione del c.d. "ordine alimentare" – Fattispecie: alterazione organolettica del gusto e del colore del vino. In materia di alimenti, la contravvenzione prevista dalla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, lett. b, che vieta l'impiego nella produzione, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non è reato di pericolo presunto, ma di danno, in quanto persegue il fine di benessere, consistente nell'assicurare una protezione immediata all'interesse del consumatore a che il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura (Cass. S.U. 9 gennaio 2002 n. 443). In altri termini, l'interesse protetto dalla norma e leso dal comportamento punito va individuato nel rispetto di quello che è stato definito "ordine alimentare", ovvero quello del consumatore a che la sostanza alimentare giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte dalla sua natura (Cass. sez. 3^, 2 settembre 2004 n. 35828). Ciò premesso sull'argomento, va rilevato che la sentenza impugnata, dopo aver rilevato l'alterazione organolettica del gusto e del colore del vino sequestrato e quindi la lesione del c.d. "ordine alimentare", con l'avvio di un processo degenerativo della bevanda, ne ha attribuito la causa al cattivo stato di conservazione del prodotto, ipotizzato come probabile dato causale anche dal perito chimico esaminato in giudizio e confermato dal fatto, emerso in giudizio, che il prodotto aveva subito nel passato una movimentazione anomala, in occasione di lavori di ristrutturazione che avevano interessato il supermercato. Pres. Grassi A. Est. Ianniello A. Rel. Ianniello A. Imp. Mastromartino. P.M. Passacantando G. (Conf.), (Rigetta, Trib. Salerno, 13 Maggio 2004). CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, 04/04/2006 (Ud. 22/02/2006), Sentenza n. 11909 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Competenza in materia di contratti conclusi dai consumatori – Promessa di vincita – Pubblicità ingannevole – Decisione giurisdizionale che statuisce sulla competenza – Efficacia di giudicato – Riapertura in sede d’appello – Certezza del diritto – Primato del diritto comunitario – Art. 10 CE – Competenza giurisdizionale in materia civile – Regolamento (CE) n. 44/2001 – Interpretazione dell’art. 15. Il diritto comunitario non impone ad un giudice nazionale di disapplicare le norme processuali interne allo scopo di riesaminare ed annullare una decisione giurisdizionale passata in giudicato qualora risulti che questa viola il diritto comunitario. Kapferer. CORTE DI GIUSTIZIA delle Comunità Europee, Prima Sezione 16 marzo 2006, procedimento C-234/04

Consumatori – Posizione dominante di un’impresa su un dato mercato – Natura. Per posizione dominante di un’impresa su un dato mercato, s’intende la possibilità da un lato di tenere comportamenti indipendenti, svincolati da quelli degli altri operatori concorrenti, senza con ciò subire pregiudizi, e dall’altro di ostacolare una concorrenza effettiva. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Telecom Italia – Posizione dominante – Giudizio di non replicabilità da parte dei concorrenti dell’offerta. I parametri in base ai quali va espresso il giudizio di non replicabilità da parte dei concorrenti dell’offerta fatta agli utenti finali da parte dell’operatore dominante nel settore delle telecomunicazioni (Telecom Italia), contenuti nella delibera 152/2002 dell’AGCom, sono stati scelti nell’ambito di una pluralità di parametri economici, con una valutazione di carattere opinabile, che rientra nella scelta amministrativa discrezionale, sicché essi, purché non siano viziati da travisamento o illogicità, non possono essere sostituiti con diversi parametri proposti dalla parte. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Clausole di scontistica fidelizzante – Ingresso di concorrenti sul mercato (abuso di impedimento). Le clausole di scontistica fidelizzante, di esclusiva, di penalizzazione in caso di mancato raggiungimento di determinate soglie di consumo, di adeguamento a migliori condizioni fatte da altri operatori, se offerte da un imprenditore in posizione dominante sul mercato, con il preciso obiettivo di conservazione e recupero di quote di mercato, sono abusive in quanto volte ad ostacolare l’ingresso di concorrenti sul mercato (abuso di impedimento), anche ove, in ipotesi, non siano svantaggiose per i clienti. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Operatore in posizione dominante (Telecom Italia) – Clausole contrattuali – AGCM – Sanzione – Elemento soggettivo dell’abuso. Le clausole contrattuali autorizzate dall’Autorità nazionale di regolamentazione nel settore delle telecomunicazioni nei confronti dell’operatore in posizione dominante (Telecom Italia) non possono essere dichiarate anticoncorrenziali da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato se non previa adeguata valutazione della portata e dell’ambito dell’autorizzazione; in ogni caso, l’intervenuta autorizzazione incide sull’elemento soggettivo dell’abuso, e ne fa escludere la gravità, sicché può essere comminata la sanzione della diffida e non la sanzione pecuniaria. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Abuso di posizione dominante – Condotte abusive – Comprovato intento anticoncorrenziale perseguito nei confronti dei concorrenti – Pluralità di procedimenti sanzionatori. Correttamente l’abuso di posizione dominante viene considerato <> avuto riguardo alla <> che grava sull’operatore dominante, alla sistematicità e reiterazione delle condotte abusive, alla consapevole sottrazione al controllo dell’Autorità di regolamentazione, al comprovato intento anticoncorrenziale perseguito nei confronti dei concorrenti, al raggiungimento dello scopo, alla recidiva e alla cessazione delle condotte solo a seguito di una pluralità di procedimenti sanzionatori. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Procedure e varie – Illeciti amministrativi anticoncorrenziali – Cumulo giuridico delle sanzioni – Violazioni in materia previdenziale e assistenziale. In materia di illeciti amministrativi anticoncorrenziali, ancorché annessi dal vincolo della continuazione (identità del disegno illecito), non è applicabile il cumulo giuridico delle sanzioni, consentito dall’art. 8, co. 2, l. n. 689/1981 solo nel caso di violazioni in materia previdenziale e assistenziale. Pres. Schinaia, Est. De Nictolis – Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Avv. Stato) c. T. s.p.a. (avv.ti d’Amelio, Guarino, Libonati, Tesauro, Toffoletto), riunito ad altri – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 10 marzo 2006 (C.C. 10 febbraio 2006), sentenza n. 1271 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Tariffe relative a servizi pubblici – Impugnazione – Legittimazione del Codacons. Non si può in astratto negare la legittimazione del Codacons ad impugnare provvedimenti che fissano tariffe relative a servizi pubblici (argomenta da C. Stato, VI, n. 3166/2003; C. Stato, VI, n. 4098/2002; C. Stato, VI, n. 565/2002, e, a contrario, da C. Stato, VI, n. 3876/2003), fermo restando che essendo i provvedimenti tariffari atti generali, il Codacons può spontaneamente intervenire nel relativo procedimento, ma non ha titolo ad avere avviso di avvio del medesimo (C. Stato, VI, n. 565/2002). Pres. Schinaia – Est. De Nictolis – CODACONS (avv. Rienzi) c. Ministero della giustizia (Avvocatura Generale dello Stato) (conferma T.A.R. per il Lazio – Roma, sez. I, 3 settembre 2004, n. 8325). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 10/02/2006 (c.c. 22/11/2005), Sentenza n. 555 (vedi: sentenza per esteso)

Tutela dei consumatori – Diritto di accesso ai documenti – Legittimazione di un’associazione di tutela dei consumatori – Codacons – Gestori di servizi pubblici – L. n. 241/1990. Alle associazioni a tutela dei consumatori, quale è il Codacons, l’ordinamento non riconosce un diritto di accesso diverso da quello attribuito in generale dalla l. n. 241/1990 (ex plurimis, v. C. Stato, sez. IV, 29-04-2002, n. 2283). Tuttavia, non può disconoscersi, in astratto, la legittimazione di un’associazione di tutela dei consumatori ad esercitare il diritto di accesso ai documenti dell’amministrazione o di gestori di servizi pubblici in relazione ad interessi che pervengono ai consumatori e utenti di pubblici servizi, come ha già avuto occasione di ritenere la giurisprudenza (cfr. sul punto, tra le tante, C. Stato, sez. IV, 29-04-2002, n. 2283; C. Stato, sez. IV, 26-11-1993, n. 1036 e C. Stato, sez. VI, 27-03-1992, n. 193). Pres. Schinaia – Est. De Nictolis – CODACONS (avv. Rienzi) c. Ministero della giustizia (Avvocatura Generale dello Stato) (conferma T.A.R. per il Lazio – Roma, sez. I, 3 settembre 2004, n. 8325). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 10/02/2006 (c.c. 22/11/2005), Sentenza n. 555 (vedi: sentenza per esteso)

Tutela dei consumatori – P.A. – Diritto di accesso ai documenti – Tutela di “situazioni giuridicamente rilevanti” – Ass. di tutela dei consumatori. Anche alle associazioni di tutela dei consumatori si applica l’art. 22, l. n. 241/1990, che consente l’accesso non come forma di azione popolare, bensì a tutela di “situazioni giuridicamente rilevanti”, e dunque anche per dette associazioni occorre verificare la sussistenza di un interesse concreto e attuale all’accesso (C. Stato, sez. IV, 6-10-2001, n. 5291, resa sulla domanda di accesso esercitata dal Condacons in relazione agli atti inerenti lo svolgimento della lotteria Italia 1999, collegata alla trasmissione televisiva «Carramba che fortuna».). Pres. Schinaia – Est. De Nictolis – CODACONS (avv. Rienzi) c. Ministero della giustizia (Avvocatura Generale dello Stato) (conferma T.A.R. per il Lazio – Roma, sez. I, 3 settembre 2004, n. 8325). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 10/02/2006 (c.c. 22/11/2005), Sentenza n. 555 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatore – Salute – Utilizzo di latte in polvere nella produzione di prodotti caseari – Alimenti – Utilizzo di latte in polvere anziché di latte naturale – Mescolamento con sostanze di qualità inferiore – Pericolo presunto – Art. 5 L. 283/62. L’utilizzo di latte in polvere, anziché di latte naturale, nella produzione di prodotti caseari in un caseificio integra la violazione dell’art. 5 lettera A) Legge 283-1962 in quanto la fattispecie criminosa è integrata in via alternativa dalla privazione anche parziale degli elementi nutritivi ordinari di un alimento o dal mescolamento con sostanze di qualità inferiore. Pertanto, il reato di cui all’art. 5 lett. b 1. 283/62 può essere integrato anche da condizioni igieniche estrinseche relative all’ambiente in cui l’alimento è custodito, trattandosi di contravvenzione di pericolo presunto (Cass. Sez. III, 5 aprile 1996, n. 978, n. 204288). Pres. Vitalone Est. Postiglione Imp. Alvisini. CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, del 2 febbraio 2006 (ud. 16 dicembre 2005), Sentenza n. 4311 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Encefalopatia spongiforme bovina – Divieto di esportazione – Qualità sana, leale e mercantile – Dichiarazione di esportazione – Restituzioni all’esportazione – Condizione di concessione – Carne bovina – Regolamento (CEE) n. 3665/87 – Domanda nazionale di pagamento – Sanzione. L’art. 13 del regolamento della Commissione 27 novembre 1987, n. 3665, recante modalità comuni di applicazione del regime delle restituzioni all’esportazione per i prodotti agricoli, come modificato con il regolamento (CE) della Commissione 2 dicembre 1994, n. 2945, va interpretato nel senso che osta a che una carne bovina oggetto di un divieto all’esportazione previsto dal diritto comunitario a partire da un certo Stato membro verso gli altri Stati membri e gli Stati terzi possa essere considerata di “qualità sana, leale e mercantile” e che esige ai fini della concessione delle restituzioni che l’esportatore dimostri che il prodotto esportato non provenga da uno Stato membro a partire dal quale sono vietate le esportazioni, qualora l’amministrazione nazionale disponga di indizi secondo i quali il prodotto è soggetto ad un divieto all’esportazione. Fleisch-Winter CORTE DI GIUSTIZIA delle Comunità Europee, Sentenza della Corte (Prima Sezione) 10 febbraio 2006, (1° dicembre 2005), nel procedimento C-309/04

Consumatori – Prodotto di “qualità sana, leale e mercantile” – Elemento di prova ai fini della valutazione della situazione dell’esportatore. L’assicurazione fornita in una domanda nazionale di pagamento che un prodotto è di “qualità sana, leale e mercantile”, ai sensi dell’art. 13, prima frase, del regolamento n. 3665/87, non rientra tra le informazioni rilasciate conformemente al combinato disposto di cui agli artt. 11, n. 1, secondo comma, e 3 del regolamento n. 3665/87. Può, tuttavia, essere considerata dal giudice nazionale un elemento di prova ai fini della valutazione della situazione dell’esportatore. Fleisch-Winter CORTE DI GIUSTIZIA delle Comunità Europee, Sentenza della Corte (Prima Sezione) 10 febbraio 2006, (1° dicembre 2005), nel procedimento C-309/04

Consumatori – Vendita di prodotti con segni mendaci – Tutela del “made in italy” – Fattispecie. Integra il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci (art. 517 cod. pen.) la commercializzazione di beni del settore dell’ abbigliamento con la dicitura “Italy”, che pur essendo prodotti da una ditta italiana su disegno e tessuto italiani, siano stati confezionati all’estero da maestranze italiane, in quanto in questo particolare settore l’Italia gode di un prestigio internazionale, fondato anche sulla particolare specializzazione delle maestranze impiegate, e pertanto il sottacere tale dato fattuale o il fornire fallaci indicazioni ha l’intento di conferire al prodotto una maggiore affidabilità promuovendone l’acquisto (per ulteriori informazioni si leggano materia le decisioni Sez. III 19 aprile 2005 n. 34103, e Sez. III 17 febbraio 2005 n. 13712). Presidente E. Lupo, Relatore F. Mancini. CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. III, 20/01/2006 (Ud. 09/11/2005), Sentenza n. 2648

Consumatori – Manifesti destinati a pubblicizzare una mostra d’arte contemporanea – Delitti contro la moralità pubblica e il buon costume – Reato di pubblicazioni e spettacoli osceni. I manifesti riproducenti una fotografia chiamata ”Butterly 2004′, che ritraeva una bambina in tenera età, nuda, di profilo, con una farfalla sulla spalla, opera di un’artista olandese, destinati a pubblicizzare una mostra d’arte contemporanea, non potevano considerasi offensivi del comune senso del pudore, in quanto non venivano mostrate parti fisiche rilevanti sotto il profilo della libido o della riservatezza sessuale. In particolare, la Corte ha precisato che, poiché la nozione di osceno fa riferimento al sentimento di una comunità storicamente determinata, non poteva avere rilievo la sensibilità eterodossa di alcuni individui, spesso caratterizzati da una psicologia non equilibrata o addirittura patologica. Né poteva modificare l’offensività dell’immagine il diverso contesto in cui la stessa veniva ad inserirsi – ovvero la diffusione in forma di manifesto rispetto all’esposizione in una mostra – in quanto non si trattava di comportamenti o figure intrinsecamente ambivalenti (come ad es. il bacio scambiato tra parenti rispetto a quello tra due amanti, o la foto di un corpo completamente nudo inserita in un libro di anatomia invece che in una rivista pornografica), bensì di immagine assolutamente rispettosa del comune senso del pudore in ogni possibile contesto. Presidente C. Vitalone, Relatore P. Onorato. CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. III, 20 gennaio 2006 (Ud. 13/10/2005), Sentenza n. 2635

Consumatore – Pista da sci – Attivita’ pericolosa – Gestore – Responsabilita’ civile – Comportamento imprudente dello sciatore. In relazione alla responsabilità da infortuni occorsi sulle pista da sci, si esclude la responsabilità (da attività pericolosa) del gestore ritenendo nella specie che il comportamento imprudente dello sciatore danneggiato, che nell’area destinata alla sosta e al transito degli sciatori irrompa a velocità particolarmente elevata ed inadeguata allo stato dei luoghi, configuri gli estremi del caso fortuito. Presidente G. Fiduccia, Relatore F. Sabatini. CORTE DI CASSAZIONE Sezione Terza Civile, del 18 gennaio 2006, Sentenza n. 832

Consumatori – Clausole abusive – Art. 234 CE – Direttiva 93/13/CEE – Incompetenza della Corte. Per i fatti anteriori all’adesione di uno Stato all’Unione europea, la Corte di giustizia non è competente a risolvere la prima e la seconda questione. Fattispecie: normativa nazionale resa conforme alla direttiva dopo la conclusione da parte di uno Stato terzo di un accordo di associazione con le Comunità europee prima dell’adesione del detto Stato all’Unione europea. CORTE DI GIUSTIZIA delle Comunità Europee, (Grande Sezione) 10 gennaio 2006 nella causa C-302/04

Consumatori – Direttiva 85/374/CEE – Responsabilità per danno da prodotti difettosi – Nozione di “messa in circolazione” del prodotto – Fornitura del produttore ad una società interamente controllata. L’art. 11 della direttiva del Consiglio 25 luglio 1985, 85/374/CEE, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati Membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, deve essere interpretato nel senso che un prodotto è messo in circolazione allorché è uscito dal processo di fabbricazione messo in atto dal produttore ed è entrato nel processo di commercializzazione in cui si trova nello stato offerto al pubblico per essere utilizzato o consumato. CORTE DI GIUSTIZIA delle Comunità Europee, Prima sezione – 9 febbraio 2006, causa C-127/04 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Prodotti difettosi – Responsabilità illimitata del fornitore – Presupposti – Colpa di chi ha prodotto il bene – Dir. 85/374/CEE. La direttiva del Consiglio 25 luglio 1985, 85/374/CEE, relativa al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, dev’essere interpretata nel senso: 1) che essa osta ad una regola nazionale secondo la quale il fornitore risponde, al di là dei casi tassativamente elencati all’art. 3, n. 3, della direttiva, della responsabilità indipendente dalla colpa che la direttiva istituisce e imputa al produttore; 2) che essa non osta ad una regola nazionale secondo la quale il fornitore è tenuto a rispondere illimitatamente della responsabilità per colpa del produttore. Pres. Skouris – Rel. Jann – Skov Æg contro Bilka Lavprisvarehus A/S e altri. Corte Giustizia CE, 10/01/2006, procedimento n. C-402/03

Consumatori – Acquisto di supporti audiovisivi fonografici o informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni legali – Reato di ricettazione e incauto acquisto – Differenza – Disciplina applicabile. Secondo il novellato contenuto nel d. lgs. 9 aprile 2003, n. 68, è possibile il verificarsi del concorso tra il reato di ricettazione e quello di cui all’art.171 ter della legge 22 aprile 1941 n. 633, e successive modificazioni, quando l’agente, oltre ad acquistare supporti audiovisivi fonografici o informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni legali, li detenga a fine di commercializzazione; configurandosi l’illecito meramente amministrativo previsto dall’art. 174 ter legge n. 633 del 1941 soltanto quando l’acquisto o la ricezione siano destinati a uso esclusivamente personale. Sicchè, il contesto normativo così ricostruito non muta con l’entrata in vigore della legge 14 maggio 2005, n. 80, perché l’incauto acquisto di cose provenienti da taluno dei reati previsti dalla legge n. 633 del 1941 e s.m. può integrare gli estremi della contravvenzione prevista dall’art. 712 c.p.; mentre solo l’incauto acquisto di cose di provenienza altrimenti illecita, vale a dire di cose non provenienti da reato, può integrare gli estremi dell’illecito amministrativo previsto dall’art. 1 comma 7 del citato decreto legge. CORTE DI CASSAZIONE Penale SS.UU., 23/12/2005 (UD. 20/12/2005), Sentenza n. 47164

Consumatori – Illecito amministrativo di emissione di assegno senza provvista – Sanzioni amministrative – Fatto scusabile. Viola il dovere di diligenza media, con conseguente impossibilità di invocare il fatto scusabile, l’emittente di un assegno privo di copertura che – anziché attenersi al dovere di conformare l’andamento del conto al fine di assicurare che in ogni momento vi sia disponibilità del denaro necessario al pagamento dell’assegno nei termini per la presentazione di esso all’incasso – si limiti a fare affidamento sullo svolgimento di un conto passivo con adempimenti reiterati, da parte della banca, di ordini di pagamento di esso correntista, anche in assenza di provvista e nell’ambito dei limiti di rischio dalla stessa banca precedentemente valutati. Presidente U. Vitrone, Relatore A. Giusti. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, 24 novembre 2005, Sentenza n. 24842

Tutela del consumatore – Vendita immobiliare a domicilio – Direttiva 85/577/CEE – Applicabilità – Esclusione. L’art. 3, n. 2, lett. a), della direttiva del Consiglio 20 dicembre 1985, 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, non si applica ai contratti di compravendita immobiliari, ancorché essi siano mera parte integrante di un investimento finanziario il cui finanziamento sia garantito mediante mutuo e le cui trattative pre-contrattuali, tanto in relazione al contratto di vendita dell’immobile quanto al contratto di mutuo diretto esclusivamente al finanziamento, vengano svolte nel contesto di un’operazione di vendita a domicilio. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE Sentenza del 25 ottobre 2005, procedimento C-229/04

Tutela del consumatore – Contratto di mutuo – Diritto di recesso – Investimenti finanziari acquisto dell’immobile – Annullamento del contratto – Rischi inerenti agli investimenti – Banca – Dir. 85/577/CEE. La direttiva 85/577 non osta a che norme nazionali prevedano, quale unica conseguenza del recesso dal contratto di mutuo, l’annullamento del contratto stesso, anche ove si tratti di investimenti finanziari in cui il mutuo non sarebbe stato concesso senza l’acquisto dell’immobile. Tuttavia, se il consumatore non è stato informato del suo diritto di recesso dal contratto di mutuo, spetta alla banca sopportare i rischi inerenti agli investimenti di cui trattasi. CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE Sentenza del 25 ottobre 2005, procedimento C-229/04

Consumatori – Titoli di credito – Assegno circolare non trasferibile – Pagamento della banca in violazione di legge – Responsabilità – Natura. La responsabilità nei confronti del beneficiario di un assegno circolare non trasferibile in cui incorre la banca girataria per l’incasso qualora, violando l’obbligo di diligente accertamento dell’identità e della legittimazione del presentatore del titolo, paghi l’assegno a persona diversa dal predetto (artt. 43 e 86 del r.d. n. 1736 del 1933), non ha natura extracontrattuale, in quanto non consegue dalla violazione di una norma di condotta, né contrattuale, poiché non sussiste tra dette parti alcun rapporto negoziale, dato che la banca è estranea sia alla convenzione di assegno sia al rapporto di emissione del medesimo, bensì costituisce violazione di un’obbligazione ex lege, riconducibile, in base all’art. 1173 cod. civ., ad ogni altro atto o fatto idoneo a costituire fonte di obbligazione in conformità dell’ordinamento giuridico, siccome derivante dalla violazione dell’obbligo posto a suo carico dall’art. 43 r.d. cit., di pagare l’assegno esclusivamente all’intestatario, titolare del diritto di agire per il risarcimento del danno eventualmente subito, con la conseguenza che siffatto diritto e’ soggetto alla prescrizione ordinaria decennale. Presidente A. Criscuolo, Relatore S. Del Core. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, 6 ottobre 2005, Sentenza n. 19512

Consumatori – Foro del consumatore per i contratti a distanza – Contratti aventi ad oggetto i servizi finanziari – Competenza territoriale inderogabile – Esclusione – Limiti. In tema di contratti a distanza, la competenza territoriale inderogabile del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore (prevista dall’art. 14 del d.lgs. 22 maggio 1999, n.185) non si estende ai contratti relativi ai servizi finanziari, tra i quali non rientra però qualsiasi servizio che possa avere attinenza con il settore finanziario, con la conseguenza che non può ritenersi escluso dal campo di applicazione dell’art. 14 un contratto che, come nella specie, abbia ad oggetto la prestazione di un servizio informativo sull’andamento dei mercati finanziari e su possibili strategie d’investimento. Presidente L.F. Di Nanni, Relatore G. Manzo. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. III, 3 ottobre 2005, Sentenza n. 19304

Consumatori – “Made in italy” su prodotto non fabbricato in Italia – Vendita con segni mendaci – Sussistenza – Condizioni – Artt. 517 c.p. e 4, c. 49, L. n. 350/2003 – Artt. 23 e 24 Reg. CEE n. 2913/1992 – Fattispecie: prodotti semilavorati per l’assemblaggio secondo un modello predefinito. Integra il reato previsto dagli artt. 517 cod. pen. e 4, comma 49, L. 24 dicembre 2003 n. 350 la messa in vendita con la dicitura “made in Italy” di un prodotto che non può considerarsi di origine italiana ai sensi dell’art. 4, comma 61, legge citata, che considera tale marchio posto a tutela di merci integralmente prodotte sul territorio italiano o assimilate ai sensi della normativa europea in materia di origine. Secondo gli artt. 23 e 24 Regolamento CEE n. 2913 del 12 ottobre 1992, il marchio “made in Italy” può essere utilizzato quando il prodotto è interamente fabbricato in Italia o in Italia sia avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo, o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione. (Fattispecie nella quale era stato messo in commercio con la dicitura “made in Italy” un prodotto fabbricato all’estero per conto di un produttore italiano che aveva inviato prodotti semilavorati per l’assemblaggio secondo un modello predefinito). Presidente A. Zumbo, Relatore A. Franco. CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. III, 23 settembre 2005 (ud. 19 aprile 2005), Sentenza n. 34103

Consumatori – Apertura di agenzia di viaggi senza autorizzazione – Sanzioni amministrative – Responsabilità. In relazione all’illecito amministrativo di apertura di un’agenzia di viaggi in mancanza della prescritta autorizzazione, della violazione risponde l’imprenditore che, nella disciplina delle agenzie di viaggi, si identifica con il titolare dell’agenzia stessa, e quindi, nel caso in cui l’attività imprenditoriale sia esercitata in forma societaria, il legale rappresentante della società, ferma la responsabilità solidale della società. In ogni caso, di detta violazione non può mai essere ritenuto responsabile il dipendente o il collaboratore dell’agenzia, trattandosi di illecito che, inerendo alle condizioni di svolgimento di una attività imprenditoriale, deve essere qualificato come “proprio”, nel senso, appunto, che non può essere commesso altro che da un soggetto identificabile per le sue qualità personali, e, quindi, altro che dal titolare dell’agenzia stessa. Pres. G. Losavio, Rel. S. Petitti. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, 25 agosto 2005, Sentenza n. 17288

Consumatori – Sistema radioteleviso pubblico e privato – Divieto di trasmissioni pornografiche – Divieto assoluto – Buon costume. La legge che disciplina il sistema radiotelevisivo pubblico e privato (legge 6 agosto 1990, n. 223) configura (con l’art. 15, decimo comma) la violazione del divieto di trasmissione di programmi contenenti scene pornografiche come un illecito amministrativo di pericolo presunto o astratto, giacché, secondo la previsione legislativa, alla realizzazione della condotta vietata si accompagna, tipicamente o generalmente, la messa in pericolo del bene protetto, il buon costume, che il legislatore, ponendo il divieto assoluto di trasmissione di programmi aventi quel contenuto, ha inteso incondizionatamente tutelare. Ne consegue che la trasmissione contenente scene pornografiche non cessa di essere illecita per il solo fatto che essa vanga mandata in onda al di fuori della fascia oraria protetta o anche nel cuore della notte. Nel caso di specie, l’illecito contestato si riferiva alla trasmissione – in un contesto di pubblicizzazione di linee telefoniche “hot line” a mezzo di “spots” pubblicitari ciclici in ore notturne – di immagini raffiguranti particolari rapporti intimi lascivi tra donne. La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso avverso la sentenza di merito, che aveva rigettato l’opposizione all’ordinanza-ingiunzione. Pres. G. Losavio, Rel. S. Petitti. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, 25 agosto 2005, Sentenza n. 17284

Consumatori – Contratti bancari – Forma – Contratto di apertura di credito – Contratto di conto corrente stipulato per iscritto – Legge sulla trasparenza bancaria – Testo unico bancario. In materia di disciplina della forma dei contratti bancari, la legge sulla trasparenza bancaria (art. 3, comma terzo, della legge n. 154 del 1992) e il testo unico bancario (art. 117, comma secondo), nella parte in cui dispongono che il CICR può prevedere che particolari contratti, per motivate ragioni tecniche, possono essere stipulati in forma diversa da quella scritta, attribuiscono a detto Comitato interministeriale il potere – da questo conferito alla Banca d’Italia con delibera del 4 marzo 2003 – di emanare disposizioni che integrano la legge e, nei limiti dalla stessa consentiti, possono derogarvi e che, perciò, costituiscono norme di rango secondario, la cui legittimità non è esclusa dalla mancata indicazione delle motivate ragioni tecniche della deroga, dovendo l’onere della motivazione ritenersi adempiuto mediante l’individuazione del tipo di contratto e la precisazione che esso deve riferirsi ad operazioni e servizi già individuati in contratti stipulati per iscritto. Sulla base di questo principio, sono legittime le disposizioni contenute nella delibera del CICR del 4.3.2003 – e, anteriormente, nel decreto emanato il 24.4.1992, in via d’urgenza, dal Ministro del tesoro – nonché nelle istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia, ed ha affermato che, in base alle medesime, va escluso che il contratto di apertura di credito, qualora risulti già previsto e disciplinato da un contratto di conto corrente stipulato per iscritto, debba essere, a sua volta, stipulato per iscritto, a pena di nullità. Pres. U. R. Panebianco, Rel. L. Panzani. CORTE DI CASSAZIONE Civile, Sez. I, 9 luglio 2005, Sentenza n. 14470

Consumatore – Pubblicità ingannevole – Autorità garante della concorrenza e del mercato – Mancata comunicazione di pareri – Effetti. Nel procedimento in materia di pubblicità ingannevole, non costituisce violazione del contraddittorio la mancata comunicazione di pareri (nella specie, del Ministero della Salute e della Autorità per la garanzia nelle comunicazioni ) in quanto, ai sensi dell’art. 9 del d.P.R. n. 627/1996, devono essere “comunicati alle parti del procedimento” soltanto “i risultati delle perizie, delle analisi economiche e consultazioni di esperti essenzialmente per non avere fatto conoscere alla società i pareri acquisiti“. CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 31 maggio 2005, n. 2852

OGM – Regolamento (CE) n. 1139/98 – Art. 2, n. 2, lett. b) – Obbligo supplementare in materia di etichettatura di prodotti alimentari – Obbligo di indicare la presenza di materiale derivato da taluni organismi geneticamente modificati (OGM) – Semi di soia e granturco geneticamente modificati – Esenzione dall’obbligo in caso di presenza accidentale, che non superi una determinata soglia di tolleranza – Prodotti alimentari destinati ad un’alimentazione particolare – Lattanti e bambini nella prima infanzia – Applicabilità dell’esenzione – Principio di precauzione. L’art. 2, n. 2, lett. b), del regolamento (CE) del Consiglio 26 maggio 1998, n. 1139, concernente l’obbligo di indicare nell’etichettatura di alcuni prodotti alimentari derivati da organismi geneticamente modificati caratteristiche diverse da quelle di cui alla direttiva 79/112/CEE, quale modificato mediante il regolamento (CE) della Commissione 10 gennaio 2000, n. 49, deve essere interpretato nel senso che l’esenzione che esso prevede dall’obbligo, stabilito dall’art. 2, nn. 1 e 3, del medesimo regolamento, di un’indicazione, nell’etichetta di prodotti alimentari, della presenza di materiale derivato da taluni OGM, nel caso in cui tale presenza derivi da una contaminazione accidentale e non superi un livello de minimis dell’1 %, si applica parimenti ai prodotti alimentari destinati all’alimentazione particolare dei lattanti e dei bambini nella prima infanzia. Pres. e Rel. Timmermans, Ministero della Salute c. Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degliutenti e dei consumatori (Codacons), Federconsumatori – CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE sez. II – 26 maggio 2005, causa C-132/03

Consumatori – Vacanza rovinata – Risarcimento del danno – Tour operator – Rivalsa nei confronti dell’organizzatore del pacchetto e dei servizi – Responsabilità – Commisurazione – Criterio – Artt. 19 e 14 del D.L.vo n. 1995/111. La previsione di cui all’art. 19 del D.L.vo n. 111 del 1995 (reclamo entro 10 giorni) si riferisce solo al consumatore finale e non opera nel caso in cui il tour operator chiamato in giudizio per risarcimento del danno, per vacanza rovinata, agisce in rivalsa nei confronti dell’organizzatore del pacchetto e dei servizi. Pertanto, in base al dettato contenuto nell’art. 14 D.Lgs. n.111/1995, la responsabilità del venditore e dell’organizzatore non è solidale ma commisurata in ragione del rispettivo grado di concorso nell’inadempimento. Giud. Criscuolo – R.M.R. ed altri c. Renboga Tours s.r.l. ed altri. TRIBUNALE NAPOLI, 17 Maggio 2005

Consumatori – Vendita – Vizi occulti – Denunzia – Termine di decadenza – Manifestazione del vizio – Art. 1495 c.c. – Determinazione – Momento. Il termine di decadenza di cui all’art. 1495 cod. civ. per la denunzia dei vizi della cosa venduta, pur dovendo essere riferito alla semplice manifestazione del vizio e non già all’individuazione della sua causa, decorre solo dal momento in cui il compratore abbia acquisito la certezza oggettiva dell’esistenza del vizio, con la conseguenza che ove la scoperta avvenga per gradi ed in tempi diversi e successivi, in modo da riverberarsi sull’entità del vizio stesso, occorre fare riferimento al momento in cui si sia completata la relativa scoperta. Presidente V. Calapietra, Relatore M. Oddo CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. II, 6 maggio 2005, Sentenza n. 9515

Associazioni – Associazioni di consumatori – Ricorso proposto in primo grado da altri soggetto colegittimati – Inammissibilità – Art. 83 D.P.R. 570/1960 e art. 146 D. Lgs. 41/2004 – Ius singolare non suscettibile di applicazione analogica. E’ inammissibile l’appello di un associazione di consumatori che, non avendo proposto un ricorso di legittimità pur essendovi legittimata, omissio medio impugni la sentenza che abbia deciso il ricorso proposto da un soggetto colegittimato; costituiscono infatti ius singulare, non suscettibile di applicazione analogica, l’art. 83/12 del testo unico approvato per i giudizi elettorali col d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570, e l’art. 146, comma 11, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato col decreto legislativo n. 41 del 2004, che hanno ampliato la legittimazione ad appellare le sentenze di primo grado, ammettendovi anche chi – pur essendovi legittimato – non abbia proposto il ricorso originario. Pres. Schinaia, Est. Maruotti – Fallimento E.M. s.r.l. (Avv.ti Vannicelli e Benuccio) c. Consorzio tra i lottisti Volturno Marina Vecla (Avv. Montaldo) e s.r.l. M. (Avv.ti Cassiano, Garofalo e Mosillo) riunito ad altri – (Dichiara inammissibili e/o improcedibili i ricorsi) – CONSIGLIO DI STATO, Sez. VI – 24 settembre 2004, n. 6253 (vedi: sentenza per esteso)

Consumatori – Tour operator – Risarcimento dei danni subiti nel corso di un viaggio – Competenza territoriale – Individuazione – Criterio – Fattispecie. Trasporto turistico. Il risarcimento dei danni subiti nel corso di un viaggio organizzato da un tour operator deve essere promosso innanzi al giudice del luogo in cui il consumatore ha la residenza o il domicilio elettivo. Fattispecie: danni subiti da un sinistro causato dall’utilizzo di un mezzo di trasporto inidoneo. TRIBUNALE DI MONZA Sez. Desio, 27 agosto 2004

Tutela consumatore – Nozione di consumatore – Contratti negoziati fuori dai locali commerciali – D.lgs. n. 50/1992. Ai fini della tutela dettata, per i contratti negoziati fuori dai locali commerciali, dal d.lgs. 15 gennaio 1992, n. 50, non è consumatore la persona che, in vista di intraprendere un’attività imprenditoriale, cioè per uno scopo professionale, acquista gli strumenti indispensabili per l’esercizio di tale attività. Presidente G. Fiduccia – Relatore I. Purcaro. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sezione III, 10 agosto 2004, Sentenza n. 15475

Tutela consumatore – Piste da sci – Contratto atipico di “skipass” – Incidente dovuto alla cattiva manutenzione di una pista – Risarcimento dei danni – Sussiste. Lo sciatore che ha concluso un contratto atipico di “skipass”, che gli dà diritto di utilizzare tutte le piste di un comprensorio sciistico, in caso di incidente dovuto alla cattiva manutenzione di una pista può chiedere il risarcimento dei danni solo al proprietario della singola pista, e non ai proprietari di tutte le piste facenti parte del comprensorio. Presidente G. Fiduccia – Relatore R. Perconte Licatese. CORTE DI CASSAZIONE Civile Sezione III, 19 luglio 2004, Sentenza n. 13334

Consumatori – Falsità in sigilli o strumenti o segni di autenticazione, certificazione o riconoscimento – Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni e falsi – Prodotti seriali riproducenti personaggio di fantasia protetto da registrazione – Configurabilità del reato – Sussistenza. (C.P. art. 474). La condotta consistente nella produzione e messa in commercio di prodotti seriali riproducenti, ancorché in modo imperfetto e senza indicazione della sua denominazione, un personaggio di fantasia protetto da registrazione rientra nella previsione di reato di cui all’art. 474 c.c.. (In specie, trattavasi di giocattoli gonfiabili riproducenti il pulcino “Calimero”). (contra v. Cass. Sez. III, 26/04/2001). Pres. Ietti – Rel. Marini – P.M. Mura (Concl. Conf.) . Romagnoli. CORTE DI CASSAZIONE Penale, Sez. V, 16 giugno 2004 (Ud. 25/05/2004), n. 27032

Consumatori – Attività organizzata in Italia di accettazione, raccolta, prenotazione e trasmissione, anche per via telefonica o telematica, di scommesse di qualsiasi genere – Rilevanza penale – Sussiste – Normativa comunitaria. Se, a seguito della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee 6 novembre 2003 in causa Gambelli, l’art. 4 comma bis della legge 13 dicembre 1989 n. 401, modif. dall’art. 37, comma 5 l. 23 dicembre 2000 n. 388, che, in riferimento all’art. 88 T.u.l.p.s., sost. dall’art. 37 comma 4 l. n. 388 del 2000, sanziona penalmente l’attività organizzata in Italia di accettazione, raccolta, prenotazione e trasmissione, anche per via telefonica o telematica, di scommesse di qualsiasi genere, da chiunque accettate in Italia o all’estero, in assenza di concessione, autorizzazione o licenza, non deve essere disapplicato dal giudice italiano, in quanto in contrasto con la normativa comunitaria sul diritto di stabilimento e di libera circolazione dei servizi all’interno del territorio dell’Unione Europea. CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite, Udienza del 26 aprile 2004, (R.G. 28164/03) (R.G. 28170/03) (R.G. 31132/03)

Consumatore – Salute – Produzione, commercio e consumo – Prodotti alimentari – Reato previsto dall’art. 5 lett. b) della legge n. 283 del 1962 – Detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione – Natura – Reato di danno o di pericolo – Contrasto di giurisprudenza. In tema di disciplina degli alimenti, il reato di cui all’art. 5, lett. b), della legge 30 aprile 1962 n. 283, detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, attesa la natura di reato di pericolo presunto, non esige per la sua configurabilità un previo accertamento sulla commestibilità dell’alimento, nè il verificarsi di un danno per la salute del consumatore. CORTE DI CASSAZIONE, Sez. III – 27.1.2004, Sent. n. 2649

Consumatori – Salute – Alimenti e bevande – Vendita di carne contaminate da salmonella – Reato di cui all’art. 5 lett. d) L. 283/1962 – Configurabilità – art. 5 lett. c) L. 283/1962. Rientra nella previsione di cui all’art. 5 lett. d) n. 283 del 1962 la vendita di carni contaminate da salmonella – per il quale «è vietato… vendere… o comunque distribuire per il consumo di sostanze alimentari… insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive…» – e non in quella di cui alla lett. c) della stessa norma che vieta la vendita di sostanze alimentari con cariche macrobiotiche superiori «ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o ordinanze ministeriali», in quanto la previsione di cui all’art. 5 lett. d) rappresenta una norma di chiusura con la quale il legislatore ricomprende le sostanze «comunque» nocive, non inquadrabili nelle ipotesi specifiche contemplate nella stessa lettera nonché in quelle precedenti, nell’ambito di operatività dell’art. 5 succitato. Ne consegue che l’eventuale osservanza dei limiti di cui all’art. 5 lett. c) ed a maggior ragione l’omessa previsione degli stessi non equivale ad un giudizio di assoluta innocuità del prodotto alimentare che, invece può rivelarsi «comunque» nocivo nella previsione di cui all’art. 5 lett. d) n. 283 del 1962. Pres. Svignano – Est. Novarese – Imp. Scotenna – P.M. Iacoviello (concl. Conf.) CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. III, 7 aprile 2003, (UD. 12/02/2003). Sentenza n. 15998

Consumatori – Salute – Alimenti e bevande – Prelievo e analisi di campioni – Violazione delle norme relative a dette operazioni – Utilizzabilità nel giudizio penale – Criteri – Fattispecie in tema di alimenti con cariche microbiche superiori ai limiti prestabiliti – L. 283/1962, art. 5. Le norme che disciplinano il prelievo e le analisi dei campioni (fatta eccezione per l’obbligo di notifica dell’interessato), pur non integrando la fattispecie penale (nella specie il superamento dei limiti coliformi), non possono essere ignorate dal giudice ove in concreto la loro violazione abbia determinato una situazione abnorme che incida sulla rappresentatività dei lavori riscontrati. (In applicazione di tale principi la Corte ha escluso che nel caso in esame l’esecuzione delle analisi oltre il termine ordinario di 24 ore potesse comportare la loro inutilizzabilità in giudizio, in considerazione della non avvenuta scadenza del prodotto confezionato e della sua conservazione alla temperatura dovuta. Pres. Toriello – Est. Postiglione – Imp. De Santis – P.M. Favalli (concl. Conf.). CORTE DI CASSAZIONE penale, Sez. III, 7 aprile 2003,(UD. 12/02/2003). Sentenza n. 18317

Consumatori – Salute – Campionamento di alimenti o bevande e relative analisi – Avviso alle persone interessate dell’inizio delle operazioni – Presupposti – Assistenza di un consulente tecnico – Fattispecie: pane. Nel campionamento di alimenti o bevande e relative analisi, è necessario l’avviso alle persone interessate dell’inizio delle operazioni, eccezione fatta nel caso in cui l’analisi riguardi campioni prelevati da sostanze alimentari deteriorabili, in questi casi, infatti, non è necessario alcun avviso. In tutti gli altri casi, gli interessati hanno la possibilità di chiedere la revisione delle analisi e partecipare al nuovo esame delle sostanze, anche attraverso l’assistenza di un consulente tecnico. (Fattispecie: omesso avviso delle analisi su un campione di pane, in quanto lo stesso non è oggettivamente deteriorabile in uno spazio di tempo ragionevolmente breve, così come confermato dalla esclusione della stessa dall’elenco delle sostanze alimentari deteriorabili di cui al D.M. 16.12.1993). Conforme: Cass. Sez. III, 20 marzo 1997, n. 208455; Cass. Sez. III, 13.11.1997 n. 209723. Pres. Toriello – Est. Grillo – P.M. Albano Imp. Busacca. CORTE DI CASSAZIONE Sez. III, (Ud. 19/03/2003) – Dep. 15/05/2003, sentenza n. 21286

Consumatori – Alimenti e bevande – Salute – Analisi dei campioni – Comunicazione del risultato delle analisi – Termine di cui all’art. 42 l.n. 580/1967 – Natura – Termine ordinatorio – Inosservanza – Improcedibilità dell’azione penale – Esclusione. Per la comunicazione all’interessato del risultato della prima analisi, l’inosservanza del termine prescritto dall’art. 42 l. 4 luglio 1967, n. 580, sebbene definito perentorio dalla legge stessa, ha natura di termine ordinatorio, pertanto, l’inosservanza non determina la improcedibilità dell’azione penale, ma esclusivamente lo spostamento del termine stabilito per la istanza di revisione. (Nello stesso senso: Cass. Sez. III, 14 luglio 1998, Sinito; Sez. VI, 1 luglio 1977, Colombo, ivi, n. 136752; Cass. Sez. VI, 21 gennaio 1975, Bacchini; Cass. Sez. VI, 28 febbraio 1972, De Luca,) Pres. Vitalone – Rel. Franco – P.M. Geraci (concl. diff.) – Scollo (225289). CORTE DI CASSAZIONE Penale Sez. III – Ud. 31 gennaio 2003 (dep. 20 maggio 2003), n. 22035

Diniego di autorizzazione alla produzione in Italia e commercializzazione all’estero di miscele di olio di oliva e di olio di semi – pericolo per il consumatore – tutela della salute e del consumatore – la disciplina comunitaria e i principi costituzionali. La disparità di trattamento tra imprese nazionali e imprese comunitarie, seppure è irrilevante per il diritto comunitario, non lo è per il diritto costituzionale italiano (Corte Cost., n.443 del 30.12.1997). La disposizione interna è stata quindi dichiarata incostituzionale, tenuto conto che deroghe al principio di libera circolazione dei beni possono essere giustificate, ai sensi dell’art.30 del Trattato U.E. sulla base di specificati motivi di interesse pubblico, tra i quali assumono preminente rilievo, in materia di circolazione di prodotti alimentari, la tutela della salute umana e, nell’interpretazione della giurisprudenza comunitaria, la tutela dei consumatori. (Tra tali esigenze, tuttavia, non rientra anche quella di protezione di tradizioni alimentari, su cui si fondava la norma sulla produzione della pasta). La ratio del divieto non si fonda su esigenze di tutela delle tradizioni alimentari, ma è basata proprio su uno di quei motivi di interesse pubblico (tutela della salute e del consumatore), che possono giustificare un intervento più rigoroso dei singoli stati membri. (Nella specie, dietro il parere espresso dal Ministero delle politiche agricole e richiamato nell’impugnata nota del Ministero delle finanze, Div. XI, n.4397 del 3.9.97, è stato espresso il diniego di autorizzazione alla produzione e commercializzazione all’estero di miscele di olio di oliva e di olio di semi, inoltre, si è sottolineato come l’impossibilità di procedere a controlli diretti sulla composizione delle miscele di oli costituisce un pericolo per il consumatore solo in parte evitabile con un’appropriata etichettatura, che comunque lascia irrisolto il problema di non poter verificare eventuali condotte non corrette delle imprese). Consiglio di Stato, Sez. VI – 31 gennaio 2003 – Sentenza n. 482 (vedi: sentenza per esteso)

La contestazione dell’importo della bolletta telefonica da parte dell’utente – la bolletta è un atto unilaterale di natura meramente contabile – qualificazione del rapporto di utenza sia un servizio pubblico essenziale – adempimento e di prestazione secondo buona fede – posizione soggettivamente protetta – l’obbligo del gestore. La contestazione dell’importo della bolletta telefonica da parte dell’utente comporta per il gestore l’obbligo di dimostrare il corretto funzionamento del contatore centrale e la corrispondenza tra il dato fornito dal contatore e quello trascritto nella fattura, producendo la documentazione del traffico telefonico; in mancanza, l’utente ha prova libera della contestazione, e tale prova può essere sia testimoniale sia a carattere presuntivo. La bolletta è un atto unilaterale di natura meramente contabile (Cassazione 847/86) e la stessa Corte costituzionale (nelle sentenze 546/94 e 1104/98) ha posto in rilievo come il rapporto di utenza sia un servizio pubblico essenziale, ma soggetto al regime contrattuale di diritto comune, ed alle relative regole di adempimento e di prestazione secondo buona fede. Regime che, per effetto dello ius superveniens (la legge di derivazione europea 281/98, peraltro non retroattiva e non applicabile al caso di specie) pone l’utente persona fisica (come nella specie) in una posizione soggettivamente protetta nei confronti dell’ente pubblico che offre un servizio a titolo oneroso. Se dunque le norme regolamentari (in particolare l’art. 12 del d.m. 484/88) prevedono l’obbligo del gestore di effettuare gli addebiti di traffico sulla base delle indicazioni del contatore centrale, tale obbligo non può risolversi in un privilegio probatorio, basato sulla non contestabilità del dato recato in bolletta. Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 2 dicembre 2002, n. 17041.

Azione giudiziaria di associazione di consumatori volta ad impedire l’uso di clausole vessatorie da parte di un commerciante – Convenzione di Bruxelles – le regole riguardanti la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale – interpretazione. Le regole di competenza previste nella Convenzione di Bruxelles del 27.09.1968 vanno interpretate nel senso che un’azione giudiziaria preventiva intentata da un’associazione di tutela dei consumatori allo scopo di far inibire l’uso, da parte di un commerciante, di clausole ritenute abusive in contratti conclusi con privati, e’ un’azione in materia di delitti o quasi-delitti, ai sensi dell’art. 5, punto 3, della cennata Convenzione(disposizione che pertanto si applica, a prescindere dall’effettivo verificarsi del danno, anche alle azioni le quali, come nella fattispecie,mirano ad impedire un delitto imminente). Corte di Giustizia CEE – Sezione VI Sentenza del 01/10/2002

L’abuso di posizione dominante – condotta illecita – la restrizione della concorrenza – il mero intento di escludere il concorrente dal mercato – comportamenti ‘escludenti’ – giurisdizioni comunitarie – fattispecie illecita. Per la consolidata giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia, 13 febbraio 1979, Hoffmann-La Roche/Commissione, p. 91; 3 luglio 1991, Akzo/Commissione, p. 69), l’abuso di posizione dominante si verifica quando sul piano obiettivo vi è una condotta illecita, non rilevando l’intento (e la relativa prova) di ledere il concorrente (anche perché non è necessario che l’impresa abbia avuto coscienza di violare un divieto, essendo sufficiente che essa non abbia potuto ignorare che il comportamento avesse per oggetto la restrizione della concorrenza: Corte di giustizia, 8 novembre 1983, AIZ). Mentre il mero intento di escludere il concorrente dal mercato è di per sé irrilevante, se è attuato con legittimi comportamenti e strategie economiche, la condotta ‘escludente’ e obiettivamente illecita può essere di per sé qualificata come abuso di posizione dominante. Dalla posizione dominante discende una speciale responsabilità’, per cui l’impresa che la detiene non può ridurre o eliminare il grado di concorrenza ancora esistente sul mercato, con comportamenti ‘escludenti’. Ciò è stato affermato anche dalle giurisdizioni comunitarie, in base alle disposizioni del Trattato, le quali: – vietano le condotte che fanno sorgere il rischio che una impresa dominante riduca il grado di concorrenza ancora esistente sul mercato (Corte di giustizia, 16 marzo 2000, Compagnie Maritime Belge, p. 112; 21 febbraio 1973, Europemballage, p. 26) o siano funzionali alla realizzazione di un piano di aggressione e di estromissione dal mercato di un concorrente (Corte di giustizia, 20 giugno 2001, Michelin, p. 210; 16 marzo 2000, Comagnie Maritime Belge, p. 86; 3 luglio 1991, Akzo/Commissione, p. 148), poiché la normativa sulla tutela della concorrenza mira anche ad evitare che la strategia escludente comporti l’effettiva eliminazione del concorrente; – consentono gli atti di tutela degli interessi commerciali dell’impresa dominante, ma non anche un “comportamento che abbia lo scopo di rafforzare la posizione dominante e di farne abuso” (Tribunale di primo grado, 7 ottobre 1999. Irish Sugar Plc/Commissione, p. 112), anche se “il risultato atteso non si realizzi” (Tribunale di primo grado, 8 ottobre 1996, Cewal/Commissione, p. 149). Anche per la consolidata giurisprudenza di questa Sezione, la fattispecie illecita – come nel caso di intese restrittive – si caratterizza per la potenziale lesività e non per la concreta realizzazione della riduzione del grado di concorrenza ancora esistente, con la conseguenza che non è necessario l’accertamento di tale riduzione (cfr. Sez. VI, 24 aprile 2002, n. 2199; Sez. VI, n. 1305 del 2002; Sez. VI, 2 marzo 2001, n. 1191). Consiglio Stato, sez. VI, 19 luglio 2002, n. 4001.

Disciplina della concorrenza – imprese operanti nel settore della radiodiffusione e dell’editoria – diritti esclusivi in ordine all’erogazione di un servizio – norme a tutela della concorrenza – a tutela del pluralismo – operazione di concentrazione. L’art. 8 della L. 10 ottobre 1990 n. 287, la cui portata ed interpretazione va stabilita in armonia con le norme ed i principi del Trattato dell’U.E. in materia di disciplina della concorrenza, va inteso nel senso che la concessione per legge od in base alla legge ad un’impresa di diritti esclusivi in ordine all’erogazione di un servizio non esenta quest’ultima, per ciò soltanto, dall’osservanza delle disposizioni in materia di concorrenza che non siano oggettivamente incompatibili con il raggiungimento delle finalità della concessione; e, pertanto, devono ritenersi sottratti al rispetto delle norme a tutela della concorrenza soltanto quei comportamenti che siano indispensabili per il raggiungimento delle finalità della concessione. Le imprese operanti nel settore della radiodiffusione e dell’editoria sono soggette sia alle norme contenute nella L. n. 249 del 1997, dirette a tutelare il pluralismo del sistema delle comunicazioni radio-televisive mediante limitazioni alla titolarità delle reti ed alla raccolta delle risorse finanziarie, alla cui osservanza è preposta l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sia alla disciplina generale a tutela della concorrenza contenuta nella L. n. 287 del 1990. In forza dell’art. 5, co. 1°, lett. b, della L. n. 287 del 1990 si è in presenza di una concentrazione restrittiva della libertà di concorrenza non soltanto quando una o più imprese procedono alla fusione od alla costituzione di un’impresa comune o all’acquisizione di un’altra impresa, ma anche allorché una o più imprese acquisiscono direttamente od indirettamente il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese; e, pertanto, si è di fronte ad un’operazione di concentrazione quando una o più imprese acquisiscono, direttamente od indirettamente, sia tramite acquisto di partecipazioni del capitale o di elementi del patrimonio, sia tramite il contratto o qualsiasi altro mezzo, il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese. L’effetto diretto di un’operazione di concentrazione consiste nella possibilità, nell’immediato, di riduzione o di cessazione di un’impresa attiva sul mercato con conseguente modificazione significativa di quest’ultimo; e, pertanto, è necessario, per accertare la presenza o meno di un’operazione di concentrazione, stabilire e valutare se gli elementi oggetto di cessione siano in qualche modo sostituibili ovvero se non lo siano e sottintendano, perciò, una riduzione della presenza sul mercato dell’impresa cedente Consiglio di Stato Sezione VI, 24 maggio 2002 n. 2869

Provvedimenti dell’Autorità antitrust – sindacabili solo per vizi di legittimità e non di merito – natura atipica dei provvedimenti – fasi del controllo svolto dall’Autorità antitrust – l’ammissibilità dei c.d. vizi sintomatici estrinseci all’atto – sindacato del giudice amministrativo. La Sezione ha già in precedenza ritenuto che i provvedimenti dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato sono sindacabili in giudizio, per vizi di legittimità, e non di merito. Purché si rimanga nell’ambito dei vizi di legittimità, il sindacato giudiziale non incontra limiti, potendo essere esercitato, oltre che in relazione ai vizi di incompetenza e violazione di legge, anche in relazione a quello di eccesso di potere in tutte le sue forme. Allorché, peraltro, viene dedotto, avverso i provvedimenti dell’Autorità, il vizio di eccesso di potere, il giudice, nell’ambito del suo sindacato, circoscritto alla sola legittimità dell’atto, e non esteso al merito delle scelte amministrative, può solo verificare se il provvedimento impugnato appaia logico, congruo, ragionevole, correttamente motivato e istruito, ma non può anche sostituire proprie valutazioni di merito a quelle effettuate dall’Autorità, e a questa riservate. (v. Cons. Stato, VI, n. 1348/200, Italcementi; n. 1671/2001 Caldaie; n. 4118/2001, Vigilanza privata). I provvedimenti dell’Autorità antitrust hanno natura atipica e sono articolati in più parti, che corrispondono alle fasi del controllo svolto dall’Autorità:

a) una prima fase di accertamento dei fatti;

b) una seconda di “contestualizzazione” della norma posta a tutela della concorrenza, che facendo riferimento a “concetti giuridici indeterminati” (quali il mercato rilevante, l’abuso di posizione dominante, le intese restrittive della concorrenza) necessita di una esatta individuazione degli elementi costitutivi dell’illecito contestato (le norme in materia di concorrenza non sono di “stretta interpretazione”, ma colpiscono il dato sostanziale costituito dai comportamenti collusivi tra le imprese, non previamente identificabili, che abbiano oggetto o effetto anticoncorrenziale (v. sul punto Cons. Stato, VI, n. 1189/2001, Rischi Comune Milano);

c) una terza fase in cui i fatti accertati vengono confrontati con il parametro come sopra “contestualizzato”;

d) un ultima fase di applicazione delle sanzioni, previste dalla disciplina vigente.

E’ errata la tesi sostenuta da alcune appellanti, secondo cui il controllo di legittimità precluderebbe al giudice amministrativo la verifica della verità del fatto posto a fondamento dei provvedimenti dell’Autorità. A seguito del progressivo spostamento dell’oggetto del giudizio amministrativo dall’atto al rapporto controverso (pretesa fatta valere, secondo alcuni) deve ormai ritenersi superato quell’orientamento che negava al giudice amministrativo l’accesso diretto al fatto, salvo che gli elementi di fatto risultassero esclusi o sussistenti in base alle risultanze procedimentali. Del resto, anche nei giudizi di legittimità, l’ammissibilità dei c.d. vizi sintomatici estrinseci all’atto ha condotto a ritenere che il giudice amministrativo abbia il potere di conoscere le questioni di fatto la cui risoluzione è necessaria per verificare l’esistenza dei vizi dell’atto impugnato. L’introduzione nel processo amministrativo dello strumento della C.T.U., dapprima per la sola giurisdizione esclusiva (art. 35, comma 3, D. Lgs. n. 80/98) e poi anche in quella di legittimità (art. 44 del T.U. n. 1054/1924, come novellato dall’art. 1 della legge n. 205/2000), ha fatto cadere anche quelle limitazioni di carattere processuale che venivano invocate a fondamento della limitazione del sindacato del giudice amministrativo. L’estensione delle materie di giurisdizione esclusiva (per quel che qui interessa, vedi l’art. 33, comma 1, della legge n. 287/90) ha confermato il potere del G.A. di pieno accesso al fatto, idoneo nel contempo alla tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi. In definitiva, i fatti posti a fondamento dei provvedimenti dell’Autorità antitrust possono senza dubbio essere pienamente verificati dal giudice amministrativo sotto il profilo della verità degli stessi; ciò presuppone la valutazione degli elementi di prova raccolti dall’Autorità e delle prove a difesa offerte dalle imprese senza che l’accesso al fatto del giudice possa subire alcuna limitazione. Per quanto concerne le fasi sopra indicate sub b) e c), consistenti nell’individuazione del parametro normativo e nel raffronto con i fatti accertati, si osserva che l’Autorità esercita, almeno in parte, un’attività discrezionale di carattere tecnico e non amministrativo (una discrezionalità di tipo amministrativo è ipotizzabile, al più, per i provvedimenti di dispensa o di deroga di cui agli artt. 4 e 25 della legge n. 287/90). Le valutazioni tecniche dell’Autorità non si fondano su regole scientifiche, esatte e non opinabili, ma sono il frutto di scienze inesatte ed opinabili (in prevalenza, di carattere economico) con cui vengono definiti i sopra descritti “concetti giuridici indeterminati”. In questi casi la tutela giurisdizionale, per essere effettiva, non può limitarsi ad un sindacato meramente estrinseco, ma deve consentire al giudice un controllo intrinseco, avvalendosi eventualmente anche di regole e conoscenze tecniche appartenenti alla medesima scienza specialistica applicata dall’amministrazione. L’estensione del sindacato del G.A. sulla discrezionalità tecnica della P.a., e, in particolare, sulle valutazioni tecniche opinabili è stata affermata dalla nota decisione di questo Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 699 del 9-4-99. La questione è stata recentemente approfondita dalla stessa IV Sezione, che ha distinto tra “un controllo di tipo “forte”, che si traduce in un potere sostitutivo del giudice, il quale si spinge fino a sovrapporre la propria valutazione tecnica opinabile a quella dell’amministrazione”… ed un “controllo di tipo “debole” ..(in cui).. le cognizioni tecniche acquisite (eventualmente) grazie al consulente vengono utilizzate solo allo scopo di effettuare un controllo di ragionevolezza e coerenza tecnica della decisione amministrativa.” (Cons. Stato, IV, n. 5287 del 6-10-2001). Nella decisione viene sottolineato come la distinzione tra il carattere di opinabilità dei giudizi tecnici (attratti nella cognizione del giudice) e i profili della opportunità (sottratti al sindacato) non è così netta in presenza di valutazioni complesse dell’amministrazione e dell’applicazione dei c.d. “concetti giuridici indeterminati” e che in tali ipotesi deve escludersi il sindacato giurisdizionale di tipo forte (sostitutivo) ed ammettersi solo il sopra descritto controllo di tipo debole. Ritenendo del tutto condivisibili i sopra enunciati principi ed applicandoli alla materia in esame, si deve ritenere che il sindacato del giudice amministrativo sull’attività discrezionale di natura tecnica, esercitata dall’Autorità antitrust, sia un sindacato di tipo debole, che non consente un potere sostitutivo del giudice tale da sovrapporre la propria valutazione tecnica opinabile o il proprio modello logico di attuazione del “concetto indeterminato” all’operato dell’Autorità. L’indice dell’assenza del potere sostitutivo deve ricercarsi soprattutto nelle esigenze di efficienza e buon andamento dell’amministrazione, di cui all’art. 97 Costituzione, e nella rilevanza della materia della tutela della concorrenza, affidata dal legislatore ad una Autorità amministrativa, caratterizzata da una particolare composizione e qualificazione tecnica, oltre che da un elevato grado di autonomia e indipendenza. Detti principi possono ora essere tradotti in concrete regole, che devono guidare il giudice amministrativo nel sindacato giurisdizionale sui provvedimenti dell’Autorità antitrust. Il giudice deve verificare direttamente i fatti posti a fondamento di tali provvedimenti ed esercita un sindacato di legittimità sull’individuazione del parametro normativo da parte dell’Autorità e sul raffronto con i fatti accertati. In tale ultimo ambito il G.A. può censurare le valutazioni tecniche, compreso il giudizio tecnico finale, che, attraverso un controllo di ragionevolezza, logicità e coerenza tecnica, appaiono inattendibili. La descritta natura del sindacato del giudice amministrativo appare, peraltro, corrispondente all’orientamento della Corte di Giustizia CE, secondo la quale il sindacato del giudice comunitario, esercitato sulle valutazioni economiche complesse fatte dalla Commissione, si limita alla verifica dell’osservanza delle norme di procedura e di motivazione, nonché dell’esattezza materiale dei fatti, dell’insussistenza d’errore manifesto di valutazione e di sviamento di potere, restando salva ogni verifica in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 85, n. 1; si tratta quindi di un sindacato di legittimità, che non preclude né l’accertamento pieno del fatto né il controllo sull’attendibilità delle valutazioni tecniche, del tipo di quello descritto in precedenza (v., segnatamente, sentenze 11 luglio 1985, causa 42/84, Remia, punto 34, e 17 novembre 1987, cause riunite 142/84 e 156/84, BAT e Reynolds, punto 62; 28 maggio 1998, C-7/95, John Deere, punto 34). Il giudice amministrativo non può, quindi, sostituire le proprie valutazioni a quelle dell’Autorità; esemplificando, il giudice non può sostituire l’individuazione del mercato rilevante operata dall’Autorità, ma può verificarne la correttezza secondo quanto detto in precedenza; parimenti il giudice non può sostituire la specificazione del parametro normativo violato a quella dell’Autorità, né può modificare l’impostazione dell’indagine, e quindi del provvedimento, ma solo verificarne la legittimità; basti pensare alla scelta (legittima) operata nel presente provvedimento dall’Autorità di non indagare gli effetti concreti della pratica contestata, limitandosi all’accertamento dell’oggetto anticoncorrenziale e degli effetti potenziali. L’impostazione generale seguita dall’Autorità nello svolgere una determinata indagine e nelle conseguenti valutazioni ad essa rimesse non può quindi essere modificata dal giudice, cui spetta solo il compito di verificarne la legittimità, anche sotto il profilo delle regole tecniche applicate. Nell’esercizio di detto sindacato è ammissibile in astratto l’utilizzo della C.T.U. (richiesta da alcune parti anche nel presente giudizio di appello e di cui si lamenta il mancato utilizzo da parte del Tar), ma tramite tale mezzo probatorio può essere delegato al consulente l’accertamento sotto il profilo tecnico di un ben individuato presupposto del fatto o comunque gli potrà essere chiesto un ausilio finalizzato ad ampliare la conoscenza del giudice con apporti tecnico – specialistici (ben delimitati nel quesito) appartenenti a campi del sapere caratterizzati da obiettiva difficoltà (cfr. sempre, Cons. Stato, IV, n. 5287/2001). Non appare invece ammissibile far “ripercorrere” dal C.T.U. le complesse valutazioni rimesse in prima battuta all’amministrazione e sottoposte poi, con gli anzidetti limiti, al sindacato giurisdizionale (è anche significativo il fatto che la Corte di Giustizia abbia ritenuto ammissibile la C.T.U. nell’ambito dei giudizi in materia di concorrenza, ma abbia poi utilizzato lo strumento con estrema cautela; per un caso di utilizzo, vedi Corte Giust, CE, , C – 89/85, 31-3-93. Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Natura del sindacato del giudice amministrativo sulle sanzioni pecuniarie irrogate dall’Autorità antitrust – le sanzioni di carattere ripristinatorio (diffida) – elemento della gravità dell’infrazione – principio di legalità – giurisdizione piena al giudice amministrativo E’ diversa la natura del sindacato del giudice amministrativo sulle sanzioni pecuniarie irrogate dall’Autorità. Mentre le sanzioni di carattere ripristinatorio (diffida) conseguono necessariamente all’accertamento dell’infrazione, le sanzioni pecuniarie vengono applicate dall’Autorità in presenza dell’elemento della gravità dell’infrazione (art. 15, comma 1, della legge n. 287/90), oltre che nelle ipotesi di inottemperanza alla diffida (art. 15, comma 2) e di omissione o rifiuto di fornire informazioni richieste o di esibire documenti o produzione o esibizione di documenti falsi (art. 14, comma 5). Nella prima ipotesi (che qui interessa) la tutela giurisdizionale deve essere riconosciuta in maniera piena, tenuto conto della vigenza, in materia di sanzioni pecuniarie, del principio di legalità, che tutela il diritto del privato a non subire imposizioni patrimoniali al di fuori dei casi previsti dalla legge (art. 23 Cost.). Considerata la necessità di un sindacato ampio sull’irrogazione della sanzione pecuniaria, il rinvio di cui all’art. 31 della legge n. 287/90 alle disposizioni, “in quanto applicabili”, contenute nel capo, I, sezioni I e II della legge n. 689/1981, limitato alle sole sanzioni amministrative pecuniarie, deve essere interpretato, anche alla luce del successivo art. 33 che prevede la giurisdizione esclusiva del G.A., come esteso anche al tipo di cognizione prevista dall’art. 23 delle legge n. 689/81, che consente al giudice (in questo caso, quello amministrativo) di annullare in tutto o in parte (l’ordinanza) o di modificarla anche limitatamente all’entità della sanzione dovuta (la contraria tesi sostenuta da Cass., sez. unite, n. 52/1994 era riferita all’assenza dei poteri di cui al citato art. 23 in capo al Pretore, spettando la giurisdizione al giudice amministrativo, senza individuazione specifica dei poteri di cognizione di quest’ultimo). E’ in questo caso consentito al giudice amministrativo un controllo più penetrante, che si spinge fino alla sostituzione della sanzione irrogata dall’Autorità e si fonda ovviamente sulla base dei parametri normativi di riferimento (art. 11 della legge n. 689/81 ed art. 15 della legge n. 287/90). Tale interpretazione appare conforme anche ai precedenti della Sezione, in cui per le sanzioni pecuniarie dell’Autorità antitrust è stata affermata la sussistenza di una giurisdizione piena del giudice, che ha il potere di modificare la misura della pena, e anche di ridurla, in ipotesi di riscontro di una illegittimità o una inopportunità dell’operato dell’autorità amministrativa, operato che, pertanto, è sindacabile da parte del giudice amministrativo in caso di violazione di legge, illogicità, travisamento dei fatti, ed anche iniquità (Cons. Stato, VI, n. 1671/2001, Caldaie, punto. 12.3.1).Anche in questo caso il riconoscimento di tale tipo di sindacato giurisdizionale è coerente con i principi affermati in materia dalla giurisprudenza comunitaria, che ha sempre ritenuto la sussistenza di una competenza di merito del giudice, che consenta anche la modifica delle sanzioni irrogate dalla Commissione (v. Trib. Ce, 11-3-99, T-141/94, Thyssen Stahl AG, par. 646 e 674 e Corte Giust. CE, 16-11-2000, C-291/98,, Sarriò – Cartoncino, par. 70-71). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Politica di concorrenza comunitaria – principi dell’ordinamento comunitario – competenze sull’applicazione del diritto della concorrenza – riserve CE – elementi oggettivi di fatto o di diritto – flussi commerciali fra Stati membri. L’implicazione degli Stati membri nella politica di concorrenza comunitaria dà modo di adottare le decisioni a un livello quanto più vicino possibile ai cittadini; solo se, a causa delle sue dimensioni o dei suoi effetti l’azione prevista può essere realizzata meglio a livello comunitario, spetta alla Commissione intervenire. Diversamente, l’intervento compete all’autorità garante della concorrenza dello Stato membro interessato. La giurisprudenza di questa Sezione ha già sottolineato che l’interpretazione delle norme in materia di concorrenza in senso conforme ed omogeneo ai principi dell’ordinamento comunitario, tra cui rientrano anche le sentenze della Corte di Giustizia, è imposta sia dall’art. 1, comma 4, della legge n. 287/90 (“L’interpretazione delle norme contenute nel presente titolo è effettuata in base ai principi dell’ordinamento delle Comunità europee in materia di disciplina della concorrenza”), sia dal citato art. 54, comma 5, della legge n. 52/96 (Cons. Stato, VI, n. 1189/2001, Rischi Comune Milano). In sostanza, dopo aver applicato per lungo tempo e fornito le linee interpretative per l’applicazione decentrata del diritto della concorrenza, la Commissione CE ritiene che debbano oggi essere le autorità nazionali ad applicarlo, riservandosi comunque di intervenire in ordine a quelle fattispecie di maggiore rilevanza per l’ordinamento comunitario. Questa Sezione ha già precisato che per mercato rilevante si intende quella zona geograficamente circoscritta dove, dato un prodotto o una gamma di prodotti considerati tra loro sostituibili, le imprese che forniscono quel prodotto si pongono fra loro in rapporto di concorrenza e che il giudice amministrativo deve verificare che l’operato dell’Autorità, nell’individuare il mercato rilevante, non sia affetto da vizi logici o di ragionevolezza, da difetto di istruttoria o di motivazione (cfr., Cons. Stato, VI, n. 1348/2000, Italcementi; n. 652/2001, Vendomusica). Questa Sezione ha già in passato ritenuto la dimensione nazionale del mercato assicurativo, sebbene in relazione a fattispecie diversa (rischi comune di Milano), evidenziando la sussistenza di differenze tra i vari mercati assicurativi nazionali relative ai canali di distribuzione, alle preferenze dei consumatori ed alla diversa regolamentazione (Cons. Stato, VI, n. 1189/2001, cit., in cui veniva anche richiamata Comm. CE, IV/M.543, Zurigo / Banco di Napoli, 22-2-95). Del resto, anche recentemente la Commissione ha confermato la dimensione nazionale del mercato geografico delle assicurazioni nel settore danni (v. Comm. Ce, Dec. 12-1-2000, Caso n. IV/M.1712, Generali – Ina). Nel caso di specie, sia la pratica dello scambio di informazioni che quella relativa all’abbinamento delle polizze erano limitate al territorio italiano ed anche gli effetti (potenziali) contestati dall’Autorità avevano tale limitazione. Il fatto che la pratica contestata riguardasse l’87 % del mercato italiano e fosse economicamente rilevante non costituisce di per sé elemento idoneo per dimostrare il pregiudizio per il commercio con gli Stati membri, in quanto l’elemento della quota di mercato, interessata dall’intesa, non è decisivo ai fini sopraindicati ed è infatti stato valutato in maniera diversa dalla stessa Corte di Giustizia a seconda delle singole fattispecie. Ciò che rileva, per giurisprudenza costante, è che un accordo o pratica concordata tra imprese, per poter pregiudicare il commercio fra Stati membri, deve consentire di prevedere con sufficiente grado di probabilità, in base ad un insieme di elementi oggettivi di fatto o di diritto, che esso sia atto ad incidere direttamente o indirettamente, effettivamente o potenzialmente, sui flussi commerciali fra Stati membri, in modo da poter nuocere alla realizzazione degli obiettivi di un mercato unico fra Stati (v. Corte Giust. CE 11 luglio 1985, causa 42/84, Remia, punto 22). Dunque, il pregiudizio per gli scambi intracomunitari deriva in generale dalla combinazione di diversi fattori (tra cui anche quello della quota di mercato coinvolta) che, considerati isolatamente, non sono necessariamente determinanti (v. Corte Giust. CE, 15 dicembre 1994, causa C-250/92, DLG, punto 54 e Corte Giust. CE, 21-1-99, C 215/96, Bagnasco, p. 47). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Competenza dei giudici nazionali e regolamenti CE. Se i giudici (e le autorità) nazionali non sono competenti ad applicare l’articolo 85, paragrafo 3, possono tuttavia applicare le decisioni e i regolamenti adottati dalla Commissione in virtù di tale disposizione. La Corte di giustizia ha infatti confermato più volte che le disposizioni dei regolamenti sono direttamente applicabili (Corte Giust. CE, Delimitis contro Henninger Bräu, causa C-234/89). Aggiunge la Commissione che le intese che rientrano nel campo d’applicazione di un regolamento di esenzione per categoria sono esentate dal divieto dell’articolo 85, paragrafo 1 senza che occorra al riguardo una decisione individuale o una lettera amministrativa della Commissione. Peraltro, proprio nella Relazione al parlamento europeo e al Consiglio sul funzionamento del regolamento della Commissione n. 3932/92 (di cui si discute), la Commissione CE ha sottolineato come il regolamento, al pari di ogni altro regolamento di esenzione, contribuisce alla già descritta applicazione decentrata del diritto comunitario della concorrenza e che sia i tribunali nazionali che le autorità degli Stati membri sono competenti a verificare direttamente se un’intesa soddisfi, o meno, le condizioni di applicazione del regolamento e possa quindi beneficiare di un’esenzione. Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Violazione dei diritti della difesa – prerogative della difesa – contenuto del verbale – censura relativa alla brevità del tempo impiegato per deliberare. L’eventuale violazione dei diritti della difesa e i suoi effetti vanno esaminati in relazione alla rilevanza del vizio procedimentale dedotto nell’ambito di un complesso procedimento antitrust (v. Cons. Stato, VI, n. 652/2001, cit., in cui è richiamata la c.d. giurisprudenza comunitaria “carbonato di sodio”: Trib. CE, T – 30/91, 29-6-95, Solvay e Trib. CE, T – 36/91, 29-6-95, I.C.I.). Con riguardo all’asserita omessa considerazione di alcune memorie presentate dalle imprese, si condivide il pacifico orientamento della giurisprudenza comunitaria, secondo cui nell’ambito di un procedimento antitrust le prerogative della difesa non richiedono che la Commissione ribatta a tutti i motivi delle imprese interessate, essendo invece sufficiente che sotto il profilo sostanziale venga adeguatamente motivata la tesi accolta in contrapposizione alle posizioni delle parti (cfr., Trib. Ce, 11-3-99, T 141-94, Thyssen Stahl AG). Il verbale non deve contenere l’integrale verbalizzazione della discussione, né tanto meno deve essere indicata l’introduzione di modifiche al testo predisposto dal relatore, in quanto ciò che rileva è solo la approvazione del testo definitivo del provvedimento, dal quale emerge l’iter logico seguito (Cons. Stato, VI, n. 1189/2001, cit.). E’ infondata anche la censura relativa alla brevità del tempo impiegato per deliberare, in quanto le appellanti non tengono conto del fatto che i singoli componenti dell’Autorità ben conoscevano gli atti del procedimento, avendoli già esaminati più volte ed è quindi presumibile che si siano limitati alla discussione finale ed alla votazione sul provvedimento da adottare (v. sul punto Cons. Stato, VI, n. 652/2001, cit.). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Commissione CE limite dei propri poteri istruttori. La giurisprudenza comunitaria ha chiarito che l’unico limite che la Commissione incontra nell’esercizio dei propri poteri istruttori è costituito dal divieto di imporre ad un’impresa l’obbligo di fornire risposte attraverso le quali questa sarebbe indotta ad ammettere l’esistenza della trasgressione, che deve invece essere provata dalla Commissione. Di conseguenza, nell’ambito di una richiesta di informazioni, la Commissione può obbligare un’impresa a fornirle tutte le informazioni necessarie per quanto attiene ai fatti di cui quest’ultima sia a conoscenza ed a comunicarle, se del caso, i relativi documenti di cui sia in possesso, anche se possono servire ad accertare che l’impresa stessa o un’altra impresa hanno tenuto un comportamento anticoncorrenziale. La Corte di Giustizia conclude affermando che, con riferimento ad infrazioni di natura economica, segnatamente in materia di concorrenza, non si possa riconoscere ad un’impresa il diritto di non testimoniare contro se stessa, né sulla base di un principio comune agli ordinamenti giuridici degli Stati membri né in forza del richiamo ai diritti garantiti dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o dal patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, negando quindi il principio invocato con il descritto motivo di ricorso (Corte Giust. CE, 18-10-89, C 374-87, Orkem) Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Conoscenza del fascicolo – principio della parità delle armi. E’ quindi non pertinente il richiamo al “principio della parità delle armi”, che sarebbe stato violato nel procedimento in esame (v. appello Mediolanum), in quanto detto principio presuppone che in una causa di concorrenza l’impresa interessata abbia una conoscenza del fascicolo relativo al procedimento pari a quella di cui dispone la Commissione e non si estende ad atti diversi da quelli presenti nel fascicolo di indagine o comunque acquisiti in quella determinata indagine (il principio di parità delle armi è stato affermato da Trib. CE, T – 30/91, 29-6-95, Solvay e Trib. CE, T – 36/91, 29-6-95, I.C.I. e da Cons. Stato, VI, n. 652/2001, cit.). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

I provvedimenti dell’Autorità antitrust – esistenza di errori o di valutazioni opinabili. I provvedimenti dell’Autorità antitrust sono dei provvedimenti amministrativi “atipici”, in quanto si discostano, come evidenziato in precedenza, dallo schema classico di provvedimento amministrativo. Sono caratterizzati da un ampia ricostruzione del quadro normativo ed economico di riferimento, dalla puntuale indicazione delle contestazioni mosse e delle tesi delle parti coinvolte e si concludono con le valutazioni giuridiche dell’Autorità. E’ evidente che in presenza di un provvedimento di tale complessità l’esistenza di errori o di valutazioni opinabili non corrette non è di per sé sufficiente a determinare l’annullamento del provvedimento, ma deve essere valutata alla luce dell’incidenza sulle determinazioni assunte. Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Antitrust prestazione supplementare – tie-in all’inverso. La mancata indicazione della disposizione sembra significare che l’Autorità abbia preso atto che la garanzia per incendio e furto non sia una “prestazione supplementare”, ma una prestazione semplicemente connessa con la garanzia RCA in relazione al bene cui entrambe le polizze si riferiscono (l’autoveicolo). L’Autorità ha in realtà contestato una sorta di “tie-in all’inverso”, in cui l’offerta della polizza RCA (obbligatoria) non viene sfruttata per abbinare una garanzia facoltativa (fattispecie oggi vietata dall’art. 4, comma 3, della legge n. 57/2001), ma avviene il contrario: il prodotto connesso e facoltativo (polizza incendio e furto) viene offerto solo insieme alla polizza obbligatoria. Il motivo proposto da Sai è infondato, in quanto in astratto, l’accertato “tie-in all’inverso” può costituire una violazione dell’art. 2 della legge n. 287/90, poichè le elencazioni della disposizione sono meramente esemplificative e non tipizzano le ipotesi di intese anticoncorrenziali, in relazione alle quali rileva unicamente il dato sostanziale dell’accertamento di comportamenti collusivi tra le imprese (cfr. sul punto, Cons. Stato, n. 1189/2001, secondo cui, come già detto, le norme poste a tutela della concorrenza non sono “di stretta interpretazione”, come invece in precedenza ritenuto da Cons. Stato, VI, n. 1792/96). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Antitrust – scambio di informazioni realizzato tramite l’associazione professionale – alterazione della concorrenza tra gli operatori economici – limiti agli scambi di informazioni. Il primo caso in cui gli organi di giustizia comunitari hanno affrontato la questione è stato quello relativo alla scambio di informazioni realizzato tramite l’associazione professionale dei costruttori o importatori di trattori agricoli operanti nel Regno Unito, in cui è stato affermato che in un mercato oligopolistico fortemente concentrato, un accordo che preveda un sistema di scambio di informazioni tra le imprese di questo mercato riduce o annulla il grado di incertezza relativo al funzionamento del mercato e può alterare la concorrenza tra gli operatori economici in presenza di determinate caratteristiche delle informazioni scambiate: natura sensibile delle stesse, comunicazione ravvicinata e sistematica e divulgazione limitata ai partecipanti allo scambio (Trib. Ce, 27-10-94, T-35/92, John Deere Ltd; decisione confermata da Corte Giust. CE, 28-5-98, C-7/95; Trib. Ce, 27-10-94, T-34/92, Fiatagri UK Ltd, relativa allo stesso caso ed analoga alla precedente; v. anche Trib. Ce, 14-5-98, T-354/94, Stora, par. 107). Nelle stesse decisioni viene affermato anche che uno scambio di informazioni della natura sopra descritta altera sensibilmente la concorrenza tra gli operatori economici, avendo effetto di rivelare periodicamente, a tutti i concorrenti, le posizioni sul mercato e le strategie dei vari concorrenti e di ridurre o di annullare del tutto il grado di incertezza sul funzionamento del mercato che, in assenza di tale scambio di informazioni, sarebbe esistito. Gli scambi di informazioni devono essere quindi limitati alla rilevazione ed alla divulgazione in forma aggregata di statistiche in modo tale da impedire la possibilità di un loro impiego che consenta i partecipanti di coordinare il loro comportamento commerciale (v. Dec. Commissione CE,, 13-7-94, Cartoncino, par. 166, confermata sul punto da Trib. 14-5-98, T-334/94, Sarriò e da Corte Giust. Ce, 16-11-2000, C-291/98). L’orientamento della Commissione CE sul punto era già noto alle imprese fin dal 1977, quando la Commissione aveva ravvisato, in linea di principio, lo scopo o l’effetto di limitare la concorrenza nelle ipotesi di scambio organizzato di dati relativi alle singole imprese, come la reciproca comunicazione delle quantità vendute, dei prezzi e delle condizioni praticate, sottolineando la differenza tra uno scambio di informazioni statistiche (consentito) ed uno scambio vietato, in cui i dati consentono l’individuazione dei singoli operatori (v. VII Relazione sulla politica della concorrenza della Commissione del 1977). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Verifica di sussistenza di una infrazione antitrust. La giurisprudenza comunitaria ha affermato che qualora una intesa non soddisfi tutte le condizioni prescritte da un regolamento di esenzione e non sia stata concessa (o chiesta) l’esenzione individuale le parti possono comunque dimostrare che l ‘ accordo di cui trattasi non è per altri motivi incompatibile col divieto di cui all ‘ art . 85 , n . 1 (Corte Giust. CE, 18-12-1986, C-19/86, VAG France, par. 13). In effetti, per verificare la sussistenza di una infrazione antitrust è necessario accertare che le intese abbiano per oggetto o per effetto l’impedimento, la restrizione o il falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato rilevante. L’inapplicabilità di un regolamento di esenzione costituisce certamente un indice rilevante a tal fine, ma deve comunque essere verificata la violazione del divieto previsto dalle disposizioni sulle intese restrittive della libertà di concorrenza. Come correttamente rilevato dal Tar (v. pag. 96 dell’appellata sentenza), l’Autorità, benché ha affermato l’automatismo tra inapplicabilità del regolamento e illiceità dello scambio di informazioni, ha poi comunque proceduto in concreto alla verifica della anticoncorrenzialità dello specifico scambio di informazioni riscontrato (v. par. 234, ultima parte e paragrafi successivi dell’impugnato provvedimento). Pertanto, anche ritenendo che dall’inapplicabilità del regolamento di esenzione non derivi automaticamente l’illiceità della condotta contestata, la verifica della legittimità dell’impugnato provvedimento deve essere svolta in concreto con l’esame dei motivi con cui le appellanti contestano la natura sensibile dei dati scambiati e sostengono comunque la liceità dello scambio. Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Antitrust e modifica dei prezzi – divieto di concertazione – scambio di informazioni – anticoncorrenzialità. La giurisprudenza ha chiarito che ogni operatore economico deve determinare autonomamente la propria condotta e che ciò non esclude il diritto a reagire in maniera intelligente al comportamento, constatato o atteso, dei concorrenti; è però vietato ogni contatto, diretto o indiretto, tra gli operatori che abbia per oggetto o per effetto di influenzare il comportamento sul mercato di un concorrente o di mettere al corrente tale concorrente sul comportamento che l’impresa stessa ha deciso di porre in atto (cfr., cit. Dec. Comm. CECA, par.33; cit. Corte Giust., Anic, par.117; Corte Giust., C- 40/73, Suiker Unie, par.173-175). Ciascun concorrente è libero di modificare i prezzi tenendo conto del comportamento altrui, ma è vietata ogni forma di collaborazione per stabilire linea d’azione o eliminare incertezze sul reciproco comportamento (Corte Giust. CE, C 57/69 del 14.7.72, Acna). Condotte quali lo scambio di informazioni sensibili finiscono infatti per sostituire all’alea della concorrenza il vantaggio della concertazione, così erodendo i benefici che in favore dei consumatori derivano dal normale uso della leva concorrenziale, ossia dalla fisiologica tensione di ogni impresa concorrente a ritagliarsi fette di mercato proponendo condizioni, sotto il profilo economico o sul versante dei caratteri dei prodotti e dei servizi, più appetibili per il fruitore, anche in un‘ottica di prevenzione e contrasto di non conosciute iniziative degli altri operatori economici. Lo scambio di dati, che come si vedrà nel paragrafo successivo sono “sensibili”, ha consentito ai partecipanti allo scambio di informazioni un continuo monitoraggio del comportamento dei concorrenti, riguardante non solo le tariffe (i premi commerciali) ma soprattutto le strutture delle stesse. La giurisprudenza comunitaria ha sottolineato che l’acquisibilità autonoma di informazioni non priva del carattere di illiceità un sistema organizzato di scambio, tenuto conto che nel primo caso le informazioni avrebbero un carattere tardivo, limitato e privo della periodicità che caratterizza le informazioni fornite dal sistema organizzato (Trib. CE, John Deere cit. par. 105). Anche di recente la stessa giurisprudenza ha ribadito che l’organizzazione di uno scambio di informazioni consente ai partecipanti di venire a conoscenza di tali informazioni in un modo più semplice, rapido e diretto che mediante il mercato, creando per di più un clima di mutua sicurezza relativamente alle future politiche commerciali dei concorrenti, incompatibile con i principi della concorrenza (Trib. CE, 12-7-2001, T-202/98, British Sugar, par. 60). Si rileva che l’anticoncorrenzialità della partecipazione ad uno scambio di informazioni non deriva solamente da un reciproco scambio di dati sensibili, ma anche dalla sola percezione di informazioni (sensibili) relative al comportamento dei concorrenti sul mercato (V. Trib. CE, British Sugar cit. par. 58). La Corte di Giustizia CE ha affermato che, il solo fatto di scambiare con concorrenti informazioni riconducibili a segreti aziendali basta a manifestare l’esistenza di uno spirito anticoncorrenziale, anche ammettendo un comportamento sul mercato indipendente dal contenuto delle informazioni scambiate (v. Corte Giust., 8-7-99, C-99/92, Huls). E’ bene ricordare che deve ritenersi principio giurisprudenziale ormai consolidato quello secondo cui le pratiche concordate sono possibili pur in assenza di effetti anticoncorrenziali, in quanto la pratica presuppone un comportamento dipendente dalla concertazione, ma non implica necessariamente che tale comportamento abbia l’effetto di impedire o falsare la concorrenza (cfr., Corte Giust. CE, C – 235/92, Montecatini, 8-7-99; C- 49/92, Anic, 8-7-99). Tale interpretazione è avvalorata dal dato testuale dell’art. 2 della legge n. 287/90, che, come già detto, sanziona le intese, che abbiano “per oggetto o per effetto” la distorsione della concorrenza. Deve quindi essere esclusa la tesi secondo cui per la pratica concordata deve necessariamente essere presente e provato anche l’effetto anticoncorrenziale (v. Cons. Stato, VI, n. 652/2001, n. 1189/2001 e n. 1699/2001). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Trattato sulla concorrenza infrazione alle norme. del Secondo una giurisprudenza costante, perché un’infrazione alle norme del Trattato sulla concorrenza si possa considerare intenzionale, non è necessario che l’impresa sia stata conscia di trasgredire tali norme, ma è sufficiente che essa non potesse ignorare che il suo comportamento aveva come scopo la restrizione della concorrenza (Corte Giust. CE, 8 novembre 1983, cause riunite da 96/82 a 102/82, 104/82, 105/82, 108/82 e 110/82, IAZ, punto 45; Trib. Ce, 6 aprile 1995, causa T-141/89, Trefileurope, punto 176, e 14 maggio 1998, causa T-310/94, Gruber + Weber, punto 259; 12-7-2001, British Sugar cit. punto 127). Consiglio di Stato, Sez. VI, Sent. del 23 aprile 2002, n. 2199. (vedi: sentenza per esteso)

Acqua potabile – inquinamento – assenza del requisito della potabilità – inadempimento contrattuale – la riduzione del 50% del canone. Il cloruro superiore alla norma è pericoloso per la salute, essendo responsabile dell’ipertensione arteriosa e può determinare anche intossicazioni (Sent. n. 218/98 del 10.06.1998 – Giudice di Pace di Reggio Calabria). Non avendo l’acqua pertanto il requisito della potabilità vi è un inadempimento contrattuale sanzionato dal D.P.R. n. 236 del 24/05/19888 che da’ attuazione alla Direttiva C.E.E. n. 80/778 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano, ai sensi dell’art. 15 della Legge n. 183 del 16.04.1987. In detto decreto sono indicati i requisiti di potabilità dell’acqua. Detto provvedimento è applicabile in quanto non derogato dal D.L. n. 66/89. Da ciò discende l’applicabilità al caso di specie dell’art. 13 del provvedimento C.I.P. n. 26/75 che prevede la riduzione del 50% del canone. Giudice di Pace Coordinatore di Reggio Calabria sentenza del 27.11.2000 (vedi: sentenza per esteso)

Acqua potabile – inquinamento – contratto di somministrazione di acqua potabile – normativa applicabile – riduzione del 50% del canone – legittimità – contratto di natura privatistica – contenuto di sodio superiore alla concentrazione massima ammessa – pericolo per la salute. l canone per la fornitura dell’acqua potabile Nel caso di specie tra l’attrice ed il convenuto Comune di Reggio Calabria, intercorre un contratto di somministrazione di acqua potabile, con prestazione continuativa, art. 1559 C.C., posto in essere con adesione ad un contratto con moduli prestampati predisposti da una parte contraente (artt. 1341-1342 C.C.), a cui il soggetto è obbligato a sottostare per potere avere la fornitura del servizio. A detto contratto si applicano anche gli artt. 1560-1562-1563 C.C.. Intercorre, quindi, tra le parti, un contratto di natura privata, con prestazioni corrispettive (art. 1553 C.C.): alla somministrazione dell’acqua potabile da parte del Comune corrisponde il pagamento del dovuto da parte dell’utente. Il canone per la fornitura dell’acqua potabile, quindi, rappresenta il corrispettivo di un servizio commerciale reso dal Comune in regime di privativa ed i canoni e le tariffe sono determinate nella misura da coprire i relativi costi di gestione del sevizio. Stabilito che trattasi di un contratto di natura privatistica, devesi valutare se il Comune di Reggio Calabria ha correttamente eseguito la sua prestazione, talché possa richiedere la controprestazione all’attrice e cioè il pagamento del canone per la fornitura dell’acqua potabile. All’art. 2 del T.U. del Regolamento per la concessione dell’acqua potabile è detto: “L’acqua è principalmente concessa per uso potabile e di igiene”. (Nella specie: Il Sindaco, con ordinanza del 31.03.1990 vietò l’uso per scopi potabili limitatamente ad alcune zone della città. L’immobile ove risiede l’attrice è esterno all’area di non potabilità dichiarata con l’ordinanza anzidetta per cui è necessaria la prova attinente alla non potabilità dell’acqua nei periodi di cui all’atto di citazione. A tal fine, con ordinanza in udienza del 10/11/1997 veniva ammessa C.T.U., richiesta da parte attrice, al fine di verificare la potabilità o meno dell’acqua in relazione ai parametri C.I.P.E. di cui al D.P.R. 236 del 24/05/1988 relativamente all’acqua fornita dal Comune di Reggio Calabria nella zona ove esiste il fabbricato di parte attrice. Dalla C.T.U. (pag. 12) è emerso che “nel campione di acqua prelevato nella cucina dell’abitazione della Sig.ra T. è stato rilevato un contenuto di sodio di 300 mg, di gran lunga superiore alla concentrazione massima ammessa (CMA) di 175 mg/L come dai parametri CEE di cui al D.P.R. n. 236 del 24/05/1988”. Lo stesso C.T.U. dr. B. afferma infine che “l’elevata introduzione di sodio con l’alimentazione, come verificasi nel caso di assunzione di acqua per uso alimentare ad alto contenuto in sodio, interviene nella patogenesi dell’ipertensione. […] l’impiego per uso alimentare dell’acqua attualmente erogata nell’appartamento abitato dalla Sig.ra T. può causare nel o negli utilizzatori l’insorgenza di uno stato ipertensivo oppure aggravarne uno eventualmente preesistente”. Le conclusioni a cui è pervenuto il C.T.U. sono condivise da questo Decidente, perché lo stesso, attraverso scrupolosa ed attenta analisi, ha risposto in maniera esauriente ai quesiti postigli). Il cloruro superiore alla norma è pericoloso per la salute, essendo responsabile dell’ipertensione arteriosa e può determinare anche intossicazioni (Sent. n. 218/98 del 10.06.1998 – Giudice di Pace di Reggio Calabria). Non avendo l’acqua pertanto il requisito della potabilità vi è un inadempimento contrattuale sanzionato dal D.P.R. n. 236 del 24/05/19888 che da’ attuazione alla Direttiva C.E.E. n. 80/778 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano, ai sensi dell’art. 15 della Legge n. 183 del 16.04.1987. In detto decreto sono indicati i requisiti di potabilità dell’acqua. Da ciò discende l’applicabilità al caso di specie dell’art. 13 del provvedimento C.I.P. n. 26/75 che prevede la riduzione del 50% del canone. Detto provvedimento è applicabile in quanto non derogato dal D.L. n. 66/89. Detto corrispettivo va determinato equitativamente da questo Decidente nella misura pari al 50% del canone convenuto. (Cfr. Sent. n. 1/1997 G.d.P. di Reggio Calabria). Giudice di Pace Coordinatore di Reggio Calabria sentenza del 27.11.2000 (vedi: sentenza per esteso)

Mancanza di una causa aquirendi – la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto – ripetizione di indebito oggettivo. Qualora venga acclarata la mancanza di una causa acquirendi, tanto nel caso di nullità, annullamento, risoluzione o rescissione di un contratto, quanto in quello di qualsiasi altra causa che faccia venire meno il vincolo originariamente esistente l’azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso è quella di ripetizione di indebito oggettivo [...] o di parte di esso. Cass. Civ. Sez. II Sent. del 13.04.1995, n. 4268. Giudice di Pace Coordinatore di Reggio Calabria sentenza del 27.11.2000 (vedi: sentenza per esteso)

Tutela dei consumatori – Inibitoria a proseguire ogni attività lesiva degli interessi dei consumatori. Va disposta, in accoglimento dell’istanza proposta ai sensi degli art. 669 bis ss. c.p.c. e dell’art. 3 l. n. 281 del 1998, – ricorrendo giusti motivi di urgenza – l’inibitoria in via cautelare alla prosecuzione delle attività svolte da un’associazione e da una società, le quali avevano realizzato una struttura piramidale, per mezzo della stipulazione di contratti con cui, a fronte del versamento di una quota di adesione, si offriva in termini generici la possibilità di fruire di servizi turistici a prezzi scontati e a condizioni vantaggiose e si prometteva l’attribuzione di provvigioni agli aderenti che avessero reclutato altri soggetti da inserire nella rete di vendita. (nella specie, gli associati versavano una quota decennale di adesione dell’importo di l. 7.200.000, che sarebbe stata compensata da una serie di agevolazioni e dai guadagni ricavabili dall’attività di procacciamento di analoghi contratti). Tribunale Torino, 3 ottobre 2000.

-Tesi all’articolo 247-447 del codice procedura civile ,in materia di sfratto

settembre 16, 2011

Il procedimento di convalida sfratto.
Brevi note schematiche
Natura: procedimento speciale a carattere sommario (art. 657 – 667 c.p.c.), alternativo a quello ordinario (art. 447 bis. c.p.c.), caratterizzato dalla sommarietà del giudizio.
Provvedimento di natura giurisdizionale definitivo (convalida) e provvisorio (ordinanza non impugnabile) con efficacia di cosa giudicata sostanziale.
Complessa, perché deve contenere sia ”l’intimazione” (di licenza o di sfratto) che la ”citazione” (Cass. 9.3.1981, n. 1323).
Con effetti di natura processuale e di natura sostanziale.
Campo di applicazione: rapporti immobiliari.

TIPOLOGIA DELLE CONVALIDE

A) Licenza e sfratto per finita locazione
La licenza per finita locazione deve essere notificata anteriormente alla scadenza del contratto. Si tratta di condanna anticipata o c.d. ”condanna in futuro”.
Con la notifica tempestiva dell’atto, che ha anche natura e funzione sostanziale, si evita la rinnovazione del contratto.
Il mandato alle liti conferito al difensore è riferito non solo alla rappresentanza processuale ma anche alla rappresentanza negoziale dell’istante.
Se è stata indicata una data errata (antecedente a quella legale) il locatore (e per esso il suo difensore) può rettificare il termine finale di cessazione della locazione, ciò costituendo una ”emendatio libelli” e non una ”mutatio libelli” (Cass. 10.4.1992, n. 4390).
Entrambe le fattispecie presuppongono l’invio della disdetta, nei termini, e cioè la comunicazione che il locatore (che può essere il proprietario o l’usufruttuario o chiunque abbia la disponibilità del bene immobile) invia al conduttore per significare che, alla scadenza prevista in contratto, lo stesso non sarà rinnovato.
Diverso è il diniego di rinnovazione alla prima scadenza (art. 29 L. 392/78 e art. 3 L. 431/98).

La disdetta:
- essendo atto unilaterale recettizio, si deve provare che sia pervenuta all’indirizzo del destinatario (Cass. 28.9.1998, n. 9696);
- può essere contenuta anche in un atto processuale, come l’atto di intimazione di licenza per finita locazione) (Cass. 2.8.1995, n. 8443);
- sarà onere del destinatario fornire la prova di non avere avuto notizia della disdetta (Cass. 19.12.1997, n. 12866) o che la raccomandata non contenga la dichiarazione di disdetta (Cass. 28.5.1991, n. 6024);
- per il principio della libertà di forma (se non è prevista in contratto una particolare forma), la disdetta può essere comunicata anche a mezzo di telegramma o telex (Cass. 12.1.2006, n. 409), o con raccomandata semplice con attestazione dell’ufficio postale di averla consegnata (Cass. 24.1.1995, n. 804) , oppure anche se priva di sottoscrizione, che può essere ratificata dalla parte interessata con l’atto di citazione (Cass. 23.11.1994, n. 9916), oppure con raccomandata a mano (purché il destinatario sottoscriva apposita ricevuta);
- può essere validamente comunicata con lettera raccomandata anche da un mandatario incaricato verbalmente dal locatore (Cass. 19.11.1995, n. 9890).

Legittimazione attiva
- non è necessaria la proprietà del bene, ma solo la sua disponibilità (Cass. 11.11.1994, n. 9491), che non sia di fatto, ma tragga origine da un rapporto o titolo giuridico che comprenda il potere di trasferirne al conduttore la detenzione od il godimento (Cass. 25.8.1982, n. 4714);
- in caso di sublocazione (se prevista nel contratto) spetta al locatore nei confronti del conduttore sublocatore;
- può agire chi ha acquistato a titolo derivativo la proprietà o l’usufrutto del bene locato (ma non per usucapione, non vi è legittimazione ad esperire l’azione di sfratto: Cass. 26.10.1992, n. 11767);
- per successione mortis causa (l’erede o il legatario);
- in caso di decesso dell’usufruttuario, il nudo proprietario;
- se vi sono più locatori, ciascuno dei comproprietari può agire autonomamente in giudizio, in mancanza di dissenso espresso degli altri locatori; che, se in possesso di una quota maggioritaria, dovrebbero costituirsi in giudizio per opporsi all’azione (Cass. 5.4.1995, n. 4005);
- se il trasferimento della proprietà avviene dopo la cessazione del rapporto, ex art. 1602 c.c., legittimazione ad agire ha l’originario locatore (Cass. 5.5.2000, n. 5699).

Legittimazione passiva in caso di pluralità di conduttori
- in caso di comunione legale tra coniugi, legittimato passivo è solo il coniuge che ha stipulato il contratto (Cass. 17.8.1990, n. 8370);
- sussiste litisconsorzio necessario di tutti i conduttori in caso di sfratto per morosità (Cass. 11.11.1984, n. 6504);
- in caso di decesso del conduttore, succedono nel contratto il coniuge, gli eredi e parenti ed affini con lui abitualmente conviventi, il convivente more uxorio (Corte Cost., sent. n. 404/1988), nonché, in caso di separazione o scioglimento del matrimonio o degli effetti civili dello stesso, l’altro coniuge, se il diritto di abitare nella casa familiare gli sia stato attribuito dal Giudice (Cass. 14.2.1992, n. 1831). Ciò ex art. 6 L. 392/78;
- se, dopo la morte, restano nella detenzione dell’immobile soggetti diversi da quelli indicati nell’art. 6 L. 392/78, nei loro confronti dovrà proporsi azione ordinaria di rilascio per detenzione senza titolo;
- in caso di cessione del contratto, ex art. 36 L. 392/78, opponibile al locatore, il cessionario (e non il conduttore originario; ma ciò ove il conduttore non abbia liberato il conduttore cedente dalle obbligazioni: Cass. 5305/96)

B) Sfratto per morosità
- mancato pagamento del canone (nella domanda di convalida deve ritenersi contenuta anche la domanda di risoluzione del contratto per inadempimento);
- mancato pagamento degli oneri necessari per un importo superiore a due mensilità del canone (Corte Cost. n. 377 del 1988; Corte Cass. 24.11.2004, n. 22369), n. 377/1988, Corte Cass. 24.11.2004, n. 2369;
- non ammissibile dopo l’intervenuta risoluzione del contratto (si ha allora una detenzione dell’immobile senza titolo, per cui possibilità di agire solo con azione ex art. 1591 c.c.: Cass. 3.8.2004, n. 14808);
- ammissibile, invece, se la morosità interviene quando la convalida della licenza per finita locazione è avvenuta per una data ancora da scadere.

Modalità di pagamento del canone: in contanti ed al domicilio del locatore
Non ha valore liberatorio:
- l’invio di un vaglia (Cass. 23.1.2006, n. 1226);
- l’invio di un assegno di c.c. (ove tale modalità non sia prevista nel contratto: Cass. 21.12.2004, n. 23695);
- il deposito dell’importo dei canoni su di un libretto bancario (Cass. 26.3.81, n. 1770);
- l’adempimento dell’obbligazione da parte di un terzo in presenza del rifiuto del locatore (Cass. 13.1.2002, n. 1).

C) Locazione d’opera
Quando il godimento dell’immobile è un elemento accessorio del contratto di lavoro e cioè è un corrispettivo parziale della prestazione d’opera (anche con due contratti distinti, ma collegati: Cass. 5.5.2003, n. 6800).
Esempi:
- rapporti di custodia, portierato e pulizia nello stabile condominiale;
- tutte le concessioni di godimento di un immobile funzionalmente collegato con un rapporto di prestazione d’opera.
Non necessità di una preventiva disdetta.
Cause: scadenza del termine concordato per la durata del rapporto di lavoro; cessazione del rapporto per morte o recesso di una delle parti o per licenziamento.
Presupposti: solo quando relativamente allo svolgimento del rapporto di lavoro non sussista più contestazione (Corte Cost. n. 238/1975).

Sottoscrizione dell’atto di citazione: Il mandato alle liti conferisce al difensore poteri processuali e sostanziali, per cui la citazione può essere sottoscritta dal solo difensore (Cass. 6.4.1978, n. 1587).

Atto di citazione ed intimazione:
a) convalida licenza per finita locazione: prima della scadenza del contratto;
b) convalida sfratto: dopo la scadenza del contratto (ove non vi sia stato rinnovo tacito);
c) convalida sfratto per morosità: mancato pagamento del canone trascorsi 20 gg. dal termine concordato in contratto e mancato pagamento degli oneri accessori (art. 5, L. 392/78 – Corte Cost. n. 377/1988 – Corte Cass. 24.11.2004, n. 22369).

Fattispecie escluse dall’applicazione dell’art. 657 c.p.c.:
a) avvenuta cessazione del rapporto di locazione (non ammissibilità, poi, dello sfratto per morosità);
b) occupazione di fatto dell’immobile (senza titolo) se nell’immobile sono rimasti soggetti diversi da quelli previsti dall’art. 6 della l. 392/78 (subentro nel contratto) (Cass. 22.5.2001, n. 6965). Esempio: erede non convivente;
c) diniego motivato di rinnovazione del contratto alla prima scadenza (art. 29 L. 392/78 e art. 3 L. 431/98) – Apposito procedimento previsto dall’art. 30 della L. 392/78 (con ricorso);
d) comodato di beni immobili urbani (Cass. 15.1.2003, n. 485);
e) affitto di azienda, quando l’oggetto del contratto è costituito da un complesso unitario di beni immobili e mobili organizzati globalmente per la produzione di beni e servizi (Cass. 4.2.2004, n. 1243) – necessità dell’azione ordinaria di cognizione, ex art. 447 bis c.p.c. (rito locatizio);
f) contratto di pensione e di alloggio in residence (Cass. 4.2.1987 n. 1067);
g) contratto di leasing immobiliare (c.d. contratto tripartito: finanziamento, locazione, promessa di vendita);
h) rapporti agrari (Cass. 4.1.2000, n. 77) di competenza esclusiva delle sezioni specializzate agrarie del Tribunale;
i) la locazione di fatto prevista dall’art. 13, 5° c., L. 431/78, per nullità insanabile del contratto, per mancanza della forma scritta del contratto (art. 1 L. 431/98) o per mancanza di registrazione, ex art. 1, c. 346, L. 311/2004 – c.d. ”legge finanziaria”, a decorrere dal 1.1.2005);
j) l’intervenuta risoluzione anticipata del contratto per mutuo consenso delle parti;
k) affitto di beni immobili produttivi ex art 1615 c.c., come la concessione dello sfruttamento di un terreno quale cava per estrarre materiale inerte (Cass. n. 6039/98).

Contenuto (art. 8, L. 20.12.1995 n. 534 – art. 660 c.p.c. – art. 125 c.p.c.)
- l’invito a comparire all’udienza indicata nell’atto di citazione;
- le ragioni della domanda (”causa petendi”);
- l’avvertimento al conduttore che se non compare, o comparendo, non si oppone, il giudice convaliderà la licenza o lo sfratto ai sensi dell’art. 663 c.p.c.
Tale avvertimento (”vocatio in ius”) è considerato requisito essenziale, la cui mancanza del termine causa la nullità dell’atto (Cass. 9.12.2004, n. 23010).
L’esistenza di un vizio formale della citazione, che ne determini la nullità, comporta la rinnovazione della citazione, da effettuarsi in un termine perentorio, la cui inosservanza determina l’estinzione del procedimento (art. 307 c.p.c.).
Termini di comparizione, ex L. 20.12.1995 n. 534, non inferiori a 20 giorni (a pena di nullità dell’atto: Cass. 3.12.2002, n. 17151).
I termini devono considerarsi liberi (non si computa né il ”dies a quo” né il ”dies a quem”)
Tali termini vanno considerati tenendo conto del perfezionamento della notifica e non della data di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario.
Sospensione dei termini processuali. Ex art. 92 dell’O.G. per i procedimenti di sfratto non è prevista la sospensione estiva dei termini processuali.
Trova applicazione nella fase successiva di merito (Cass. 21.1.2000, n. 677) e nelle controversie in materia di locazione, ex. art. 447 bis. (v. art. 30 L. 392/78 e art. 3 L. 431/98) (Cass. 28.3.2000, n. 3732)
Si applica anche al termine lungo annuale per proporre impugnazione avverso la sentenza (Cass. 8.1.2001, n. 200).

Notificazione
Ex art. 138, 139 e 140 c.p.c. – Per assicurare il maggior grado possibile di certezza sulla effettiva conoscenza da parte del conduttore (Corte Cost., Ord. 17.1.2000 n. 15) è:
- esclusa la notificazione al domicilio eletto (art. 660 c.p.c, ad eccezione del caso in cui, nel contratto, il conduttore abbia indicato, come luogo di notifica, il luogo di lavoro (Cass. 15.9.2001);
- è imposta la notifica a mani proprie (art. 138 c.p.c.);
- se ciò non è avvenuto, l’ufficiale giudiziario deve spedire avviso all’intimato dell’effettuata notifica a mezzo raccomandata, con avviso di ricevimento, allegando all’originale dell’atto la ricevuta di spedizione;
- è previsto che il G.I. disponga la rinnovazione della citazione;
- è consentita l’opposizione tardiva (art. 668 c.p.c.).

N.B. – L’avviso di avvenuta notificazione non è richiesto in caso di rifiuto del destinatario di ricevere copia dell’atto (ex art. 138 c.p.c. la notifica si considera eseguita a mani proprie).
Recentemente, la Corte di Cassazione (sent. n. 11702 del 5.8.2002) ha dichiarato non applicabile il disposto dell’ultimo comma dell’art. 660 c.p.c. quando il destinatario sia una persona giuridica.
L’omissione dell’avviso è ostativa all’emissione del provvedimento di convalida.
- notificazione ex art. 140 c.p.c. (residenza dell’intimato) l’Ufficiale Giudiziario deve inviare due avvisi: quello ex art. 660 c.p.c. e quello di cui all’art. 140 c.p.c. (Cass. 14.6.2002, n. 8582);
- la notifica si perfeziona con la spedizione della raccomandata e le formalità indicate nel citato articolo (deposito nella casa comunale, avviso di deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione, o dell’azienda);
- l’avviso di giacenza del piego deve contenere l’avvertimento che la notifica si ha per eseguita al compimento del decimo giorno successivo al deposito dell’atto presso l’ufficio postale (L. 80/2005).
Vedi, in proposito, il c.d. ”decreto milleproroghe” (L. 31/08) e la modifica, all’art. 36, che introduce il comma 6 all’art. 7 della L. 890/82 ”se il piego non viene consegnato personalmente al destinatario dell’atto, l’agente postale dà notizia al destinatario medesimo dell’avvenuta notificazione dell’atto a mezzo lettera raccomandata”.
Inammissibilità della notificazione ex art. 143 c.p.c., in quanto incompatibile con il disposto dell’art. 660 c.p.c.
Si deve, allora, agire con il rito ordinario, ex art. 447 bis c.p.c. (che non soggiace alle limitazioni previste dal procedimento speciale).
Inammissibilità della notifica effettuata collettivamente agli eredi del conduttore defunto nell’ultimo domicilio dello stesso.
Occorre individuare e notificare l’atto agli eredi legittimi.
N.B. Da ricordare il principio della scissione fra i due momenti di perfezionamento della notifica, per il notificante al momento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario e per il destinatario al momento del ricevimento dell’atto (Corte Cost., sent. n. 69 del 3.3.1994 e n. 477 del 26.11.2002).
Tale scissione (degli effetti della notificazione) non si applica alle notificazioni eseguite direttamente dal difensore (L. 21.1.1994, n. 53)
N.B. In caso di rinnovazione della notificazione dell’atto nullo, deve ritenersi che il termine perentorio assegnato dal G.I. sia rispettato con la consegna dell’atto all’Ufficiale Giudiziario
Competenza: inderogabile del Tribunale dove si trova l’immobile, ex art. 447 bis c.p.c. (salvo il disposto dell’art. 25 c.p.c. [foro erariale]: Cass. 527/1991; ma vedi anche ord. Cass. 8.6.2005, n. 11967 in senso contrario).
Clausola arbitrale: è ammissibile nelle controversie a cognizione ordinaria (Cass. 11.5.1991, n. 387).
Per i provvedimenti di convalida di sfratto sussiste la competenza inderogabile del tribunale (Cass. 16.1.1991, n. 387) cui compete l’emissione dell’ordinanza di convalida o dell’ordine provvisorio di rilascio (art. 665 c.p.c.).

Costituzione delle parti
a) Attore intimante
Sino al giorno dell’udienza (art. 660, 5 c., c.p.c.), depositando l’intimazione e la relata di notifica ed il fascicolo, con il deposito della nota di iscrizione a ruolo ed il versamento del contributo unificato, ridotto a metà, sulla base dell’importo dei canoni non corrisposti (morosità) o dell’ammontare del canone di locazione per ogni anno.
b) Intimato
- a mezzo di difensore (con deposito di comparsa di costituzione) o personalmente;
- non è sufficiente depositare la copia notificata con delega in calce, ma occorre la comparsa.
Personalmente, l’intimato può non opporsi (art. 663 c.p.c.), opporsi (665 c.p.c.), sanare la morosità ”banco judicis”, oppure chiedere termine di grazia, ex art. 55 L. 392/78
Udienza di convalida
- se il locatore intimante non compare o non iscrive la causa, gli effetti dell’intimazione cessano (art. 662 c.p.c.);
- la mancata comparizione del locatore e del conduttore determina l’estinzione del giudizio, ex art. 181 c.p.c. (Cass. 18.6.1988, n. 4171);
- la mancata comparizione all’udienza dell’intimato, o la sua non opposizione, ove sussista la regolarità della notifica dell’atto di citazione, determina la convalida dello sfratto;
- se il giudice ritiene che non vi sia la prova che l’intimato abbia avuto effettiva conoscenza dell’atto, dispone la rinnovazione dell’atto di citazione;
- l’omessa o tardiva rinnovazione della citazione determina la cancellazione della causa dal ruolo e l’estinzione del processo;
- ove lo sfratto sia stato intimato per morosità la convalida è subordinata all’attestazione espressa di persistenza della morosità, da inserire nel verbale di udienza; in difetto di tale attestazione, l’ordinanza di convalida non può essere emessa;
- il conduttore, nel settore abitativo, oltre che chiedere l’applicazione del disposto di cui all’art. 55 l. 392/78, può sanare la morosità in udienza, con capitale, interessi e spese legali;
- si deve ribadire che, ex art. 5 l. 392/78, il legislatore ha ”predeterminato legalmente la gravità dell’inadempimento”, escludendosi così ogni valutazione discrezionale del giudice (Cass. 11.4.2006, n. 8418).
Ciò non trova applicazione nelle locazioni ad uso non abitativo.

Sanatoria della morosità (art. 55 l. 392/78)
- l’istituto non è applicabile alle locazioni ad uso diverso da quello abitativo (Corte Cost. Ord. 461 del 23.12.1993 – Cass. n. 272 del 28.4.1999);
- non si applica alle locazioni per esigenze abitative di natura transitoria, di cui all’art. 26 lettera a) della L. 392/78;
- si applica anche quando vi sia un ordinario giudizio di risoluzione del contratto per inadempimento (Sent. Corte Cost. n. 43 del 21.1.1999);
- il conduttore (uso abitativo) deve provvedere, o alla prima udienza o nel termine di grazia concesso dal giudice, a versare l’importo dei canoni scaduti, o degli oneri accessori, oltre interessi legali maturati e spese processuali nel termine perentorio concesso dal giudice (nonché i canoni da scadere fino all’udienza di verifica – Cass. 29.10.2001, n. 13407);
- il termine è perentorio (gg. 90 in presenza di comprovate condizioni di difficoltà oppure 120 gg. se l’inadempienza, per non più di due mesi, derivati da precarie condizioni derivanti da disoccupazione, malattie e gravi comprovate difficoltà;
- la sanatoria non può essere effettuata da un terzo o dal coniuge del conduttore (Cass. 18.10.94, n. 8469), ove vi sia l’opposizione dell’intimante e se costui intenda adempiere nelle vesti di terzo ”e non quando assuma di essere l’effettivo titolare del rapporto di locazione nei confronti del locatore”. (Cass. 23.1.2002, n. 741;
- la richiesta di concessione di un termine per la sanatoria è incompatibile con l’opposizione alla convalida;
- la sanatoria deve essere completa (anche il solo mancato o parziale pagamento delle spese legali o degli interessi determina la obbligatoria convalida dello sfratto).

Natura dell’ordinanza
- non ha natura di sentenza e, di norma, non è impugnabile (Cass. 12.1.2000, n. 247);
- non acquista efficacia di cosa giudicata sostanziale (Cass. 23.6.1999, n. 6406);
- la formula esecutiva va apposta in calce alla copia notificata dell’atto di citazione;
- deve contenere la condanna dell’intimato alle spese legali sostenute dal locatore (Cass. 22.3.1999, n. 2675);
- se emessa in presenza delle condizioni previste per legge, è consentita solo l’opposizione tardiva, ove ne ricorrano i presupposti (art. 668 c.p.c.);
- il mancato riconoscimento del diritto al rimborso delle spese del giudizio rende l’ordinanza impugnabile con il rimedio dell’appello (Cass. 22.3.1999, n. 2675);
- non si ritiene ammissibile l’ordinanza di convalida dello sfratto, per il mancato pagamento delle spese legali ove non sia stato richiesto un termine per la sanatoria x art. 55 L. 392/78;
- nel procedimento di convalida per morosità, l’ordinanza assume anche il contenuto della sentenza costitutiva e di condanna (Cass. 23.6.1999, n. 6406);
- è ammissibile l’appello, quando sia stata pronunciata in violazione delle disposizioni che disciplinano il procedimento, per cui l’ordinanza assume valore di sentenza (Cass. 15.6.2004, n. 11298);
- non è esperibile il ricorso per Cassazione, a norma dell’art. 111 Cost. (Cass. 23.11.1993, n. 11565);
- è considerato ammissibile il giudizio di revocazione (ex art 395 c.p.c.) solo nel caso dell’ordinanza di convalida di sfratto per morosità e solo nell’ipotesi di dolo di una delle parti a carico dell’altra (falsa attestazione di morosità) (Corte Cost. 20.2.1995, n. 51 – Cass. 26.1.2004, n. 1369) o per l’errore di fatto (Corte Cost., 20.12.1989, n. 558), per cui non è ammissibile quando il provvedimento sia stato emesso ritualmente;
- è ammesso l’intervento volontario di un terzo, ex art. 105 c.p.c., che può proporre opposizione od impugnare, con l’appello, il provvedimento di convalida (Cass. 24.1.1996, n. 538);
- con l’ordinanza di convalida o con il provvedimento di rilascio, ex art 665 c.p.c, si fissa anche la data dell’esecuzione, ex art 56 L. 392/78, oggi modificato e sostituito dall’art. 7 bis della L. 12.11.2004, n. 269;
- il giudice deve tenere conto delle condizioni del conduttore comparate a quelle del locatore;
- ove vi sia stata la mancata sanatoria della morosità nel termine assegnato dal giudice, la data dell’esecuzione non può essere fissata oltre sessanta giorni dalla scadenza del termine concesso per il pagamento.

Opposizione dell’intimato alla convalida
- l’opposizione alla convalida da parte dell’intimato (comparso personalmente od a mezzo di difensore) determina la conclusione del procedimento sommario e la trasformazione in un ordinario giudizio di cognizione, ex art. 447 c.p.c. (Cass. 3.5.2004, n. 8336);
- nel nuovo ed autonomo procedimento le parti possono esercitare tutte le facoltà connesse alle loro rispettive posizioni (Cass. 3.5.2004, n. 8366), con modificazioni delle domande (”emendatio libelli”) ma non proporre domande nuove (”mutatio libelli”) (Cass. 5.8.2004, n. 15021);
- il locatore deve espressamente richiedere l’emissione dell’ordinanza provvisoria di rilascio, ex art. 665 c.p.c.;
- la domanda riconvenzionale deve essere proposta dal conduttore nel procedimento sommario di sfratto, nell’atto di opposizione alla convalida e non nella comparsa di costituzione nel giudizio di merito (Cass. 16.7.2003, n. 11148);
- per l’emissione dell’ordinanza di rilascio, occorre la mancanza di prova scritta e l’esistenza di gravi motivi;
I gravi motivi possono consistere:
a) nella probabile fondatezza delle eccezioni proposte, anche se queste non sono fondate su prova scritta;
b) se dallo sfratto l’intimato verrebbe a subire un grave danno;
c) ove l’opposizione sia fondata su questioni di pronta soluzione (di natura giuridica);
d) se è stata eccepita la falsità del documento prodotto dal locatore.
- l’ordinanza di rilascio, con riserva delle eccezioni, costituisce un provvedimento di condanna con riserva, i cui effetti permangono fino all’emanazione della sentenza nel giudizio di merito (Cass. 30.3.1990, n. 2619);
- non è impugnabile, neppure con il ricorso per cassazione, ex art. 111 Cost.;
- mantiene la sua efficacia esecutiva in caso di estinzione del giudizio per mancata riassunzione del giudizio davanti al Tribunale (Cass. 30.3.1990, n. 2619);
- tale ordinanza non è revocabile ex art 177 c.p.c. (Cass. 16.8.1988, n. 4946);
- ”l’ordinanza di rilascio … ha natura di provvedimento sostanziale provvisorio, i cui effetti permangono fino a quando non vengano definitivamente confermati o siano messi nel nulla dalla sentenza di merito che conclude l’ordinario giudizio di cognizione” (Cass. 14.2.1997, n. 1382).

Opposizione tardiva alla convalida
Condizioni
a) notificazione irregolare dell’atto di intimazione;
b) mancata tempestiva conoscenza dell’intimazione da parte del conduttore;
c) se il conduttore non è potuto comparire all’udienza per cause a lui non imputabili (caso fortuito o forza maggiore) (Corte Cost. 18.5.1972, n. 89; Cass. 14.6.2002, n. 8582).
Al di fuori di questi casi l’opposizione tardiva non è ammessa ed appare, quindi, l’unico rimedio per evitare che l’ordinanza di convalida passi in giudicato.
Devono esistere fattispecie riconducibili al caso fortuito od alla forza maggiore e tali da far accertare la sussistenza di un legittimo impedimento.
Non sono state ritenute tali:
- il ritardo con cui il procuratore dell’intimato sia giunto in ritardo all’udienza;
- un suo improvviso od imprevedibile malore;
- la presenza di un blocco stradale (Cass. 15.11.1999, n. 12628);
- un asserito incidente stradale del difensore (Trib. Torino 27.1.2005, n. 578);
- una colica renale verificatesi due giorni prima dell’udienza (Cass. 3.8.2005, n. 16252);
- l’assenza dell’intimato per ferie (Cass. 18.4.1997, n. 3357).

Ammissibile
Nullità della notificazione per inosservanza delle disposizioni dei luoghi in cui deve essere eseguita.
Vizi della notificazione
- notifica effettuata dal locatore al Curatore del Fallimento, anziché al fallito di persona;
- mancato invio all’intimato dell’avviso della effettuata notificazione a mezzo di lettera racc. (Cass. 15.6.2004 n. 11289);
- nullità della notifica effettuata ex art. 140 c.p.c. se il locatore conosce l’effettivo domicilio dell’intimato (Cass. 20.9.2002, n. 13755);
- consegna dell’atto ad un dipendente della società intimata di nazionalità straniera e senza conoscenza della lingua italiana;
- qualora la notifica della citazione sia avvenuta ex art. 143 c.p.c. (Corte Cost. 17.1.2000, n. 15);
- quando la notificazione dell’atto di intimazione, ad una persona giuridica, invece che alla sede legale, sia avvenuta presso una sua agenzia o sede secondaria;
- quando non siano stati rispettati i termini minimi a comparire (ma sul punto la Corte di cassazione ha riconosciuto alla ordinanza di convalida natura sostanziale di sentenza e, come tale, soggetta all’appello).

Termine per l’opposizione
A pena di inammissibilità l’opposizione deve essere proposta entro 10 gg. dall’inizio dell’esecuzione (prima dal giorno dell’accesso dell’ufficiale giudiziario, ora, con la recente riforma L. 80/2005, con la notifica della significazione di sfratto, ex art. 608 c.p.c.) e non dalla notifica del precetto.
Sanatoria della morosità
Con l’opposizione tardiva alla convalida, è possibile chiedere la sanatoria della morosità, ex art. 55 L. 392/78 (Cass. 2.12.1993, n. 11923);

Forma dell’opposizione
- con ricorso, nelle forme del rito del lavoro (Cass. 29.1.2001, n. 13419);
- se introdotto il giudizio con atto di citazione, l’originale della citazione dovrà essere depositato in Cancelleria, assieme alla nota di iscrizione a ruolo, nel termine di dieci giorni dalla avvenuta notifica.

Appello
E’ stato ritenuto ammissibile il ricorso all’appello quando la convalida è stata emessa:
- in presenza di opposizione, anche se immotivata, dell’intimato;
- in assenza dell’attestazione della persistenza della morosità;
- in mancanza dell’intimante;
- per nullità della citazione e della sua notificazione;
- se non si è fatto ricorso alla procedura prevista dall’art. 30 L. 392/78 e art. 3 L. 431/98 (diniego di rinnovazione del contratto alla prima scadenza).
In sostanza, quando, l’ordinanza illegittima ha il contenuto della sentenza ed è, di conseguenza, appellabile (Cass. 15.6.2004, n. 11298; Cass. 23.1.2006, n. 1222).

Opposizione di terzo
- Ammissibile se deduce di avere un titolo valido rispetto a quello dedotto in giudizio (vero conduttore);
- ex art. 404 c.p.c.:
. per la convalida di sfratto per finita locazione (Corte Cost. 7.6.84, n. 167);
. per morosità (Corte Cost. 25.10.85, n. 192);
. per finita locazione (Corte Cost. 26.5.95, n. 192).

Fissazione della data dell’esecuzione (art. 56, L. 392/78)
- trova applicazione in tutte le controversie che portano … allo scioglimento di un contratto di locazione di immobile urbano (Cass. 5.9.1987, n. 7213);
- ex art. 7 bis, c. 1, della L. 269/2004, che ha modificato l’art. 56 della L. 392/78, nel fissare la data del rilascio, il giudice deve tener conto delle condizioni del conduttore, comparate con quelle del locatore;
di norma non viene fissata nelle ipotesi di convalida di licenza per finita locazione (nello stesso giorno di scadenza del contratto di locazione);
- il terzo comma del novellato art. 56 dispone che sia il locatore che il conduttore possono, per quanto concerne la data fissata per l’esecuzione dello sfratto, proporre al Tribunale, in composizione collegiale, opposizione ex art. 6, c. 4, della L. 431/98 (opposizione agli atti esecutivi, per il richiamo all’art. 628 c.p.c.);
- ove sia stata omessa la data di rilascio, prima dell’inizio dell’esecuzione, è diritto (anche per il conduttore) ”di ottenere, dal Giudice dell’Esecuzione, che sia fissata la data del rilascio” (Cass. 22.9.2006, n. 20646).

Passaggio dalla fase sommaria al giudizio di cognizione piena (rito ordinario, ex art. 447 bis c.p.c.)
- in presenza di opposizione;
- previa emissione dei provvedimenti previsti dagli artt. 665 e 666 c.p.c.;
- ”il giudizio prosegue nelle forme del rito speciale, previa ordinanza di mutamento di rito, ai sensi dell’art. 426 c.p.c.” (Cass. 27.5.2003, n. 8411);
- davanti lo stesso ufficio giudiziario, nelle forme del rito speciale locatizio (Cass. 5.8.2004, n. 15021);
- tale ordinanza, di mutamento di rito, deve essere comunicata anche al convenuto contumace (Corte Cost. 14.1.1977, n. 14; Cass. 13.2.1985, n. 1209);
- viene assegnato un termine perentorio, per il deposito in Cancelleria, di memorie e documenti (Cass. 30.6.2005, n. 13963);
- dovrebbero essere assegnati termini diversi, uno per l’attore ed uno per il conduttore intimato;
- non occorre nuova iscrizione a ruolo;
- se il convenuto intimato propone domanda riconvenzionale, deve chiedere, a pena di decadenza della stessa, lo spostamento dell’udienza di discussione, ai sensi dell’art. 420 (e 418 c.p.c.), con richiesta di rifissazione della nuova udienza (Cass. 24.2.2003, n. 2777);
- si ritiene che si possa modificare la ”causa petendi”, restando immutato il ”petitum” (condanna al rilascio): ad esempio, chiedere il pagamento della penale pattuita in contratto (Cass. 14.1.2005, n. 676).

Tratto da . http://www.avvocatipistoia.it/SF_MT_news.php?id_news=3&str_anno=

IL SILENZIO AMMINISTRATIVO SI INTERPRETA COME ASSENSO O RIFIUTO?

settembre 16, 2011

Oggetto: SILENZIO AMMINISTRATIVO SI INTERPRETA ASSENSO O RIFIUTO? Mer Apr 02, 2008 12:01 am

IL SILENZIO AMMINISTRATIVO SI INTERPRETA COME ASSENSO O RIFIUTO?
Anche chi non é pratico o addetto ai lavori, ha sentito almeno una volta, che il silenzio/inerzia di un’amministrazione pubblica, che non risponde o compie un atto richiesto nei tempi concessi dalla legge, per il cittadino italiano (sia all’estero che in Patria) o anche l’extracomunitario legalmente residente in Italia, il silenzio significa assenso (silenzio assenso della P.A..Molti altri sanno e credono che, in caso di messa in mora o diffida ad adempiere all’Amministrazione Pubblica, si interrompano i termini per un eventuale ricorso al TAR.Ebbene, cancellate queste tranquillitá e sicurezze, visto che lo stesso TAR, ha stravolto, aggiungendo giurisprudenza alla nuova normativa del 2005, la certezza del diritto del cittadino, che si trova davanti al silenzio dell’amministrazione pubblica.Riassumendo in poche parole il TAR nel 2007, ha sentenziato:1. il silenzio della P.A. può non significare assenso, ma rigetto o rifiuto;2. qualsiasi messa in mora o diffida ad adempiere alle quali non si ha avuto risposta, non interrompe i termini di legge per poter ricorrere giudizialmente;3. se il silenzio continua bisogna ricorrere entro i termini consentiti per quello specifico atto amministrativo.con la conclusione che se ci si distrae, si puó rimane con un pugno di mosche in mano, senza poter chiedere giustizia, rimanendo salvo (meno male) il diritto di richiedere ex novo l’atto amministrativo.In realtá il TAR ha applicato la modificazione dell’art. 2 della legge n. 241/1990 sulla trasparenza amministrativa, come modificato dal D.L. 35/2005 art.2. che detta:Art. 2.1. All’articolo 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, dopo il comma 4, è aggiunto il seguente:«4-bis. Decorsi i termini di cui ai commi 2 o 3, il ricorso avverso il silenzio, ai sensi dell’articolo 21-bis della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, e successive modificazioni, può essere proposto anche senza necessità di diffida all’amministrazione inadempiente fin tanto che perdura l’inadempimento e comunque non oltre un anno dalla scadenza dei termini di cui ai commi 2 o 3. È fatta salva la riproponibilità dell’istanza di avvio del procedimento ove ne ricorrano i presupposti».Stiamo assistendo da diversi anni a norme salva ambasciate (vedi diniego visto di turismo senza motivazione scritta ne’ orale, in deroga alla 241/90) e norme salva P.A. (DL .15 2005), che diminuiscono sempre piú la certezza del diritto, giá tanto debole e poco applicata anche quando la tendenza del legislatore era a favore di una TRASPARENZA AMMINISTRATIVA E semplificazione degli atti a protezione dell’utente cittadino.Purtroppo la 241/90 (Trasparenza della P.A. e semplificazione degli atti) non solo non ha avuto un seguito positivo e migliorativo se non in alcuni punti, ma al contrario, ci troviamo davanti a legislatori che camminando contro corrente, protteggono una giá di per se abbastanza lenta, troppo spesso arbitraria, ma soprattutto forte del potere, P.A.. Non é mia abitudine commentare in questo modo le leggi, ma ogni tanto permettete uno sfogo anche a me.Queste sentenze potrebbero portare a un peggioramento degli arbitri se non, ancor peggio abusi, davanti al quale l’utente o ha soldi per ricorrere al tribunale e pagare un avvocato, altrimenti si vede costretto a subire.Gli interrogativi sono tanti e non di poco conto, con le conseguenze disastrose soprattutto riguardanti certi atti come il PDS o la Carta di Soggiorno, il nulla osta per ricongiungimento familiare e anche il decreto di cittadinanza per matrimonio, senza contare quello giá disastrato, calpestato e ignorato, diritto alla cittadinanza per ius sanaguinis.


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