Periculum in mora- tratto dalla rete Vito e Elena, la moglie, una casa popolare la chiedono per la prima volta nel 1991,

La locuzione latina fumus boni iuris, in italiano «parvenza di buon diritto»,

Periculum in mora è una locuzione latina che significa letteralmente “pericolo nel ritardo” cioè “pericolo/danno causato dal ritardo”.

I tre fratellini li hanno portati via il 18 aprile, quasi un mese fa. Un provvedimento del Tribunale dei Minori di Torino li ha tolti ai genitori, separati e affidati a due comunità diverse. Da allora il papà e la mamma possono far loro visita una volta ogni quindici giorni e provare a sentirli al telefono una volta a settimana.

Non sono adatti, non li sanno crescere, sostengono i giudici. E c’è del paradossale in questa sentenza pronunciata contro una madre e un padre che di figli finora ne hanno fatti cinque e che – chi lo sa – forse potrebbero anche continuare a farne. E che ora annunciano battaglia per andarsi a riprendere gli ultimi tre e ricostruire la famiglia. Vito Colacchio, il padre che non è in grado di far crescere i suoi figli, ha consultato un avvocato, fatto ricorso, e ora aspetta e conta i giorni. «Perchè noi i genitori li sappiamo fare, e i bambini li sappiamo crescere. La verità è che ce l’hanno con noi, si stanno accanendo, noi vogliamo solo i nostri figli e una casa, non chiediamo nulla di illegale».

 Vito e Elena, la moglie, una casa popolare la chiedono per la prima volta nel 1991, diciassette anni fa, quando di figli ne hanno due. Partecipano a due bandi ma la loro famiglia non ha disagi particolari, solo uno stipendio basso: totalizza pochi punti.

La moglie rimane incinta per la terza volta. Per Vito e Elena quando capita di avere una gravidanza non la si interrompe, anche se i soldi in casa non sono molti. Vito lavora come postino, in quell’epoca guadagna un milione e 400 mila lire al mese e 350 mila lire di affitto. «Siamo cresciuti secondo quegli insegnamenti. E quindi i figli li vogliamo, ci piacciono e pensiamo anche di crescerli bene. Ognuno si assume le proprie responsablità».

Vito si assume le sue. Si separa dalla moglie, le separazioni portano punti. E si fa sfrattare dalla casa dove vive. Secondo il suo ragionamento questo dovrebbe garantirgli altri punti. Gli procura invece una valanga di guai. Nel 2000 si trova con tre figli, l’ultima di pochissimi mesi e senza una casa. Il Comune non li lascia in strada, li ospita in un albergo per due mesi. Ma la casa popolare non gliela danno. In Comune sono gentili ma li mandano ai servizi sociali. «Noi saremmo anche d’accordo nell’assegnarvi un alloggio, mi dicevano, ma il vostro caso non è di nostra competenza».

E’ solo l’inizio di un lungo pellegrinaggio tra residences, alberghi, case-famiglia. «In questi anni hanno speso più o meno 250 mila euro – calcola Vito – se la casa l’avessero costruita ci avrebbero risparmiato loro e i miei figli avrebbero vissuto molto meglio invece di essere portati da una parte e dall’altra, invece di essere separati da noi con tutti i traumi che questo comporta».

Ad un certo punto, esasperati, Vito e Elena organizzano uno sciopero della fame. «Tutti, anche i nostri figli. Se avessimo scioperato solo io e mia moglie ci avrebbero fatto morire ma nessuno si sarebbe occupato di noi». E’ vero, se ne occupano ma con un provvedimento del Tribunale dei Minori: la più piccola viene mandata in comunità, non può rimanere con dei genitori così irresponsabili. «Non l’abbiamo maltrattata, volevamo solo far capire che volevamo vivere con i nostri figli in una casa e avevamo tutti i titoli per l’assegnazione di un alloggio».

Tre mesi di tentativi di spiegare, poi Elena ottiene di nuovo l’affidamento della figlia ma in una comunità. L’odissea prosegue con il tentativo di occupare una casa con il risultato di una denuncia e lo sgombero. Allora vanno a vivere a casa di una sorella: dieci persone in tre stanze. Li rispediscono di corsa in comunità con la mamma. Quasi un mese fa la separazione, l’ennesima. «Non è giusto, noi vogliamo solo una casa dove crescere i nostri figli», scuote la testa Vito. 

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Dopo aver parlato a lungo con Vito sono andata a cercare gli assessori competenti per ascoltare le loro versione.

Roberto Tricarico, assessore per le Politiche della Casa di Torino, c’è una famiglia che da diciassette anni chiede una casa popolare. Cinque figli, uno stipendio da postino, nessun alloggio, separati: che cosa devono fare per averla?
«E’ una storia complessa. Hanno fatto più volte domanda di un alloggio perché colpiti da uno sfratto per morosità ma secondo i criteri che il Comune si era dato all’epoca non avevano i titoli perché lo sfratto era colpevole».

Vito, il capofamiglia, si difende sostenendo che era l’unico modo per avere i punti necessari per vedersi assegnare la casa.
«Difatti, anche se non esistevano i titoli, abbiamo trasmesso la pratica ai servizi sociali che li stanno seguendo».

Ma una casa non avrebbe evitato che il Comune spendesse 250 mila euro e a loro di vivere in modo così difficile per anni?
«C’è un problema di capacità genitoriale dicono le relazioni dei periti e quindi invece di abbandonarli in una casa preferiscono seguirli in una struttura. E’ una situazione in cui i problemi sono tanti e anche le esigenze. Non è detto che siano in grado di farcela da soli».

Marco Bargione, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Torino, la famiglia Colacchio voleva una casa e si ritrova senza figli. L’ultimo provvedimento che ha portato via i loro figli è di quasi un mese fa.
«In genere i servizi sociali si limitano a fare relazioni, sono i giudici a emettere i provvedimenti. Posso dire però che l’obiettivo primario è mantenere il nucleo familiare. Questa famiglia è seguita fin dal 1986, i loro problemi sono molti».

Vito Colacchio, il padre dei tre fratellini dal 18 aprile in comunità, sostiene che in realtà c’è accanimento contro di loro, che qualcuno dei servizi sociali ce l’ha con loro.
«Proprio per evitare che fossero attribuiti trattamenti pregiudiziali sono cambiati tre volte i loro riferimenti come responsabili dei servizi sociali in modo che ci fossero valutazioni diverse».

A dire il vero sono stati loro a cambiare residenza più volte in questi anni e quindi a passare da una circoscrizione all’altra.
«E comunque alle valutazione dei servizi sociali il Tribunale dei Minori aggiunge quelle degli esperti di Neuropsichiatria Infantile e risulta che ci troviamo di fronte a una genitorialità difficile da esercitare». 

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