alloggi ex popolari per i profughi

Liste d’attesa al villaggio dei profughi
Adesso arrivano da tutta Italia

“In cento aspettano un posto. Dentro, donne e bambini”: la denuncia del Comitato
elisabetta grazianiLe palazzine dell’ex villaggio olimpico di via Giordano Bruno non sono più vuote. Trecento profughi hanno occupato due edifici di quelli mai venduti dalle Olimpiadi del 2006. Cento migranti sono in lista d’attesa e altri continuano ad arrivare da sabato, quando è iniziata l’occupazione. Settimo, Ivrea e il resto della provincia, le città di provenienza. Ma anche Siracusa, Catanzaro, Napoli, Savona.

È cominciata la migrazione interna al Paese, scatenata dalla chiusura – decretata dal Governo – delle comunità d’accoglienza dove fino a fine febbraio sono stati «parcheggiati» i migranti provenienti dal Nord Africa. La «Lampedusa torinese» si sta riempiendo dei migranti usciti dai centri di tutta Italia. Torino, nel loro immaginario, è ancora l’Eldorado, la città del Nord dove è più facile trovare un lavoro e, per alcuni, studiare. Fra loro, anche 14 donne e 9 bambini. Difficile capire se facciano o meno parte di quei «vulnerabili» ai quali il ministero degli Interni ha garantito un tetto almeno fino ad agosto, a sei mesi dalla fine della cosiddetta Emergenza Nord Africa.

Il tam-tam

«Dai primi di marzo hanno cominciato ad arrivare da noi, in via Bologna, corso Peschiera e via Chieri – raccontano gli altri profughi, quelli che vivono da più anni a Torino negli altri edifici occupati -. Cercavano un tetto, ma noi siamo al completo e abbiamo detto loro di andare da altre parti. Sapevamo che molte case del villaggio olimpico sono vuote e glielo abbiamo detto». È cominciato così l’esodo dalle strade della città, dove parecchi di loro dormivano, verso via Giordano Bruno. Un tam-tam diffuso in fretta via cellulare. Prima tra i profughi della regione, poi anche fuori.

Mohamed ha 28 anni. È fuori dall’hotel Giglio di Settimo dal 6 marzo, nonostante stesse studiando per sostenere l’esame di terza media, ed è uno di coloro che hanno coordinato altri migranti: il suo cellulare squilla sovente negli ultimi tre giorni. «Ci siamo organizzati stando in strada – racconta – quando alcuni di noi 45 hanno cominciato ad ammalarsi per il freddo».

Da altre città d’Italia

Bishara e Omar sono del Ciad e hanno entrambi 26 anni, le notti all’addiaccio sono diventate un’abitudine: uno proviene da Ragusa, l’altro da Savona. «Siamo venuti a Torino per studiare», spiegano. «Qui l’Ufficio stranieri mi ha detto che non può aiutarmi perchè ero nel centro di accoglienza di Savona, sono 4 mesi che dormo per strada e non ho mai preso l’assegno da 500 euro – protesta Omar -. Altri compagni mi stanno chiamando da Savona per venire a Torino».

Il Comitato di solidarietà

Non solo Usb, centri sociali e cosiddetti «autonomi» nel comitato che dà un supporto ai profughi di via Giordano Bruno. Stefania Gatti fa parte dello sportello migranti del sindacato Cub ed è membro dell’Associazione studi giuridici immigrazione (Asgi): «Il Cub vuole aderire al Comitato. Qui sono in gioco i diritti umani – dice -. Molti migranti hanno firmato la liberatoria con cui rinunciavano ad accedere ad altri sistemi di accoglienza senza nemmeno conoscere l’italiano». Francesca Lopinto è una studentessa di Antropologia, anche lei fa parte del Comitato: «Cerchiamo di dare una mano ai profughi nell’organizzazione. Si è attivata una rete di solidarietà anche fra i cittadini».

Gheddafi, tra gli immigrati più di vecchia data, ha preso accordi con la Pastorale Migranti della diocesi per gestire la sua «emergenza Africa»: «Dalla prossima settimana dovremmo ricevere degli aiuti grazie al Banco Alimentare». Sempre che lo sgombero non arrivi prima della solidarietà.

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