nessuna violenza velata -fenomeno è stato coniato il termine mobbing. TO MOB lets go 1)

marzo 27, 2012

1)nessuna violenza privata 8fenomeno di mobbing ,burn aout .ricerca in rete Tesi a cura di lalla corradi .

Una legge che tutela le vittime della violenza psichica.

Tesi di Lalla Corradi

E-mail: lallacorradi@libero.it

Ci sono parole, comportamenti che nessuna legge punisce e che possono uccidere psichicamente una persona o almeno ferirla in modo grave e spesso irreversibile.
La provocazione continua, l’offesa, la disistima, la derisione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, la minaccia, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta, l’isolamento sono alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica.

Come si può definire la violenza psichica? È quella strategia che mira a uccidere, distruggere, annientare, portare al suicidio una persona, senza spargimento di sangue. La caratteristica fondamentale di questi comportamenti è la crudeltà esercitata dall’aggressore, il quale ben sa che lesioni fisiche o violenze sessuali potrebbero essere punibili come reato.

Le strategie che mette in atto chi decide di annientare un essere umano sono molto subdole e mirano prima di tutto ad anestetizzare la vittima designata in modo che non possa reagire. Spesso, specie nell’ambito familiare, con la vittima si è prima instaurato un legame affettivo, per cui è già difficile individuare il limite sottile che separa un rapporto funzionante ancora da quello decisamente patologico. L’aggressore manda spesso messaggi contrastanti nel senso che dice una cosa e ne pensa un’altra (doppio legame), mettendo in questo modo l’oggetto delle sue manovre in uno stato di confusione e nell’incapacità a capire cosa sta succedendo. Ne essa ha possibilità di chiarire, perché l’interruzione della comunicazione bilaterale è un’altra delle manovre che l’aggressore instaura. Subentra così il senso di colpa di chi inizia a subire e con esso un tentativo di perfezionismo per cercare di spostare o annullare il bersaglio. Se tenta una reazione, dopo un periodo lungo di esasperazione, allora viene accusata di essere cattiva o malata.

Sono psicologa psicoterapeuta del più di vent’anni e molte volte mi sono trovata verificare quanto peso abbiano dovuto nei miei clienti i comportamenti sopra elencati e quanto siano stati causa del mare dell’anima e abbiano intaccato la gioia di vivere e di crescere .
Ho visto donne a cui fisicamente non era stato torto un capello, ma che erano state sistematicamente distrutte nella loro identità e nel loro ruolo di donne e di madri.
Ho aiutato donne che da bambine erano state violentate da padri, fratelli, parenti e amici e che hanno sempre taciuto, perché la colpa era stata fatta cadere su di loro, o il silenzio era stato estorto con la minaccia di alta violenza. Ho pure molto frequentemente curato il mal d’amore, come si dice, ma condito da menzogne, inganni, infedeltà, che sono aggravanti di una situazione già di per sé dolorosa. E, ben ché conosca le motivazioni psichiche dell’aggressore, sono qui per denunciare nel sociale le cause che necessitano di un intervento più esteso.

Spesso si strumentalizza proprio l’amore per prevaricare: l’amore materno che costringe a subire per proteggere i figli, l’amore del partner che non reagisce per non distruggere il rapporto, l’amore che tutto perdona e al quale tutto è richiesto, ma purtroppo anche l’amore del bambino per il genitore del quale bisogno.

Né è esente da violenza psicologica il luogo di lavoro, dove pressoché gli stessi meccanismi operano al fine di annientare un essere umano, che spesso non è una persona qualunque e pertanto costituisce una minaccia per l’aggressore o gli aggressori. Per questo fenomeno è stato coniato il termine mobbing. 1)
Nell’esercito c’è il nonnismo, che altro non è che imporre al subalterno la volontà del superiore con minacce molto forti alla sua integrità fisica o psichica. E nella scuola il bullismo.

Ma non sfuggono alla violenza psicologica nemmeno gli animali, che sottoponiamo a modi di vita densi di sofferenza, che sfruttiamo e poi abbandoniamo, come se non possedessero la loro dignità di esseri viventi, o non provassero sentimenti ed emozioni. 2) e 3).

La violenza psicologica è la causa di stati depressivi e anche di suicidi, perché la vittima è incapace di reagire, in quanto logorata, e anche se denunciasse la violenza, la legge italiana non ne terrebbe conto senza prove fisiche di lesioni. Ma c’è soprattutto la vergogna di ammettere di essere trattati male, la paura a chiedere aiuto, per non subire un’altra violenza.

Ma la cosa che mi sembra più grande è che ci siamo assuefatti, come se fossero comportamenti normali. Se si sapesse che sono vietati e pertanto punibili, forse si attenuerebbe la loro incidenza; come fa un cartello di divieto di accesso, che impedisce a molti di percorrere una strada pericolosa per altri.

Ritengo inoltre che in ogni violenza fisica ci sia una violenza psichica: nelle percorse, nelle lesioni, nello stupro e perfino nella tortura quello che fa veramente male è il significato psichico dell’azione, cioè l’avvertire di essere un oggetto nelle mani dell’aggressore teso a distruggerci l’anima.
Dove si esercita una violenza psicologica, sia l’ambiente familiare, sia il lavoro, sia l’esercito, le prigioni, la scuola, sempre come comune denominatore troviamo la mancanza di una norma etica che tenda a superare il mero egoismo, in favore di una responsabilità delle proprie azioni, la mancanza del rispetto della persona umana e del suo diritto alla vita. Ma c’è pure l’ignoranza delle conseguenze che determinati traumi subiti provocano specie se i comportamenti lesivi sono attuati più per un bisogno di sopraffazione che per una reale crudeltà mentale. Perché diverse sono le motivazioni che portano l’aggressore a distruggere: violenze subite nell’infanzia e non elaborate psichicamente trovano terreno fertile a che una persona da adulta cerchi di infliggere quello che ha subito per difendere la sua precaria identità.
In queste persone già disturbate nel loro passato operano meccanismi inconsci che fanno in modo che l’autore si incapace di sentirsi in colpa, di riconoscere la sua incapacità di soffrire o meglio di provare sentimenti reali. Temono inoltre un coinvolgimento profondo e reale con un altro essere umano e pertanto lo designano come detentore di tutto il male che è in loro, lo colpevolizzano, lo distruggono per mantenere un equilibrio che ha bisogno di nutrirsi della vita di altre persone.
Ma l’aggressore non è sempre un perverso mentale e pertanto un malato come afferma l’autrice francese Hirigoyen 4), altrimenti dovrebbe essere solo curato e non punito. Spesso è una persona definita normale, ma solo cattiva e intelligente.

Ma se trasporto questa problematica nel sociale e la denuncio con la poca forza che ho è perché le cause non sono da ricercarsi solo dentro la persona, ma per questo genere di delitti sono anche nella società, nella cultura dominante, nella violenza propinata da tutte le fonti, nonché in quella subdola che ci arriva già nei cartoni animati, per proseguire nei film, nella pubblicità e perché no? anche in internet . L’inconscio non è più solo dentro di noi, ma è soprattutto fuori di noi, in quello che non conosciamo, e perciò non possiamo combattere . 5)

Così fan tutti diventa una norma statistica e a volte immorale.

Ci sono sentenze che fanno riflettere su quanto arcaica sia ancora la nostra legislazione e su quanto poco abbia inciso la psicanalisi e la psichiatria. (Basti un esempio: “non può esserci stupro, se la vittima indossa i jeans”… se una donna viene minacciata di morte, si toglie subito quanto le viene richiesto, pur di salvarsi la vita).

L’articolo 32 della costituzione italiana dice: ” la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti… ” proprio perché il legislatore non specifica se si tratta di salute fisica o psichica, si sarebbe autorizzati a interpretare la legge come la scienza psicologica e psichiatrica ormai confermano, ma non è così, perché sia l’interpretazione della legge, sia la consuetudine ci portano a pensare che il male, quello quantificabile e punibile, possa essere solo fisico o economico.
Ma anche il male psichico a un costo: psicofarmaci, psicoterapia, ricoveri, assenza dal lavoro, morte, per non parlare del rapporto distorto e carente che la vittima instaura con figli e parenti, vittime a loro volta e forse futuri carnefici. 6)

Chiedo aiuto.
Bisogna informare, educare, parlare, battersi, creare opinioni, comunicare, aiutare chi non può difendersi da solo, sensibilizzare l’opinione pubblica e fare in modo che le istituzioni, in particolare i gruppi formatisi a sostegno dei più deboli si pongano come obiettivo la salvaguardia dell’inviolabilità e del rispetto della personalità. La giurisprudenza stessa, come timidamente comincia fare in qualche sporadica sentenza, 7) potrebbe proporsi come paladino di questo mio scopo in modo da arrivare una legge che regoli tale problematica, che sia il più possibile preventiva e protettiva delle vittime e che permetta loro un recupero della loro integrità e un loro inserimento sociale

Il 28 aprile 2001 è stata approvata la legge n. 154 “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”

Bibiografia

1) A.e R. Gilioli:Cattivi capi, cattivi colleghi. Mondadori . 2000:
2)C.Corradi:A chi spara il cacciatore? Lorenzini.Udine.88
3) C.Corradi:L’amore è un gatto blu? Publiprint. 92.
4) M.F.Hirigoyen: Molestie morali. Einaudi.Torino. 2000
5)J.Hillman: Politica della bellezza. Moretti & Vitali. 99. Pag.30
6)P. Cendron: Il prezzo della follia. Il Mulino. 84
7) La Stampa: 13 febbraio 2000, pag.13.
8) R.Bisi e P. Faccioli: Con gli occhi della vittima. F. Angeli MI. 96
9) Collana Mobbing, Pitagora Editrice.Bologna.

Siti d’interesse
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Mobbing on line
Mobbing
Lega Italiana Lotta al Mobbing
Il Tribunale del Bambino
Il Tribunale del Bambino
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LA QUESTIONE DI LEGGITTIMIT #039; COSTITUZIONALE Il parametro nei giudizi di legittimità costituzionale in via principale tra ius superveniens e principio di continuità dell'ordinamento giuridico

RELAZIONE TRATTA IN RETE: relata del Dott. Antonio Ruggeri ;La Corte e lo ius superveniens costituzionale (a proposito della riforma del titolo V e dei suoi effetti sui giudizi pendenti)La nota fa riferimento alle seguenti decisioni della Corte cost.: nn. 382, 397 e 416 del 2001; 9, 13,14, 17, 26, 65, 72, 73, 76, 80, 96, 106, 117, 133, 141, 142, 144, 156, 157, 162, 165, 166, 182, 189, 190, 192, 196, 212, 228, 230, 235, 245, 246, 247, 248, 302, 304, 306 del 2002) Ius superveniens, improcedibilità dei ricorsi governativi presentati prima della riforma e restituzione degli atti ai giudici a quibus.- I nodi, come si sa, prima o poi vengono al pettine: davanti alla riscrittura del titolo V della Costituzione ed ai non pochi, aggrovigliati problemi ad essa legati, la Corte, anziché sforzarsi pazientemente di sciogliere il nodo del contenzioso pendente in modo adeguato ai singoli casi ed alle loro varie esigenze, ha preferito tagliarlo con un colpo secco di accetta, rispedendo al mittente le questioni ed i ricorsi presentati prima della riforma[1]. Nessuna sostanziale differenza di trattamento, dalla prospettiva qui adottata, si riscontra tra i procedimenti attivati in via incidentale e quelli in via di azione: chiaramente, solo nel primo caso la questione è stata riportata nelle mani dell’autorità remittente; nel secondo, invece, si è in buona sostanza dato il via libera per la promulgazione della legge regionale, cui può conseguire tanto la reiterazione del controllo quanto il suo mancato esercizio (è tuttavia evidente che il vero destinatario della pronunzia non è la Regione bensì l’organo agente, il Governo). Insomma, se una conclusione è dato ricavare dall’insieme delle pronunzie qui annotate è che lo ius superveniens costituzionale spiega immediati (e, a quanto pare, non dissimili) effetti sul contenzioso pendente, quale che sia la via seguita per impiantarlo e quale che sia il vizio originariamente denunziato.

Con riferimento al procedimento in via di azione, la tesi enunciata nella sent. n. 17 del 2002[2] è che lo ius superveniens costituzionale rileva tanto per l’aspetto procedimentale quanto per quello sostanziale, ma per il primo con carattere di priorità rispetto al secondo, non considerandosi ormai più – in deroga al principio tempus regit actum – validamente radicato il ricorso presentato nel vigore delle vecchie norme.

Se nella pronunzia ora richiamata la Corte mostra di voler porre in primo piano il profilo procedimentale, nelle altre decisioni emesse con riguardo a questioni sollevate in via di eccezione l’unico piano sul quale esse sono trattate è, ovviamente, quello sostanziale: in un caso e nell’altro, ad ogni buon conto, lo ius superveniens costituzionale non dà modo – dice la Corte – di passare al merito. Singolare, nondimeno, rimane la circostanza per cui il giudice delle leggi non ha ritenuto di doversi interrogare circa la natura di quest’ultimo, se meramente “formale” ovvero “sostanziale”, così come invece ha talora (e sia pure in casi sporadici) fatto con riguardo allo ius superveniens legislativo[3].

La sent. n. 17, con la declaratoria di improcedibilità in essa fatta[4], sollecita, dunque, a dar ulteriore corso alla legge, riconoscendo allo stesso tempo come possibile la ripetizione dell’atto di controllo da parte del Governo con le nuove regole dell’art. 127[5]. La Corte dà per scontato che la legge sia promulgata e pubblicata; è, tuttavia, da chiedersi se lo ius superveniens non possa valere anche per il Presidente della Regione[6] che proprio da esso potrebbe considerarsi abilitato a non promulgare la legge.

La questione è antica. Come si sa, l’ipotesi di un rinvio delle delibere legislative da parte del Presidente della Regione è già stato prospettato da tempo, quanto meno con riguardo ai casi più gravi (il cui accertamento, nondimeno, rimane largamente opinabile e sfuggente); e va pure rammentato che, proprio dopo le recenti innovazioni costituzionali, l’idea di prevedere espressamente in ambito regionale (ovviamente, negli statuti) un potere di rinvio è stata ripresa da una sensibile dottrina, al fine di rafforzare le garanzie della rigidità statutaria, altrimenti gravemente esposte[7].

Il punto non può essere qui approfondito come si conviene e ci si deve pertanto limitare ad osservare che il caso ora discusso è comunque diverso da quello a suo tempo ragionato in dottrina, se non altro per la circostanza che il potere di rinvio sarebbe qui esclusivamente legato alla contingente situazione di passaggio da un assetto costituzionale all’altro, diversamente da ciò che potrebbe aversi a regime. E va pure considerato che il rinvio presidenziale in ambito regionale, verso il quale in via generale mi dichiaro contrario non sembrandomi trapiantabile meccanicamente la “logica” dell’art. 74 cost. per la evidente diversità dei contesti[8], presenterebbe l’indubbio vantaggio di dar modo agevolmente al Consiglio regionale di “riappropriarsi” della legge, apportandovi le eventuali modifiche sollecitate dal mutato quadro costituzionale, senza dover perciò far luogo all’inizio di un nuovo procedimento legislativo[9].

Ad ogni buon conto, è, questa, una eventualità che mi parrebbe non potersi a priori scartare (per quanto in senso avverso giochi la circostanza per cui essa non dispone di specifico fondamento positivo[10]), ma che non tocca il cuore della questione ora discussa: quella della reiterabilità del controllo da parte del Governo. Del controllo – è stato fatto opportunamente notare[11] – e non già del giudizio: il rischio, già altrove paventato[12], di una duplicazione di quest’ultimo, quale avrebbe potuto astrattamente aversi per il caso che la Corte avesse mandato la prima volta assolta la delibera legislativa che, divenuta quindi legge, avrebbe potuto essere nuovamente impugnata con le nuove regole[13], è stato abilmente scansato dalla Corte col fatto stesso di non esser passata al merito della “questione”. Nessun dubbio, poi, può aversi a riguardo del fatto che l’eventuale successivo ricorso può essere, in rapporto al primo, sia “nuovo” che non. Il giudicato costituzionale, che pure secondo dottrina corrente non sarebbe prodotto dalle decisioni di rigetto[14], non potrebbe in ogni caso trovarsi coinvolto, non avendo la Corte fatto luogo la prima volta ad alcun accertamento di merito.

A seguire il filo del ragionamento svolto dal giudice delle leggi e dandosi immediato rilievo allo ius superveniens anche per l’aspetto formale-procedimentale, se ne dovrebbe avere che l’intero iter di formazione della legge sia da considerare ormai toccato dal mutamento normativo, risultando dunque travolta per intero e con effetti immediati la disciplina previgente. Nessuna differenza dovrebbe, pertanto, farsi – come invece da alcuni sostenuto[15] – tra leggi già impugnate e leggi solo rinviate, le quali ultime pure potrebbero esser promulgate e pubblicate. Non si vede, infatti, come argomentare la tesi secondo cui, mentre le delibere legislative rimaste ad uno stadio meno avanzato si troverebbero ad esser governate, in ordine al loro regime, dalla vecchia disciplina (e, pertanto, richiederebbero di essere nuovamente approvate, ecc.), invece per quelle già portate davanti alla Corte varrebbe da subito il nuovo ordinamento. Quale che sia, perciò, il grado di maturazione del procedimento di formazione, il nuovo diritto costituzionale – fa capire la Corte – si impone con effetti immediati ed omnipervasivi.

È da chiedersi come mai la Corte non abbia pensato di far luogo ad una pronunzia di cessazione della materia del contendere, come pure era stato ventilato[16] e si è usualmente fatto in caso di ius superveniens legislativo (ed in altri casi ancora) e quali differenze siano astrattamente prospettabili tra siffatta dichiarazione e quella d’improcedibilità resa nella sent. n. 17 di quest’anno. Viene da pensare che le ragioni tenute presenti possano essere state due, l’una opposta all’altra: per un verso, la delibera legislativa impugnata avrebbe potuto considerarsi inidonea ad essere promulgata e pubblicata (analogamente a quanto, come si sa, si è detto per i casi di promulgazione parziale delle leggi siciliane, pure assai diversi da quello ora in esame[17]) e la Regione si sarebbe, pertanto, trovata costretta a far partire da capo un nuovo procedimento legislativo in materia per portare ad effetto le proprie norme. Per un altro verso, invece, ritenendosi la delibera ormai liberata dal cappio del ricorso e, dunque, automaticamente “trasformata” in legge (ancorché bisognosa di promulgazione e pubblicazione) avrebbe potuto considerarsi non più impugnabile dal Governo, proprio in conseguenza della dichiarazione di cessazione della materia del contendere.

Per il primo aspetto, sarebbe stata evidentemente, irragionevolmente sacrificata l’autonomia regionale; e se si pensa che, in via di principio, il mutamento di quadro costituzionale posto in essere con la riforma dovrebbe piuttosto preludere al suo rafforzamento, la soluzione ora ipotizzata avrebbe suonato amaramente paradossale. Per il secondo, sarebbe stato – ancora una volta, irragionevolmente – messo da canto il diritto del Governo di avere comunque una risposta da parte della Corte, facendo sfuggire artificiosamente la legge al controllo sia con le vecchie che con le nuove regole.

La soluzione mediana preferita dall’arbitro costituzionale è stata, dunque, nel senso di spostare temporalmente in avanti e far ripartire da capo la partita, senza pregiudizio per le posizioni di alcuna delle parti in campo.

Ma, siamo certi che non vi fossero altre vie ugualmente percorribili, senza dover disinvoltamente accantonare il principio tempus regit actum? A me pare che a questa domanda si potesse (e si possa) rispondere di sì, per quanto il percorso da seguire si sarebbe invero rivelato maggiormente scomodo ed impegnativo per la Corte. E questo avrebbe potuto (o un domani, volendo, potrebbe) valere tanto per le impugnazioni in via diretta quanto per quelle in via di eccezione.

2. Notazioni critiche a riguardo della soluzione “a scatto automatico” preferita dalla Corte, nel quadro di una possibile utilizzazione dello ius superveniens maggiormente articolata e differenziata in ragione dei casi.- Ora, per avvedersi di come avrebbe potuto esser diversamente impostata la questione, va preliminarmente avvertito che, al fondo di essa, sta un’altra, più generale questione, ad oggi non organicamente affrontata e compiutamente risolta, riguardante la teoria dell’assorbimento dei vizi. Al pari, ad es., di ciò che concerne la riunione dei giudizi (altra questione fin qui molto approssimativamente risolta, sulla base di sollecitazioni contingenti ed al di fuori di un quadro concettuale previamente definito anche solo nei suoi lineamenti essenziali[18]), la Corte non si è mai dotata (né, per la verità, è stata soccorsa da una riflessione dottrinale al riguardo assai carente[19]) di una lineare ed internamente ben strutturata teoria dell’assorbimento dei vizi di costituzionalità. E, invero, si fatica non poco a comprendere quale ordine logico ed assiologico si dia nell’esame del profilo procedurale e di quello sostanziale in sede di giudizio di costituzionalità e quali, dunque, possano essere i riflessi su entrambi determinati dallo ius superveniens costituzionale.

La giurisprudenza pregressa insegna che, in non pochi casi, la questione si presta ad essere dichiarata inammissibile per ragioni indipendenti dall’eventuale mutamento normativo, al livello del parametro così come dell’oggetto del giudizio di costituzionalità. Questioni ancipiti, ipotetiche, ad oggetto indeterminato, palesemente carenti in fatto di rilevanza, ecc., possono essere – come si sa – immediatamente fermate davanti all’uscio della Consulta senza necessità di ulteriori indagini[20]. Di contro, quanto ai ricorsi in via principale, alcune “questioni” possono essere ugualmente scrutinate nel merito, rimanendo per ciò assolutamente indifferente ogni eventuale innovazione al livello delle norme sulla competenza (in senso lato, sia che attengano ai tipi di potestà legislativa e sia che riguardino le materie). Una legge impugnata per violazione dell’eguaglianza può, ad es., essere scrutinata in ogni caso, quale che sia l’entità del mutamento recato all’art. 117 cost.[21].

Qui, per la verità, la questione si lega a quella relativa ai vizi rilevabili dopo la riforma.

Qualora dovesse ritenersi, così come (sia pure dubitativamente) prospettato in dottrina[22], che d’ora innanzi le leggi regionali potranno essere attaccate unicamente per violazione della competenza, allora l’ipotesi sopra fatta non potrebbe più riscontrarsi in futuro. Per il caso, invece, che il regime dei vizi dovesse considerarsi immutato e si avesse una impugnazione di legge regionale motivata tanto con il sospetto superamento della sfera di competenza quanto con la violazione di altri parametri costituzionali ovvero solo di questi ultimi, allora rimarrebbe da stabilire quale possa o debba essere l’ordine “giusto” di esame dei vizi.

Dalla prospettiva ora adottata, una piatta ed uniformante applicazione, “a scatto automatico”, della restituzione degli atti al mittente per ius superveniens costituzionale può rivelarsi diseconomica per i casi in cui la radice o una delle radici della invalidità della legge non abbia a che fare col mutamento del parametro, sì da poter essere subito estirpata se colta e messa in evidenza già in sede di primo scrutinio della questione[23].

Volendo, dunque, mantenere la coerenza interna alla decisione della Corte di rimandare indietro le leggi impugnate e tentare di ricostruirne la ratio, dovrebbe dirsi che: a) lo ius superveniens procedimentale precede quello sostanziale, il cui esame non è consentito fintantoché non si corregge il ricorso, reiterandolo in applicazione delle nuove regole (sent. n. 17, cit.); b) quanto, poi, allo ius superveniens sostanziale, l’esame relativo al rispetto della nuova norma costituzionale sulla competenza (art. 117) precede, secondo quanto emerge dalle decisioni di restituzione degli atti ai giudici a quibus, logicamente ogni altro tipo di accertamento e senza passare prima da esso non è, dunque, possibile procedere ad altro scrutinio di merito; c) la Corte si considera sgravata dell’onere o come che sia impedita di far luogo a siffatto accertamento “a prima battuta”, salvo – naturalmente – il farlo “in seconda”, a seguito della eventuale reiterazione della questione.

Quest’orientamento, tuttavia, come si accennava poc’anzi, non appare pienamente in linea con quello stesso seguito in tema di ius superveniens legislativo, quanto meno con riguardo ai casi in cui la Corte si è spinta a verificarne il carattere sostanzialmente innovativo[24]. Si potrebbe opporre che un conto sono le vicende riguardanti l’oggetto del giudizio di costituzionalità, un altro quelle afferenti il parametro, solo apparentemente (ma falsamente) speculari le une alle altre e, dunque, non meritevoli di essere riguardate dalla stessa prospettiva e, comunque, trattate allo stesso modo. Tuttavia, avverso siffatto ipotetico argomentare si potrebbe, a mia opinione, far valere più d’una considerazione. A prescindere, infatti, dal carattere approssimativo (e – diciamo pure – apodittico) dell’affermazione, non va perduta di vista, per un verso, la circostanza per cui la “questione” di costituzionalità, sia nella sua astratta e teorica connotazione così come in concreto, quale questione individua, nella tipicità degli elementi fattuali e normativi che la compongono e connotano, risulta da un insieme di “dati”, fra i quali principalmente appunto i “termini” positivi, concorrenti nella stessa misura a farla e caratterizzarla[25]. Per un altro verso, poi, le innovazioni per fatti riguardanti il parametro sono idonee a svolgersi non soltanto, appunto, al piano del parametro stesso ma altresì a quello dell’oggetto, sotto un duplice profilo: vuoi per il fatto che lo ius superveniens costituzionale potrebbe commutarsi e, allo stesso tempo, presentarsi anche come ius superveniens legislativo, abrogando e variamente modificando disposti di legge (tra i quali, ovviamente, possono comprendersi proprio quelli sui quali la Corte è chiamata a pronunziarsi)[26] e vuoi ancora per la ragione che, comunque, in virtù del carattere sistematico e “circolare” dei processi interpretativi, la stessa ricognizione di senso della disposizione-oggetto potrebbe risultare variamente “impressionata” dal mutamento costituzionale, così come, naturalmente, viceversa. Insomma, lo ius superveniens può anche radicarsi ad un piano di esperienza ma poi contagiare immediatamente anche l’altro (o, a cascata, gli altri), proprio per la loro contiguità e, dunque, per il flusso di mutua alimentazione semantica che senza sosta si intrattiene tra i “materiali” che su ciascuno di essi si impiantano e rinnovano. Separare in modo netto parametro ed oggetto (con le relative vicende) o, peggio, trattarli a fini processuali in modo distinto appare, pertanto, largamente artificioso.

Così stando le cose ed in considerazione della portata potenzialmente dirompente delle innovazioni introdotte dalla legge cost. n. 3 del 2001, idonee a riflettersi su porzioni assai estese dell’ordinamento[27], va avvertito che la stessa legislazione statale, nella identica (e, forse, persino in una ancora maggiore[28]) misura di quella regionale, è toccata dalla riforma[29]: col rischio, evidente, che, seguitando nel frattempo la Corte a pronunziarsi su leggi statali non sospette di violare il titolo V, siano mantenute in vigore ed applicate[30] norme da esse prodotte che avrebbero piuttosto meritato di essere caducate, sol perché il parametro indicato nell’ordinanza di rimessione non è tra quelli espressamente toccati dalla riforma.

Questo rischio non è, tuttavia, parabile fino in fondo. Sarebbe insensato pensare che la giurisprudenza si fermi e rimandi indietro qualunque questione sollevata, in nome di uno ius superveniens potenzialmente omnipervasivo. Ma, non è ugualmente sensato che la Corte non me rimandi indietro alcuna, sol perché tra i parametri indicati nell’ordinanza di rimessione non erano espressamente richiamate disposizioni contenute nel titolo V. Non si trascuri, infatti, che la riforma si proietta ben oltre il pur ampio “campo” descritto dagli artt. 114 ss., specie laddove fa riferimento alla sussidiarietà “orizzontale”, alle azioni positive in genere a tutela delle donne (e particolarmente con riguardo alle consultazioni elettorali), ecc., sicché possibili riflessi a carico di enunciati sostantivi della Carta sono da mettere in conto[31].

Non saprei, invero, dire quante volte la Corte si è fin qui interrogata circa la possibile (ma, evidentemente esclusa) incisione di parametri evocati dalle ordinanze di rimessione e diversi da disposizioni del titolo V. Sta di fatto che solo qualora siano richiamate esplicitamente queste ultime si assiste alla restituzione degli atti alle autorità remittenti. Nel caso opposto, la Corte reputa, dunque, di poter passare al merito[32]. Sarà poi affare del giudice, specificamente in presenza di una decisione di rigetto, stabilire se la norma fatta salva può essere ugualmente applicata al caso o se non richieda piuttosto di essere portata ad oggetto di una nuova questione “conseguente” proprio allo ius superveniens.

Ma, così come i singoli casi potranno variamente indirizzare l’attività “conseguenziale” dei giudici[33], specificamente per ciò che concerne gli effetti dello ius superveniens costituzionale, ugualmente varia può essere l’incidenza da quest’ultimo esercitata già a monte, nel processo costituzionale, a seconda del modo con cui il punto relativo alla competenza si pone in rapporto ad altri punti.

Nei giudizi in via incidentale in particolare – checché mostri di pensarne la Corte, col fatto di rispedire al mittente ogni questione riguardata (ma solo in modo espresso) dallo ius superveniens costituzionale – una questione di rapporto o di ordinazione gerarchica tra norme (e vizi) di competenza e norme (e cause di vizio) diverse non si ha. Le violazioni di carattere sostanziale stanno tutte, in astratto, sullo stesso piano, mentre possono come sempre trovarsi collocate in scale di priorità variabili a seconda dei casi. Tagliando con un colpo secco ogni questione la cui soluzione avrebbe richiesto il riferimento a parametri contenuti nel titolo V, pur laddove – come si è fatto notare – avrebbe potuto essere chiusa con una pronunzia d’inammissibilità (persino manifesta…), la Corte lascia dunque intendere che lo scopo reale avuto di mira sia stato quello non già di verificare quale vizio possa assorbire l’altro o gli altri, ma – all’inverso – quale non possa (o, meglio, possa non) farlo, sì da tenere comunque aperta la partita.

Fin qui si è sempre pensato che l’obiettivo istituzionalmente proprio della Corte fosse prioritariamente quello di verificare se la questione può essere chiusa in partenza o, comunque, nel modo più sbrigativo e sicuro possibile, in quanto inammissibile o per altre ragioni anche attinenti al merito, non già quello di ricercare il modo per tenerla (alle volte, artificialmente) in vita malgrado con le sue sole forze non ne sia capace: fosse, insomma, quello di dipanare (o concorrere a dipanare) matasse aggrovigliate, nel modo più lineare possibile e, dunque, prendendo la via più corta per operare lo scrutinio di costituzionalità, facendo opera di chiarificazione ed offrendo prestazioni stabili ed univoche al servizio della certezza del diritto costituzionale. La Corte, invece, oggi ci dice di preferire che le questioni sollevate rimangano per partito preso “aperte”, pur laddove avrebbero potuto essere altrimenti chiuse[34], restando in gioco con tutta la loro intrinseca complessità, ulteriormente aggravata dallo ius superveniens costituzionale; in seguito, si vedrà come risolverle, sulla base delle iniziative che gli altri operatori istituzionali riterranno di assumere[35]. Le ragioni di opportunità che stanno a base di siffatta scelta si comprendono agevolmente e non occorre qui esplicitarle[36]; ho, tuttavia, non pochi dubbi che esse si concilino fino in fondo con l’esigenza, diffusamente avvertita e insistentemente dichiarata, di lineari ed uniformi applicazioni delle regole e delle tecniche decisorie in tema di processo costituzionale.


[1] Non tutti, per la verità: prescindendo, infatti, dai casi, di cui alle ordd. nn. 141, 142, 189 e 192, in cui s’è dato rilievo alla volontà delle parti di chiudere la partita rinunziando alla causa, così non s’è fatto in occasione della vicenda cui si riferisce la sent. n. 106 del 2002 (relativa alla singolare pretesa del Consiglio ligure di fregiarsi altresì del titolo di “Parlamento della Liguria”, da aggiungere al suo nome di battesimo costituzionale), dove, pur denunziandosi la mancata osservanza (tra gli altri) degli artt. 115 e 121 cost., la Corte ha ritenuto ugualmente di potersi pronunziare sul merito della lite. Quanto a quest’ultimo, nulla dirò in questa sede; quanto, poi, ai profili di stretto diritto processuale, non ho dubbi a riguardo del fatto che la decisione di passare al merito non è qui dipesa dalla circostanza che la Corte era stata adita in sede di conflitto di attribuzioni, a differenza degli altri casi trattati, tutti aventi ad oggetto giudizi su leggi. La verità è che la Corte ha qui voluto far sentire, alto e forte, il timbro della sua voce a difesa della unicità o esclusività del Parlamento quale sede della rappresentanza politica nazionale. Peccato che non si sia avveduta del fatto che la pronunzia, con la sua stessa esistenza, introduce un elemento di disarmonia nel quadro delle decisioni di seguito annotate, in cui – come si vedrà – l’affermazione della necessità di tornare a verificare, alla luce dello ius superveniens, la perdurante attualità della questione o del ricorso presentati è categorica e parrebbe non ammettere (perlomeno, fino al momento in cui si scrive) eccezione alcuna. Si potrebbe, invero, addurre, a giustificazione della scelta fatta dalla Corte nella sent. n. 106 di trattare comunque la “questione”, la circostanza che quest’ultima è stata, in realtà, ambientata e risolta avuto riguardo a parametri (e valori) inscritti in “luoghi” dell’articolato costituzionale diversi dal titolo V (a partire dagli artt. 55 e seguenti, nei loro collegamenti con l’intero sistema dei princìpi fondamentali); e, tuttavia, rimane ugualmente il fatto che nell’atto di ricorso erano stati richiamati disposti innovati dalla riforma. Sicché rimane comunque la deviazione dalla “regola” che la stessa Corte si è ora data di non passare al merito tutte le volte che tra le norme-parametro presuntivamente violate ve ne fosse anche una sola appartenente al titolo V.

Solo in parte analoghi i casi risolti con sentt. nn. 304 e 306, dove ugualmente la Corte si è addentrata nel merito dei ricorsi malgrado lo ius superveniens costituzionale. Vi sono, tuttavia, alcuni elementi di differenziazione rispetto ai casi restanti, qui specificamente presi in considerazione, il maggiore dei quali è costituito dall’essere oggetto dei ricorsi, per la prima volta, delle leggi approvate ai sensi dell’art. 123 cost. Per ciò che ora specificamente importa osservare, assai singolare (e francamente stupefacente) è la circostanza per cui, nel secondo dei casi ora menzionati, la Corte abbia ritenuto di non dover dichiarare inammissibile, così come a mia opinione giustamente richiesto dalla Regione resistente, il ricorso governativo presentato contro la delibera legislativa statutaria in sede di conflitto di attribuzione, anziché in sede di procedimento in via d’azione, adducendo la giustificazione secondo cui ciò che solo conta è non già la forma degli atti introduttivi dei giudizi ma unicamente la loro sostanza e mostrando, in tal modo, di non distinguere tra atti (o, meglio, i loro contenuti) ed i procedimenti al cui interno gli atti stessi prendono forma e si dispongono. Inconferente, poi, di tutta evidenza, è l’ulteriore circostanza, alla quale la Corte parrebbe stranamente assegnare rilievo, secondo cui il ricorso stesso è stato proposto non già entro il termine più ampio previsto dagli artt. 39 e 41, l. n. 87, bensì entro quello fissato nell’art. 123, laddove – com’è chiaro – non si può certo censurare il comportamento di quel soggetto che si determini a presentare il proprio ricorso… troppo presto.

[2] … quindi puntualmente richiamata dalle ordd. nn. 65, 182, 228, 246, 247, 248 del 2002. È da notare che la prima delle decisioni ora menzionate riguardava l’impugnazione di una delibera legislativa di Regione a statuto speciale; il che – come ha opportunamente rilevato G. Silvestri, intervenendo su Le Regioni speciali nel nuovo assetto costituzionale, Palermo 21-22 giugno 2002 – può far pensare che la Corte, per il solo fatto di sviluppare per intero il suo ragionamento facendo esclusivo riferimento all’art. 127, abbia considerato come maggiormente favorevole per l’autonomia il sistema di ricorso stabilito in tale art., così come “novellato” dalla legge cost. n. 3 dello scorso anno, rispetto a quelli previsti negli statuti speciali (quanto meno, rispetto a quello della Regione la cui legge era sub iudice), tanto da far immediata applicazione del nuovo ingranaggio di ricorso in forza della clausola al riguardo fissata nell’art. 10 della legge di riforma: maggior favore dell’uno sistema al confronto degli altri che, in generale, può esser invero riconosciuto, con la sola eccezione tuttavia del regime previsto per la Sicilia, con ogni probabilità da ritenere, nel suo insieme, ancora più “benevolo” per la Regione, sempre che applicato coi suoi caratteri originari, ma esso pure dimostratosi – come si sa – meno conveniente, per il modo con cui si è complessivamente inverato.

È, poi, ancora da notare che nell’ord. n. 228, sopra cit., si dà atto della rinunzia al ricorso da parte del Governo; non risultando, tuttavia, pervenuta l’accettazione della controparte, la Corte si è trovata costretta a ricorrere ad una pronunzia d’“improcedibilità”, nel senso subito si seguito chiarito. Ciò che fa prevedere che il Governo non impugnerà nuovamente la delibera regionale ormai divenuta, con la sua promulgazione, legge in senso proprio. E, però, nulla vieta che il Governo possa avere un ripensamento al riguardo, tornando a rivolgersi alla Corte.

[3] Si rammentino i casi di spostamento dell’oggetto da una disposizione all’altra o, per dir meglio, di riconoscimento della sostanziale identità della norma-oggetto malgrado la diversità della disposizione che la esprime (da ultimo, v. sent. n. 25 del 2002). Sulle non poche questioni che si pongono in relazione ai mutamenti di situazioni normative ed al modo con cui essi sono complessivamente trattati in giurisprudenza, v., assai di recente, A. Morelli, Lo ius superveniens come tecnica di selezione delle questioni di legittimità costituzionale, in AA.VV., Il giudizio sulle leggi e la sua “diffusione”. Verso un controllo di costituzionalità di tipo diffuso?, a cura di E. Malfatti-R. Romboli-E. Rossi, Torino 2002, 583 ss.

[4] Questo esito era stato prefigurato da A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione: spunti di riflessione su alcuni problemi di diritto intertemporale, in questa Rivista, 6/2001, 1334 s.

[5] Ad esser pignoli, si potrebbe opporre che non di vera “ripetizione” si tratta, dal momento che il primo ricorso aveva ad oggetto una “delibera legislativa” ed il secondo una “legge”; ma che esse possano, per la loro sostanza normativa, coincidere del tutto non è dubbio.

[6] … e, di riflesso, secondo una ipotesi che si passa subito a ragionare nel testo, per lo stesso Consiglio regionale, che potrebbe essere chiamato a pronunziarsi nuovamente sul testo della legge.

[7] V., in tal senso, part. R. Bin, Le potestà legislative regionali, dalla Bassanini ad oggi, e A. Spadaro, I “contenuti” degli statuti regionali (con particolare riguardo alle forme di governo), entrambi in AA.VV., Le fonti di diritto regionale alla ricerca di una nuova identità, a cura di A. Ruggeri e G. Silvestri, Milano 2001, rispettivamente, 150 e 91. Secondo una diversa proposta, patrocinata da T. Groppi, Quale garante per lo Statuto regionale?, in AA.VV., La potestà statutaria regionale nella riforma della Costituzione. Temi rilevanti e profili comparati, Milano 2001, 293 ss., e che vedo ora ripresa da alcune bozze di statuto in circolazione, il modo più adeguato per preservare la rigidità statutaria in ambito regionale sarebbe quello di far luogo alla istituzione di un organo di garanzia, sulla cui complessiva connotazione peraltro il dibattito è ancora aperto, facendosi notare come si corra il rischio di valicare la soglia della “giurisdizionalità” davanti alla quale, come si sa, la Regione è costretta ad arrestarsi [un appunto critico in tal senso, con ulteriori ragguagli, può ora vedersi nel mio I nuovi statuti al bivio tra continuità ed innovazione (ragionando sui possibili “modelli” e sulle loro complessive carenze, alla luce delle indicazioni date da una bozza di statuto della Regione Calabria), in www.federalismi.it, par. 4].

[8] Si faccia, ad ogni modo, caso al fatto che altro è il rinvio quale forma di garanzia ad opera di un organo super partes (ciò che si spiega in ambito statale ma non a livello regionale) ed altro ancora il rinvio per ius superveniens, di cui ora si discorre, che potrebbe addurre a proprio sostegno una motivazione anche squisitamente politica, nel senso subito di seguito indicato nel testo.

[9] L’ipotesi di un’eventuale riapprovazione della legge conseguente alla remissione di quest’ultima da parte della Corte è ora ragionata da P. Nicosia, Primi passi della Corte costituzionale nell’applicazione del nuovo art. 127 della Costituzione, in forum di Quad. cost., in rete.

[10] Argomento, questo che si richiama al principio di attribuzione, indubbiamente assai forte ma che la dottrina corrente in via generale tende a considerare non insuperabile (si pensi, ad es., al potere comunemente riconosciuto al Capo di Stato di “rinvio” degli atti del Governo portatigli per la firma, malgrado non se ne abbia – come si sa – traccia in Costituzione).

<a title="" href="http://wordpress.com/#_ Ancora P. Nicosia, nello scritto sopra richiamato.

[12] … nel mio La riforma costituzionale del Titolo V e i problemi della sua attuazione, con specifico riguardo alle dinamiche della normazione ed al piano dei controlli, intervento all’incontro di studio di Bologna del 14 gennaio scorso, a cura dell’A.I.C., su Il nuovo Titolo V della Parte II della Costituzione. Primi problemi della sua attuazione, in Quad. reg., 2/2001, 627 ss., e già in http://www.associazionedeicostituzionalisti.it Il presupposto dell’ipotesi ragionata nel mio scritto sopra cit. è proprio quello ora rigettato dalla Corte, vale a dire la intangibilità del principio tempus regit actum, in nome del quale il contenzioso pendente avrebbe dovuto restare incardinato in base alla vecchia disciplina costituzionale per l’aspetto procedimentale e deciso alla luce della nuova, quanto al profilo sostanziale. Il timore – paventato da A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione, cit., 1335 s. – di una possibile incisione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, conseguente alla sostituzione “d’ufficio” del parametro, avrebbe potuto (o un domani potrebbe…) esser fugato nella considerazione secondo cui – anche a prescindere dal modo comunque peculiare e non rigido con cui il principio stesso trova applicazione nelle esperienze della giustizia costituzionale – la Corte avrebbe pur sempre fatto capo alla stessa disposizione-parametro originariamente indicata dal ricorrente (in specie, l’art. 117), nondimeno rivista alla luce delle innovazioni ad essa recate dalla legge di riforma. Ed è bensì vero che la disposizione stessa è stata profondamente innovata; ma, questo, ai fini del processo costituzionale e delle sue esigenze, non può mai dirsi a priori o in astratto (e, perciò, ripetuto a mo’ di slogan) ma va, appunto, valutato in concreto. E, così come l’innovatività sostanziale dello ius superveniens legislativo è, alle volte (e sia pure di rado), riconosciuta o negata “d’ufficio” dalla Corte, allo stesso modo avrebbe potuto (o potrebbe) essere anche nel caso nostro, giustificandosi pertanto, quanto meno con riguardo a talune questioni o ricorsi di costituzionalità, la trattazione della causa (ma v., sul punto, amplius, Un quadro di sintesi delle ricostruzioni proposte può ora vedersi in F. Dal Canto, Giudicato costituzionale, in Enc. dir., Agg., V (2001), 437 ss.

[15] R. Tosi, La legge costituzionale n. 3 del 2001: note sparse in tema di potestà legislativa ed amministrativa, G. Falcon, Modello e transizione nel nuovo titolo V della Parte seconda della Costituzione, e A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione, cit., tutti in questa Rivista, 6/2001, rispettivamente, 1242 ss., 1266 ss. e 1329 ss.

[16] Ancora T. Groppi, La legge costituzionale n. 3/2001 tra attuazione e autoapplicazione, in AA.VV., La Repubblica delle autonomie. Regioni ed enti locali nel nuovo titolo V, a cura di T. Groppi e M. Olivetti, Torino 2001, 220.

[17] La promulgazione parziale, infatti, si spiega proprio in quella logica del controllo preventivo che è stata ora spazzata via dalla riforma dell’anno scorso, così come, dal suo canto, la dichiarazione di cessazione della materia del contendere da parte della Corte consegue alla promulgazione parziale della legge, della quale presuppone dunque, a differenza del caso nostro, l’entrata in vigore.

[18] Incisive notazioni critiche al riguardo sono in C. Salazar, Riunione delle cause nel giudizio sulle leggi e teorie del “caos”, ovvero: della “leggerezza” (insostenibile?) del processo costituzionale, in AA.VV., L’organizzazione e il funzionamento della Corte costituzionale, a cura di P. Costanzo, Torino 1996, 358 a> Ma v. lo studio di L. D’Andrea, Prime note in tema di assorbimento nei giudizi di costituzionalità, in AA.VV., Corte costituzionale e Parlamento. Profili problematici e ricostruttivi, a cura di A. Ruggeri e G. Silvestri, Milano 2000, 79 ss., il quale, dopo aver fatto notare come la Corte debba pronunziarsi non soltanto “nei limiti dell’impugnazione”, secondo quanto prescritto dall’art. 27, l. n. 87 del ’53, ma anche su “tutta l’impugnazione” (96), distingue, in particolare, tra un assorbimento “influente” ed uno “innocuo” (104 ss.), traendone rilevanti conseguenze di ordine teorico-ricostruttivo (lo stesso D’A., nondimeno, tiene a precisare – 96 ss. – che l’assorbimento oggetto del suo studio attiene unicamente al merito ed ai casi di leggi la cui invalidità sia dichiarata dalla Corte, non già a quelli chiusi con pronunzia di natura processuale o anche con pronunzia di merito non caducatoria).

[20] Ciò che, invero, la Corte ha fatto (ord. n. 212 del 2002), ma in un caso in cui non era fatto richiamo a norme-parametro contenute nel titolo V, mentre laddove anche queste ultime erano evocate in campo la Corte s’è trattenuta dal decidere pure su profili di stretto diritto processuale, la cui considerazione avrebbe potuto far chiudere subito la partita. Così, nel caso deciso con ord. n. 9 di quest’anno, l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto l’inammissibilità della questione sotto diversi aspetti, tra cui la carenza della rilevanza e il carattere indeterminato e perplesso della questione (similmente, nel caso di cui all’ord. n. n. 235 del 2002); il carattere ipotetico ed astratto della questione, così come la sua carenza di rilevanza, sono poi state eccepite dalla Regione Veneto, in occasione del caso trattato dall’ord. n. 157 del 2002. Ma, la Corte, come si vede, non se n’è fatta cura. Ancora più macroscopica, poi, la carenza esibita dall’ordinanza di rimessione che sta a base del caso deciso con ord. n. 76 del 2002, laddove la “motivazione” in punto di rilevanza è stata posta in essere solo dopo che il giudice a quo aveva sospeso l’ordinanza-ingiunzione avverso la quale era stato avanzato il giudizio di opposizione nel corso del quale era stata sollevata la questione. Ma, per la Corte, ancora una volta la sola cosa che conta è l’innovazione apportata all’art. 117 della Costituzione a> Proprio la legge toscana che, unitamente ad una ligure, ha dato origine al caso risolto con la sent. n. 17, sopra richiamata, era stata censurata dal Governo anche in relazione all’art. 3 cost., ma – per la verità – non solo rispetto ad esso.</ V., ora, T. Martines-A. Ruggeri-C. Salazar, Lineamenti di diritto regionale, Milano 2002, 298 ss. e A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione, cit., 1339 ss. Diversamente, P. Caretti, L’assetto dei rapporti tra competenza legislativa statale e regionale, alla luce del nuovo Titolo V della Costituzione: aspetti problematici, in questa La gran parte delle questioni rimesse ai giudici che le avevano sollevate coinvolgeva anche parametri esterni al titolo V, quali quelli enunciati negli artt. 3 e 24 (ord. n. 416 del 2001), 2, 18, 42 e 43 (ord. n. 13 del 2002), 18 (ord. n. 14 del 2002), 3 (ord. n. 26 del 2002), 2, 3, 41 e 77 (ord. n. 60 del 2002), 3 e 24 (ord. n.72 del 2002), 3, 4 e 35 (ord. n. 80 del 2002), 3, 5 e 25 (ord. n. 96 del 2002), 3 (ordd. nn. 117 e 162 del 2002), 41 (ord. n. 190 del 2002), 3 e 70 (ord. n. 230 del 2002), 3, 5 e 11 (ord. n. 235 del 2002), 3 e 97 (ord. n. 245 del 2002). Quale, poi, fosse il legame “sistematico” riscontrabile tra i parametri stessi, sia tra di loro che in rapporto a disposti del titolo V, richiederebbe, come sempre, un accertamento caso per caso> È interessante notare come in uno dei casi ora trattati, di cui all’ord. n. 26 del 2002 sopra cit., l’Avvocatura dello Stato avesse eccepito altresì lo ius superveniens legislativo, senza nondimeno ricevere sul punto alcuna risposta dalla Corte; in un altro caso ancora (ord. n. 96 del 2002, cit.), lo ius superveniens legislativo è prospettato dalla stessa Corte, che tuttavia significativamente aggiunge come “indipendentemente dall’intervenuto mutamento della legislazione statale concernente la materia in oggetto, successivamente alla pronuncia di tutte le ordinanze di rimessione, è entrata in vigore la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3…”: evidentemente, lo ius superveniens costituzionale, nell’ordine gerarchico fatto proprio dalla Consulta, precede lo stesso ius superveniens legislativo (ma, non si vede proprio quale ne possa essere il fondamento teorico). Nel caso, poi, risolto con ord. n. 60 del 2002, la Regione umbra, intervenuta in giudizio, aveva fatto notare che la norma di legge della cui legittimità il Consiglio di Stato aveva dubitato era stata erroneamente individuata e, comunque, che successivamente alla remissione degli atti alla Corte era entrata in vigore una nuova legge della stessa Regione in materia. Tuttavia, anche questi dati non sono stati tenuti in alcun conto. Invece, l’ord. n. 190 del 2002 rovescia – a quanto pare – l’ordine gerarchico suddetto, dal momento che la restituzione degli atti è motivata proprio con specifico (ed esclusivo) riguardo allo ius superveniens legislativo, non già pure ovvero prioritariamente a quello costituzionale.

[25] Riassuntivamente sul punto, di cruciale rilievo per la teoria non solo della giustizia costituzionale ma della stessa Costituzione, può ora, volendo, vedersi A. Ruggeri-A. Spadaro, Lineamenti di giustizia costituzionale, Torino 2001, 99 ss., spec. 129 ss.

[26] La questione è tornata di particolare attualità proprio dopo la riforma del titolo V, interrogandosi la dottrina circa la sorte di interi settori della legislazione previgente (ad es., in materia di controlli) la cui compatibilità col nuovo quadro costituzionale appaia assai dubbia o – diciamo pure – impossibile (sul punto, v., nuovamente, T. Groppi, La legge costituzionale, cit., nonché il mio La riforma costituzionale, cit.).

[27] … persino su ambiti un tempo ritenuti categoricamente sottratti all’intervento regionale. Si pensi, ad es., al limite della materia processuale o a quello dei rapporti privati e, persino, degli stessi diritti fondamentali, oggi meritevoli di esser funditus riconsiderati: quanto al primo, particolarmente, alla luce della previsione contenuta nell’art. 116, III c.; al secondo, in forza delle formule di cui alle lett. l) ed m), pure di faticosa, reciproca armonizzazione, ed al terzo, ancora una volta, in base alla formula da ultimo richiamata, che parrebbe giustificare una produzione normativa regionale per tutto ciò che non attiene ai “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” (se n’è, da ultimo, ampiamente discusso in occasione del Convegno su La definizione del principio unitario negli ordinamenti decentrati, Certosa di Pontignano 10-11 maggio 2002, e del Convegno su Il ‘nuovo’ ordinamento regionale in Italia: confronti europei (Spagna, Germania e Regno Unito), Cosenza 3-4 giugno 2002, ed ivi, part., la relazione di G.U. Rescigno, I diritti civili e sociali fra legislazione esclusiva dello Stato e Regioni). Un primo, cauto approccio alle questioni qui accennate è, ora, in Corte cost. n. 282 del 2002, annotata da B. Caravita, Prime precisazioni della Corte costituzionale sulla potestà legislativa regionale nel nuovo art. 117, in www.federalismi.it.

[28] È chiaro che le novità apportate dalla inversione della tecnica di riparto delle materie tra Stato e Regioni sono assolutamente speculari, alla espansione della sfera di competenze di queste corrispondendo un restringimento della sfera di quello; ma, non si dimentichi che, per ciò che concerne i possibili esiti di una vicenda processuale, le probabilità che una legge regionale, già di per sé valida alla luce del vecchio quadro costituzionale, divenga invalida dopo la riforma sono praticamente assai remote, a differenza di ciò che può dirsi delle leggi … così come lo è l’amministrazione; anzi, nel caso di quest’ultima, il giudizio sugli atti che ne sono espressione, in quanto assunti come idonei a determinare una lesione o menomazione della sfera di competenza regionale, a stare all’ordine di idee della Corte, dovrebbe essere comunque subordinato all’accertamento degli effetti prodotti dallo ius superveniens costituzionale. Ciò che, invece, non s’è fatto con le sentt. nn. 133, 156 e 196 del 2002. Con la prima, in particolare, è stato annullato, in sede di conflitto di attribuzioni, un decreto ministeriale (peraltro, fa notare la stessa Corte, già di per sé inapplicabile…) lesivo dell’autonomia della Regione siciliana, per violazione del principio di leale cooperazione. La circostanza per cui la lesione stessa avrebbe a maggior ragione potuto essere riscontrata alla luce del nuovo quadro costituzionale lascia assolutamente indifferente la Corte, che non se ne cura: piuttosto, la circostanza stessa ulteriormente avvalora la tesi, qui enunciata, a favore dell’immediato utilizzo (quanto meno in alcuni casi), nel processo costituzionale, del nuovo parametro costituzionale. Né varrebbe opporre che la denunzia qui riguardava non già la lesione di un disposto contenuto nel titolo V bensì di uno appartenente allo statuto, dal momento che – in base alla previsione di cui all’art. 10 della legge di riforma – la Corte non avrebbe dovuto considerarsi sgravata dell’onere di verificare la perdurante identità del parametro espressamente indicato nell’atto di ricorso ovvero della sua alterazione (ovviamente, in melius per la Regione) ad opera dello ius superveniens costituzionale. Nel merito, convengo, poi, che l’alterazione stessa, con ogni probabilità, non v’era; ma, il punto è che la Corte avrebbe quanto meno dovuto interrogarsi al riguardo. La verità è – a me pare – che la Consulta sembra essere tendenzialmente portata a considerare immutato il vecchio contesto, laddove si tratti di giudicare atti statali, sì da poter appunto passare pianamente al merito, e (presuntivamente) mutato invece con riferimento agli atti regionali. Che, però, le cose non stiano affatto così non è dubbio > Qui, la questione specificamente si intreccia con quella, accesamente discussa, riguardante la ricostruzione del “modello” di rapporti intercorrenti, dopo la riforma, tra leggi statali e leggi regionali. Se, tuttavia, si conviene con la tesi, come si sa già invalsa nell’esperienza formatasi nel vecchio contesto, secondo cui le norme statali si prestano a spiegare effetti nei territori regionali fintantoché non siano progressivamente rimpiazzate dalle norme regionali (così come queste ultime possono essere immediatamente modificate dalle regole statali adottate in svolgimento di nuovi princìpi), nessun ostacolo vi sarebbe alla perdurante applicazione delle leggi statali. Il punto, tuttavia, va oggi rivisto alla luce del modo con cui è complessivamente ricostruito l’intero “modello”. Non nascondo qui la mia preferenza, altrove manifestata, per il mantenimento della “logica” della integrazione delle competenze (e delle fonti che ne sono espressione), tuttavia – come si sa – oggi al centro di controverse valutazioni e divergenti orientamenti (e basti, al riguardo, confrontare i non coincidenti punti di vista di R. Tosi e G. Falcon, così come espressi negli scritti sopra richiamati > Certo si è, nondimeno, che, in forza della unicità-totalità sistematica del dettato costituzionale e del carattere ugualmente sistematico dell’interpretazione, v’è il rischio assai serio che, da una prospettiva sostanziale di qualificazione del parametro, molte più questioni di quanto a prima vista non sembri debbano considerarsi interessate dallo ius superveniens.

[32] V., ad es., i casi decisi con ordd. nn. 240 e 241 del 2002, pure relativi a leggi regionali.

[33] Ancora oggi una fitta coltre di nebbia avvolge il “seguito” giudiziario (per non dire di quello amministrativo…) delle decisioni di costituzionalità, sia per ciò che si pone specificamente in rapporto al verdetto della Corte (e, dunque, costituisce quello che si potrebbe chiamare il “seguito” in senso proprio) e sia pure per quanto attiene a vicende ad esso estranee, quale appunto potrebbe essere uno ius superveniens (sia anteriore che successivo alla decisione della Corte), ancorché variamente intrecciate con gli esiti del processo costituzionale. Per una prima, encomiabile opera di chiarificazione svolta sul versante giudiziario, v. gli studi di E. Lamarque, Gli effetti della pronuncia interpretativa di rigetto della Corte costituzionale nel giudizio a quo (un’indagine sul “seguito” delle pronunce costituzionali), in Giur. cost., 2000, 685 ss. e Il seguito giudiziario alle decisioni della Corte costituzionale, in AA.VV., Il giudizio sulle leggi e la sua “diffusione”, cit., 200 ss.

[34] … e, però, come si è veduto a proposito delle pronunzie su leggi statali, chiuse, pur laddove avrebbero potuto restare aperte, in conseguenza di una complessiva “riconformazione” del parametro per ius superveniens. Come si vede, la Corte non cela di nutrire l’intento di spartire le proprie responsabilità con altri o, addirittura (e fin dove possibile…) di addossarle loro per intero: con una tattica “attendista” che può, per il momento (ed in considerazione delle incertezze in generale gravanti in ordine alla transizione dal vecchio al nuovo assetto delle autonomie), dare frutti ma che alla lunga non è, tuttavia, pagante. Che, poi, anche dalla giurisprudenza qui rapidamente annotata si possano cogliere segni idonei ad ulteriormente avvalorare la tendenza alla “diffusione” della giustizia costituzionale è cosa che non può essere ora sottoposta a verifica. D’altro canto, induce a non sovraccaricare di significati un’esperienza giudiziale affatto peculiare la circostanza per cui essa è troppo legata alla transizione in corso per essere piegata a facili (ma, con ogni probabilità, forzate) generalizzazioni.

[36] Senza dubbio efficace, vincente, la “tecnica” di smaltimento dell’arretrato ora elaborata dalla Corte; come si è venuti dicendo, è, però, tutta da verificare la sua rispondenza a canoni di “sistema” previamente fissati e dalla stessa Corte in precedenti occasioni rispettati.

ultimo aggiornamento 5 aprile 2012 >

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marzo 21, 2012

tratto dalla rete -www.newsfood.com/nuovi-poveri-in-italia-il-4,4 % -delle-famiglie-vive-sotto-la-soglia-di-povertà – beati loro – almeno vivono –

marzo 20, 2012

http://www.newsfood.com/q/75bd9025/i-nuovi-poveri-in-italia-il-44-delle-famiglie-vive-sotto-la-soglia-di-poverta/
Conseguenze della crisi economica e ricadute sulle famiglie italiane

I nuovi poveri in Italia: il 4,4% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà
Il Governo non è ancora riuscito a dare un aiuto concreto. Social Card da 40 euro? Una miseria!

Il 4,4% delle famiglie italiane residenti in Italia, circa 3 milioni di persone, vive sotto la soglia di povertà alimentare. E’ questo quanto emerge dallo studio della Fondazione per la Sussidiarietà condotto insieme alle Università Cattolica e Milano-Bicocca. Per il Codacons i dati confermano l’urgenza di dover intervenire a sostegno dei consumatori.

Il Governo dovrebbe considerare prioritario il sostegno a questo 4,4% di famiglie che soffre la fame, invece di preoccuparsi soltanto del fatto che le banche se ne freghino dei Tremonti Bond. Come da mesi denuncia il Codacons, il Governo, con la social card, ha finora aiutato, peraltro con la cifra irrisoria di 40 euro, appena un quinto di questi poveri assoluti.

Se poi consideriamo non solo i poveri assoluti che soffrono la fame, ma anche quelli che l’Istat considera appena sopra la soglia di povertà e che corrisponde al 19,1% della popolazione, circa 4 milioni e 633 mila famiglie, ecco che il Governo non ha aiutato praticamente nessuno di quelli che non arrivano a fine mese.

Per questo abbiamo ripetutamente ed invano chiesto di inserire in Finanziaria l’estensione della social card a 4,6 milioni di famiglie, raddoppiando l’importo da 40 ad 80 euro, considerato che con la miseria di 40 euro non si riescono nemmeno a tamponare gli aumenti dei prezzi verificatesi in questo ultimo anno.
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Commenti Segnala via e-mail Nome E-mail (non sarà pubblicata) url :www.google.it/case popolari case popolari

Vincenzo il 14/02/2011 alle 10:01 ha scritto:
Accenno che,dal Comune di Torino non venne comunicato all’anagrafe la mia cancellazione anagrafica,lo fece a mia insaputa l’IACP ora ATC,dopo quasi quattro anni che vivevo per strada. vincenzo.a dice: maggio 7th, 2008 at 16:33 Enzuccio62’s Weblog Just another WordPress.com weblog ——————————————————————————– « urp comune1,2,3^ e-mail per appuntamento » sfratto iniquo, criteri di assegnazioni case popolari. criteri di assegnazioni case popolari. Da quanto appreso personalmente in questi anni: Sulle basi di una legge quadro nazionale (e di riflesso con l’applicazione in seno alla legge regionale a riguardo ) tutti i comuni d’Italia emettono un bando quasi ogni tre anni,le regioni hanno delegato i comuni a seguire l’iter di codesti bandi ed espletamento delle pratiche di assegnazione,infine tutte le domande vengono approvate dalla commissione regionale. Oltre ai bandi i comuni applicano con propri regolamenti altri due tipi di criteri per l’ assegnazione di case popolari ossia: uno in emergenza abitativa in via ordinaria a seguito di sfratto per finita locazione, o sfratto per morosità incolpevole,due,in emergenza abitativa in via straordinaria,ossia: casi di calamità pubbliche,o casi dove vi siano soggetti seguiti dai servizi sociali. anche codeste assegnazioni infine vengono vagliate dalla commissione casa regionale.nei criteri in via straordinaria il comune di torino, su segnalazione dei servizi sociali,istruisce delle domande,e conclude dopo aver avuto il rapporto di tali servizi,ho sentito persone che la loro pratica è stata conclusa dopo nove anni,altre dopo cinque anni,altre dopo tre anni .il criterio di due anni di attesa a parer mio(a conclusione pratica )forse è stato il più celere,a nota quanto appreso dai quotidiani: una donna sessantenne ,dopo due anni che viveva in una vettura causa bronhite,si rivolge all’ospedale,la stessa dichiara di aver dormito due anni nella propria vettura si attiva il servizio sociale dell’asl,la stessa ha dichiarato che era seguita dai servizi sociali del comune e che fino al giorno del suo ricovero non avevano trovato nessuna soluzione abitativa,all’atto della sua dimissione ospedaliera si è trovata una casa d’urgenza da parte dell’ufficio di emergenza abitativa del comune. negli altri casi sociali vengono classificati gli anziani ultra sessantenni o invalidi con percentuale pari o superiore al 75%. in questi casi i servizi sociali collocano per oltre 14 mesi questi soggetti in una casa alloggio oppure in alberghi convenzionati sia negli alberghi ,che nella casa alloggio come regolamento dello stesso comune di torino il soggetto deve pagare una quota pari o quasi tutta la sua pensione sociale,in compenso il comune le convenziona dei pasti e dall’importo totale della pensione le lascia all’interessato 60 ero mensili per ottemperare i propri bisogni primari.su questo punto ne sono sicuro perchè più di una persona lo ha lamentato. nel caso di un soggetto sessantenne privo di pensione il comune si trattiene l’importo che doveva corrispondere a titolo di sussidio sociale ( tale sussidio riferiscono gli interessati,al compimento dei 60 anni viene elevato in misura doppia rispetto al sussidio ordinario) anche a costoro le da il diritto dei pasti convenzionati. mediamente se non per casi gravi (tipo il caso su elencato)la pratica di assegnazione per la casa si conclude all’incirca dopo 14 mesi. alcuni soggetti inseriti nei casi sociali al di sotto dell’età anagrafica di quarant’anni in programma di una assegnazione casa in emergenza abitativa, riferiscono di aver vissuto per oltre quattro anni in dormitori, i primi due anni si assoggettano per un punteggio pari a punti 4 (testo della legge regionale : chiunque a titolo provvisorio è sprovvisto di abitazione , di aver vissuto anni due in baracche o simili,punti 4)alcuni hanno riferito che dai dormitori non le è stato riconosciuta l’ultima settimana ,quindi all’atto del bando non erano due anni dichiarati (v. sopra) e non le è stato attribuito il punteggio.Ad altri hanno dichiarato che non hanno dato la reperibilità ed sono stati esclusi dalla domanda di emergenza abitativa, altri soggetti hanno dichiarato la situazione familiare si sono visti togliere i figli tramite il tribunale dei minori essendo sin prevalenza soggetti donne divorziate o ragazze madri anch’esse inviate in dormitori. alla luce di quanto appreso vengono giustificati questi anni impiegati dai servizi sociali per codesti soggetti che inviano alla convivenza nei dormitori con soluzione in exstremis inviati dagli stessi assistenti sociali al fine di una valutazione anche abitativa vincenzo-

Nome indirizzo mail (vincenzo. alice.it) il mio cronistoria: Da oltre tre anni fui sgomberato da un alloggio ex popolare ,inizialmente su minaccia verbale di sfratto .pronunciato dall’ex IACP ora ATC,detto sgombero avvenne da una casa popolare su ordine dell’assessore alla casa . Nonostante la mia inadempienza,non vi fu nessuna concilazion ein forma scriita e dall’IACP,e dal Comune si lamenta la scarsa informazione,la disapplicazione,o falsa applicazione della legge ,ora si scorge ,posta su abuso ,anche in modo velato ,ne risultò inappropriato da entrambi enti .Ciò nonostante , che,non mi fu data dal Comune,nessuna facoltà a verifica di quanto ne lamentavo .La scarsa informazione posta nei miei confronti dai servizi pubblici IACP,e Comune che cointeressati,mi sgomberarono .Ne fu usata al fine loro diligenza a me in discapito e per produrre tempo su strascichi di lungaggine burocratica.Ma utile infine a promuovere un debito esoso,che all’occorrenza fu forzato ad estinguerlo nel termine di 10 giorni,al contrario venni sgomberato.Pertanto ancor prima dello sgombero mi ero rivolto all’urp dell’ATC del comune di torino, all’ufficio rapporti con la cittadinanza stesso comune,ma non fu data risposta esauriente all’ufficio dell’assessorato erp (edilizia res. pubblica)lamentai un alloggio consegnato in vetustà,nonostante l’ATC,dichiarava che avrebbe ristrutturato l’alloggio,dopo numerosi anni di lamentele,esposte sia in forma verbale ,sia scritto,non avendo risposta,appurai dopo numerosi anni che,non era come avrebbero fatto pensare,ma vi era possibilità di adire al giudice.Ancor prima di adire al giudice convenni in camera di commercio un tentativo di conciliazione l’ATC,si rese assente,ma giustificò solo la morosità lievitata.Mi rivolgo al giudice per far una perizia all’alloggio ,l’ATC,forza in tempo celere lo sgombero per far si che non avvenisse perizia,poi da Comune fu fatto tutto con comodo e strascico burocratico ,considerato che ero soggetto debole,dovevo sottostare a tutte le loro forzature fatte in seno verbale. Oggi dopo tre anni che dormo nella mia macchina, per starda dove mi risulta che gli abitanti della zona hanno telefonato più volte ai vigili urbani, segnalando che vi era un essere umano che dormiva la notte in questa vettura il vicinato mi ha visto per anni,gli stessi si sono ricordati che esistevo,e ogni tanto segnalavano ai vigili stessi vigili venivano di notte a verificare ,tante sere mi hanno svegliato con il fascio di luce della lampada,a tale riguardo chiedo giustificazioni all’assessorato con richiesta di visura dei miei documenti inerenti il mio caso si limitano dal comune a rispondere su mia richiesta ci è voluto tutto questo tempo perchè il sottoscritto non si è servito dei servizi sociali.inoltre tengo a precisare che dopo ulteriori richieste non sono stato convocato a tutt’oggi per la visura e stesura atti al fine di concludere tale incongruenza.Dal comune si deve ringraziare che anche se esiste l’indirizzo di posta elettronica, ufficio urp Procura della Repubblica,ipotizzo che non è posto a ricevere e mail per conoscenza. in quanto avrei avuto di darme atto. Ho chiesto in rete se qualcuno può darmi una mano,o ha avuto esperienza .A distanza,quasi tre,anni. deduzioni: dal comune assessorato casa mi viene proposta una soluzione provvisoria con contratto privato, dopo due anni e mezzo che dormivo per la strada ossia nella mia vettura,premetto che erano due anni che mi rivolgevo a tale assessorato,la contrattazione doveva essere stipulata con l’ente comune proprietario della mono camera ed il gestore delegato ente IACP ex Atc di torino, per tale soluzione il funzionario si giustificava:viste le sue condizioni,abbiamo pensato di assegnarle questo alloggetto in attesa che venga emesso il bando per le case popolari 2008,inteso come deterrente,in primo luogo accetto,dopo aver visto la monocamera,era in condizioni pietose ho rifiutato.da quel giorno il comune non vuole più ricevermi.oggi deduco:carmela anni 5 per una risposta ed ottenere una casa popolare,per tramite i servizi sociali;M.V. anni 6 per avere una casa idem;v.g. invalido al 100% oltre tre anni;a.c idem,proposto in anticipo dai servizi sociali a gennaio 2009 le daranno una casa ,oggi vive in casa alloggio per un anno,dopo tre anni che viveva per dormitori. lo ringrazio . anticipatamente.enzo Postato Venerdì, 14 Marzo 2008 alle 12:14 pm d

anna il 11/01/2011 alle 16:59 ha scritto:
sono una madre di 4 bambini e anche noi come tante altre famiglie facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese nonostante mio marito abbia un lavoro ma è 3 anni che tra cassa integrazione aumenti dei prezzi anche sulle cose primarie si fatica veramente per non parlare dell’affitto e spese condominiali e mi viene la rabbia che sono anni che sono in lista per le popolari ma mi passano davanti tutti i marocchini loro hanno la precedenza sulla popolare anche se dicono no ma e cosi non sono razzista tanto evere che la mia prima figlia che ha 18 anni ha un ragazzo brasiliano e sono amica di tanti emigrati anche marocchine ma sta di fatto che per 5 volte passatiprima e fino adesso mi sono passati davanti vedendo sfumare un poccolo aiuto ma poi vedo tanti video dove bambini di tanti paesi muoiono ancora di fame uomini donne anziani che rovistano nella spazzatura per un pezzo di pane barboni che muoiono dal freddo e allora dico alla mia famiglia ringraziamo di quel che abbiano ciao tutti anna

Iole catti il 01/06/2010 alle 16:42 ha scritto:
Io credo che a caval donato non si quardi in bocca.Ci si lamenta sempre, si saranno pochino ma è sempre meglio di niente. Almeno la sera qualcosina si può mangiare. Certo dipende dal numero delle persone,quello sta a noi e al nostro buon senso, siamo più responsabili e non facciamo figli come conigli perchè oltre al mangiare dobbiamo dar loro un avvenire, e non farli andare a prendere soldi ai semafori. Abbiate fede che Dio vede e provvede. Jo

raffaele il 27/11/2009 alle 23:32 ha scritto:
Bisogna che noi poveri ci aiutiamo tra noi. Noi poveri dobbiamo risolvere il problema della poverta. Il ricco non vuole diventare povero ma è il povero che vuol diventar ricco. La raccolta fondi x costruire posti di lavoro a cosa serve? a finanziare spedizioni tipo conquiste delle vette piu alte del mondo. Questi fondi potrebbero servire a ben altro. Perchè un calciatore o un pilota di formula uno o un ministro debbono percepire tanto denaro? Ci sono migliaia di cose da elencare. Solo il pensiero che tanta gente non ha alimenti primari x la vita…. dovremmo vergognarci di noi stessi. Sperando che la nuova generazione riesca a cambiare tutto questo, colgo l’occasione x porgervi i miei cordiali saluti a tutti voi RAFFAELE RICCI DA CORREGGIO REGGIO EMILIA (la redazione) Grazie Raffaele, hai sacrosanta ragione, possiamo solo sperare nei giovani e nella loro capacità a trovare una soluzione

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Periculum in mora- tratto dalla rete Vito e Elena, la moglie, una casa popolare la chiedono per la prima volta nel 1991,

marzo 20, 2012

La locuzione latina fumus boni iuris, in italiano «parvenza di buon diritto»,

Periculum in mora è una locuzione latina che significa letteralmente “pericolo nel ritardo” cioè “pericolo/danno causato dal ritardo”.

I tre fratellini li hanno portati via il 18 aprile, quasi un mese fa. Un provvedimento del Tribunale dei Minori di Torino li ha tolti ai genitori, separati e affidati a due comunità diverse. Da allora il papà e la mamma possono far loro visita una volta ogni quindici giorni e provare a sentirli al telefono una volta a settimana.

Non sono adatti, non li sanno crescere, sostengono i giudici. E c’è del paradossale in questa sentenza pronunciata contro una madre e un padre che di figli finora ne hanno fatti cinque e che – chi lo sa – forse potrebbero anche continuare a farne. E che ora annunciano battaglia per andarsi a riprendere gli ultimi tre e ricostruire la famiglia. Vito Colacchio, il padre che non è in grado di far crescere i suoi figli, ha consultato un avvocato, fatto ricorso, e ora aspetta e conta i giorni. «Perchè noi i genitori li sappiamo fare, e i bambini li sappiamo crescere. La verità è che ce l’hanno con noi, si stanno accanendo, noi vogliamo solo i nostri figli e una casa, non chiediamo nulla di illegale».

 Vito e Elena, la moglie, una casa popolare la chiedono per la prima volta nel 1991, diciassette anni fa, quando di figli ne hanno due. Partecipano a due bandi ma la loro famiglia non ha disagi particolari, solo uno stipendio basso: totalizza pochi punti.

La moglie rimane incinta per la terza volta. Per Vito e Elena quando capita di avere una gravidanza non la si interrompe, anche se i soldi in casa non sono molti. Vito lavora come postino, in quell’epoca guadagna un milione e 400 mila lire al mese e 350 mila lire di affitto. «Siamo cresciuti secondo quegli insegnamenti. E quindi i figli li vogliamo, ci piacciono e pensiamo anche di crescerli bene. Ognuno si assume le proprie responsablità».

Vito si assume le sue. Si separa dalla moglie, le separazioni portano punti. E si fa sfrattare dalla casa dove vive. Secondo il suo ragionamento questo dovrebbe garantirgli altri punti. Gli procura invece una valanga di guai. Nel 2000 si trova con tre figli, l’ultima di pochissimi mesi e senza una casa. Il Comune non li lascia in strada, li ospita in un albergo per due mesi. Ma la casa popolare non gliela danno. In Comune sono gentili ma li mandano ai servizi sociali. «Noi saremmo anche d’accordo nell’assegnarvi un alloggio, mi dicevano, ma il vostro caso non è di nostra competenza».

E’ solo l’inizio di un lungo pellegrinaggio tra residences, alberghi, case-famiglia. «In questi anni hanno speso più o meno 250 mila euro – calcola Vito – se la casa l’avessero costruita ci avrebbero risparmiato loro e i miei figli avrebbero vissuto molto meglio invece di essere portati da una parte e dall’altra, invece di essere separati da noi con tutti i traumi che questo comporta».

Ad un certo punto, esasperati, Vito e Elena organizzano uno sciopero della fame. «Tutti, anche i nostri figli. Se avessimo scioperato solo io e mia moglie ci avrebbero fatto morire ma nessuno si sarebbe occupato di noi». E’ vero, se ne occupano ma con un provvedimento del Tribunale dei Minori: la più piccola viene mandata in comunità, non può rimanere con dei genitori così irresponsabili. «Non l’abbiamo maltrattata, volevamo solo far capire che volevamo vivere con i nostri figli in una casa e avevamo tutti i titoli per l’assegnazione di un alloggio».

Tre mesi di tentativi di spiegare, poi Elena ottiene di nuovo l’affidamento della figlia ma in una comunità. L’odissea prosegue con il tentativo di occupare una casa con il risultato di una denuncia e lo sgombero. Allora vanno a vivere a casa di una sorella: dieci persone in tre stanze. Li rispediscono di corsa in comunità con la mamma. Quasi un mese fa la separazione, l’ennesima. «Non è giusto, noi vogliamo solo una casa dove crescere i nostri figli», scuote la testa Vito. 

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Dopo aver parlato a lungo con Vito sono andata a cercare gli assessori competenti per ascoltare le loro versione.

Roberto Tricarico, assessore per le Politiche della Casa di Torino, c’è una famiglia che da diciassette anni chiede una casa popolare. Cinque figli, uno stipendio da postino, nessun alloggio, separati: che cosa devono fare per averla?
«E’ una storia complessa. Hanno fatto più volte domanda di un alloggio perché colpiti da uno sfratto per morosità ma secondo i criteri che il Comune si era dato all’epoca non avevano i titoli perché lo sfratto era colpevole».

Vito, il capofamiglia, si difende sostenendo che era l’unico modo per avere i punti necessari per vedersi assegnare la casa.
«Difatti, anche se non esistevano i titoli, abbiamo trasmesso la pratica ai servizi sociali che li stanno seguendo».

Ma una casa non avrebbe evitato che il Comune spendesse 250 mila euro e a loro di vivere in modo così difficile per anni?
«C’è un problema di capacità genitoriale dicono le relazioni dei periti e quindi invece di abbandonarli in una casa preferiscono seguirli in una struttura. E’ una situazione in cui i problemi sono tanti e anche le esigenze. Non è detto che siano in grado di farcela da soli».

Marco Bargione, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Torino, la famiglia Colacchio voleva una casa e si ritrova senza figli. L’ultimo provvedimento che ha portato via i loro figli è di quasi un mese fa.
«In genere i servizi sociali si limitano a fare relazioni, sono i giudici a emettere i provvedimenti. Posso dire però che l’obiettivo primario è mantenere il nucleo familiare. Questa famiglia è seguita fin dal 1986, i loro problemi sono molti».

Vito Colacchio, il padre dei tre fratellini dal 18 aprile in comunità, sostiene che in realtà c’è accanimento contro di loro, che qualcuno dei servizi sociali ce l’ha con loro.
«Proprio per evitare che fossero attribuiti trattamenti pregiudiziali sono cambiati tre volte i loro riferimenti come responsabili dei servizi sociali in modo che ci fossero valutazioni diverse».

A dire il vero sono stati loro a cambiare residenza più volte in questi anni e quindi a passare da una circoscrizione all’altra.
«E comunque alle valutazione dei servizi sociali il Tribunale dei Minori aggiunge quelle degli esperti di Neuropsichiatria Infantile e risulta che ci troviamo di fronte a una genitorialità difficile da esercitare». 

case sociali

marzo 13, 2012

Tratto da https://docs.google.com/viewer? www.programma housing.org/resources/3SeminarioSintesi22-02-11WEB.pdf+principi+dell’hosing+sociale

MODELLI RESIDENZIALI TEMPORANEI:
QUALI SOLUZIONI CONTRATTUALI POSSIBILI ?
3° seminario dedicato agli enti beneficiari di contributi
nell’ambito del Programma Housing

Educatorio della Provvidenza – C.so Trento 13
Torino, 2 dicembre 2010

INDICAZIONI EMERSE
a cura di prof. Avv. Sergio Foà e Avv. Antonio Verrando

Guida alla lettura

a cura del Programma Housing della Compagnia di San Paolo

Il Programma Housing in continuità con il percorso avviato nel 2009 di conoscenza e scambio di
esperienze tra progetti finanziati nell’ambito dell’azione contributi a progetti esterni, ha organizzato
il 2 dicembre 2010 un incontro di approfondimento relativo alle tipologie di contratti che regolano
la temporaneità della residenza nelle differenti strutture che ospitano progetti di housing sociale.
La necessità di confronto con legali esperti di questo tema è emersa in modo consistente nei
seminari precedenti, anche perché ad oggi manca una cornice normativa dedicata in specifico alle
esperienze di housing sociale.

Il Programma Housing ha coinvolto due consulenti legali in un seminario di lavoro che ha previsto
inizialmente un inquadramento legislativo generale, il commento ai contratti di locazione impiegati
dagli enti partecipanti all’incontro (precedentemente inviati dagli enti) e la raccolta e la successiva
risposta sulle criticità e necessità incontrate nelle diverse tipologie di interventi.

Il documento che segue è stato curato dagli esperti coinvolti: il prof. Avv. Sergio Foà e Avv. Antonio
Verrando e riporta i contenuti trattati nel seminario di lavoro. Non deve essere considerato una
guida alla contrattualistica di housing sociale perché soltanto un’attenta disamina dei casi specifici
permetterebbe di fornire indicazioni puntuali per elaborare appropriate soluzioni legali e
contrattuali. Prima di avviare una qualsiasi procedura è assolutamente necessario interpellare
direttamente un’esperto legale.

Hanno partecipato all’iniziativa trenta organizzazioni.

Pag. 2

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PREMESSA

Il contratto

1. L’ atipicità giuridica della locazione “sociale”

A titolo di premessa occorre segnalare la carenza di una definizione nel nostro ordinamento
giuridico di “social housing”; di conseguenza non sono espressamente previste e dedicate dalla
normativa italiana corrispondenti tipologie contrattuali di riferimento.

Nel linguaggio convenzionale, seguito da qualche provvedimento amministrativo1, sono considerati
“sociali” gli alloggi concessi in locazione alle famiglie disagiate, anche se in alcune esperienze di
altri ordinamenti rientrano nel concetto di social housing anche le abitazioni di proprietà delle
cooperative e perfino una parte degli immobili in regime di proprietà privata.

La definizione comunemente accettata è quella data dal Cecodhas, Comitato Europeo per la
promozione del diritto alla casa, che definisce l’housing sociale come “l’insieme delle attività atte a
fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe di assegnazione, a famiglie che hanno difficoltà nel
trovare un alloggio alle condizioni di mercato perché incapaci di ottenere credito o perché colpite da
problematiche particolari”. Pertanto, non ricadono nella definizione di housing sociale gli alloggi
realizzati, venduti o affittati secondo i principi del libero mercato.

Ciò premesso, l’oggetto del contratto con il quale chi dispone giuridicamente del bene lo concede in
godimento “sociale”, assume connotati propri, per un verso, del contratto di locazione (dovendo
valutare caso per caso se l’uso abitativo esaurisca l’oggetto contrattuale) e, per altro verso, differenti
e variabili contenuti che riguardano servizi di “ospitalità”. La diversa incidenza degli elementi
contrattuali indicati suggerisce un’attenta analisi del modello contrattuale utilizzabile nel caso
concreto.

2. L’oggetto del contratto

La premessa ha una inevitabile conseguenza giuridica: secondo l’art. 1346 cod. civ. l’oggetto del
contratto deve essere determinato o quantomeno determinabile, a pena di nullità.

Se i contratti “tipici”, cioè previsti da apposite norme di legge, non riescono nel caso concreto a
soddisfare le esigenze che le parti intendono perseguire, si possono utilizzare modelli contrattuali
“atipici” e di tipo misto, cioè tali da assumere elementi caratterizzanti differenti tipologie


  Dalla 
  Provincia 
  di 
  Torino 
  ad 
  esempio

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3

contrattuali. Il limite all’autonomia delle parti è la determinatezza dell’oggetto: la chiara definizione
delle obbligazioni assunte dalle parti e, ovviamente, il rispetto dei principi generali
dell’ordinamento giuridico.

Ecco perché il riferimento ai contratti di locazione ad uso abitativo, laddove necessario (pressoché
nella totalità dei casi), richiede per le obbligazioni che riguardano l’utilizzo del bene, la piena
conoscenza ed il richiamo alla normativa riferita ai tipi di contratto che riguardano
quell’utilizzazione dell’immobile.

Più nel dettaglio, vista la varietà dei casi prospettati in sede seminariale, occorrerà:

A) richiamare nella redazione dell’accordo contrattuale gli estremi catastali nel caso in cui sia
affittata più di una stanza;

B)ottenere la certificazione degli impianti (termici, elettrici, cavo Tv nelle camere con scarico a
terra) ai sensi di legge, per garantire l’inoffensività del luogo e fornire copia al conduttore;

C)ottenere la certificazione energetica nel rispetto della vigente legislazione statale e regionale;

D) se poi l’appartamento è ammobiliato è opportuno allegare una descrizione dettagliata del
mobilio.

E) altro adempimento preliminare riguarda la previa definizione delle parti comuni e delle parti
private, ai fini della corretta delimitazione delle obbligazioni delle parti e dei diritti di godimento
dell’immobile.

Particolari disposizioni riguardano gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici.

3. Quale contratto e perché?

Come si è detto, la prima valutazione riguarda l’oggetto del contratto e le prestazioni che ivi
debbono essere contemplate: alla luce di tale valutazione si svilupperà il modello contrattuale da
sottoscrivere. Anche la forma del contratto dipende dalla stessa valutazione.

Il modello dei contratti di locazione “tipici” che si avvicina alle esigenze dell’housing sociale,
almeno sotto il profilo della durata, è quello “ad uso transitorio”2 , la cui durata non può essere
inferiore ad 1 mese e al massimo può raggiungere i 18 mesi.


  disciplinato 
  dalla 
  legge 
  n. 
  431 
  del 
  1998

Pag. 4

4

Le esigenze transitorie considerate dalla citata legge sono sia quelle dell’inquilino, che ha bisogno di
un alloggio solo per pochi mesi, sia quelle del proprietario che può avere necessità
dell’appartamento a breve. Il verificarsi dell’esigenza transitoria invocata nel contratto deve essere
confermato tramite Raccomandata AR da inviarsi prima della scadenza, comunque prima del
termine stabilito nello stesso contratto. L’esigenza transitoria dell’inquilino deve essere provata con
apposita documentazione da allegare al contratto.

Ciò implica che per il contratto transitorio deve esserci una convenzione/accordo che qualifichi
l’essenza della transitorietà del contratto (cause della transitorietà devono essere puntualmente
espresse), che qualifichi gli obblighi reciproci. Il tutto accompagnato dalla documentazione relativa:
per esempio contratti di lavoro, iscrizione a corsi di aggiornamento o stages eccetera.

Sotto il profilo delle finalità, i contratti riferiti all’ospitalità propria delle esperienze di Housing
consentirebbe di utilizzare un altro modello contrattuale: quello previsto dall’art. 42 della legge n.
392 del 1978, che prevede la “destinazione degli immobili a particolari attività”. Tale disposizione
prevede che “I contratti di locazione e sublocazione di immobili urbani adibiti ad attività
ricreative, assistenziali, culturali e scolastiche, nonché a sede di partiti o di sindacati, e quelli
stipulati dallo Stato o da altri enti pubblici territoriali in qualità di conduttori, hanno la durata di cui
al primo comma dell’articolo 27 (cioè sei anni)”.

Esistono pronunce giurisprudenziali che affermano la strumentalità di tale modello contrattuale
rispetto ad esigenze tipiche dell’Housing: ad esempio affermando che l’attività assistenziale prevista
dall’art. 42 della L. 392/78 “è quella diretta a soddisfare le esigenze essenziali della vita ed a
difendere i cittadini contro i principali rischi dai quali possono essere colpiti, sottraendoli al loro
stato di bisogno economico, sanitario o sociale”3 .

La differenza più marcata di tale modello contrattuale rispetto a quello dei contratti ad uso abitativo
o di quelli per uso diverso, è che questo gode di una tutela attenuata rispetto agli altri4, sicché la
disdetta risulta essere di per sé sufficiente a produrne la cessazione alla normale scadenza del
contratto.

Nel caso del contratto ad uso transitorio è di regola vietata la sublocazione: “l’immobile deve essere
destinato esclusivamente a civile abitazione del conduttore e delle seguenti persone attualmente con
lui conviventi…………; salvo espresso patto scritto contrario, è fatto divieto di sub-locazione, sia


  Corte 
  app. 
  Potenza, 
  27 
  gennaio 
  1982, 
  Ente 
  Sviluppo 
  Agricolo 
  Basilicata 
  c. 
  Palese


  infatti 
  a 
  tali 
  contratti 
  è 
  applicabile 
  il 
  solo 
  comma 
  primo 
  dell’art. 
  28 
  della 
  legge 
  citata 
  e 
  non 
  anche 
  il 
  secondo

Pag. 5

5

totale sia parziale”5 . Il carattere transitorio della locazione dovrebbe rafforzare il divieto di
sublocazione e quindi l’eventuale patto contrario dovrebbe avere una motivazione “rafforzata”.

Nel caso poi di destinazione ad attività assistenziali il divieto di sublocazione discenderebbe
dall’intuitu personae6 che caratterizza il rapporto contrattuale tra le parti.

INDICAZIONI

1. Formalizzazione del contratto

È sempre obbligatorio formalizzare il servizio di ospitalità attraverso la stipula di un contratto?

Il “servizio di ospitalità” può assumere le forme più disparate, anche mediante l’assunzione da parte
del concedente di veri e propri obblighi di servizi. Non è il servizio di ospitalità in quanto tale a
richiedere la formalizzazione contrattuale, ancorché questa sia suggerita, ma le facoltà di godimento
del bene per un periodo concordato con obbligazioni in carico all’inquilino: in breve il contratto di
locazione o il contratto misto di locazione e servizi.

2. Contratto e comodato

Che tipo di contratto formulare quando l’ente che gestisce l’ospitalità non è proprietario
dell’immobile in cui ospita, ma ha l’immobile in comodato da altro ente? Quale contratto quando
il comodato è su un immobile di proprietà di un ente religioso?

Il soggetto comodatario ha la disponibilità giuridica del bene; le facoltà di godimento e di
disposizione giuridica del comodatario debbono essere espressamente contemplate nel contratto di
comodato con il comodante: in effetti non esiste un vero e proprio obbligo del comodante di far
godere il bene al comodatario (proprio, invece, della locazione già per definizione ex art. 1571 c.c.).
Se questo è previsto ed il comodatario può disporre giuridicamente del bene, occorre dedurre
contrattualmente, nella locazione o nel contratto atipico stipulato dal comodatario con l’inquilino, le
obbligazioni discendenti in capo alle parti dal contratto di comodato intercorso tra il proprietario del
bene (comodante) ed il locatore (comodatario).


  cfr. 
  art. 
  9 
  del 
  contratto 
  tipo 
  per 
  la 
  proprietà 
  individuale, 
  allegato 
  C


  La 
  scelta 
  del 
  contraente 
  dipende 
  dal 
  rapporto 
  fiduciario 
  tra 
  una 
  persona 
  e 
  l’altra 
 

Pag. 6

6

Il comodato gratuito prevede la restituzione dell’immobile su richiesta? Il comodato a termine
impedisce al soggetto che lo ha concesso di esigerlo indietro in qualsiasi momento?

Ai sensi dell’art. 1809 cod. civ. il comodatario è obbligato a restituire la cosa alla scadenza del
termine convenuto o, in mancanza di termine, quando se ne è servito in conformità del contratto. Se
però, durante il termine convenuto o prima che il comodatario abbia cessato di servirsi della cosa,
sopravviene un urgente e impreveduto bisogno al comodante, questi può esigerne la restituzione
immediata.

Se invece il comodato è senza determinazione di durata né risulta un termine dall’uso a cui la cosa
doveva essere destinata, il comodatario è tenuto a restituirla non appena il comodante la richiede
(art. 1810 cod. civ.).

3. Contratto e servizi

Quando la locazione coesiste con l’erogazione di servizi, quando devo fare un contratto di
servizio e quanto di locazione? E’ possibile fare contratti misti?

Come si è evidenziato in premessa, è possibile stipulare un contratto atipico a causa mista purché
siano rispettati i principi dell’ordinamento giuridico e sia altresì rispettato il principio della
correttezza tra le parti nella delineazione delle obbligazioni reciproche. Ciò implica, caso per caso,
di valutare quale sia la causa prevalente del contratto ed il “peso” delle singole attività affidate alle
parti (servizi, natura giuridica, controprestazioni a fronte del godimento del bene, ecc.).

Se l’ospite/conduttore non rispetta il patto di adesione al progetto, può essere sfrattato? Qual è il
rapporto tra contratto di locazione e patto di adesione al progetto?

Non esiste una definizione giuridica di “patto di adesione al progetto”: esso è evidentemente
un’altra forma di accordo tra le parti che probabilmente non assume natura contrattuale se non ha
contenuto (o non produce) effetti patrimoniali. Ove previsto e sottoscritto, esso deve essere
richiamato dal contratto per farne parte integrante, e potrebbe essere invocato e richiamato a titolo
di clausola risolutiva espressa, così facendo presumere la gravità dell’inadempimento ai fini della
risoluzione del contratto.

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7

Quale tipo di contratto è adatto a regolare ospitalità temporanea di persone, per le quali l’ente
che gestisce l’ospitalità e eroga servizi di accompagnamento sociale (es: formazione, tirocini,
inserimento lavorativo, sostegno educativo, supporto alla ricerca altra abitazione più idonea), per
le quali si prevede entro 6-12 mesi al massimo di raggiungere gli obiettivi educativi prefissati e
quindi di prevedere lo scioglimento del contratto e la dimissione?

Allo stato attuale delle cose, in attesa di predisporre un modello di contratto di locazione “sociale”,
si può suggerire un contratto di locazione ad uso transitorio con l’apposizione di specifiche clausole
che ne accompagnino la durata ai percorsi di accompagnamento sociale. La causa contrattuale dovrà
essere corretta e integrata con la previsione delle tipologie dei servizi erogati e delle relative
modalità. Si può ricordare, in termini di analogia, il contratto di inserimento lavorativo, che è una
tipologia contrattuale diretta a realizzare, attraverso un progetto individuale di adattamento delle
competenze professionali del lavoratore ad un determinato contesto lavorativo, l’inserimento o il
reinserimento nel mercato del lavoro: tale tipologia contrattuale deve contenere il progetto
individuale, che ne forma parte integrante.

Se dopo 12 o 18 mesi l’inquilino non ha raggiunto gli obiettivi prefissati nel progetto e il suo
contratto è scaduto è possibile farne uno ex-novo per altri 18 mesi, ma farlo durare solo altri 6
mesi?

Nuovamente la risposta è condizionata dal tipo di contratto utilizzato. La locazione transitoria, per
legge, non è prorogabile, potendosi semmai chiedere al locatore di trasformarla in un contratto
tradizionale della durata di quattro anni più quattro. Tale soluzione però non si attaglia alle esigenze
di Housing sociale, ove semmai è proponibile prevedere durate più brevi e rinnovabili. Anche in tal
caso si suggerisce la cautela di non superare il periodo complessivo di 18 mesi previsto per le
locazioni, pena il rischio di contestazioni circa una simulazione contrattuale.

4. Contratto e rimborsi spese

Quale tipo di contratto è adatto a regolare per 12 mesi al massimo di ospitalità di persone per cui
non è richiesto un affitto mensile, ma bensì la corresponsione di una quota mensile
progressivamente più alta per la copertura delle spese delle utenze, delle spese di gestione (e

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8

accantonamento per manutenzione) e/o di partecipare con il proprio lavoro mettendo in atto una
forma di restituzione sociale? Occorre specificare nel contratto a che cosa corrisponda la quota
richiesta e a quanto ammonti dal I al VI mese e dal VI al XII mese?

Si tratta di contratto atipico, che non segue la corrispettività delle prestazioni tipica per i contratti di
locazione. Il modello contrattuale deve essere appositamente costruito, specificando fin d’ora che
occorrerà determinare la quota richiesta e l’ammontare dal I al VI mese e dal VI al XII mese di
efficacia.

5. Contratto e residenza

Come tutelarsi quando il contratto scade, l’inquilino va via, rispetto al cambio di residenza (sia
esso cittadino immigrato o abbia altro status)?

Si tratta di una esigenza prevalente del conduttore, che difficilmente ha interesse a mantenere la
propria residenza in un luogo ove non vive più. Può essere inserita un’apposita clausola contrattuale,
alla quale far seguito, nell’ipotesi in cui non venga osservata alle conseguenti segnalazioni di abuso
presso l’Autorità di P.S. ed anagrafica.

6. Coabitazione

Come formulare un contratto di ospitalità (massimo 12 mesi con un gruppo di coabitanti)
prevedendo quote di rimborsi spese differenti (chi ha camera singola- chi condivide camera)? Il
contratto deve essere rifatto quando cambia un coabitante?

Anche in questo caso si tratta di contratto atipico che non segue la corrispettività delle prestazioni
tipica per i contratti di locazione. Il modello contrattuale deve essere appositamente costruito,
specificando fin d’ora che occorrerà determinare la quota richiesta e l’ammontare nei confronti di
ciascun occupante. Difficile comprendere l’esigenza di stipulare con un gruppo non stabile di
persone riunite fra loro. Essendo l’adempimento obbligazione personale, lo stesso dovrà essere
incorporato con clausole sottoscritte da ciascun conduttore interessato.

7. Contratto e anziani

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Quale tipo di contratto è adatto a regolare ospitalità di persone (over 65 anni) fin tanto che
permangono le loro autonomie personali (fisiche e mentali) e prevedere loro passaggio a
struttura più idonea per provvedere a nuovi bisogni assistenziali?

Si suggerisce un contratto a causa mista, locatizia e di servizi, con apposite previsioni sulla durata.

Quali criteri non si possono utilizzare (es luogo di nascita e nazionalità) per costruire
graduatorie e regolare gli accessi a strutture per anziani autosufficienti, quando si vuole tutelare
la popolazione locale che ha contribuito alla realizzazione della struttura e percepisce la struttura
come una parte della propria comunità?

La cittadinanza europea impedisce di subordinare l’erogazione di servizi e la possibilità di
partecipare a procedure selettive pubbliche al possesso di requisiti di territorialità, salvo esigenze
imperative di interesse generale. Tali voci di valutazione possono semmai essere considerate in
termini di garanzia alla collettività territoriale di un servizio diversamente non presente, per
esempio mediante criteri che favoriscano la prossimità territoriale dell’utenza, non rendendola
tuttavia necessaria né tantomeno esclusiva.

8. Altra documentazione

Quale documentazione correlare al contratto: patto d’adesione, progetto educativo
individualizzato, regolamento di ospitalità? Quali caratteristiche /informazioni devono
necessariamente contenere per supportare il carattere transitorio del contratto?

Tutti i documenti dai quali si assume discendano effetti sulla durata del contratto, che comportano
obbligazioni in capo alle parti debbono essere espressamente richiamati dal contratto, come si è
chiarito sopra, al fine di correlare effetti giuridici anche in relazione ad eventuali ipotesi di
inadempimento o verificarsi di eventuali condizioni sospensive o risolutive ad esso apposte.

Quali elementi deve contenere il contratto oltre ai riferimenti catastali e dei locali?

Il contratto per essere valido deve contenere l’indicazione dei soggetti, dell’oggetto, della causa.
Ovviamente nella materia di che trattasi occorre enucleare schede contrattuali confacenti

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all’esigenza che caso per caso debbono essere prudentemente valutate in ragione della specifica
esigenza di housing sottesa alla formalizzazione di obblighi tra le parti.

9. Autorità di Pubblica Sicurezza

Occorre sempre trasmettere entro 48 ore l’identità del conduttore alle autorità di P. S.?

Le ipotesi in cui ricorre tale obbligo sono :

Quando si cede la proprietà o il godimento o a qualunque altro titolo si consente, per un tempo
superiore a un mese, l’uso esclusivo di un fabbricato o di parte di esso ha l’obbligo di comunicare
all’Autorità locale di pubblica sicurezza, entro quarantotto ore dalla consegna dello immobile, la
sua esatta ubicazione, nonché le generalità dello acquirente, del conduttore o della persona che
assume la disponibilità del bene e gli estremi del documento di identità o di riconoscimento, che
deve essere richiesto all’interessato;

Quando a qualsiasi titolo, si dà alloggio ovvero si ospita uno straniero o apolide, anche se parente o
affine, ovvero si cede allo stesso la proprietà o il godimento di beni immobili, rustici o urbani, posti
nel territorio dello Stato, è obbligatorio darne comunicazione scritta, entro quarantotto ore,
all’autorità locale di pubblica sicurezza.
In questo caso, la comunicazione comprende, oltre alle
generalità del denunciante, quelle dello straniero o apolide, gli estremi del passaporto o del
documento di identificazione che lo riguardano, l’esatta ubicazione dell’immobile ceduto o in cui la
persona è alloggiata, ospita o presta servizio ed il titolo per il quale la comunicazione è dovuta. Si
segnala che in questa ipotesi non ricorre l’esimente7 per il lasso temporale inferiore ai 30 gg.

Nel contratto e nel regolamento va esplicitata la necessità di comunicare l’identità dell’inquilino
all’autorità di P. S.? Che cosa si intende per P. S.?

Non è indispensabile, ma occorre adempiere all’obbligo normativo appena ricordato.

La comunicazione va presentata all’Autorità locale di Pubblica Sicurezza (Polizia di Stato) del
luogo ove si trova l’immobile: Questura o Commissariato di P.S. del Comune capoluogo di


  È 
  possibile 
  derogare 
  dall’obbligo 
  di 
  segnalazione

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11

provincia.
Commissariato di P.S. nei comuni ove presente; o, ove questo manchi, al Sindaco
presso il Comando Polizia Municipale od altro Ufficio comunale preposto.

Quali rischi per non avere comunicato alla P.S. l’identità dell’inquilino?

Si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 103,00 a euro 1549,00.
La violazione è accertata dagli organi di polizia giudiziaria, nonché dai vigili urbani del comune ove
si trova l’immobile. La sanzione è applicata dal sindaco ed i proventi sono devoluti al comune. Si
applicano, per quanto non previsto, le disposizioni della legge 24 dicembre 1975 n. 706.
Comunque, i sensi dell’art. 16 L. 681/81 è previsto il pagamento in misura ridotta entro 60 giorni
dalla notifica del verbale di accertamento dell’illecito amministrativo della somma di euro 206,00

10. Tipologie di contratti

Caratteristiche dei contratti alberghieri e casi in cui occorre impiegarli

La distinzione tra locazione e contratti di ospitalità di tipo ricettivo è ben spiegata dal giudice
amministrativo: mentre il secondo rapporto è accompagnato dalla prestazione di servizi personali
(che del rapporto stesso sono accessorio e complemento imprescindibile), nella locazione, invece, la
persona del locatore rimane del tutto estranea alla vita dell’ospitato ed ogni relazione tra i contraenti
si esaurisce nella conclusione del negozio giuridico, senza che vi sia posto per rapporti di fatto,
riconducibili alla nozione di ospitalità; conseguentemente, deve ritenersi illegittima l’intimazione a
cessare immediatamente l’attività ricettiva abusiva, qualora risulti accertato in via di fatto il
mancato svolgimento di quelle obbligazioni o servizi che caratterizzano l’attività di affittacamere e
che possono dar vita a un tale tipo di contratto 8.

I contratti di tipo alberghiero possono essere utilizzati nelle residenze temporanee anche se non si
tratta di strutture ricettive in senso stretto?

La risposta è negativa; semmai si possono utilizzare i contratti ad uso assistenziale, di cui si è
parlato sopra, ai sensi dell’art. 42 della legge 392 del 1978.


  ad 
  esempio 
  T.a.r. 
  Toscana, 
  sez. 
  III, 
  04-­‐08-­‐2000, 
  n. 
  1826

Pag. 12

12

Quale tipologia di contratti adottare per regolare l’ospitalità di malati che non si sa quanto
rimarranno? Se inferiore ai 10 gg? Se inferiore al mese? Se superiore al mese? Al momento
l’associazione ospitante non fa contratti e i malati fanno delle offerte per contribuire in parte alle
spese. L’associazione comunica la presenza dei malati alle autorità di P.S. E’ corretto?

Pare corretto. Non sono infatti ravvisabili gli estremi del contratto di locazione; in tal caso
trattandosi di attività di ospitalità con erogazione di servizi socio-assistenziali.

Quali tipologie di contratti sono adatti a regolare l’ospitalità di operatori residenti per 12-24
mesi? Per emergenza abitativa? Per studenti? Per city users (ossia persone che vengono in città
per utilizzare i servizi o per partecipare ad eventi)?

Sicuramente contratti a causa mista, locatizia e di servizio, differenziati nell’oggetto, nella durata e
nelle clausole che regolano ed estinguono il rapporto tra le parti in ragione delle esigenze sociali di
volta in volta ricorrenti.

E’ corretto che un ente pubblico faccia riferimento alla normativa vigente per l’ERP
coniugandola con i patti educativi per gestire l’ospitalità di Housing sociale?

Anzitutto occorre ricordare che la legge n. 431 del 1998 (quindi, in particolare, le disposizioni sulla
locazione ad uso transitorio) non si applica ai contratti stipulati dagli enti locali per soddisfare le
esigenze abitative di carattere transitorio (cioè, ad esempio, le case prese in affitto per dare un
alloggio temporaneo agli sfrattati).

Con riferimento all’ancoraggio all’ERP, la situazione in Piemonte è molto diversificata: da una
parte sono presenti i Comuni che non sono stati oggetto di investimenti in edilizia residenziale
pubblica, i quali affrontano il disagio abitativo dei cittadini attingendo ad un ventaglio di soluzioni
composto sostanzialmente da beni di proprietà comunale, beni di proprietà di enti religiosi e
strutture ricettive temporanee. Dall’altra parte sono presenti Comuni che sul proprio territorio
ospitano quote di edilizia residenziale pubblica e attraverso questa sono stati in grado di sviluppare
politiche abitative più sistematiche di risposta al disagio abitativo proveniente anche da specifiche
categorie di popolazione. Il riferimento all’ERP per i primi Comuni è operazione di estensione

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analogica di istituti non direttamente invocabili e dunque richiede un’attenta analisi di
compatibilità.

Nel caso in cui si ospiti gratuitamente occorre normare/regolare il rapporto tra chi offre
l’accoglienza e chi l’accetta?

La questione pare essere prevalentemente di tipo probatorio. La mancata regolazione del rapporto
può sollevare maggiori criticità applicative, fermo restando che in caso ci contestazione spetta al
giudice di merito desumere in concreto quale tipo di rapporto giuridico sussista, anche di natura
diversa rispetto quello dichiarato dalle parti (cfr. ad es. Cass., 28-02-1986, n. 1297 proprio su un
caso di prestazione di ospitalità o di servizio).

Come modificare un contratto in essere?

Mediante la stessa forma giuridica del negozio originario.

Se si è stipulato un contratto di una durata non prevista dalla normativa, quali possono essere gli
effetti sul contratto stesso?

Si tratta di una ipotesi di nullità parziale del contratto. Il giudice, valutata la fattispecie, dichiara
nullo il contratto per violazione di norma imperativa nella parte in cui prevede una durata
insufficiente rispetto alla corrispondente previsione normativa. Ad es. un contratto ad uso transitorio
del quale venga accertato che non esistano i presupposti legali della transitorietà, viene dichiarato
della durata normativamente prevista per il contratto generale per uso abitativo, di anni 4+4.

11. Registrazione

Quali contratti devono essere registrati?

La L. 449/97, art. 21 co.18, ha introdotto l’obbligo della registrazione per tutti i contratti di
locazione e affitto di beni immobili di qualsiasi ammontare, purché di durata superiore ai 30 giorni
complessivi nell’anno. Per i contratti di locazione di beni immobili, ed esclusivamente per questi, è

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prevista l’autoliquidazione da parte del contribuente. La registrazione del contratto ed il pagamento
dell’imposta vanno fatti entro 30 giorni dalla data degli atti (o dall’inizio della loro esecuzione, in
caso di contratto verbale).

I contratti di comodato di beni immobili scritti (redatti come atto pubblico, con scrittura privata o
non autenticata) sono soggetti all’imposta di registro nella misura fissa di 129,12 euro.

I contratti di comodato in forma verbale (sia di beni immobili che mobili) non sono soggetti
all’imposta di registro.

Quali rischi per non avere registrato un contratto?

La legge n. 311/2004, meglio nota come la Finanziaria 2005, ha introdotto importanti modifiche alla
disciplina delle locazioni degli immobili urbani. L’articolo I, comma 346, dispone che “I contratti di
locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di
loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”.
Quindi: se il contratto doveva essere registrato e non lo è stato, per il diritto è improduttivo di
effetti.

12. Domicilio e residenza

In quali casi è più opportuno fare richiesta per la residenza, in quali invece è preferibile la
richiesta del domicilio (immigrati, ex detenuti, donne con figli, single, etc)?

L’”opportunità” per definizione, non può che essere valutata caso per caso. Si possono comunque
fornire delle indicazioni di massima:

Lo straniero può stabilmente insediarsi sul territorio dello Stato, in funzione al tenore dell’atto che
ne ammette l’accesso al territorio medesimo: in forza di un cd. Visto turistico, appare improbabile
che allo straniero venga consentito di acquisire la residenza in Italia. Se il visto è occasionato da
motivi di lavoro, occorre verificare se il datore abbia, o meno dotato il lavoratore di una dimora, e
per quanto tempo. Si tratta di valutazioni, foriere di risvolti anche giuridicamente delicati, da
svolgere di volta in volta, nella prospettiva di effettive esigenze di housing.

Quanto all’ex detenuto, occorre verificare se alla pena scontata non sia stata applicata una misura
accessoria che ne limita il libero insediamento sul territorio dello Stato.

Pag. 15

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Come si può fare decadere la residenza quando l’inquilino ha lasciato l’appartamento
locazione?

Se si teme l’abuso da parte dell’ex conduttore, si segnala all’Autorità di P.S. Ed al servizio
anagrafico del Comune che quella persona ha risolto il proprio contratto di locazione, con ogni
effetto conseguente, al fine di consentire lo svolgimento di ogni necessario accertamento.

in

13. Gestione del contratto

Come tutelarsi quando il contratto scade, ma l’inquilino non intende lasciare l’appartamento?

Anche in questo caso la risposta è condizionata dal tipo di contratto utilizzato. Non pare infatti in
linea con lo spirito che anima le azioni di Housing sociale applicare le disposizioni sullo sfratto per
morosità. Nella predisposizione del modello contrattuale a causa mista occorrerà prevedere
differenti ipotesi di recesso e di risoluzione del contratto, nella parte dedicata alla regolazione delle
attività di ospitalità.

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Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea -housing sociale

marzo 13, 2012

tratto da https://docs.google.com/viewer?

 

Cosa significa ‘qualità dei servizi’?

 

La nozione di qualità, secondo la CE, ha avuto modo di conformarsi agli obiettivi ed ai
principi di organizzazione dei servizi sociali individuati nella comunicazione 2007 SGI/SSIG
[1].
Tra questi principi ci sono: l’orientamento alla persona, la non discriminazione, il rispetto
per la diversità degli utenti, il radicamento nella tradizione locale, la prossimità tra op-
eratore e utente, il principio di solidarietà, ecc. Chiaramente, questi principi sono troppo
grandi per essere misurati o valutati. Tuttavia, come gli esempi dei vari paesi mostrano
in questa ricerca, i paesi e le regioni dell’Unione Europea hanno una varietà di strumenti
normativi, per definire, misurare e valutare gli standards di qualità in una vasta diversità
di modi.
Standard ‘Tecnici’ e ‘Sociali’

 

Vi è una distinzione tra standard ‘tecnici’ e ‘sociali’ , come si può vedere dagli esempi
dei vari paesi presenti in questa ricerca. Nel campo degli alloggi, gli standard tecnici com-
prendono i regolamenti edilizi, le norme ambientali, ecc. che sono obiettivi più misurabili
rispetto agli standard di tipo sociale. Gli standard sociali tendono a essere legati ai servizi
al cliente e al rapporto tra i residenti ed il proprietario/gestore degli alloggi. Sono più
‘soggettivi’ e sono stati sviluppati più di recente. In tutto il mondo le tendenze sono verso
un maggiore coinvolgimento degli utenti come parte della modernizzazione dei servizi
sociali (cfr. Box 1a e 1 b).

 

Vale la pena notare che, nel campo dell’ edilizia sociale, gli standards ‘tecnici’ e ‘sociali’
sono strettamente legati alla qualità del servizio. Infatti, mentre l’abitazione è un bene
fisico che richiede manutenzione tecnica, la natura specifica della prestazione di questo
bene (un servizio sociale), implica attenzioni sia tecniche che sociali.

 

Box 1 a

 

Norme internazionali in materia di certificazione utilizzate da alcuni operatori di alloggi
sociali nell’UE

 

AA1000

 

questi standard , Serie AA1000, sono basati su principi che costituiscono la base per migliorare la sos-
tenibilità delle prestazioni delle organizzazioni. Questi sono applicabili alle organizzazioni di ogni settore,
compreso il settore pubblico e la società civile, di qualsiasi dimensione e in ogni regione. Gli Standard sono
sviluppati attraverso un’ampia consultazione con i membri, gli operatori e le altre persone interessate. Un
comitato tecnico di membri sovrintende allo sviluppo delle Serie AA1000.

 

SA8000

 

Organizzazioni non governative (ONG) e gli analisti esaminano gli investimenti e le organizzazioni per
valutare le norme minime che sono sostenuti sul posto di lavoro per garantire che i lavoratori stiano
ricevendo un trattamento equo. Queste e altre parti interessate, ivi compresi i dipendenti, sono sempre
più l’elemento di valutazione dell’ impegno dell’ organizzazione a garantire un equo e giusto ambiente di
lavoro e trasparenti pratiche commerciali. Lo standard più riconosciuto a livello mondiale per la gestione
di diritti umani nel posto di lavoro è la Social Accountability International SA 8000:2001. E’ il primo stan-
dard verificabile, adatto per le organizzazioni di ogni dimensione in tutto il mondo.

 

Osservatorio Europeo del Social Housing

 

Focus tematico sugli standard dell’ edilizia sociale: l’invecchiamento e l’ambiente

 

In sintonia con le principali sfide previste dagli operatori dell’edilizia sociale nel prossimo futuro [2],
sono nati degli standard qualitativi in questo settore. Qui ci si riferisce solo ad alcuni esempi che il-
lustrano questa tendenza:

 

Invecchiamento

 

L’ “Habitat Senior Services” è un marchio che mira a integrare l’invecchiamento con delle strategie
degli operatori degli alloggi sociali in Francia. Attualmente, un certo numero di organizzazioni stanno
attuando un progetto pilota su questo marchio.
L’obiettivo è quello di rispondere alle esigenze degli anziani in ter-
mini di gestione efficiente dello stock abitativo e fornitura di servizi
personalizzati e adattati agli anziani. L’ iniziativa è sostenuta da un
numero di ministeri e istituzioni (ad esempio, sanità, affari sociali,
ecc) e cerca di affrontare questi problemi in un modo trasversale,
toccando i temi della costruzione, ristrutturazione, dei servizi ai resi-
denti, ecc.

 

Tuttavia, la situazione varia notevolmente tra i vari paesi per quanto riguarda l’esistenza di
uno o dell’altro aspetto della qualità del servizio. Per esempio, mentre nelle Fiandre (Bel-
gio) le norme tecniche per l’edilizia sociale sono considerate particolarmente specifiche e
piuttosto di alto livello, la stessa regione non ha alcuna definizione di norme sulla qualità
dell’offerta di servizi nel settore dell’edilizia pubblica.

 

Nei Paesi Bassi, d’altro canto, non ci sono specifiche norme di qualità per l’edilizia sociale
rispetto al settore privato degli alloggi. Data l’elevata quota di affitto negli alloggi sociali a
confronto del costo sul libero mercato degli alloggi, le norme di qualità sono le stesse che
per il privato. Tuttavia, vi sono norme specifiche per la fornitura di servizi e prodotti per
gruppi particolari, come ad esempio gli anziani. Il centro olandese di qualità per il settore
abitativo, ad esempio, ha un marchio di qualità per la fornitura di servizi in questo set-
tore (ad esempio gli aspetti ‘di servizio ai clienti’). Un marchio di qualità simile è usato da
Housemark in Inghilterra. L’ Ispettorato della Commissione Edilizia sta utilizzando una Linea
chiave di lettura (KLOE’s) che contiene anche criteri per l’edilizia abitativa e la qualità del
servizio. La Germania è un altro caso in cui le norme tecniche per la costruzione si applicano
per l’intero settore abitativo, con assenza di specifiche norme per l’edilizia sociale.

 

Box 1 b

 

Norme internazionali in materia di certificazione utilizzate da alcuni operatori di alloggi
sociali nell’UE

 

Norme ISO

 

Le famiglie delle ISO 9000 e ISO 14000 sono tra gli standard ISO più noti. ISO 9001:2000 e ISO 14001 (le
versioni 1996 e 2004) sono adottate da più di un milione di organizzazioni in 161 paesi.

 

La famiglia ISO 9000 indirizza la “gestione della qualità”. Ciò significa che l’organizzazione deve sod-
disfare:

 




 

requisiti di qualità del cliente, e
requisiti regolamentari applicabili, al fine di
migliorare la soddisfazione dei clienti, e
raggiungere un miglioramento continuo delle proprie prestazioni
nel perseguimento di questi obiettivi.

 

La famiglia ISO 14000 indirizza la “gestione ambientale”. Ciò significa che l’organizzazione deve:

 


 

ridurre al minimo gli effetti nocivi per l’ambiente causati dalla sua attività, e
raggiungere un miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali.

 

La famiglia di norme ISO 9000 rappresenta un consenso internazionale sulle buone pratiche di gestione
della qualità. E’ la norma che fornisce una serie di requisiti standardizzati per una gestione della
qualità del sistema, indipendentemente da ciò che l’utente fa, le sue dimensioni, o se sia nel settore
privato o pubblico. Essa definisce le condizioni che un sistema di qualità deve soddisfare, ma non dice
come devono essere soddisfatte da una determinata organizzazione. Questo lascia grandi possibilità e
flessibilità per l’applicazione in vari settori di attività e culture d’impresa, così come in diverse culture
nazionali.

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo del Social Housing

 

Quadro Giuridico e Normativo per gli Standard di
Qualità negli Alloggi Sociali: cinque paesi esempio

 

Inquadramento

 

Gli operatori degli alloggi sociali in tutta l’Unione Europea sono soggetti a una grande varietà di leggi e regolamenti nazionali,
regionali e locali che stabiliscono un altrettanto diverso contesto di principi di qualità e standards.

 

Mentre in alcuni paesi le leggi derivanti da diverse politiche settoriali istituiscono questi principi, in altri vi è uno specifico
organismo di regolamentazione incaricato del settore dell’edilizia sociale, che stabilisce principi e norme di qualità person-
alizzate. Inoltre, molto spesso i fornitori hanno concordato su base volontaria le norme di qualità. Di conseguenza, abbiamo
diviso questi standards in ‘minimi’ ed ‘extra’ (come definito in ciascun paese), distinguendo il tipo di impegno che li lega agli
operatori, vale a dire ‘obbligatorio’ o ‘volontario’.

 

Come si può vedere dalla nostra indagine nei cinque paesi selezionati (tabella 1), le norme minime tendono ad essere imposte
per legge in tutti i casi, e coprono la maggior parte dei campi di indagine. Inoltre, vi è una varietà di norme ‘extra’, che vanno
da obbligatoria a volontaria, che coinvolgono maggiormente l’ultimo settore.

 

Tabella 1

 

Panoramica delgi standard di qualità in cinque Stati membri dell’Unione Europea secondo il
campo di applicazione, il livello di qualità e il tipo di impegno

 

Esempi Nazionali

 

AUSTRIA

 

Contesto normativo

 

In Austria, gli operatori dell’alloggio ‘senza scopo di lucro’ sono regolati dalla legge austriaca sul no-profit, che esenta questi
attori dai diritti commerciali e stabilisce restrizioni per il loro campo di attività/servizi. Anche se tali attività sono limitate all’
“alloggio”, sono anche accettati “servizi aggiuntivi connessi con le abitazioni e i loro abitanti” .

 

Standards Minimi

 

Standard minimi di qualità in Austria sono obbligatori in tre settori di attività, ossia: abitazioni /edifici, ambiente/vicinato e
le relazioni con il proprietario dell’alloggio. A livello di abitazione, gli standard sono definiti dal Codice Edilizio Provinciale
(regionale) . Gli standard minini obligatori a livello di vicinato consistono nella realizzazione di strutture di supporto per gli
abitanti, ad esempio, parchi gioco per bambini. Spazi verdi sono talvolta richiesti e consegnati tramite gara d’appalto. Vale la
pena notare che ulteriori norme a livello di vicinato sono a volte su base volontaria.

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo del Social Housing

 

AUSTRIA (continua)

 

Norme che regolano il settore delle relazioni con il proprietario dell’alloggio sono stabilite dal Codice dell’Affitto nazionale,
che definisce gli standards in materia di contratto di locazione e gli obblighi per i proprietari e per gli inquilini; ad esempio, es-
socomprende la presentazione dei bilanci annuali ai locatari. Inoltre, nelle cooperative hanno una posizione speciale i membri
(inquilini) che hanno il diritto di partecipare e di votare in Assemblea Generale. Questo è legiferato nella ‘Legge Nazionale delle
Cooperative’.

 

Standards Extra

 

In Austria ulteriori norme sono dettate da linee guida sia di natura obbligatoria che volontaria che riguardano i temi alloggio/
edificio e relazione con il il proprietario. Ulteriori norme sui servizi aggiuntivi sono presenti a livello volontario.

 

In termini di contenuto, lo Schema di assetto della Promozione Provinciale (regionale) definisce qualità extra (ad esempio il
livello energetico) per gli alloggi sovvenzionati in aggiunta alle norme minime di applicabilità descritte sopra. Allo stesso tempo,
standards extra nel rapporto con il proprietario sono regolati dalla legge no-profit, che definisce un ulteriore controllo e la super-
visione sull’efficienza finanziaria; vi è un livello massimo di spese per l’amministrazione e la gestione.

 

Sul tema abitazioni/edifici sono definiti altri standars su base volentaria chiamati “any with limits”; esistono livelli massimi
definiti dalla legge no-profit e dalla Promotion Acts che intervengono a prevenire il raggiungimento di livelli classificabili di
“lusso”; ad esempio, si determina una dimensione massima delle abitazioni, un massimo di costi di costruzione, ecc. Per quanto
riguarda il rapporto con il proprietario dell’alloggio, vale la pena notare il riadattamento delle attività e la partecipazione dei lo-
catari. Standards extra in materia di servizi aggiuntivi sono stabiliti dalla legge no-profit nella norma che accetta “alloggi e servizi
connessi per gli abitanti”. Tra questi possono essere annoverati: i servizi di ristrutturazione per le abitazioni e di assistenza per il
cambiamento di residenza. Dialogare con i problemi sociali significa anche integrare nella “normale” gestione la realizzazione di
servizi speciali “esterni”.

 

Ultime ma non meno importante, vale la pena menzionare la Tenant Act e la Consumers’ Protection Act le quali assicurano che i
diritti degli affittuari siano rispettati. L’austriaca Tenant Act affronta anche Il principio di “continuità”, che accetta sia gli affitti
illimitati che a breve termine. Infatti, il 95% dei contratti nell’ Housing No-Profit sono illimitati. Infine, i principi di trasparenza e
di responsabilità sono assicurati dal fatto che i gestori dell’Housing No-Profit sono obbligati per legge a presentare annualmente i
calcoli e i bilanci ai loro inquilini.

 

INGHILTERRA

 

Contesto normativo

 

In Inghilterra, le attività degli operatori degli alloggi sociali sono regolati dalla Housing Corporation, l’ agenzia del governo na-
zionale che finanzia nuovi alloggi a prezzi accessibili e regola le Housing Association (HA). La HC stabilisce le norme per le HA e
ha meccanismi per assicurare che queste siano soddisfatte. L’ Housing Corporation ha anche un apposito Centro per la ricerca e
Market Intelligence (CRMI). Il CRMI produce ricerche sulla qualità, analisi, innovazione e buone pratiche.
Ogni associazione per l’alloggio con più di 250 abitazioni è continuamente valutata sul rendimento nel quadro di un codice di
regolamentazione che giudica la redditività, la governance e la gestione, e su come ha utilizzato ogni fondo assegnatogli dalla
Corporation. L’ Housing Corporation Assessment(HCAs) consiste in una sintesi delle prestazioni come un “semaforo” in quattro
settori chiave di prestazione e di una narrazione per dare informazioni più dettagliate.

 

In aggiunta alla Housing Corporation,le HA inglesi sono soggette a una serie di ‘codici’ che hanno fissato standards qualitativi in
diversi campi, in particolare, la costruzione, la progettazione, l’ambiente, ecc. La Commissione di controllo, ad esempio -un
organismo indipendente che mira a guidare l’economia, l’efficienza e l’efficacia nei servizi pubblici locali- aiuta le autorità locali,
l’ALMOs e gli alloggi a migliorare i loro servizi attraverso controllo, ispezione e ricerca. Essi inoltre collaborano con la Housing
Corporation per contribuire a migliorare le prestazioni delle HA.

 

Standards minimi

 

Norme minime in Inghilterra sono presenti per tre dei quattro settori della nostra indagine, vale a dire: abitazione/edificio,
vicinato/ambiente, e relazione con il proprietario. A livello di abitazione/edificio, queste sono fissate dal governo nazionale at-
traverso la costruzione di regolamenti e la ‘Decent Homes Standard’. Tale accordo prevede che una ‘casa dignitosa’ debba essere
calda, resistente e avere ragionevoli comfort moderni. Con questa politica, il governo mira a rendere tutte le case dei Comuni e
delle associazione per la casa dignitose e vuole anche migliorare le condizioni per le famiglie vulnerabili in alloggi di proprietà
privata, in particolare per le famiglie con bambini.

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo Per il Social Housing

 

INGHILTERRA (continua)

 

A livello di ambiente /vicinato, il Codice per la Casa Sostenibile (livello 3) redatto dal
governo centrale misura la sostenibilità di una nuova casa nei confronti di nove categorie
di progettazione sostenibile, dando un punteggio alla ‘casa’ come un pacchetto completo.
Il codice utilizza un sistema di punteggio che va 1 a 6 stelle per comunicare la sostenibilità
globale delle prestazioni di una nuova casa. Il Codice stabilisce standard minimi per l’energia
e l’utilizzo di acqua ad ogni livello e, in Inghilterra, sostituisce lo schema per la Eco-casa,
sviluppato dal Building Research Establishment (BRE).

 

Il rapporto con il proprietario è gestito dall’autorità di regolamentazione attraverso la legis-
lazione in materia di spese, affitto, senzatetto, ecc.
In aggiunta a queste norme obbligatorie, le associazioni per
la casa inglese possono aderire ad una serie di norme di
qualità in modo volontario; nel tema ambiente/quartiere, il
governo ha fissato il Codice per la casa sostenibile (livello
4+), mentre nel campo delle relazioni con il proprietario
è stata istuituita la figura del Mediatore per la casa che
raccoglie i reclami. Il servizio di mediazione per la casa rac-
coglie le denunce contro membri delle organizzazioni, e si
occupa di altre dispute relative alla casa. Housing Act del
1996 impone a tutti i proprietari ‘sociali’ del territorio di
avere tale servizio, ma non obliga gli enti locali: gli inquilini
delle proprietà pubbliche devono presentare denuncia al
Mediatore del governo locale. Esso comprende tutti i pro-
prietari che sono registrati alle Housing Corporation e qual-
siasi proprietario che gestisce case degli enti locali, come
ad esempio le ‘local housing company’.
Il servizio comprende anche i proprietari che hanno aderito volontariamente. Tutti i resi-
denti di case gestite da un proprietario o un agente che appartiene al Servizio possono
servirsene.

 

Standards Extra

 

L’unico standard extra in Inghilterra nel settore degli alloggi sociali è al livello di abitazione/
edificio, e sono gli Indicatori per la Progettazione e la Qualità (spazio standard), istituito
dal legislatore. Lo Standard per la Progettazione e la Qualità è stato fissato dalle Racco-
mandazione e richieste per le Corporation (2007) e riguarda tutte le nuove abitazioni che
ricevono finanziamenti dalla Corporation, esso comprende:

 

• un approccio razionalizzato alla definizione delle norme – verso tre principali standard per
l’ambiente interno, l’ambiente esterno e la sostenibilità;

 

• case più forti sul tema della sostenibilità – così da raggiungere un minimo del codice per la
Casa Sostenibile Livello 3;

 

• ulteriori norme specifiche per la maggiore densità abitativa della famiglia;

 

• disposizione BME, per gli alloggi pe ri disabili e gli alloggi per gli anziani.

 

Nello stesso settore ma su un livello di volontariato, vi sono ulteriori norme sullo spazio che
le Housing Association possono rispettare. Inoltre, standards extra su base volontaria sono fis-
sati dal HouseMark attraverso un sistema di analisi comparativa. HouseMark è una joint ven-
ture tra il Chartered Institute of Housing (CIH) e la National Housing Federation (NHF) che
cerca di promuovere e consentire di miglioramento delle prestazioni: una condivisione tra
conoscenze e buone pratiche; fornire confronti significativi di efficacia; e fornire consulenza
e sostegno. Lavorano con più di 640 organizzazioni aderenti e anche con la Housing Corpora-
tion, la CLG, e l’Audit Commission Housing Inspectorate, laComunity Housing Cymru, l’ IDeA,
la Nazional Federation delle ALMOs e altre importanti organizzazioni che aiutano le autorità
locali, e gli ALMOs e le associazioni per la casa per migliorare l’erogazione del servizio.

 

Ulteriori norme volontarie in questo campo sono state istituite dalle CIH guidance per le
buone pratiche e la NHF codes. Inoltre, la NHF è attualmente nella fase di raccolta di infor-
mazioni sugli standard di qualità sui servizi aggiuntivi per gli inquilini attraverso un controllo
di tutte le attività dei membri. Nessuno di questi standards è un requisito imposto dal gov-
erno o dall’autorità di regolamentazione.

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo Per il Social Housing

 

FRANCIA

 

Contesto normativo

 

Le attività degli operatori dell’ edilizia sociale francesi prestatori sono disciplinate da specifiche dis-

 

posizioni legislative e regolamenti, distinti dal diritto comune e regolamentato dal Codice di Costru-
zione e degli Alloggi (Le code de la Construction et de l’Habitation, CCH). Attualmente, la qualità
dei servizi ha la priorità per gli operatori l’edilizia sociale.[2] Nel giugno 2003 tutti gli operatori dell’
alloggio sociale, hanno adottato l’impegno professionale per la qualità dei servizi ( “Engagement de
Lille”). Esso misura i progressi nel lungo termine attraverso la valutazione fatta dagli inquilini ogni 3
anni. La prima indagine ha avuto luogo nel 2004.

 

ITALIA

 

contesto normativo:

 

Dal 1998 tutte le competenze relative agli alloggi sono state trasferite alle Regioni, che
devono determinare le proprie linee d’azione, gli obiettivi e le finanze e definire le mo-
dalità di intervento e di aiuto. L’Italia sta attraversando una drammatica carenza di al-
loggi sociali. A partire dalla seconda metà degli anni ‘80, le politiche pubbliche relative al
diritto alla casa sono state caratterizzate da una assenza dello Stato. A causa di tagli nei
trasferimenti dal bilancio nazionale, le Regioni hanno ridotto le loro politiche di sostegno
all’ edilizia pubblica. Inoltre, l’evoluzione della struttura socio-demografica del Paese ha
comportato una diversificazione dell ‘offerta di alloggi sociali, attori, e il dover soddisfare
una diversità di tipi di famiglie (immigrati, anziani, giovani, single, ecc).

 

In questo contesto con mezzi decrescenti ed esigenze crescenti, i fornitori di alloggi so-
ciali hanno adottato una serie di strumenti per rispondere alle esigenze di qualità in un
ambiente finanziario restrittivo. Il cosiddetto “Sistema Integrato”[3] riunisce una serie di
strumenti per valutare e migliorare le prestazioni in una varietà di aspetti, che vanno da
quelli fisici delle abitazioni e degli edifici, a quelli ambientali, ai servizi sociali per i resi-
denti. Tra questi, il ‘Bilancio Sociale’ è un sistema di responsabilità sociale che riunisce
gli aspetti di efficienza economica con quelli sociali, che è una caratteristica particolare
del settore dell’edilizia sociale. Ulteriori strumenti all’interno di questo quadro sono: la
‘Carta de Servizi’, uno strumento destinato a chiarire i diritti e gli obblighi dei residenti
e dei proprietari; i sistemi di responsabilità sociale delle imprese (SA8000), ed i sistemi di
prestazione energetica.

 

Standards minimi

 

In Italia ci sono norme minime in tre dei quattro campi di indagine, che sono: abitazione/
edificio, ambiente/vicinato e il rapporto con il proprietario. Interessante notare che il
solo standard obligatorio in Italia fa riferimento ai regolamenti nazionali e regionali sul
tema dell’ abitazione/edificio, e sono i Regolamenti Edilizi. Gli altri due settori (ambiente/
vicinato e relazione con il proprietario) corrispondono a ‘marchi’ come la responsabilità
sociale, ISO 9001, codici etici e bilanci sociali. Tali marchi sono basati su standard concor-
dati a livello internazionale (si veda il riquadro 1 per maggiori dettagli). Questa situazione
potrebbe riflettere il ritiro dello Stato dal tema delle abitazioni, come descritto in prece-
denza.

 

Standards Extra

 

Come con gli standard minimi, in Italia ci sono extra standards nei primi tre campi, che
sono tutti di natura volontaria. Mentre le norme supplementari a livello di abitazione/edifi-
cio consistono di incentivi regionali, gli extra standards a livello di ambiente/vicinato e per
quanto riguarda il rapporto con il proprietario si riferiscono agli stessi strumenti descritti
precedentemente nelle norme minime, vale a dire sono ‘marchi’ (responsabilità sociale,
ISO 9001, codici etici e bilanci sociali – si veda il riquadro 1 per maggiori dettagli).
Inoltre, sui temi dell’abitazione/edificio e dell’ambientale, le coperative italiane possono
sottoscrivere un codice di comportamento volontario in materia di ambiente, come ad
esempio il ‘codice concordato’ (Ancab) o l’etichetta “Qualità e sostenibilità”, di cui si tro-
vano maggiori informazioni nel riquadro a pagina 2 di questo studio (Federabitazione).

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo Per il Social Housing

 

Tabella 2

 

Panoramica dei quadri normativi di standard di qualità per tema nel settore dell’edilizia
popolare in 5 Stati membri dell’Unione Europea

 

Quadro normativo

 

Attività normata

 

-livello energetico

 

-massima grandezza degli alloggi,
massimi costi di costruzione

 

RESEARCH BRIEFING

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

Osservatorio Europeo Per il Social Housing

 

Riassunto dei punti chiave

 

• In alcuni paesi non vi sono norme specifiche per l’edilizia sociale, ma piuttosto norme
generali applicabili a tutto il settore abitativo (o per alcuni gruppi come gli anziani, i dis-
abili, ecc.). Altri paesi, tuttavia, hanno un regolamento specifico di settore che stabilisce
gli standards.

 

• I campi in cui le norme di qualità sono particolarmente ben sviluppate nel settore
dell’Housing Sociale sono gli alloggi per gli anziani e l’ambiente. Questo coincide con due
delle principali sfide con cui l’edilizia abitativa in Europa si deve confrontare, cioè la trasfor-
mazione demografica e la sostenibilità ambientale.

 

• La maggior parte dei paesi in esame hanno norme obbligatorie in quasi tutti i campi della
ricerca. Mentre gli standard minimi tendono ad essere obbligatori, quelli extra tendono ad
essere volontariamente adottati dagli operatori.

 

• Norme di qualità nel settore dell’edilizia sociale sono particolarmente ben sviluppate a
livello dell’ ‘abitazione/edificio’ e nel ‘rapporto con il proprietario’. Norme sui ‘servizi ag-
giuntivi ai locatari’ tendono ad essere di natura volontaria e meno diffuse in tutti i paesi
esaminati.

 

• Standard di qualità ambientale (in particolare in materia di efficienza energetica) sono in
rapido sviluppo nel settore dell’edilizia sociale in tutta l’UE.

 

• Norme di qualità a livello del’ ‘vicinato’ non sono definite in modo specifico, forse a causa
della natura di interdipendenza e multi-settorialità di questo livello.

 

Conclusioni

 

Il bisogno di meglio definire, misurare, valutare e migliorare la qualità dei servizi sociali è una necessità. Come i cinque paesi

 

analizzati mostrano, in materia di alloggi sociali, questa necessità è stata riconosciuta sia dai governi nazionali che dalle istituzi-

 

oni regionali, così come dagli operatori stessi, che, il più delle volte, si sono impegnati a rispetare tali principi di qualità a livello

 

volontario. Tuttavia, gli standards a livello dell’ Unione Europea presentano diverse sfide tecniche. In primo luogo, la grande di-

 

versità a livello nazionale e locale di condizioni (economiche, fisiche e sociali) rende difficile uniformare i criteri e gli indicatori.

 

Un altro ostacolo è la diversa disponibilità di dati, definizione, e cicli di raccolta; difficoltà che dovrebbero essere superate per

 

stabilire un credibile strumento di analisi comparativa a livello europeo. Inoltre, vi è la questione se le norme armonizzate sono

 

realmente utili per migliorare la qualità delle abitazioni in tutta l’UE. Mentre in alcuni casi, le norme comuni potrebbe servire

 

ad ottenere un ‘livello alto’, in altri potrebbe accadere il contrario. Tuttavia, in un contesto di intenso dibattito politico a livello

 

europeo circa la necessità di disporre di norme comuni, potrebbe essere opportuno lavorare sulla base di quanto è già stato fatto

 

in ciascun paese. E, questa ricerca è volta a dimostrare, non ci sono numerosi buoni esempi in tal senso.

 

Bibliografia

 

[1] European Commission (2008) Open call for
proposals VP/2008/004. Promoting quality of
Social Services of General

 

[2] Czischke, D. and Pittini, A. (2007) Housing
Europe 2007: Review of Social, Co-operative
and Public Housing in the 27 EU Member
States. CECODHAS European Social Housing
Observa-tory. Brussels.

 

[3] Cecchi, L (2008) Sistemi di gestione e
modelli organizzativi per l’edilizia residen-
ziale pubblica: il valore aggiunto del Sistema
integrato. Intervento al seminario di Firenze,
Italia del 22 Febraio 2008.

 

[4] CECODHAS Energy profiles. Available on:
www.cecodhas.org

 

www.sa-intl.org
Ringraziamenti
Le seguenti persone hanno collaborato nella raccolta di informazioni per l’elaborazione di questa ricerca:
Eva Bauer (GBV, Austria), Anna Maria Pozzo (Federcasa, Italy), Claus Hachmann (GDW, Germany), Ann
Roberts (NHF, England) and Gerard van Bortel (OTB, TU Delft, the Netherlands), Virginie Toussain (USH,
France).

 

RESEARCH BRIEFING

 

Sitografia

 

www.iso.org

 

www.accountability21.net

 

www.communities.gov.uk/news/corporate/702993

 

www.casaqualita.it/casaeco/01/01introduzione

 

progetto.php

 

www.communities.gov.uk/housing/decenthomes/

 

deliveringdecenthomes/whatis/

 

www.communities.gov.uk/planningandbuilding/

 

buildingregulations/legislation/englandwales/

 

codesustainable/

 

www.ihos.org.uk/

 

www.housemark.co.uk/

 

www.cih.org

 

Qualità dei Servizi nel Settore dell’Edilizia Abitativa Sociale dell’Unione Europea

 

www.stefanodisegni.it

marzo 9, 2012

 

danni da protratta occupazione alloggio popolare

marzo 9, 2012

vincenzo segue: Says:
interpellanza a http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2007/05/24/una-legge-per-leggere/Your comment is awaiting moderation.

Agosto 26th, 2008 at 09:25
Pubblicato il 26 08 2008 alle 9:11 quota

i danni da protratta occupazione nelle locazioni abitative
il Comune ha proceduto al recupero dell’alloggio popolare in mio uso,motivandone : per morosità (tramite sgombero su ordine dell’assessore alla casa ). Vorrei sapere se, oltre ai canoni arretrati, mi spetta pagare il 5% di interessi o penale come da legge (art. 5,e 55 l.392 /78) inoltre per danni subiti ho vissuto per 5 anni in un alloggio pubblico malsano il comune ha dichiarto dietro loro perizia uff. condizioni e osservazioni abitative che l’alloggio era salubre,non riconducibile alla soluzione di sgravio o di cambio alloggio.
Nella quasi totalità dei casi, lo sgombero per il rilascio dei locali – da parte del Comune – non coincide con la data di scadenza della notifica convocato o meno verbalmente dai Vigili di zona,CHE NE DICHIARANO IL SOGGETTO SCRIVENTE (irreperibile alla buca,così sono stato dichiarato in secondo stante,MA NE VIOLANO AFFISSIONE ALLA PORTA ). SEGUE AFFISSIONE IN ALBO PRETORIO_MA NE LAMENTAI L’ABUSO CHE FU FATTO A MIO CARICO,PUR SENO E’ SERVITO A NULLA –
iL lEGISLATORE NE RISULTA :SU ISTANZA DEL LOCATORE , per riottenere la disponibilità del proprio immobile, è infatti costretto ad attivare il procedimento giudiziale di sfratto o di licenza per finita locazione, con ulteriore protrazione dei tempi di rilascio, grazie ai provvedimenti di “blocco degli sfratti”. D’altra parte, anche negli sfratti per morosità – di regola esentati dal blocco – il conduttore ritarda comunque la riconsegna dei locali, fino all’intervento dell’Ufficiale Giudiziario munito di Forza Pubblica. Di qui l’interesse a fare il punto della situazione, in ordine agli obblighi economici del conduttore, nel periodo di protratta e illegittima occupazione dei locali dopo la scadenza del contratto o dopo la sua risoluzione per finita locazione o per morosità.La materia è regolata dall’articolo 1591 Codice Civile, per il quale “il conduttore in mora a restituire la cosa è tenuto a dare al locatore il corrispettivo fino alla riconsegna, salvo l’obbligo di risarcire il maggior danno”.Nelle finite locazioni, l’obbligo di risarcire il maggior danno, di cui alla norma richiamata, ha visto restringersi nel tempo il proprio raggio di operatività, per effetto di una incessante legislazione speciale, che talvolta ha esonerato del tutto il conduttore dal risarcimento del danno, e più spesso, ne ha predeterminato l’ammontare. Tali normative speciali sono state peraltro vagliate dalla Corte Costituzionale che, in termini generali e di principio, ne ha dichiarato l’illegittimità. E così, per esempio, l’articolo 2 del Decreto Legge 25 settembre 1987, numero 393, sia pure dettato in tema di locazioni ad uso diverso dall’abitativo – per il quale “il conduttore, per il periodo di occupazione dell’immobile intercorso fra la data di scadenza del regime transitorio previsto dalla Legge 27 luglio 1978, numero 392, e successive modificazioni ed integrazioni, e la data fissata giudizialmente per il rilascio ovvero la data di stipulazione del nuovo contratto…..non è tenuto a corrispondere al locatore alcun aumento di canone…., né il risarcimento del danno, ai sensi dell’articolo 1591 del Codice Civile” – è stato dichiarato incostituzionale dalla sentenza 1 aprile 1992, numero 149 della Consulta. Quest’ultima ha dichiarato l’illegittimità della norma, nella parte in cui esonera il conduttore da responsabilità per i danni cagionati al locatore dal ritardo nella restituzione dell’immobile, senza escludere il caso di comprovata insussistenza della difficoltà per il conduttore di reperire altro immobile idoneo. Si legge, nella sentenza richiamata, che la norma evidenzia “un limite di legittimità costituzionale….Caratteristica dei valori (o principi) costituzionali soggetti a bilanciamento è la non predeterminabilità in assoluto, una volta per tutte, dei loro rapporti reciproci di sovra o sott’ordinazione. La prevalenza dell’uno sull’altro, quando il bilanciamento non sia rimesso per caso al giudice, ma sia operato dalla legge nella forma di una norma astratta, deve essere collegata a determinate condizioni tipiche, come effetto giuridico alla propria fattispecie”.Successivamente alla richiamata pronuncia della Corte Costituzionale, l’articolo 1 bis del Decreto Legge 30 dicembre 1988, numero 551 ha tuttavia disposto che durante il periodo di sospensione dell’esecuzione, il conduttore era tenuto a corrispondere, ai sensi dell’articolo 1591 Codice Civile, una somma mensile pari all’ammontare del canone di locazione dovuto alla cessazione del contratto – cui dovevano applicarsi gli aggiornamenti ISTAT – maggiorato del 20%.In seguito, l’articolo 6, comma 6, Legge 431/98 – che disciplina attualmente le locazioni abitative dopo il 31 dicembre 1998 – è tornato nuovamente a predeterminare l’ammontare del risarcimento dovuto dal conduttore, stabilendo che in caso di ritardata consegna dell’immobile, il conduttore è tenuto solo alla corresponsione di una somma mensile pari all’ammontare del canone dovuto alla data di cessazione del contratto, oltre agli aggiornamenti ISTAT maturandi e al pagamento delle spese e oneri accessori. A titolo di “maggior danno”, ex articolo 1591 Codice Civile, il conduttore era solo tenuto alla corresponsione di una maggiorazione del canone pari al 20%, per tutta la durata della sospensione dell’esecuzione dello sfratto e fino all’effettivo rilascio dei locali. Sul richiamato articolo 6 Legge 431/98 è nuovamente intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale 482/2000, riconoscendo la legittimità della norma solo ove avesse avuto efficacia temporanea e transitoria. In particolare, con la richiamata sentenza 9 novembre 2000, numero 482, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 6, comma 6, Legge 431/98, nella parte in cui esime il conduttore dall’obbligo di risarcire il maggior danno, ai sensi dell’articolo 1591 Codice Civile, anche nel periodo successivo alla scadenza del termine della esecuzione stabilito dalla Legge 431/98 e di quello fissato giudizialmente per il rilascio, puntualizzando che “il Legislatore del 1998, nella già rilevata finalità di agevolare la transizione al nuovo regime locativo, ha disposto la sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio durante il periodo di centottanta giorni dall’entrata in vigore della legge, quantificando correlativamente l’importo delle somme dovute dal conduttore nel detto periodo e negli altri periodi di sospensione dell’esecuzione, di cui all’articolo 11, comma quarto, del Decreto Legge numero 9 del 1982 e all’articolo 3 del Decreto Legge numero 551 del 1988. Le due misure, consistenti nella sospensione dell’esecuzione e nella determinazione del quantum, sono dunque strettamente connesse, in quanto alla sospensione ex lege dell’esecuzione corrisponde, quale previsione altrettanto eccezionale e temporanea, la determinazione parimenti ex lege dell’indennità relativa allo stesso periodo”.Ciò nonostante, la disposizione di cui all’articolo 6, comma 6, Legge 431/98 – con la predeterminazione del danno, nella misura del 20% – è stata sostanzialmente ribadita dalla successiva legislazione speciale in tema di proroga degli sfratti per finita locazione, con rimaneggiamento delle ipotesi già previste dal richiamato articolo 6 Legge 431/98 (inquilini assoggettati a procedure esecutive di sfratto che hanno nel nucleo familiare ultrasessantacinquenni, o handicappati gravi, e che non dispongano di altra abitazione o di redditi sufficienti ad accedere all’affitto di una nuova casa – si veda esemplificativamente l’art. 80 Decreto Legge 388/2000 -). In tema, sia pure in termini strettamente transitori e, in ragione del perdurante stato di emergenza del mercato locatizio, si vedano da ultimo anche la Legge 8 febbraio 2007, numero 9 e il Decreto Legge 31 dicembre 2007, numero 248.In particolare, l’articolo 1, comma 4, della Legge 8 febbraio 2007, numero 9, ha disposto che “per tutto il periodo di sospensione dell’esecuzione ai sensi dei commi 1 e 3 del presente articolo il conduttore corrisponde al locatore la maggiorazione prevista dall’articolo 6, comma 6, Legge 9 dicembre 1998, numero 431”. La medesima disposizione è stata, alla scadenza, riproposta dall’articolo 22 ter del Decreto Legge 31 dicembre 2007, numero 248, che ha sospeso le esecuzioni per rilascio relative agli immobili adibiti ad uso abitativo, sino al 15 ottobre 2008.Volendo schematicamente riassumere l’iter storico della normazione speciale, si può allora concludere che la maggiorazione del 20% del canone sostituisce il risarcimento del maggior danno ex articolo 1591 Codice Civile: a) per tutto il periodo di non esecuzione dei provvedimenti di rilascio in regime di graduazione prefettizia, di cui all’articolo 3, Legge 61/1989, che andava dal 1° maggio 1989 al 30 dicembre 1998; b) per tutto il periodo di sospensione dell’esecuzione ex articolo 6, comma 1, Legge 431/98 e cioè dal 30 dicembre 1998 al 28 giugno 1999; c) per tutto il periodo in cui l’esecuzione era rimasta sospesa in seguito all’istanza del conduttore di rifissazione della data di sloggio, ai sensi dei commi 3 e 4, dello stesso articolo 6 Legge 431/98; d) per tutti i periodi di sospensione degli sfratti di cui all’articolo 80, Legge 23 dicembre 2000, numero 388; al Decreto Legge 2 luglio 2001, numero 247; al Decreto Legge 27 dicembre 2001, numero 450; al Decreto Legge 20 giugno 2002, numero 122; al Decreto Legge 24 giugno 2003, numero 147; al Decreto Legge 13 settembre 2004, numero 240; al Decreto Legge 27 maggio 2005, numero 86; al Decreto Legge 1 febbraio 2006, numero 23; alla Legge 8 febbraio 2007, numero 9 e infine al Decreto Legge 31 dicembre 2007, numero 248.Matteo Rezzonico – NEGLI SFRATTI PER MOROSITA’ LA MANCATA TEMPESTIVA RICONSEGNA COMPORTA IL RISARCIMENTO PIENO DEL DANNOFuori dagli ambiti applicativi delle sopra richiamate norme speciali e relativamente alle risoluzioni per inadempimento e in particolare per morosità, la giurisprudenza è costante nel ritenere che “la responsabilità del conduttore per danni da ritardata restituzione della cosa locata, a norma dell’articolo 1591 Codice Civile, ha natura contrattuale….Essa ha origine dal venire meno del diritto del conduttore alla detenzione e al godimento della cosa locata che, nell’ipotesi di cessazione del contratto per scadenza del termine, va ricondotto alla scadenza legale o convenzionale, mentre nell’ipotesi di cessazione anticipata dovuta alla pronuncia di risoluzione per inadempimento, va ricondotto alla data della domanda di risoluzione, per effetto della quale, il conduttore deve ritenersi costituito in mora per il rilascio della cosa” (Cassazione 13 marzo 1995, numero 2910).Circa i parametri per il calcolo del maggior danno, la giurisprudenza ha avuto anche modo di pronunciarsi sull’applicabilità tout court dell’articolo 1591 Codice Civile, con la precisazione che il semplice protrarsi dell’occupazione abusiva dell’immobile non costituisce di per sé un danno calcolabile nella differenza tra il canone contrattualmente convenuto e quello locativo di mercato, posto che “la condanna del conduttore in mora nella restituzione dell’immobile locato al risarcimento del maggior danno a norma dell’articolo 1591 Codice Civile, esige la prova specifica dell’esistenza di tale danno e del suo concreto ammontare ed il relativo onere incombe al locatore, il quale deve fornire idonea dimostrazione che, a causa del ritardo nella restituzione della cosa, il suo patrimonio ha subito una diminuzione – ravvisabile nella circostanza di non aver potuto affittare a canone più elevato, o vendere l’immobile a condizioni vantaggiose e dimostrabile attraverso la prova di ben precise proposte di affitto o di acquisto, ovvero di altri propositi di utilizzazione” (Cassazione 29 settembre 2007, numero 20589 e Cassazione 28 gennaio 2002, numero 993

Postato martedì, 26 agosto 2008 alle 9:29 am da vincenzo62.wordpress.com/taeg /case popolari

fac simile concorso ad assegnazione case popolari

marzo 2, 2012

COMUNE DI

Provincia del

Riservato all’Ufficio

 

NUMERO DOMANDA ______________________                                   

 

DATA PRESENTAZIONE DOMANDA ______ ______________

Codice Fiscale                                                                                            

DOMANDA DI PARTECIPAZIONE AL BANDO DI CONCORSO

FIANO EDILIZIA ECONOMICA E POPOLARE DI NUOVA

COSTRUZIONE IN BANNIO. PEEP

 

AL COMUNE DI

 

 

Il sottoscritto                                                                           nato a _______________________________

Il ______________ cittadino italiano e con attività dl lavoro nei Comune di _______________________

e residente in _________________ via ______________________________ presa visione delle modalità

indicate nel bando di assegnazione di lotti ubicati nei Comune di— Via ed al quale la domanda si riferisce, chiede che gli venga assegnato un lotto.

 

SITUAZIONE ALLOGGIATIVA ATTUALE DELL’ASPIRANTE ALL’ASSEGNAZIONE

Abitante in Via _______________________________________________________________________

L’alloggio è composto da:

Vani abitativi – Camere da letto N. _____ – Soggiorno o tinello N. _____

Altri vani abitabili N. _____ = Totale vani N. ______

 

Vani accessori – Cucina                      SI                    NO

                                                                                 

è incorporato nell’abitazione

                                                                      

SI                                                                   SI    NO

Vano con servizi igienici (gabinetto ecc.)                      con acqua è esterno all’abitazione proprio in comune              

 

SI    NO

                                                                       NO                                                                 SI    NO

L’alloggio è dotato di: Impianto di        riscaldamento               SI        NO

Acqua             SI        NO

  Luce              SI        NO

La superficie totale dell’alloggio è di mq. ______________________

Altri elementi Utili         ______________________________________

li proprietario dell’alloggio è il Sig.        _______________________________________________________

residente in Via ___________________________ via ____________________________   N. _________

 

N.

Ord.

COGNOME E NOME

(iniziare l’elenco con il nominativo del richiedente)

Grado di parentela con il Richiedente

Professione o mestiere o tipo di lavoro

Datore di lavoro e luogo di lavoro

Guadagno mensile netto

Alla data di pubblicazione del bando

n. mensilità

1

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

3

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

5

 

 

 

 

 

 

6

 

 

 

 

 

 

7

 

 

 

 

 

 

8

 

 

 

 

 

 

9

 

 

 

 

 

 

10

 

 

 

 

 

 

N.B. – L’aspirante all’assegnazione deve apporre la firma e la data sull’ultima pagina del modulo.

DOCUMENTI DA ALLEGARE ALLA DOMANDA

(Indispensabili per tutti i richiedenti)

DA INDIRIZZARE CON RACCOMANDATA A.R. A : COMUNE DI  Via

 

a) Certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune.

 

b) Certificato rilasciato dal Comune da cui risulti la residenza e lo stato di famiglia alla data del bando, ovvero per i lavoratori emigrati all’estero, certificato rilasciato da una rappresentanza consolare attestante l’ambito territoriale prescelto dall’interessato e dichiarazione del datore di lavoro per chi presta attività lavorativa nel Comune di  x e non vi abbia la residenza.

 

c) Dichiarazione sostitutiva di atto notorio (art. 4 legge 4-1-68 n. 15) che sussistono in favore del richiedente e dei componenti il suo nucleo familiare i requisiti di cui ai punti 1, 2, 3, 4 pag. 4.

 

d) Per il richiedente e per ogni componente il nucleo familiare che svolga attività lavorativa autonoma o dipendente o percepisca pensione, copia della dichiarazione dei redditi relativa all’anno 2009 (Mod. UNICO – CUD- 730 ECC.) (redditi 2008).

 

In ogni caso il concorrente deve far attestare sul retro dello stato di famiglia la eventuale iscrizione alla Camera di Commercio o presentare dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, resa ai sen si art. 4 legge 4-1-68 n. 15, da cui risulti la eventuale iscrizione alla

 

Camera di Commercio di ciascuno dei .componenti la famiglia.

 

La eventuale mancanza di redditi deve essere documentata da certificato di disoccupazione, rilasciato dall’Ufficio provinciale del Lavoro, e qualora sussistano le condizioni da apposita 1ichiarazionc dello stato di indigenza rilasciato dagli Uffici Assistenza del Comune di residenza.

 

L’assenza di documentazione che comprovi lo stato di indigenza comporta l’esclusione dalla graduatoria.

 

Per ogni componente che sia studente occorrerà presentare dichiarazione dell’istituto scolastico attestante l’iscrizione e la regolare frequenza ed indicante se trattasi di corso diurne o serale per ogni componente militare in servizio di leva: dichiarazione rilasciata dal Distretto militare indicante la data di inizio ed eventuale conclusione del servizio militare.

 

e) Dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante l’eventuale inattività della moglie nell’anno 2009.

 

 

I documenti di cui ai punti a), b), c) devono essere riferiti alla data di pubblicazione del bando.

 

Documenti facoltativi che l’aspirante all’assegnazione può presentare nel proprio interesse

 

Indicare

SI o NO

DOCUMENTI DA PRESENTARE

1)      Se il richiedente abita con il proprio nucleo familiare, da almeno due anni alla data del bando, in baracca, stalla, seminterrato, centro di raccolta, dormitorio pubblico o comunque in ogni altro locale procurato a titolo precario dagli organi preposti all’assistenza pubblica o in altri locali impropriamente adibiti ad abitazione e privi di servizi igienici propri regolamentari, quali soffitte e simili:                                               p.  3

SI        NO

–         Attestato dell’ufficio tecnico del Comune indicante la classificazione dell’immobile in atto occupato dal richiedente;

 

–         Attestato dell’Ufficio Anagrafe comunale indicante le variazioni domiciliari del richiedente (certificato storico -anagrafico).

2) Se il richiedente abita alla data del bando col proprio nucleo familiare:

a.      in alloggio il cui stato di conservazione e manutenzione, certificato dal Comune, si consideri scadente ai sensi delI’art. 21 della legge n.392/78:                                          p.  2

b.      in alloggio con servizio igienico esterno in  comune con altre famiglie:                       p.  2

 

 

 

 

SI      NO

 

SI     NO

–         Certificato dell’Ufficio Tecnico Comunale.

3) Se il richiedente abita alla data del bando con il proprio nucleo familiare in alloggio superaffollato:

a) oltre 2 persone a vano abitabile                  p.  1

b) oltre 3 persone a vano abitabile                  p.  2

c) oltre 4 persone a vano abitabile                  p.  3

 

 

 

SI     NO

SI     NO

SI     NO

–         Certificato dell’Ufficio Tecnico Comunale indicante l’esatta composizione dell’alloggio e la superficie dei singoli vani.

 

Indicare

SI o NO

DOCUMENTI DA PRESENTARE

4) Se il richiedente abita con il proprio nucleo familiare da almeno due anni alla data del bando in uno stesso alloggio con altro o più nuclei familiari, ciascuno composto da almeno 2 unità:

 

a) se la coabitazione non determina sovraffollamento:                                            p.   1

 

 

 

b) se la coabitazione determina sovraffollamento:                                                                       p.    2

 

 

 

 

 

 

SI        NO

 

 

 

 

SI       NO

–          Certificato dl stato di famiglia rilasciato dal Comune, in data non anteriore a tre mesi, di ciascuno dei  nuclei familiari coabitanti con li richiedente.

–          Attestato dell’Ufficio Anagrafico Comunale indicante le variazioni domiciliari del richiedente e di ciascuno dei nuclei familiari coabitanti con il richiedente (certificato storico-anagralico).

–          Certificato dei Tecnico Comunale dl cui ai punto 3.

5) . Se il richiedente deve abbandonare l’alloggio:

a)      Richiedente fruente di alloggio di servizio, che debba abbandonare l’alloggio per collocamento in quiescenza, per trasferimento di ufficio, per cessazione non volontaria del rapporto di lavoro:                                                        p.    1

b) a seguito di ordinanza di sgombero o per motivi di pubblica utilità o per esigenze di risanamento edilizio, risultanti da provvedimenti emessi dal- l’Autorità competente non oltre tre anni prima della data del bando:                                      p.    2

c) a seguito di lettera, ordinanza o sentenza esecutiva di sfratto:                                        p.    3

 

 

 

 

 

 

SI      NO

 

 

 

 

SI     NO

 

SI     NO

–          Provvedimento con precisa Indicazione dei motivi per cui deve essere abbandonato l’alloggio di servizio.

–          Copia dell’ordinanza di sgombero oppure certificato dell’Autorità che ha emesso tale ordinanza, con precisa indicazione della relativa motivazione.

–          Attestato rilasciato dall’Autorità competente – statale, regionale o comunale di data non superiore a tre anni rispetto alla data di pubblicazione del bando.

–          lettera o estratto o copia dell’ordinanza o della sentenza esecutiva di sfratto con precisa indicazione del motivi della intimazione dello sfratto stesso

6) Se il richiedente appartiene alle seguenti Categorie:

a) abbia superato il 60° anno di età, non svolga al

cuna attività lavorativa, viva solo o in coppia, eventualmente anche con un minore a carico:

                                                                        p.    1

b) contragga matrimonio entro la data di scadenza

del bando, o abbia contratto matrimonio non oltre cinque anni prima della data del bando:         p.    3

 

c) richiedente nel cui nucleo familiare siano presenti handicappati con percentuale di invalidità

compresa tra l’81 e il 100 per cento:              p.    2

 

d) richiedente nel cui nucleo familiare siano presenti handicappatj con percentuale di invalidità compresa tra il 71 e I’80 per cento:                p.    2

 

e) lavoratore dipendente emigrato all’estero, che rientri in Italia per stabilirvi la propria residenza:

                                                                        p.    1

f) profugo rimpatriato da non oltre un quinquennio e che non svolga alcuna attività lavorativa:   p.    1

 

 

 

 

 

SI     NO

 

 

SI     NO

 

 

 

SI     NO

 

 

 

SI     NO

 

 

 

SI     NO

 

SI     NO

 

 

–          Certificato In cui sono Indicati gli elementi idonei a dimostrare l’appartenenza del concorrente alla categoria.

 

 

 

–          Certificato della U.L.S. attestante tali condizioni, con descrizione del tipo di menomazione e la relativa percentuale

–          di invalidità, come disposto da legge 20 marzo 1971, n. 118 e indicato nelle apposite tabelle approvate con. D.M. 25-7-1980.

–          Attestato. dell’Autorità Consolare esistente nel luogo di lavoro.

 

–          Certificato attestante l’appartenenza a tale categoria, rilasciato da un’Autorità competente riconosciuta

 

7) Richiedente appartenente alle seguenti Cate—

gorie di reddito:’

a.      € 16500                                     punti     3

b.      € 19500                                     punti     2

c.      € 23000                                     punti     1

 

 

SI     NO

SI     NO

SI     NO

 

–          Dichiarazione dei redditi anno 2010 (redditi 2011)  (Mod. CUD, 730, UNICO).

 

 

 

 

Indicare

SI o NO

DOCUMENTI DA PRESENTARE

8) Richiedente residente alla data del bando, da almeno due anni in Comune di

                                                                      p.    10

SI        NO

–         Certificato di residenza del Comune di

9) Nucleo familiare residente alla data del bando, da almeno due anni, in Comune di x                                                    p.      5

SI        NO

–         Stato di famiglia dl Comune  

10) Richiedente nato in Comune di Xe che vi abbia risieduto per almeno 5 (cinque) anni, e/o, richiedente che abbia risieduto in Comune di X per almeno 5 (cinque) anni:                                                p.     5

SI      NO

–          Certificato di nascita del Comune di , o attestazione del Comune di Xcirca la residenza con specificazione del periodo.

11) richiedenti nati in un Comune costituente l’A.S.L. n. 14 e che vi abbiano risieduto per almeno 5 anni, e, richiedenti che abbiano risieduto in uno dei Comuni dell’A.S.L. per almeno 5 anni.                                        p      3

SI      NO

–          Certificato di nascita

 

n.b. – tutti i documenti da presentare potranno essere sostituiti da autocertificazioni rilasciate dal richiedente, che il Comune verificherà in merito alla veridicità di quanto dichiarato.

 

IL sottoscritto consapevole della responsabilità penale cui può andare incontro In caso di dichiarazione falsa o contenente dati non rispondenti a verità, dichiara che egli stesso ed i componenti li suo nucleo familiare:

 

1. Non sono titolari di diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione su alloggio adeguato allo esigenze del nucleo familiare, sia nella Provincia sia nel Comprensorio nel cui ambito è pubblicato il bando di concorso.

 

2. Non sono titolari di diritti di cui al precedente punto 1) su uno o più alloggi ubicati in qualsiasi località il cui valore locativo complessivo, determinato ai sensi della legge 27 luglio 1978, n. 392, sia almeno pari al valore loca di alloggio con condizioni abitative medie nell’ambito regionale.

 

3. Non hanno ottenuto l’assegnazione in proprietà immediata o futura di alloggio realizzato con contributi. pubblici, o l’attribuzione di precedenti finanziamenti agevolati in qualunque forma concessi dallo Stato o da Enti pubblici, o di alloggi realizzati o recuperati da Enti pubblici non economici per le finalità proprie dell’ E.R.P. su tutto il territorio nazionale, semprechè l’alloggio non sia inutilizzabile o perito senza dar luogo al risarcimento del danno.

 

4. Non hanno ceduto in tutto o in parte, fuori dei casi previsti dalla legge, l’alloggio eventualmente assegnato in precedenza in locazione semplice.

 

5. Non fruiscono di un reddito annuo complessivo per il nucleo familiare, superiore a € 50.000 dopo le detrazioni previste dalla legge nell’anno precedente alla pubblicazione del bando redditi anno 2010.

 

 

Addì ___________________, lì _

 

 

(firma per esteso)

 

 

RECAPITO PER EVENTUALI COMUNICAZIONI RELATIVE AL CONCORSO

(da compilare nel solo caso in cui sia differente dall’attuaale residenza)

ALLEGATO a) ALLA DELIBERAZIONE DEL C. C n. in DATA 29 luglio 20

 

 COMUNE X  Provincia di

In esecuzione della deliberazione del Consiglio Comunale in data

 

SI RENDE NOTO

 

che ai sensi dell’articolo 95 del D.P.R. 24/7/1977 n.616 ed art.55 della Legge 5/8/1978 n.457 e della L.R. 10/12/1984 n.64, e successive modifiche ed integrazioni, viene pubblicato il seguente

 

BANDO DI CONCORSO

 

per l’assegnazione di LOTTI DI EDILIZIA ECONOMICA POPOLARE di nuova costruzione nel  COMUNE   x (LOTTO n. 2 –  6).

 

La partecipazione al seguente Bando è consentita agli appartenenti al  COMUNE X x, ai Comuni del comprensorio ed ai Comuni facenti parte delle Province di x , attraverso presentazione di apposita domanda.

 

L’Amministrazione Comunale intende assegnare n, 2 (DUE) lotti di dimensione variabile da un minimo di 400 mq. ad un massimo di 470 mq. per gli edifici unifamiliari.

 

In caso di assegnazione di uno o più lotti per uno o più alloggi ad imprese o consorzi di imprese, gli alloggi dovranno essere ceduti prioritariamente ai singoli cittadini inclusi nella graduatoria generale redatta dalla apposita Commissione Comunale.

 

Tutti i lotti verranno assegnati in diritto di proprietà.

 

Tutti i lotti verranno assoggettati a stipula della convenzione ex Art.35 della legge n.865/7l e s.m.i.

 

Gli aspiranti dovranno presentare la domanda presso il  COMUNE  x – Via Roma 17.

 

La domanda va presentata su moduli opportunamente predisposti e distribuiti a richiesta presso l’Ufficio Comunale di x ..

 

La firma della domanda di cui al comma precedente assume valore di accettazione di tutte le norme e condizioni previste dal presente bando e rinuncia a presentare opposizioni e ricorsi in qualunque sede.

 

ART. 1 – SCADENZA TERMINI DI PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE

Le domande, regolarmente sottoscritte e corredate di tutta la necessaria documentazione dovranno essere inviate al  COMUNE   x entro il termine tassativo ed improrogabile di 30 giorni dalla data di pubblicazione, per estratto,  del Bando sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno (per la validità delle domande si terrà conto della data del timbro postale di spedizione che comparirà sulla busta) oppure presentata all’Ufficio Protocollo del  COMUNE   x entro lo stesso termine (nella ore di apertura al pubblico).

I concorrenti che presentano la domanda dopo il termine sopraindicato saranno automaticamente inseriti all’ultimo posto della graduatoria.

La dichiarazione non veritiera sarà punita ai sensi della legge penale.

 

ART. 2 – REQUISITI PER L’ AMMISSIONE AL CONCORSO

Possono partecipare al presente concorso:

–         I singoli cittadini.

–         Le Imprese e Consorzi di Imprese con sede legale in uno dei Comuni della Provincia di x

–         Le Cooperative a proprietà divisa o indivisa con sede legale in uno dei Comuni delle Province di x .

I singoli cittadini richiedenti o i singoli cittadini acquirenti o fornitori di uno degli alloggi realizzati, dovranno possedere i seguenti requisiti al sensi della L.R. n.64 del 10/12/1984:

a.      Avere la cittadinanza italiana o di un Paese facente parte della Comunità Economica Europea  (il cittadino straniero è ammesso soltanto se tale diritto è riconosciuto in condizioni di reciprocità da convenzioni o trattamenti internazionali);

b.      avere la residenza anagrafica in uno dei Comuni italiani;

c.      non essere titolare di diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione su alloggio adeguato alle esigenze del nucleo familiare localizzato nel Territorio della Repubblica Italiana;

d.      non essere titolare di diritto di cui al precedente punto c) su uno o più alloggi ubicati in qualsiasi località il cui valore locativo complessivo, determinato ai sensi della Legge 27/7/1978 n.392 sia almeno pari al valore locativo di alloggio con condizioni abitative medie nell’ambito regionale. Detto valore locativo medio è determinato in € 10.000,00 (diconsi euro diecimila);

e.      non avere ottenuto l’assegnazione in proprietà immediata o futura di alloggio realizzato con contributi pubblici, o l’attribuzione di precedenti finanziamenti agevolati in qualunque forma concessi dallo Stato o da Enti Pubblici, o di alloggi realizzati o recuperati da Enti Pubblici non economici per le finalità proprie dell’E.R.P. su tutto il territorio nazionale, sempreché l’alloggio non sia inutilizzabile o perito senza dar luogo a risarcimento del danno;

f.        fruire alla data di pubblicazione del bando di concorso di un reddito annuo complessivo del nucleo familiare (riferimento al reddito anno 2008) non superiore a € 50.000 (diconsi euro cinquantamila e centesimi zero), calcolato diminuendo il reddito complessivo imponibile del nucleo familiare di € 556,00 per ogni figlio che risulti essere a carico; qualora alla formazione del reddito predetto concorrano redditi da lavoro dipendente questi, dopo la detrazione dell’aliquota per ogni figlio che risulti essere a carico, sono calcolati nella misura del 60% (art.21 legge 5/8/1978 n.457 e successive modificazioni ed integrazioni);

g.      non avere ceduto in tutto o in parte, fuori dei casi previsti dalla Legge, l’alloggio eventualmente assegnato in precedenza in locazione semplice.

Per nucleo familiare si intende la famiglia costituita dai coniugi e dai figli legittimi, naturali, riconosciuti ed adottivi e dagli affiliati con loro conviventi.

Fanno altresì parte del nucleo il convivente more uxorio, gli ascendenti, i discendenti, i collaterali fino al terzo grado, gli affini entro il secondo grado, purchè la stabile convivenza con il concorrente duri da almeno due anni prima della data di pubblicazione del bando di concorso e sia dimostrata nelle forme di Legge. Sono considerati componenti del nucleo familiare anche persone non legate da vincoli di parentela o affinità, qualora la convivenza istituita duri da almeno due anni dalla data di pubblicazione del bando e sia dichiarata in forma pubblica con atto di notorietà sia da parte del concorrente, sia da parte della (o delle) persona (e) convivente. Possono altresì partecipare ai bandi di concorso le famiglie di nuova formazione che contraggono matrimonio entro la data di scadenza del bando. In tal caso ai finì del requisito di cui alla lettera f) il reddito annuo complessivo è costituito dalla somma dei redditi percepiti da ciascuno dei nubendi. Le convivenze “more uxorio” da almeno tre mesi sono equiparate a nucleo familiare.

Qualora il richiedente conviva con la famiglia di origine, e richieda l’assegnazione dell’alloggio per costituirvi proprio nucleo familiare distinto da quello originario, e ne abbia i requisiti per il realizzarsi di tale condizione, il reddito annuo è costituito dalla somma dei redditi percepiti dallo stesso.

I requisiti debbono essere posseduti da parte del richiedente e, limitatamente alle precedenti lettere c), d), e), g), da parte degli altri componenti il nucleo familiare alla data di pubblicazione del bando, nonchè al momento dell’assegnazione.

Ai sensi dell’art.20 L.R. 64/1984, qualora prima della stipula della convenzione o della consegna del lotto venga accertata la non permanenza dei requisiti previsti per la partecipazione al concorso, fatta eccezione per il requisito di cui al punto f) fino ad un massimo pari al doppio di tale limite, sarà disposto l’annullamento dell’assegnazione.

 

ART 3 – DOCUMENTI INDISPENSABILI PER TUTTI I RICHIEDENTI

Per le Imprese e Consorzi di Imprese:

  1. Certificazione Antimafia
  2. Certificato del tribunale di assenza di procedura fallimentare a carico dell’Impresa o del Consorzio.

Per le Cooperative a proprietà Divisa o Indivisa:

1.      Certificato, rilasciato in data successiva alla pubblicazione del presente bando, di iscrizione nel Registro Prefettizio, sezione edilizia abitativa, in data anteriore alla pubblicazione del seguente Bando.

2.      Certificato di vigenza della Cooperativa, ove sia evidenziata la data di costituzione della stessa, rilasciato dal Tribunale competente in data successiva all’emissione del presente Bando.

3.      Dichiarazione, autentica con le modalità dell’art.20 della Legge 4 gennaio 1968, n.l5, resa in data successiva all’emissione del seguente bando, dalla quale risulti:

–         il numero di iscritti sul libro soci, alla data di pubblicazione del Bando di Concorso.

4.     Dichiarazione sostitutiva di certificazione e dell’atto di notorietà, probante il possesso dei requisiti soggettivi dei soci.

5.     (Solo per le Cooperative a proprietà indivisa)

Indicare l’articolo dello Statuto della Cooperativa dove è previsto il divieto di cessione in proprietà degli alloggi e l’obbligo di trasferimento degli stessi al competente I.A.C.P., in caso di liquidazione o scioglimento della Cooperativa.

Per i Consorzi di Cooperative

6.     dichiarazione autentica con le modalità dell’art. 20 della Legge 4 gennaio 1968, n.l5, riferita alla data di emissione del bando, da cui risulti la data di costituzione del Consorzio, la ragione sociale, la sede legale e il numero delle Cooperative associate, nonchè le ragioni sociali e le sedi legali delle stesse.

7.     Certificato rilasciato in data successiva alla pubblicazione del seguente bando, di iscrizione nel registro Prefettizio, sezione edilizia abitativa, in data anteriore all’emissione del presente bando.

8.     Certificato di vigenza del consorzio, ove sia evidenziata la costituzione del medesimo in data anteriore al presente bando, la firma del legale rappresentante, rilasciato dal Tribunale competente in data successiva all’emissione del presente.

9.     Dichiarazione sostitutiva di certificazione e dell’atto di notorietà probante il possesso dei requisiti soggettivi.

10. Per ogni Cooperativa consorziata e indicata al punto 12 della scheda informativa, parte integrante della domanda formale, deve essere allegata tutta la documentazione prevista nel .presente articolo ai punti l), 2), 3).

Per le Imprese e Consorzi di Imprese

1.     Certificazione Antimafia;

2.     Certificato generale del casellario Giudiziario.

Per i singoli cittadini

1.     Certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune o equipollente autocertificazione;

2.     Certificato o autocertificazione da cui risulti la residenza e lo stato di famiglia alla data del Bando, ovvero, per il lavoratori emigrati all’estero, certificato rilasciato da una rappresentanza consolare attestante l’ambito territoriale prescelto dall’interessato, ovvero certificato di nascita o attestazione del  COMUNE X x dalla quale risulti la residenza in Bannio Anzino per almeno 5 anni.

3.     Dichiarazione sostitutiva di atto notorio (art.4 legge 4/1/1968 n.15) che sussistono in favore del richiedente e dei componenti il suo nucleo familiare i requisiti di cui alle lettere c), d), e), g) dello articolo 2.

4.     Autocertificazione dal quale risulti lo stato di convivenza “more uxorio” da almeno tre mesi dalla data di pubblicazione del bando.

5.     Per il richiedente e per ogni componente il nucleo familiare che svolga attività lavorativa autonoma o dipendente o percepisca pensione, copia della dichiarazione dei redditi relativa all’anno 2009 (redditi 2008) (modello 730-CUD-unico), o autocertificazione.

In ogni caso il concorrente deve far attestare sul retro dello stato di famiglia l’eventuale iscrizione alla Camera di Commercio o presentare dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, resa ai sensi dell’art.4 legge 4/1/68 n.15, da cui risulti l’eventuale iscrizione alla Camera di Commercio di ciascuno dei componenti la famiglia. L’eventuale mancanza di redditi deve essere documentata da certificato di disoccupazione, rilasciato dall’Ufficio Provinciale del Lavoro, e qualora sussistano le condizioni da apposita dichiarazione dello stato di indigenza rilasciato dagli Uffici Assistenza del Comune di residenza.

L’assenza di documentazione che comprovi lo stato di indigenza comporta l’esclusione dalla graduatoria.

I documenti di cui ai punti 1 e 2 devono essere riferiti alla data di pubblicazione del Bando.

Il Comune si riserva di richiedere altri documenti in epoca successiva.

 

ART. 4 – DOCUMENTI OCCORRENTI NEI CASI PARTICOLARI

1) Se il richiedente abita con il proprio nucleo familiare, da almeno due anni alla data del bando, in baracca, stalla, seminterrato, centro di raccolta,dormitorio pubblico o comunque in ogni altro locale procurato a titolo precario dagli organi preposti all’assistenza pubblica o in altri locali impropriamente adibiti ad abitazione e privi di servizi igienici propri regolamentari, quali soffitte e simili:

–         attestato dell’Ufficio Tecnico del Comune indicante la classificazione dell’immobile in atto occupato dal richiedente;

–         Attestato dell’Ufficio Anagrafico Comunale indicante le variazioni domiciliari del richiedente (certificato storico-anagrafico).

2) Se il richiedente abita alla data del Bando col proprio nucleo familiare:

a.      in alloggio   il cui stato di conservazione e manutenzione, certificato dal Comune, si consideri scadente ai sensi dell’art. 21 della Legge 392 del 1978;

b.      in alloggio con servizio igienico esterno in comune con altre famiglie:

– certificato dell’Ufficio Tecnico Comunale.

3) Se il richiedente abita alla data del Bando con il proprio nucleo famigliare in alloggio superaffollato:

a.      oltre due persone per vano abitabile;

b.      oltre tre persone a vano abitabile;

c.      oltre quattro persone a vano abitabile;

– Certificato dell’Ufficio Tecnico Comunale indicante l’esatta composizione dell’alloggio e la superficie dei singoli vani.

4) Se il richiedente abita con il proprio nucleo familiare da almeno due anni alla data del Bando in uno stesso alloggio con altro o più nuclei familiari, ciascuno composto da almeno due unità:

a.      se la coabitazione non determina sovraffollamento;

b.      se la coabitazione determina sovraffollamento;

– Certificato di stato di famiglia rilasciato dal Comune, in data non anteriore a tre mesi, di ciascuno dei nuclei famigliari coabitanti con il richiedente;

– Attestato dell’Ufficio Anagrafico Comunale indicante le variazioni domiciliari del richiedente e di ciascuno dei nuclei familiari coabitanti con il richiedente (certificato storico-anagrafico);

– Certificato del tecnico comunale di cui al punto 3.

5) Se il richiedente deve abbandonare l’alloggio:

a.      richiedente fruente di alloggio di servizio, che debba abbandonare l’alloggio per collocamento in quiescenza, per trasferimento di ufficio, per cessazione non volontaria del rapporto di lavoro:

–        provvedimento con precisa indicazione dei motivi per cui deve essere abbandonato l’alloggio di servizio;

b.      a seguito di ordinanza di sgombero o per motivi di pubblica utilità o per esigenze di risanamento edilizio, risultanti da provvedimenti emessi dall’Autorità competente non oltre tre anni prima della data del bando:

–        copia dell’ordinanza di sgombero oppure certificato dell’Autorità che ha emesso tale ordinanza, con precisa indicazione della relativa motivazione;

–        attestato rilasciato dall’Autorità competente statale, regionale o comunale – di data non superiore a tre anni rispetto alla data di pubblicazione del bando;

c.      a seguito di lettera, ordinanza o sentenza esecutiva di sfratto;

–        lettera o estratto o copia dell’ordinanza o della sentenza esecutiva di sfratto,con precisa indicazione dei motivi della intimazione dello sfratto stesso.

6) Se il richiedente appartiene alle seguenti categorie:

a.      abbia superato il 60 anno di età, non svolga alcuna attività lavorativa, viva solo o in coppia, eventualmente anche con un minore a carico;

b.      contragga matrimonio entro la data di scadenza del bando; abbia contratto matrimonio non oltre cinque anni prima della data del bando:

–        certificato in cui sono indicati gli elementi idonei a dimostrare l’appartenenza del concorrente alla categoria;

c.      richiedente nel cui nucleo familiare siano presenti handicappati con percentuale di invalidità compresa fra l’81 e il 100%;

richiedente nel cui nucleo familiare siano presenti handicappati con percentuale di invalidità compresa fra il 71 e l’80%

–        certificato dell’U.S.S.L. attestante tali condizioni, con descrizione del tipo di menomazione e la relativa percentuale di invalidità, come disposto dalla legge 31-3-1971, n.118 e indicato nelle apposite tabelle approvate con D.M. 25-7-1980;

d.      lavoratore dipendente emigrato all’estero, che rientri in Italia per stabilirvi la propria residenza:

–        attestato dell’Autorità Consolare esistente nel luogo di lavoro;

e.      profugo rimpatriato da non oltre un quinquennio e che non svolga alcuna attività lavorativa:

–        certificato attestante l’appartenenza a tale categoria, rilasciato da una Autorità competente riconosciuta.

f.        lavoratore frontaliere:

–        dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante il reddito annuo lordo;

–        copia di busta paga dell’anno 2005.

7) richiedenti appartenenti alle seguenti categorie di reddito annuo complessivo del nucleo familiare, determinato ai sensi del precedente articolo 2 punto f):

a.      € 16.500    (euro sedicimilacinquecento/00);

b.      € 19.500    (euro diciannovemilacinquecento/00);

c.      € 23.000    (euro ventitremila/00);

–        dichiarazione dei redditi dell’anno 2009 (relativa ai redditi 2008) (Mod. CUD, 730 o UNICO).

8) richiedenti residenti alla data del bando, da almeno due anni, in  COMUNE  x;

–        certificato di residenza rilasciato dal  COMUNE X x.

9) nuclei familiari residenti da almeno due anni dalla data del bando in  COMUNE X x:

–        stato di famiglia rilasciato dal  COMUNE X x con indicazione data inizio residenza del nucleo familiare.

10) richiedenti nati in  COMUNE  x e che vi abbiano risieduto per almeno 5 anni, e, richiedenti che abbiano risieduto in  COMUNE  x per almeno 5 anni in  COMUNE  x, o residente in uno dei Comuni costituenti la Comunità Montana Monte Rosa;

11) richiedenti nati in un Comune costituente l’A.S.L. n. 14 e che vi abbiano risieduto per almeno 5 anni, e, richiedenti che abbiano risieduto in uno dei Comuni dell’A.S.L. per almeno 5 anni;

–        certificato di nascita del  COMUNE  x, o attestazione del  COMUNE  x circa la residenza con specificazione del periodo.

I certificati degli Uffici Tecnici possono essere sostituiti da apposita dichiarazione del richiedente. Tali certificati potranno comunque essere richiesti dalla Commissione esaminatrice.

I documenti tutti in carta libera da produrre a comprova delle dichiarazioni riportate sulla domanda di assegnazione dovranno essere presentate su richiesta del Comune.

E’ comunque facoltà dei concorrenti allegare alla domanda quei documenti che ritenessero utili.

La graduatoria conseguente al bando verrà pubblicata secondo le norme dell’art.12 della L.R. n. 64/1984.

La Commissione preposta alla formazione della graduatoria e alle assegnazioni può far espletare in qualsiasi momento accertamenti volti a verificare l’esistenza dei requisiti.

 

ART 5 – ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE PER LA STESURA DELLA GRADUATORIA

La Giunta Comunale provvede a nominare una Commissione per la stesura della graduatoria di assegnazione del presente bando.

La Commissione sarà formata dai seguenti membri:

–         il Segretario Comunale con funzione di Presidente;

–         il Tecnico comunale.

Le funzioni di segretario della Commissione saranno svolte dal impiegato amministrativo dipendente comunale.

La Commissione diventerà operativa dal momento della esecutività della deliberazione della Giunta Comunale di nomina.

La Commissione dovrà essere convocata dal Segretario Comunale entro 30 giorni dal termine del Bando e redigere la graduatoria entro e non oltre 90 giorni dalla data della sua prima riunione.

 

ART. 6 – CRITERI PER L’ASSEGNAZIONE DEI LOTTI

I lotti disponibili per la costruzione di tipologie unifamiliari, saranno assegnati col seguente ordine di priorità:

–         singoli cittadini che entro la data di emissione del bando hanno ottenuto finanziamenti agevolati di qualsiasi natura in forma individuale;

–         singoli cittadini che non hanno finanziamenti agevolati.

I lotti disponibili dopo l’assegnazione di cui al comma precedente, saranno assegnati col seguente ordine:

1)     Cooperative a proprietà divisa o indivisa che entro la data di emissione del bando hanno ottenuto finanziamenti agevolati di qualsiasi natura;

2)     Imprese e Consorzi di Imprese che entro la data di emissione del bando hanno ottenuto finanziamenti agevolati di qualsiasi natura;

3)     Cooperative a proprietà divisa o indivisa senza finanziamenti agevolati;

4)     Imprese e Consorzi di Imprese.

 

ART. 7 – CRI TERI PER LA FORMAZ IONE DELLA GRADUATORIA

I soggetti con diritto di prelazione per l’assegnazione di lotti edificati da parte dei singoli cittadini e degli di cui ai punti 1, 2, 3, 4, del precedente articolo, entrambi con domanda di partecipazione al bando di concorso, e con la documentazione completa in ogni sua parte, verranno sottoposti a verifica e sulla base del punteggio ottenuto, classificati nella graduatoria.

Rispetto ai casi particolari individuati all’articolo 4, saranno attribuiti i seguenti punteggi:

1.      Condizione di cui al punto        1)                     punti                3

2.      Condizione di cui ai punti         2a) e 2b)          punti                 2

3.      Condizione di cui al punto        3a)                   punti                1

4.      Condizione di cui al punto        3b)                   punti                2

5.      Condizione di cui al punto        3c)                   punti                3

6.      Condizione di cui al punto        4a)                   punti                1

7.      Condizione di cui al punto        4b)                   punti                2

8.      Condizione di cui al punto        5a)                   punti                1

9.      Condizione di cui al punto        5b)                   punti                2

10.  Condizione di cui al punto        5c)                   punti                3

11.  Condizione di cui al punto        6a)                   punti                1

12.  Condizione di cui al punto        6b)                   punti                3

13.  Condizione di cui al punto        6c)                   punti                2

14.  Condizione di cui ai punti         6d) e 6e)          punti                 1

15.  Condizione di cui al punto        7a)                   punti                3

16.  Condizione di cui al punto        7b)                   punti                2

17.  Condizione di cui al punto        7c)                   punti                1

18.  Condizione di cui al punto        8)                     punti                10

19.  Condizione di cui al punto         9)                     punti                5

20.  Condizione di cui al punto        10)                   punti                6

21.  Condizione di cui al punto         11)                   punti                3

I soggetti in parità saranno sorteggiati.

 

ART. 8 – FUNZIONE ED USO DELLA GRADUATORIA

La graduatoria stilata sulla base dei criteri di cui al precedente articolo offrirà ai soggetti, secondo l’ordine assegnato, le seguenti opzioni:

1)     scelta del lotto in relazione alla dimensione, posizione, tipologia;

2)     diritto di prelazione per gli alloggi costruiti su lotti assegnati ad Imprese o Consorzi di Imprese oppure a Cooperative a proprietà divisa con numero di soci insufficiente, con relativa scelta in relazione alla dimensione, posizione e tipologia.

 

ART. 9 – CONDIZIONI PER L’ASSEGNAZIONE

Le condizioni per l’assegnazione dell’area sono:

–         l’Amministrazione Comunale si riserva di assegnare nel seguente ordine i lotti 6, 7 e 2 a completamento di eventuale prativa di variante PEEP ed a completamento frazionamento lotto 6  in corso di formalizzazione alla data di pubblicazione del bando, senza che i partecipanti al bando possano pretendere indennizzi o risarcimento danni;

–         esercitare le opzioni indicate entro 15 giorni dalla pubblicazione all’Albo Pretorio del  COMUNE X x della graduatoria generale comunicandole per iscritto all’Ufficio Tecnico (oltre tale termine viene a cadere il diritto di opzione);

–         sottoscrivere la convenzione ex art. 35 della legge n.865/1971 entro 30 giorni dalla esecutività della deliberazione della Giunta Municipale di assegnazione dell’area ed approvazione dello schema di convenzione anticipando l’intero costo dell’area ed € 2.000,00 per ogni alloggio realizzabile sull’area;

–         presentazione della istanza di concessione edilizia entro 180 giorni dalla stipula del rogito notarile successivo alla stipula della convenzione;

–         inizio dei lavori entro 12 mesi dal rilascio della concessione;

–         ultimazione dei lavori entro 36 mesi dall’inizio dei lavori salvo proroga per cause di forza maggiore;

–         i frazionamenti saranno a cura del Comune ed con spese a carico dell‘assegnatario.

Sono ammesse possibilità di rinuncia da parte dei soggetti che abbiano già sottoscritto la convenzione e versato le somme conseguenti solo in presenza documentata di cause di forza maggiore quali morte di uno dei coniugi, trasferimento di lavoro, improvvisa perdita del posto di lavoro di uno dei due coniugi o cessazione forzata dell’attività, ed altre cause riconosciute dall’Amministrazione Comunale.

In caso di riconoscimento delle cause di forza maggiore per la rinuncia, il Comune restituisce l’intera cifra versata a titolo di pagamento area, mentre tratterrà la quota € 2.000,00 relativa alla rata degli oneri di urbanizzazione.