burn out e danno esistenziale

Differenza tra burn out e mobbing
1) Quando parliamo di burnout (letteralmente bruciato) intendiamo una precisa sindrome, con risvolti che possono essere sia psichici che fisici, che investe il lavoratore con l’esaurirsi progressivo dell’energia e del coinvolgimento rispetto al proprio lavoro, dell’insorgere di affaticamento, cinismo, indifferenza, senso di inadeguatezza e di incapacità di lavorare in modo produttivo.

Tale sindrome può essere il risultato sia di fattori interni al lavoratore (come ad esempio caratteristiche di personalità non adatte al lavoro scelto) sia il risultato di fattori esterni (si pensi ad un eccessivo carico di lavoro da svolgere con poche risorse a disposizione, turnazione insostenibile e così via).

Il mobbing invece (dall’inglese to mob, tipico del comportamento animale che vuol dire accerchiare) consiste nell’insieme delle azioni poste in essere per un apprezzabile lasso di tempo dal datore di lavoro ovvero anche da superiori gerarchici o colleghi aventi carattere vessatorio e persecutorio, umiliante e/o discriminante nei confronti di un lavoratore, con lo scopo di isolarlo ovvero estrometterlo dal contesto aziendale.

A tali azioni consegue un malessere del lavoratore che solitamente si risolve in ansia, insonnia, depressione, disturbo dell’adattamento nonché patologie quali gastrite o ulcera.

È agevole quindi notare la profonda differenza tra i due fenomeni in quanto, mentre il burnout è il risultato lesivo psico-fisico che subisce un lavoratore sia per caratteri interni che esterni dovuti al contesto aziendale, il mobbing è l’insieme degli atti che scatenano la patologia psico-fisica, patologia che può anche essere inquadrata nei casi più gravi proprio quale sindrome da burnout.
Dati sul burn out
2) Disturbi lievi legati a sindrome da burn-out, quali disturbi dell’umore, ansia, e disturbi nelle relazioni interpersonali, colpiscono circa il 23% degli operatori socio/sanitari intervistati
Nel 7% dei casi i sintomi legati alla sindrome da burn out sono più marcati ed evidenti e portano con sé patologie psicosomatiche
La sindrome da burn-out o alcuni dei suoi sintomi principali si presenta con maggior frequenza nella fascia d’eta’ compresa fra i 46 e i 50 anni con una incidenza di 1.3 volte rispetto alle altre fasce di eta’
Il 40% degli intervistati ritiene che il proprio lavoro sia una delle cause di peggioramento della sua qualità della vita, mentre il 45% degli intervistati afferma che il lavoro ha migliorato la propria qualità della vita
In particolare il 65% di chi fa poca formazione professionale e comportamentale (da 1 a 3 gg di corso l’anno) afferma che il lavoro ha peggiorato la qualità della vita mentre solo il 12% di essi afferma che l’ha migliorata
In particolare il 58% degli intervitati nella fascia 30-35 anni affermano che il lavoro ha peggiorato la propria qualità di vita
L’89% delle persone che ritengono il proprio lavoro insopportabile, ritengono anche che il proprio lavoro non gli faccia imparare nulla di nuovo, e quindi sono piu’ esposti alla sindrome da burn-out
Non sempre affrontare la morte e i parenti dei pazienti fa diventare il lavoro insopportabile o pesante. In particolare ben il 59% di chi deve affrontare spesso la morte afferma che il proprio lavoro e’ fonte di gioia e serenità
Allo stesso tempo il 67% di chi affronta la morte quotidianamente e non fa corsi di formazione o ne fa meno di 3 gg all’anno afferma di essere insoddisfatto del proprio lavoro
Solo il 20% degli intervistati utilizza tecniche di rilassamento per affrontare lo stress derivante dal proprio lavoro
Il 73% di chi utilizza tecniche di rilassamento afferma che il proprio lavoro e’ difficile ma sopportabile, e di questi il 65% afferma che e’ fonte di miglioramento della qualità della vita
Fra coloro che non utilizzano tecniche di rilassamento, il 54% afferma che il lavoro e’ una fonte di peggioramento della qualità della vita (contro il 40% del campione totale)
Il 63% delle persone con esperienza lavorativa superiore ai 10 anni afferma di sapersi ricavare tempo per se stessi, ma allo stesso tempo il 35% di essi soffre di disturbi legati al burn-out
Il 93% delle persone che giudicano il proprio lavoro insopportabile, non riesce a dedicare tempo a se stesso.
L’87% degli insoddisfatti giudica una perdita di tempo parlare con i pazienti, mentre il 73% dei soddisfatti dal proprio lavoro giudica importante parlare con i pazienti e stabilire una relazione
Solo il 17% di chi fa più di 5 gg di formazione l’anno giudica inutile parlare con i pazienti
Il 52% delle persone con maggiore esperienza, superiore ai 10 anni giudicano inutile parlare con i pazienti, contro una media del 35%

3) SI PUÒ PREVENIRE LA SINDROME DA BURN-OUT?

ECOLOGIA DELL’AMBIENTE DI LAVORO ED ECOLOGIA DELLA MENTE
LO STRESS,VALUTAZIONE COGNITIVA DELLO STRESSOR
EVENTI STRESSANTI,L’OMEOSTASI
ALEXITIMIA
STRESS, DANNO BIOLOGICO E DANNO PSICHICO MOBBING
LOCUS OF CONTROL
LA SINDROME DA BURN-OUT
IL “SENSO” DEL LAVORO
L’ANALISI ISTITUZIONALE
LA PREVENZIONE DELLA SINDROME DA BURN-OUT
BURN-OUT E COPING
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ECOLOGIA DELL’AMBIENTE DI LAVORO ED ECOLOGIA DELLA MENTE

Oggi la psichiatria mostra un sempre maggiore interesse nei confronti dell’ambiente fisico, umano e relazionale che circonda l’individuo. L’ecologia della mente in un contesto lavorativo non ha a che vedere con il guadagnare denaro, le performances, la carriera, il successo e cose simili, o perlomeno tutto ciò è visto come il frutto, oltre che delle capacità del singolo e del gruppo di lavoro, anche di un ambiente lavorativo che risulti ecologicamente plausibile; in altri termini lo psicoigienista ritiene che una buona qualità ecosistemica del contesto lavorativo (ambiente fisico, clima emotivo, sistema di relazioni interpersonali) sia essenziale al raggiungimento dei traguardi sia di ciascun singolo componente la struttura operativa (l’intero team) sia del gruppo di lavoro nella sua interezza (il team come un insieme).Inoltre, lo psicoigienista, considerando il lavoro come uno dei momenti fondamentale dell’essere al mondo dell’individuo, non può non vedere l’ambiente di lavoro come un’agorà di fondamentale importanza per l’incontro e la convivenza psicologica con l’altro, che non è anonimo passante o gente comune ma compagno, amico, co-operatore, co-costruttore di una realtà che si realizza nel/attraverso il lavoro. Pertanto lo psicologo non potrà non guardare al luogo di lavoro anche come ad un ecosistema che, occupando quotidianamente molte delle ore di cui ognuno dispone, entra nella storia individuale come un sentiero maestro per il processo di individuazione e nella storia del gruppo (di lavoro) come “spazio” fondamentale per il proprio divenire; sotto quest’ottica l’ecologia della mente non può denegare l’enorme valenza psicologica (psicologia della convivenza) che attiene all’ambiente di lavoro quale luogo d’incontro interpersonale che “produce” (oltre la produzione di beni materiali e/o intellettuali e/o morali ed estetici) anche sentimenti, emozioni, amicizie, inimicizie, attaccamento, ripulsa, dinamiche interpersonali e gioco dei ruoli.

LO STRESS

Oggi si tende a dare molto rilievo allo stress quale fattore di fondamentale importanza nella insorgenza di molti disturbi, da quelli nevrotici a quelli così detti “psicosomatici”, ma si tende a trascurare l’importanza dello stress quale fonte di benessere psicofisico; infatti, quando la sua “dose” è fisiologicamente accettabile si può parlare di “eustress” per differenziarlo dallo stress dannoso o “distress”. Lo stress, dunque, può avere valenze positive (quando non risulti eccessivo rispetto alle capacità di tolleranza individuali) poiché può motivaci, energizzarci, stimolarci a lavorare di più e, in generale, anche aiutarci a vivere meglio. Basti citare il vecchio detto latino: “L’ozio è il padre dei vizi”! In effetti, dobbiamo considerare quanto snervante, ad esempio, possa essere la routine. Certamente l’uomo, che è il più curioso degli animali, si nutre di stimoli, di ricerca del nuovo e di creatività ma tutto questo presuppone un impegno, una fatica, uno “stress”, che alla fine risultano sommamente appaganti.

Ma come, già detto, lo stress non può superare una certa soglia.

Il termine “stress” – che significa sforzo, tensione, sollecitazione – fu adottato da Selye per descrivere una sindrome (sindrome da stress) che è la risposta “aspecifica” dell’organismo a tutto ciò che lo costringe ad uno sforzo di adattamento.

Gli stressors possono essere di varia natura: fisici, chimici, biologici, psico-sociali. La prima fase è caratterizzata dalla “reazione d’allarme”. Perdurando lo stimolo subentra uno “stadio di adattamento”. Ma, se lo stimolo non viene rimossi, infine subentra la “fase di esaurimento” che può provocare vere e proprie “malattie d’adattamento”.

Oggi si preferisce fare riferimento all’“adattamento dell’individuo” piuttosto che di adattamento “dell’organismo” per il semplice fatto che ormai si è compreso che la “risposta di stress” è anche la conseguenza di un’“attivazione emozionale” che è in larga parte influenzata da un “filtro cognitivo” o “valutazione cognitiva” da parte dell’individuo, dato il ruolo rilevante che nella “risposta di stress” possono assumere fattori prettamente psicologici come la “memoria esperienziale” e “l’ apprendimento”. Infatti, queste funzioni psichiche giocano un ruolo fondamentale nella valutazione cognitiva e, conseguentemente, nella anticipazione da parte dell’individuo (attraverso la semplice rappresentazione mentale dell’azione, senza dover agire nella realtà esterna) il possibile svolgersi degli avvenimenti, cioè i possibili effetti dell’azione si prospetta nella mente. La valutazione cognitiva riguarda anche la previsione, anche in rapporto all’esperienza personale, delle diverse risposte comportamentali di cui realisticamente si dispone, vale ad dire delle personali risorse utili a fronteggiare gli stimoli. Ad esempio gli americani con un gioco di parole designano con il detto “fight or flight reaction” (o combatti o scappi) due opposte possibilità di reazione (tra le tante) che ha l’individuo quando si trova di fronte a situazioni difficili.

VALUTAZIONE COGNITIVA DELLO STRESSOR

Uno stimolo può essere valutato come potenzialmente minaccioso e determinare un’attivazione emozionale da stress per diversi motivi: perché troppo intenso (quantitativamente eccessivo); perché insolito (qualitativamente abnorme); perché agisce per troppo tempo (temporalmente esorbitante). Quando lo stimolo si dimostra soverchiante rispetto alle capacità di risposta adattiva esso diventa talmente nocivo da provocare manifestazioni morbose.

Negli animali si può evidentemente escludere una “mediazione cognitiva”, perché mancano una coscienza di Sé e delle funzioni psichiche paragonabili a quelli umani; pertanto, negli animali, gli stimoli fisici (prevalentemente) e ambientali e sociali (meno frequentemente) si mobilitano innate risposte biologiche e comportamentali di adattamento; anche se le ricerche avviate Ivan P. Pavlov hanno consentito di accertare che determinati organi viscerali dell’animale possano “apprendere” un riflesso/risposta in seguito non soltanto a condizionamenti esterni ma anche in seguito a stimoli provenienti esclusivamente dall’interno dell’organismo; tali risposte sono le più varie: dalla reazione neurovegetativa, alle modificazioni metaboliche, alla risposta immunitaria.

Dunque, oltre ai fattori fisici, ambientali, alimentari, infettivi – che costituiscono le principali minacce per il mondo animale – la risposta di stress nell’essere umano trova motivi di complicazione nei fattori psicologici e sociali che lo contraddistinguono. Lo stress psico-sociale deriva da alcuni peculiari caratteristiche della psiche umana che sarà bene sintetizzare brevemente.

La condizione psicofisica dell’individuo è il risultato di tutte le influenze che su di esso hanno agito più o meno direttamente sino al quel momento (percorso esperienziale) in connessione con i fattori genetici e costituzionali nel loro intreccio dinamico con i fattori culturali, ambientali, educativi, e così via. Il fatto saliente è che qualsiasi accadimento esterno – che però “appartenga” ad un individuo perché in qualche modo lo riguarda o fa parte della sua vita – diventa un avvenimento soggettivo quale contenuto psichico; ciò in virtù dell’elaborazione psicologica che, però, risente delle disposizioni personologiche basiche del soggetto. In altri termini, l’evento oggettivo nel diventare soggettualizzato, dunque nel divenire evento psichico interno, subisce un’azione plasmatrice che risente dell’interezza delle caratteristiche psichiche specifiche di quell’individuo. Infine, bisogna considerare che l’elaborazione cognitiva da parte dell’individuo (la sua personale valutazione cognitiva dello stimolo) è un’operazione mentale che, per quanto breve, richiede pur sempre, perché si completi, un certo lasso di tempo. Pertanto, la risposta psico-comportamentale allo stressor è non-sincronica rispetto all’immediatezza con cui avviene la risposta a livello biologico. Inoltre, va considerata l’importanza, anche simbolica, che per l’essere umano hanno le istituzioni, la gerarchia, il potere, lo status sociale, il contesto ambientale, gli avvenimenti relazionali, le situazioni affettive: è per questo motivo che l’uomo trova proprio nell’ecosistema sociale, che si è costruito, alcune fondamentali e continuative cause di stress. Infine, bisogna tenere presente che alcune facoltà psichiche tipicamente umane – come il ricordare , il fantasticare o il creare simboli – costituiscono a loro volta fonti continue di stimoli, potenzialmente stressanti, non derivanti dal mondo esterno.

EVENTI STRESSANTI

Gli eventi stressanti sono valutabili secondo il loro grado di intensità (basso, leggero, rilevante, intenso, grave, estremo) pertanto, variano, secondo una scala che varia anche in rapporto all’età in cui si deve compiere lo sforzo di adattamento. Dal punto di vista dello stress lavorativo possiamo considerare, secondo una scala crescente, i seguenti esempi:
·lievi contrarietà, piccoli problemi da affrontare e risolvere, variazioni dalla routine (ad esempio, affrontare un viaggio di lavoro o, per un minore, iniziare un nuovo anno scolastico; ecc.);
·piccoli cambiamenti esistenziali (ad esempio, un trasloco in una nuova sede lavorativa, l’aumento di responsabilità lavorative, un lavoro notturno abituale o, per un minore, il cambiare scuola; ecc.);
·significativi cambiamenti esistenziali, problemi acuti o continuativi, situazioni di perdita non irreparabile (ad esempio, l’inizio di nuova attività lavorativa, un costante insuccesso nel lavoro, ambiente e/o condizioni di lavoro continuativamente disagevoli od opprimenti, incidente nel lavoro, perdita di un collega o, per un minore, costante insuccesso scolastico, emarginazione da parte dei compagni, vessazioni da parte di un insegnante; perdita di un compagno di classe; ecc.);
·eventi esistenziali acuti o cronici intensamente subiti (ad esempio, subire mobbing, licenziamento, pensionamento, malattia invalidante, emigrazione, o, per un minore, disabilità, il subire abuso o sottostare ad educazione severa, istituzionalizzazione; ecc.);
·lutto, gravi perdite o situazioni irreparabili (ad esempio, dissesto finanziario, totale perdita della capacità lavorativa o, per un minore, il subire aggressione fisica menomante o violenza sessuale; ecc.);

·situazioni annichilenti o catastrofiche (sciagure, calamità naturali; terremoto, maremoto; ecc.);

L’OMEOSTASI

Il nostro organismo tende all’omeostasi cioè tende a mantenere il proprio equilibrio e a conservare le proprie caratteristiche morfologiche e fisiologiche contro gli squilibri che possono essere determinati da variazioni interne od esterne. La funzione omeostatica non è un’azione dell’organismo sull’ambiente, ma una retroazione dell’organismo che tende a mantenere il proprio equilibrio anche in rapporto all’ambiente. La salute dipende da un soddisfacente adattamento sia fisiologico che psicologico all’ambiente, il che implica il mantenimento di un equilibrio endogeno e un adeguato adattamento ai fattori stressanti esogeni. La salute è associata a un senso di benessere e di piacere di vivere e ad assenza di dolore e di disabilità. La malattia implica una rottura delle funzioni omeostatiche e adattive dell’organismo.

Una rottura dell’omeostasi può iniziare a qualsiasi livello sia fisiologico che psicologico. Per esempio, la comparsa di un’infezione virale altamente febbrile rappresenta una rottura dell’omeostasi avvenuta a livello dei meccanismi immunitari ma potrebbero essere concomitanti sentimenti di rabbia o di sconforto, secondo la persona, per il conseguente impedimento a portare a termine un impegno improrogabile; la qualcosa in ogni caso denota una concomitante rottura a livello dei meccanismi psico-cognitivi. Meno tenuta in considerazione è che un episodio influenzale febbrile possa rappresentare l’altra faccia della medaglia, cioè l’altro aspetto di uno stato (più raramente) di rabbia o (più frequentemente) di sconforto. In ogni caso si deve conoscere che un disturbo evidente ad uno dei tre livelli (somatico, psichico o relazionale) considerati non può non implicare contemporaneamente gli altri due livelli disturbandone l’omeostasi. In realtà, con Erik Erikson, dobbiamo ammettere che la separazione tra corporeo, psichico e relazionale è solo una nostra artificiale e comoda invenzione. Infatti, possiamo descrivere le varie dimensioni riguardanti l’individuo solo come facce della sua poliedrica unità: Eventi biologici – Eventi Corporei – Eventi Psichici – Eventi Relazionali e Sociali – Eventi Corporei – Eventi Psichici – Eventi Biologici – Eventi Relazionali e Sociali.

ALEXITIMIA

Un aspetto significativo della Sindrome da Stress è l’importanza che hanno i fattori personologici sulla sua insorgenza, tanto è vero che viene descritta una tipica “personalità psicosomatica”. I suoi due aspetti salienti sono: l’“alexitimia” , che è l’incapacità di vivere mentalmente le proprie emozioni, e la sensazione da parte dell’individuo di trovarsi in una situazione di “external locus of control”, vale a dire la sensazione personale che gli eventi decorrano in modo relativamente indipendente dai propri comportamenti (su questo punto si tornerà più avanti). Ne deriva che una “personalità psicosomatica” non solo avrà la tendenza a negare che determinati fattori psicologici possano incidere sul proprio soma (e, pertanto, somatizzare) ma avrà anche l’intima convinzione di non potere esercitare alcuna sostanziale forma di controllo personale sulle situazioni e suoi propri disturbi.

STRESS, DANNO BIOLOGICO E DANNO PSICHICO

Dobbiamo ora chiederci, quale è, per un determinato individuo, la minima unità di stress al di là della quale si sviluppa un danno da sollecitazione (damaging stress)? La questione potrebbe apparire “sofistica” se non tenessimo presente che le aule dei tribunali civili sono inflazionate da cause assicurative riguardanti l’infortunistica proprio per controversie legali riguardanti le differenti valutazioni del danno biologico e del danno psichico.

Se accogliamo l’ipotesi che vi sia un danno psichico concomitante al danno biologico in conseguenza di un evento somato-stressante, dobbiamo porre a noi stessi l’interrogativo se la sollecitazione di rottura (breaking stress) sia suddivisibile in parti uguali tra entrambi fattori di tensione: fisico e psichico. Se uno studente venisse sottoposto a continuo surmenage applicativo da parte di un insegnante troppo pretenzioso si potrebbe, in questo caso, chiamare in causa un’eccessiva sollecitazione di progetto (design stress)? Si potrebbe definire questo un caso di mobbing educativo?

Interessante può risultare una pronuncia della Suprema Corte di Cassazione Italiana che ammette la possibilità che il danno biologico possa sussistere «non solo in presenza di una lesione con postumi permanenti, ma anche in presenza di lesioni che abbiano causato uno stress psicologico» (Cass. 29.11.1999 n. 13440).

MOBBING

Il termine mobbing deriva dal termine inglese to mob (attaccare, assalire) in riferimento a dei comportamenti tipici adottati da alcune specie animali quando cercano di allontanare dal gruppo un loro membro: lo attorniano e lo minacciano. Quel che interessa qui sottolineare è che quando l’individuo è attaccato (o si sente, a torto o ragione, attaccato) deve far fronte alla situazione; il far fronte a una situazione di pericolo o di minaccia è processo comportamentale che, in un linguaggio tecnico, viene denominato coping (dal termine inglese «to cope»). Dal personale stile di coping dipenderà in gran parte la capacità dell’individuo di far fronte allo stress.

Negli ultimi anni si è verificato, nei paesi occidentali, un moltiplicarsi di casi di molestia morale nel luoghi di lavoro. Tale espansione del mobbing potrebbe trovare spiegazione nel fatto che la gente oggi è più “informata” riguardo il fenomeno e, pertanto, è più capace di stare guardia, di tutelare i propri diritti in ambito lavorativo, e anche meno dipendente e più capace di difesa legale rispetto ai tempi quando vigeva una concezione padronale del lavoro. Ma un’altra plausibile spiegazione è che il fenomeno mobbing sia in forte aumento perché oggi c’è la tendenza, in ambito lavorativo, ad aggiogare sempre più la gente, in una forma certamente meno violenta e immediata rispetto all’epoca del “padrone delle ferriere” ma con una logica che, pur se molto più subdola rispetto i tempi andati, viene portata avanti con tenace sistematicità, e che anzi tende sempre più a diventare sistema: dal lavoratore si pretende, prima dell’assunzione (perché si possa ottenere il lavoro) e dopo (perché si possa mantenerlo), un qualcosa in contraccambio (qualcosa in più o di diverso rispetto all’efficienza e alla capacità lavorativa), vale a dire qualcosa a livello fisico in termini sessuali (ne sono soggette con una certa frequenza soprattutto le donne) o a livello economico (una sorta di pizzo per il posto di lavoro) o a livello morale (quiescente complicità in qualcosa di losco) o la rinuncia alla libertà di scelta della propria appartenenza politica (strumento utilizzato dai politicanti a fini elettorali e/clientelari).

LOCUS OF CONTROL

L’espressione locus of control designa la percezione da parte dell’individuo di riuscire o meno ad operare in modo significativo sulla propria realtà sociale. Il locus of control interno si riferisce alla sensazione di possedere la capacità di incidere sugli avvenimenti e, pertanto, di poterli controllare attivamente; al contrario, il locus of control esterno, come già detto, è la sensazione che gli avvenimenti si realizzino in modo del tutto estraneo alla capacità di influenzarli.

L’empowerment, che significa aumento del sensazione di potere, risponde all’esigenza di aumentare le proprie chances sociali, di ridurre le disuguaglianze, di fruire delle opportunità, secondo i più salutari principi di democrazia. L’ empowerment può trovare applicazione a diversi livelli: individuale, di organizzazione sociale o di comunità. A livello psicologico (empowerment individuale) si tratta di attivare un processo che consenta il passare da un sentimento di impotenza acquisita (learned helpness) – a causa dell’accumulo di esperienze frustranti (appartenenza a gruppi emarginati, costante insicurezza economica, condizioni di vita stressanti, insufficiente accesso alle informazioni, ecc.) – ad un sentimento di speranza (learned hopefullness) grazie ad una riacquistata fiducia nel proprio ruolo sociale, tramite l’impegno e la partecipazione, sia nel senso di potere contribuire a stimolare cambiamento ma anche nel senso di poterlo impedire, quando ritenuto iniquo o non condivisibile. Sotto quest’ottica appare di fondamentale importanza la possibilità di operare in gruppo valorizzando il contributo di ognuno. L’ individuo empowered è un individuo che, attraverso una serie articolata di interventi multimodali, ha finito con lo sviluppare la capacità di esercitare un ruolo incisivo all’interno della propria comunità, del gruppo di lavoro, della famiglia.

Sotto quest’ottica, di estremo interesse risulta la capacità delle persone, quando sono sottoposte a eventi stressanti, di adottare adeguate strategie di coping sia ricercando un nuovo equilibrio in relazione alle mutate condizioni, sia evitando di perdere l’autostima. Non va trascurata, tra le risorse esterne di coping, l’importanza sia del supporto sociale sia delle risorse finanziarie, tenuto conto dell’alto costo economico che ha oggi la tutela della salute individuale; chiaramente, quanto maggiori sono le risorse finanziarie tanto maggiori saranno le possibilità di adottare anche modelli di coping alternativi a quelli non strettamente medicali.

Dopo quelli sinora considerati, bisogna affrontare altri aspetti che hanno a che vedere con lo stress ambientale come ad esempio lo squilibrio dinamico tra individuo e ambiente (che possiamo definire tenso-corrosione individuo-ambiente), sia che si tratti di un’eccessiva pressione da parte dell’ambiente nei confronti di un determinato individuo sia che si tratti dell’incapacità da parte dell’individuo di utilizzare opportunamente le risorse ambientali.

Anche lo stress ambientale può portare alla rottura o crollo psicofisico dell’individuo (environmental stress cracking), sia perché la forza d’urto delle sollecitazioni alle quali egli è sottoposto superano le sue capacità basiche di tolleranza, sia perché le sollecitazioni possono avere le caratteristiche della turbolenza, sia ancora perché l’individuo, in un’ottica ecosistemica, può costituire il punto (o meglio la persona) in cui vengono a concentrarsi la maggior parte delle tensioni ambientali.

Come connotazione collaterale, potrà risultare interessante citare che in una sentenza del Tribunale di Torino un giudice ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno biologico dovuto a mobbing, in occasione di un processo del lavoro in cui il dipendente è stato ritenuto oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori e, in particolare, venivano poste in essere nei suoi confronti pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro. Nei casi più gravi, tali pratiche possono tendere ad espellere il dipendente. In generale tali pratiche, afferma il giudice, hanno l’effetto è di intaccare gravemente l’equilibrio psichico del prestatore d’opera, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in se stesso, provocando catastrofe emotiva, e talora grave depressione.

LA SINDROME DA BURN-OUT

Abbiamo visto come lo stress può portare a una rottura dell’equilibrio omeostatico tale da produrre una serie di alterazioni che vanno dalla sofferenza psicologica sino a vere malattie organiche nelle quali, dal punto di vista eziopatogenetico, appaiono primari i fattori psicologici.

Possiamo, ora, considerare le seguenti questioni.

In che cosa si differenzia la Sindrome da Burn-out dai tipici disturbi nevrotici come l’Ansia e le Nevrosi d’organo o dai Disturbi dell’umore come ad esempio la Depressione? In cosa consiste la specificità della Sindrome da Burn-out?

Si può prevenire il Burn-out?

Si può e curare il Burn-out?

Il termine inglese Burn-out ha i seguenti sinonimi: suffer exhaustion, to be exhausted, to be on fire, to be destroy by fire, damaged, injured, corroded, eaten away, to go red, to crash. In pratica sta a indicare uno stato di esaurimento fisico o emozionale soprattutto quale conseguenza di un lungo periodo di stress o di sregolatezza; si tratta di un individuo che è esausto dal punto di vista fisico e/o emotivo a causa di un lungo o abbattuto vinto a causa di un stress eccessivamente prolungato.

In termini psicologici, con la sindrome da burn-out si fa riferimento a uno stato di affaticamento o di frustrazione che è provocato soprattutto dalla devozione a una causa o a un modo di vivere o ad una relazione interpersonali senza che però venga la ricompensa attesa. In effetti – come evidenziato da Herbert J. Freudenberger, lo psicologo che ha coniato il termine “burn-out” – si tratta puramente di un problema di buone intenzioni, dal momento che la sindrome si sviluppa proprio in persone che tentano, pur senza riuscirvi, di raggiungere un certo tipo di risultato o determinate finalità. Questi tentativi a vuoto finiscono con il togliere ogni energia all’individuo che tende ad isolarsi sempre più.

In che cosa si differenzia la Sindrome da Burn-out dai tipici disturbi nevrotici come l’Ansia e le Nevrosi d’organo o dai Disturbi dell’umore come ad esempio la Depressione? In cosa consiste la specificità della Sindrome da Burn-out?
Già nella eziopatogenesi della sindrome da burn-out troviamo la risposta al quesito che ci siamo posti: i sintomi, è vero, potrebbero far pensare facilmente ad un classico stato depressivo, ad una nevrosi d’ansia, un disturbo psicosomatico:

– mancanza di energia, esaurimento emozionale, senso di insoddisfazione, atteggiamento oppositivo, ridotta resistenza all’insorgenza di malattie, assenteismo dal lavoro, scarsa performance lavorativa, isolamento;

– e ancora, sensazione d’essere giù fisicamente, irritabiltà, facile esplosività, ensazione d’essere assediato, mancanza di sonno, sospettosità, perdita di peso, frequenti mal di testa e mal di stomaco.

Tutto questo non potrebbe diagnosticato quale disturbo d’ansia o disturbo depressivo?

Certamente! Ma il fatto che la persona in precedenza era una persona attiva, desiderosa di raggiungere traguardi, piena di buone intenzioni e desiderosa di apprezzamento, ci deve indurre a valutare la possibilità di una tipica sindrome da burn-out.

Qual’è la dimensione del “fenomeno burn-out”?

Quali contesti a livello istituzionale e macrosociale favoriscono il burn-out?

IL “SENSO” DEL LAVORO

Noi tutti sappiamo l’importanza che il lavoro riveste nella nostra esistenza non solo perché ci consente di sopravvivere, di prosperare, di procurarci beni materiali, ma anche perché ci dà un ristoratore senso di fattività, di produttività e di appartenenza; inoltre un appagante senso di partecipazione alla costruzione della realtà sociale. Ognuno però vorrebbe che il suo lavoro non sia in qualche modo svilito da decisioni alle quali non si è chiamati a partecipare, ad iniziative alle quali non si è chiamati a dare la propria opinione. La mera esecuzione di progetti o di compiti, imposti dall’alto o dei quali non si conoscono le finalità è un problema che può riguardare, sotto certi punti di vista, molti pubblici dipendenti e, sotto altri punti di vista, un grande numero di dipendenti che lavorano per le imprese private.

Tutti sanno che le insoddisfazioni lavorative finiscono per intrudere, a volte drammaticamente, nella vita familiare ed extra-lavorativa.

Non possiamo soffermarci troppo a lungo sui problemi legati all’invasione da parte degli strumenti informatici nel mondo del lavoro; in realtà si tratta di mezzi che arricchiscono le nostre potenzialità e che, inoltre, ci impreziosiscono di una dimensione ludica (sin quando non si guastano, naturalmente!). L’unica questione è relativa all’eventuale mancata salvaguardia della necessaria ergonomia fisica e ambientale relativamente all’utilizzo delle attrezzature informatiche.

Altri problemi sono invece più generali e riguardano la dimensione dei cambiamenti tecnologici che stiamo vivendo: realtà e scenari come quelli proposti da soggetti cinematografici come “Matrix” e “Nirvana” non sono poi così lontani, tutto ciò mette ansia a livello macrosociale. Ma i problemi principali e più immediati a livello macrosociale sono di ben altra natura. Potremmo chiamarli “stimoli nocivi nella vita quotidiana dell’uomo in lotta per l’esistenza”.

È nostra opinione che nel mondo occidentale attualmente sia diffuso un doppio messaggio che incrementa, soprattutto nei giovani, le tendenze borderline a livello sociale: da un lato si esalta e si sollecita l’autonomia e la creatività individuale di tutte le fasce generazionali e lavorative, per altri versi i rapporti di potere tendono a concentrarsi nelle mani di gruppi ristretti oligarchici e in forme sempre più egemoniche. Tutto questo certamente produce un continuo aumento dei casi di burn-out. Il fenomeno della globalizazione potrebbe essere letto anche come un’espressione worldwide di un fenomeno (crescente de-powering di una sempre maggiore quantità di persone) che anche investe in modo capillare la comunità locale. Anche il degrado ambientale potrebbe forse essere espressione macro-sociale dell’inquinamento delle anime locali dedite vorticosamente a consumare e ad usare l’atro più che a costruire insieme all’altro.

Nel mondo del lavoro le soluzioni possono essere trovare ricercando nella dimensione locale modelli utili che possano essere esportati altrove. Ad esempio, in alcuni paesi si dà sempre maggiore valore alla flessibilità del lavoro e alla rispondenza del tipo di lavoro (prescelto o assegnato) alle caratteristiche e alle disposizioni personologiche del prestatore d’opera.

L’ANALISI ISTITUZIONALE

Estremamente importante può rivelarsi l’analisi istituzionale utile a studiare alcuni particolari aspetti legati al contesto lavorativo – quali il tipo di management, le dinamiche del potere, il gioco dei ruoli, le dinamiche interpersonali – che consentono di mettere in luce i problemi emergenti nel luogo di lavoro.

L’analisi istituzionale non é importante soltanto per i dipendenti o i subalterni che hanno interesse a migliorare la qualità del contesto lavorativo ma utilissima anche per i dirigenti che hanno la necessità di comprendere quel che non funziona nel loro modo di gestire la struttura della quale sono a capo ed anche di conoscere se nel gruppo di base siano attivi alcuni fattori poco visibili che tuttavia impediscono allo staff operativo nel suo insieme di funzionare come un gruppo di lavoro abbastanza armonioso e fattivo. Spesso si studia la struttura istituzionale solo dal modo in cui funzionano i vertici, soprattutto perché si ha l’abitudine di guardare all’organizzazione nella sua configurazione essenzialmente piramidale, ma si dimentica di osservare la struttura come un contesto unico (configurazione circolare) nel quale ogni singolo membro occupa uno dei tanti possibili vertici (un qualsiasi punto lungo la circonferenza) del cerchio ideale, dato ché indubbiamente il singolo può comunque esercitare una certa azione (e indurre una retroazione) sull’intero contesto, che ad ogni modo è limitata al potere che egli ha (in base posto occupato nella scala gerarchica). Ben maggiore è, invece, il peso dello stato d’animo dei vari sottogruppi (individui “accomunati” indipendentemente dal grado gerarchico) che possono sorgere spontaneamente all’interno istituzione, e la cui influenza sull’intero sistema non è correlabile al potere gerarchico di ciascun componente il sottogruppo. Il ricorso allo psicologo sociale può rivelarsi prezioso sia per comprendere a fondo le dinamiche psicologiche minanti l’intero contesto istituzionale e il suo buon andamento, sia a sanarle.

LA PREVENZIONE DELLA SINDROME DA BURN-OUT

A livello individuale, si possono utilizzare, oltre l’intervista psicologica, dei questionari idonei ad evidenziare un’incipiente sindrome da burn-out. A livello di contesto lavorativo, lo psicologo del lavoro può intervenire a livello dello specifico ecosistema in cui è chiamato a prestare la propria consulenza.

L’intervento psicosociale, che deve essere preceduto dall’analisi istituzionale per individuare i problemi palesi e le dinamiche sotterranei che inquinano il contestano lavorativo, sarà successivamente diretto a: potenziare la creatività e le risorse operative di ciascun componente l’istituzione (o struttura operativa) di qualsiasi livello gerarchico; favorire l’emergere dello spirito di gruppo, a fare ritrovare il valore sociale dell’istituzione, a valorizzare il luogo di lavoro quale occasione di co-costruzione sociale della realtà. Infine una parte fondamentale dell’intervento psicosociale è la programmazione di un’attività formazione psicologica verso relazione d’oggetto professionale riservata a tutti i componenti (di ogni ordine e grado) l’istituzione.

BURN-OUT E COPING

Gli individui più protetti dalla sindrome del burn-out sono dotati di una buona autostima; spesso hanno un buon sistema di appoggio sociale, dei confidenti, una rete di amici; sono persone conservano la capacità di sorridere anche in ambiente lavorativo troppo austero od oppressivo.

Una maggiore coscienza riguardo il proprio stato di stress e i fattori che lo hanno provocato sono le prime risorse di una persona che ha sviluppato la sindrome da burn-out. Pure essenziale è evitare di isolarsi cercando familiari, amici e conoscenti con i quali passare momenti di svago in modo da distogliere la mente dalla ruminazione ossessiva sui problemi patiti nell’ambiente di lavoro. A volte paradossalmente può risultare utile intensificare la propria attività lavorativa. In genere le tecniche di rilassamento e le attività sportive possono fare ritrovare quell’energia e quell’autostima necessarie a riacquistare le proprie difese non passive: la capacità si non farsi più sottomettere, di rispettare se stesso e le proprie opinioni, di dire no quando l’acquiescenza non è dovuta. In questo senso anche l’eventuale ricorso a professionisti capaci di offrire una relazione d’aiuto – un buon avvocato (per il supporto legale a difesa dei propri diritti) e buon psicoterapeuta (per il supporto psicologico a difesa del proprio spirito) – possono rivelarsi preziosi!

Risarcimento del danno da burn out
Il danno derivante dalla sindrome da burnout è certamente inquadrabile quale danno biologico, anche detto danno alla salute, che si sostanzia concretamente in una lesione di natura squisitamente fisica quale anche una condizione di psicopatologia ovvero in una serie di alterazioni del modo di essere e/o anche di vivere della persona nelle relazioni lavorative, ma anche sociali e infine familiari che ledono la piena espressione della sua personalità nel mondo esterno.

Poiché il danno biologico non è relegato esclusivamente alla lesione della capacità di ulteriormente produrre o meno ricchezza (ad esempio non poter più svolgere determinati lavori perché si è perso uno degli arti superiori e quindi perdere nel futuro il relativo guadagno economico), per lungo tempo si è discusso di voci di danno quali quello esistenziale e/o alla vita di relazione dapprima inquadrandole nel danno morale e di poi costituendole come autonome voci di danno che andavano risarcite.Dopo anni di tentennamenti e decisioni giurisprudenziali spesso anche contraddittorie, le Sezioni Unite Civili della Suprema Corte di Cassazione, con l’ormai noto poker di sentenze depositate tutte nello stesso giorno (11 novembre 2008) decidendo cause diverse hanno definitivamente chiarito che la nozione giuridica di danno biologico ricomprende in sé tutti i tipi di lesione che il soggetto subisce o ha subito, giuridicamente e scientificamente accertabili ed accertate, senza che si debba procede quindi a duplicazioni risarcitorie di voci in realtà già ontologicamente conglobate nel primo (cfr. Cassazione Civile Sezioni Unite sentenze nn. 26972 – 26973 – 26974 – 26975/2008), ma sicuramente procedendo ad una cd. personalizzazione dei vari aspetti dell’individuo lesi.

In ogni caso va chiarito che le Sezioni Unite Civili della Cassazione non hanno inteso eliminare dal panorama giuridico voci di danno come quello psichico, esistenziale, morale ma semplicemente chiarire che tali compromissioni della integrità psicofisica di un soggetto sono da intendersi tutte come espressione del danno biologico, che pertanto è da considerarsi come lesione di ogni modo di essere e ogni potenzialità dell’essere umano comprese le manifestazioni dell’individuo riguardanti la sfera relazionale, la vita affettiva, la funzionalità cognitiva, la personalità nel suo insieme.

Ciò posto il danno da sindrome da burnout, la cui responsabilità sia ricondotta in capo al datore di lavoro, va risarcito secondo le regole civilistiche a mente dell’art. 2087 c.c., e va supportato con il suo riconoscimento previa consulenza tecnica da redigersi ad opera di uno psicologo e/o di uno psichiatra, unitamente al medico legale.Tale danno qualora sussistente e riconosciuto va quantificato, come pacificamente stabilito dalla Corte di Cassazione recentemente, e liquidato secondo le tabelle all’uopo predisposte dagli uffici giudiziari del Tribunale di Milano, tabelle che riportano punti percentuali di risarcimento della lesione alla integrità psico-fisica diversificati a seconda della gravità della lesione, del sesso e dell’età del soggetto da risarcire.

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