nessuna -consiglio di stato –

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1)Consiglio di Stato, sez. V, 6 dicembre 2007, n. 6243
Edilizia residenziale pubblica – Atto di assegnazione di alloggi E.R.P. – Provvedimento di decadenza – Potere di
autotutela – Adeguata istruttoria – Opportuna motivazione – Necessità.
FATTO
Con ricorso notificato i giorni 7, 13, 15 febbraio 2007 e depositato il 24 seguente il
signor Eugenio Caprarelli ha appellato la sentenza 28 novembre 2006 n. 10257 del TAR
Campania, Napoli, Sezione V, non notificata, di reiezione del suo gravame diretto
all’annullamento del provvedimento 21 aprile 2005 n. 1462/u.u./8018 del Comune di
Piedimonte Matese, col quale egli veniva dichiarato decaduto dall’assegnazione dell’alloggio di
edilizia residenziale pubblica da lui occupato, sito nello stesso Comune, per non aver avuto
stabile dimora nel medesimo alloggio. All’uopo ha dedotto:
1.- Erroneità dei presupposti di fatto su cui è fondata la decisione del TAR Campania.
2.- Carenza istruttoria.
Il Comune di Piedimonte Matese non si è costituito in giudizio; si è invece costituito lo
IACP di Caserta, svolgendo controdeduzioni anche nella successiva memoria del 4 luglio 2007.
All’odierna udienza pubblica la causa è stata posta in decisione.
DIRITTO
Com’è esposto nella narrativa che precede, forma oggetto dell’appello in esame la
sentenza 28 novembre 2006 n. 10257 del TAR Campania, sede di Napoli, Sezione V, con la
quale è stato respinto il gravame proposto dal signor Eugenio Caprarelli, attuale appellante,
avverso il provvedimento 21 aprile 2005 n. 1462/u.u./8018 del Comune di Piedimonte Matese,
concernente dichiarazione di decadenza dall’assegnazione dell’alloggio di edilizia residenziale
pubblica da lui occupato, sito nello stesso Comune, “in quanto l’assegnatario non ha avuto
stabile dimora nell’alloggio assegnato”.
In particolare, il TAR ha ritenuto infondato il primo motivo (violazione dell’art. 20 L.R. n.
18/97 ed eccesso di potere per carenza d’istruttoria, travisamento dei fatti e difetto del
presupposto della mancata stabile occupazione dell’alloggio) osservando, in diritto, che dall’art.
17, co. 1, lett. b) del D.P.R. n. 1035 del 1972, prevedente la revoca dell’assegnazione
dell’alloggio di edilizia residenziale pubblica nel caso di abbandono dell’alloggio per un periodo
superiore a tre mesi senza la previa autorizzazione dello IACP, e dall’art. 20 della L.R.
Campania n. 18 del 1997, secondo cui deve essere disposta la decadenza dall’assegnazione nei
confronti di colui che non abiti stabilmente nell’alloggio assegnato, si evince che “la mancata
stabile occupazione dell’alloggio costituisce, di per sé ed indipendentemente dai motivi della
stessa, causa di revoca dall’assegnazione”.
In fatto, ha poi rilevato che siffatta evenienza risultava dagli atti di causa e, in
particolare, che il signor Caprarelli risiedeva nel Comune di Piedimonte Matese solo dal 1993, a
fronte dell’assegnazione avvenuta nel 1986; che l’alloggio non fosse occupato stabilmente era
confermato dalla nota prot. 200/2001 della Polizia municipale dello stesso Comune, attestante
che egli vi dimorava “in modo periodico in quanto lavora fuori comune”; che altre indicazioni in
tal senso provenivano dall’autocertificazione ISEE presentata al Comune di Bologna per l’anno
2002 dal coniuge dell’istante, assegnataria a sua volta di alloggio di edilizia popolare in quel
Comune, da cui risultava la ricomprensione del signor Caprarelli nel nucleo familiare della
dichiarante, la sua residenza in Bologna e la sua iscrizione presso la locale USL, nonché dalla
documentazione fiscale degli anni 2001 e 2002 prodotta dallo stesso istante, indicante Bologna
quale domicilio fiscale, e dall’accertamento dell’INAIL del dicembre 2002 inviatogli all’indirizzo
in Bologna.
Ha concluso perciò che dal complesso di tali circostanze si desumeva come, per un
significativo periodo di tempo, l’interessato aveva dimorato stabilmente in Bologna, dunque
abbandonando l’alloggio assegnatogli in Piedimonte Matese.
Il TAR ha disatteso altresì il secondo motivo (violazione della legge n. 241 del 1990 e
carenza di adeguata motivazione anche con riferimento alle deduzioni presentate al Comune
dal ricorrente) per l’irrilevanza di eventuali violazioni procedimentali, posto che l’interessato
aveva avuto copia degli atti del procedimento ed era stato in grado di articolare la censura,
nonché tenuto conto che negli atti richiamati nel provvedimento erano chiaramente indicate le
ragioni giuridiche e le circostanze di fatto in base alle quali era stata adottata la dichiarazione
di decadenza, mentre non poteva procedersi comunque all’annullamento per tale aspetto
dell’atto impugnato, stante la sua natura di atto vincolato, l’omogeneità tra contenuto effettivo
e contenuto virtuale del provvedimento ed avuto riguardo al disposto dell’art. 21 octies, co. 2,
della legge n. 241 del 1990.
Infine, analogo esito ha raggiunto in ordine al terzo motivo (eccesso di potere per
illogicità, contraddittorietà ed ingiustizia) per l’inconfigurabilità dei vizi dedotti nei riguardi di
atto avente l’anzidetta natura vincolata e per l’irrilevanza, a fronte della necessità della
permanenza delle condizioni prescritte per l’assegnazione dello stesso alloggio, del profilo
concernente la lentezza del procedimento di riscatto dell’alloggio, peraltro attinente a
questione che l’istante avrebbe potuto far valere con gli strumenti di legge.
Premesso quanto innanzi, la Sezione ricorda che, come evidenziato dall’Istituto
appellato, il provvedimento di decadenza dall’assegnazione di un alloggio di edilizia
residenziale pubblica per mancata occupazione stabile non ha natura sanzionatoria, bensì
consiste nell’esercizio di un potere di autotutela a garanzia del perseguimento del pubblico
interesse all’effettiva destinazione del bene immobile, realizzato con fondi pubblici, alle
esigenze di colui che abbia concreta necessità dell’alloggio, sicché al fine in questione rileva
non già l’elemento soggettivo della condotta tenuta dall’assegnatario, ma la circostanza
obiettiva della mancata utilizzazione dell’abitazione (cfr. in tal senso, tra le tante, Cons. St.,
Sez. VI, 27 febbraio 2006 n. 844, e Sez. IV, 14 aprile 2004 n. 2107).
Tuttavia, come anche recentemente ribadito dalla giurisprudenza formatasi in materia,
pienamente condivisa dal Collegio, occorre notare che un siffatto provvedimento incide
gravemente sulla sfera giuridica dell’assegnatario; pertanto, il potere di autotutela in parola
non può che essere esercitato nel massimo rispetto dei principi di imparzialità e buon
andamento (che contribuiscono a delineare il principio di legalità dell’azione amministrativa) di
cui all’art. 97 della Costituzione, quindi mediante il corretto contemperamento dei delicati
interessi in gioco, vale a dire di quello, pubblico, alla assegnazione dell’alloggio a chi ne abbia
reale necessità e quello, privato, dell’assegnatario a non vedersi sottratto l’alloggio se non
quando ricorrano effettivamente e concretamente i presupposti stabiliti dalla legge. Ne
consegue che lo stesso provvedimento deve fondarsi su un’adeguata istruttoria ed una congrua
motivazione da cui risultino gli elementi valutati dall’amministrazione e l’iter logico da essa
seguito per pervenire alla determinazione assunta (cfr, tra le ultime, Cons. St., Sez. IV, 21
maggio 2007 n. 2563).
Nella specie, in sede di esame del primo motivo il TAR, limitandosi – come si è visto – a
rilevare gli elementi formali risultanti dagli atti richiamati, non ha considerato come tali
elementi non fossero sufficienti a dimostrare la volontà dell’assegnatario di dimorare
effettivamente e stabilmente altrove, dunque di abbandonare l’alloggio in questione, tanto
meno per un periodo superiore a tre mesi.
Invero, l’assunzione di residenza anagrafica in Bologna, con correlati inserzione in quel
nucleo familiare, domicilio fiscale e iscrizione alla locale USL, sono solo indiretti elementi
dimostrativi dell’abbandono, non incompatibili con una diversa situazione di fatto. Di contro,
all’uopo l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto accertare in concreto se l’immobile era
restato realmente disabitato, e non solo occasionalmente ma continuativamente per un
determinato lasso temporale, ad esempio attraverso ripetuti accessi e/o la verifica dei consumi
di energia elettrica, acqua, gas e telefono. Pertanto, in assenza di tali accertamenti, come la
mancata residenza anagrafica nel Comune di Piedimonte Matese fino all’anno 1993 non ha a
suo tempo impedito l’assegnazione né dato luogo al suo annullamento, così l’assunzione di
residenza anagrafica in Bologna – peraltro non certificata in atti, nonché comunque non
accompagnata dalla cancellazione dai registri anagrafici di Piedimonte Matese ed anzi
contraddetta dal fatto che nell’anno 2001 l’interessato sia stato ivi censito – non giustifica di
per sé sola la revoca dell’assegnazione. Né è idonea a corroborare l’assunto del TAR
l’informativa della Polizia municipale dell’anno 2001, che si limita ad affermare che il signor
Caprarelli “dimora nell’alloggio IACP in modo periodico” per ragioni di lavoro, senza precisare i
termini effettivi della periodicità e, in specie, se questa si sia tradotta in assenze di durata
superiore a tre mesi (come previsto dal cit. art. 17, D.P.R. n. 1035 del 1972) o comunque
tanto consistenti da potersi escludere l’abitualità dell’abitare (ai sensi della lett. b del parimenti
cit. art. 20, L.R. 2 luglio 1997 n. 18).
Sotto l’aspetto motivazionale – come si è visto ben rilevante, al contrario di quanto
affermato nella sentenza appellata -, poi, non offre nulla di più il provvedimento comunale
impugnato in primo grado, sia pure attraverso gli atti del procedimento, comprese le ripetute
segnalazioni dello IACP di Caserta e la documentazione ad esse allegate.
Deve quindi concludersi che, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice anche
in relazione al secondo motivo originario, lo stesso provvedimento sia privo di adeguata
motivazione in ordine all’effettività della circostanza della mancanza di stabile abitazione, posta
a base della determinazione, né tanto meno si fondi su elementi probatori oggettivi ed univoci,
sicché si pone in contrasto con i principi giurisprudenziali su enunciati, come lamentato dal
signor Caprarelli nei primi due motivi del ricorso di primo grado, sostanzialmente riproposti in
questa sede.
Ne deriva che l’appello dev’essere accolto, con conseguente accoglimento del detto
ricorso di primo grado in riforma della sentenza appellata e con assorbimento di ogni altra
doglianza non trattata.
Tuttavia, si ravvisano ragioni affinché possa essere disposta la compensazione tra le
parti presenti delle spese dei due gradi.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, accoglie l’appello in epigrafe e, per
l’effetto, in riforma della sentenza appellata accoglie il ricorso di primo grado ed annulla gli atti
con esso impugnati.
Spese compensate.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.

N. 05663/2011REG.PROV.COLL.

N. 07625/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex artt. 38 e 60 cod. proc. amm.
sul ricorso in appello iscritto al numero di registro generale 7625 del 2011, proposto da:
PARTIS FABRIZIO, rappresentato e difeso dall’avv. Giorgio D’Alessio, con domicilio eletto presso Alfiero Costantini in Roma, via Cola di Rienzo, n. 163;

contro

A.T.E.R. di Roma, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dall’avv. Michelina Vassallo, con domicilio eletto presso l’avv. Michelina Vassallo in Roma, via F.Paulucci E’ Calboli, n. 20/E;
ROMA CAPITALE, in persona del sindaco in carica, rappresentato e difesa dall’avv. Luigi D’Ottavi, con il quale è elettivamente domiciliato in Roma, via del Tempio di Giove, n. 21;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA, SEZIONE III quater, n. 7064 dell’8 agosto 2011, resa tra le parti, concernente DECRETO DI RILASCIO ALLOGGIO DI EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA OCCUPATO SENZA TITOLO;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di A.T.E.R. di Roma e Roma Capitale;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 18 ottobre 2011 il Cons. Carlo Saltelli e uditi per le parti gli avvocati D’ Alessio e Cutellè, su delega dell’ avv. Vassallo;

Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;

PREMESSO CHE:

a) con sentenza n. 7064 dell’8 agosto 2011 il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, sez. III quater, ha dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso proposto dal sig. Fabrizio Partis avverso il decreto emesso dall’A.T.ER. del Comune di Roma in data 9 luglio 2009 per il rilascio dell’alloggio di edilizia pubblica residenziale sito in Roma alla via Pietro Maffi, n. 1, scala U, int. 186, in quanto occupato sine titulo;

b) l’interessato con rituale e tempestivo atto di appello ha chiesto la riforma della predetta sentenza, deducendo la sussistenza nella controversia de qua della giurisdizione del giudice amministrativo, essendo qualificabile quale interesse legittimo la posizione giuridica vantata in relazione all’avviato procedimento di sanatoria della posizione di detenzione senza titolo dell’alloggio in questione, e chiedendo quindi l’annullamento degli atti impugnati con il ricorso proposto in primo grado ovvero, previa affermazione della giurisdizione del giudice amministrativo, il rinvio dell’affare al giudice di primo grado;

c) sia Roma Capitale che l’A.T.E.R. del Comune di Roma, costituendosi in giudizio, ha chiesto il rigetto del gravame, deducendone l’inammissibilità e l’infondatezza;

RILEVATO in punto di fatto che, come emerge dalla lettura dell’impugnato decreto di rilascio dell’alloggio, lo stesso è fondato esclusivamente sull’occupazione sine titulo dell’immobile;

CONSIDERATO CHE:

a) come recentemente ribadito anche da questa Sezione (11 agosto 2010, n. 5621), per le controversie in materia di alloggi di edilizia economica e popolare, il riparto della giurisdizione – a parte la speciale ipotesi di opposizione davanti al pretore prevista dall’art. 11, comma 13, del DPR 30.9.1972 n. 1035 con esclusivo riguardo al provvedimento di decadenza dall’assegnazione per mancata occupazione dell’alloggio nel termine prescritto – è regolato dal consueto criterio della posizione soggettiva riconoscibile in capo al privato, dovendosi attribuirla al giudice amministrativo allorquando tale posizione sia di interesse legittimo, perché attinente alla fase del procedimento amministrativo strumentale all’assegnazione, caratterizzato da poteri pubblicistici, e al giudice ordinario allorquando sia di diritto soggettivo perfetto, in quanto attinente al rapporto locativo costituitosi in seguito all’assegnazione (quest’ultima essendo una fase priva di valenza pubblicistica i cui atti non costituiscono espressione di una ponderazione tra l’interesse pubblico e quello privato, ma si configurano come valutazione del rispetto da parte dell’assegnatario di obblighi assunti al momento della stipula del contratto ovvero si sostanziano in atti di accertamento del diritto vantato dal terzo al subentro sulla base dei requisiti richiesti dalla legge);

a) in mancanza di un qualsivoglia atto di assegnazione/concessione dell’alloggio non può neppure invocarsi l’applicazione dell’articolo 5 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 (ora art. 133, co. 1, n. 6, lett. b), c.p.a.) e della conseguente giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, spettando pertanto la cognizione della controversia de qua, sulla base del criterio del petitum sostanziale, al giudice ordinario, da ritenersi fornito della potestas iudicandi ogni qual volta il ricorrente ingiunto opponga un diritto al subentro nel rapporto concessorio, qualunque sia il titolo (più o meno fondatamente o plausibilmente) accampato in ricorso (successione, subentro per vincolo di coabitazione familiare e/o assistenziale, subentro per esercizio di fatto delle prerogative del conduttore, quali il pagamento del canone e delle utenze dei servizi etc., sanatoria, contrapponendosi all’atto amministrativo un diritto soggettivo al mantenimento della situazione di vantaggio (C.d.S., sez. V, 6 ottobre 2005, n. 5890; Cass., SS.UU., ord. 11 marzo 2004, n. 5051; Id., 16 luglio 2001, n. 9647; 23 febbraio 2001, n. 67; 7 novembre 2000, n. 1155; 10 agosto 2000, n. 564, nonché recentemente, proprio in tema di rilascio di alloggio emesso nei confronti di occupante abusivo, Cass. SS.UU. 25 novembre 2009, n. 24764; 12 giugno 2006, n. 13527);

RITENUTO CHE pertanto la sentenza impugnata deve essere confermata, con conseguente rigetto dall’appello, potendosi tuttavia compensare le spese del presente grado di giudizio in ragione della particolarità del substrato fattuale della controversia;

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, lo respinge.Dichiara compensate le spese del presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 ottobre 2011 con l’intervento dei magistrati:
Stefano Baccarini, Presidente

Carlo Saltelli, Consigliere, Estensore

Roberto Chieppa, Consigliere

Francesca Quadri, Consigliere

Doris Durante, Consigliere-L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 21/10/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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4 Risposte to “nessuna -consiglio di stato –”

  1. enzuccio62 Says:

    nessuna difesa dai difensori civici ubicati all’interno degli IACP.
    Tratto da http://www.ordineavvocatiarianoirpino.it/rubriche/giusariano.html

    Ricorso avverso ordinanza di rilascio alloggio IACP – Ruolo del Comune – Legittimazione ad agire – Ordinanza di rilascio da parte dell’IACP. In materia di ricorso avverso ordinanza di rilascio di alloggi di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari spetta al Sindaco del Comune in cui è ubicato l’immobile (artt. 14 e 19, legge regionale 2 luglio 1997, n. 18), previo apposito provvedimento emesso dal competente ente ed indicante gli specifici requisiti che risultano manchevoli e per cui risulta necessario emettere ordinanza per il rilascio dell’immobile stesso, dare comunicazione al soggetto privato interessato. Tale ordinanza deve indicare espressamente il termine entro cui il rilascio deve avvenire (sei mesi ex art. 19, comma 2, l. cit.), oltre a prevedere un ulteriore termine (quindici giorni) dalla notifica delle risultanze conseguenti agli accertamenti compiuti in ordine ai requisiti per il godimento dell’immobile, entro il quale l’assegnatario (o aspirante) possa presentare deduzioni scritte e documenti. Legittimato ad agire e quindi ad emettere la relativa ordinanza di rilascio non è l’ente comunale bensì direttamente l’istituto I.A.C.P.: infatti, i rapporti intercorrenti tra gli istituti autonomi case popolari ed i loro assegnatari ricadono nella sfera privatistica per tutto ciò che riguarda il godimento dell’alloggio assegnato in locazione ed operano perciò in materia le normali cause di risoluzione, cessazione ed estinzione, sicché la facoltà di avvalersi del potere di revoca dell’assegnazione appartiene alla competenza del presidente dello I.A.C.P. non potendosi ricomprendere tra le funzioni amministrative concernenti l’assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica trasferiti ai Comuni ai sensi dell’art. 95 del D. P. R. 24 luglio 1977, n. 616 (sul punto Cass. civ., Sez. I, 24 luglio 1993, n. 8319) (sent. 25 maggio 2010, n. 247 – G.U. Got Claudia Lignelli)

    Contratto a prestazioni corrispettive – Risoluzione per inadempimento – Anticipi – Restituzione somme – Onere probatorio. Nei contratti a prestazioni corrispettive, la prestazione di ciascuna parte trova giustificazione in quella dell’altra. L’inadempimento di una delle parti che non abbia scarsa importanza, tenuto conto dell’interesse della controparte, legittima quest’ultima ad agire in giudizio per ottenere la risoluzione del contratto, che ha effetto retroattivo ed obbliga le parti a restituire le prestazioni ricevute, in quanto prive di causa (artt. 1453 – 1455 – 1458 c.c.). La Cassazione ha, infatti, statuito che il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale deve solo provare la fonte del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento (Cass., sez. un., n. 13533/2001). Così, in presenza di prova documentale del contratto, di un preciso termine di adempimento della prestazione, non rispettato, di formale diffida ad adempiere e costituzione in mora, oltre che rituale notifica dell’atto di citazione e mancata costituzione in giudizio del convenuto che si è sottratto all’onere di fornire la prova su di lui incombente, va dichiarata la risoluzione del contratto con condanna del convenuto a restituire la somma introitata a titolo di acconto per una prestazione rimasta inadempiuta oltre ad interessi e spese di giudizio.(sent. 26 maggio 2010, n. 253 G. U. GOT Antonietta Capone)

    Sfratto per finita locazione – Legittimazione ad agire – Disdetta del contratto – Mancato rinnovo – Prova. In tema di sfratto per finita locazione, l’attore, che propone domanda giudiziale in forza del contratto di locazione dedotto in lite, è legittimato a proporre l’azione per il rilascio dell’immobile locato, non occorrendo, a tal fine, che dimostri di essere anche proprietario. Difatti, il rapporto che nasce dal contratto di locazione e che si instaura tra locatore e conduttore ha natura personale, con la conseguenza che chiunque abbia la disponibilità di fatto del bene, in base a titolo non contrario a norma di ordine pubblico, può validamente concederlo in locazione ed è in conseguenza legittimato a richiederne la risoluzione (cfr. Cass. civ. n.4764/2005). Pur tuttavia, necessario è dimostrare che la disdetta sia stata validamente e tempestivamente comunicata al conduttore di modo che, ai sensi dell’art. 2, comma 1, legge 431/1998, sia impedito l’ulteriore rinnovo del contratto dopo la scadenza naturale (sent.3 giugno 2010, n. 263, G.U. Got Anna Maria Vittoria Vecchione)

  2. enzuccio62 Says:

    Fac simile della formula dell’atto di citazione – occupazione senza titolo VISITE 60 (ASSIDUA RICERCA SULL’OCCUPAZIONE SENZA TITOLO )*
    Home page / Archives VISITE 51
    ricerche fatte sul mio wordpress.com /taeg case popolari -questione di leggittimità costituzionale – 19
    nessuna – 17
    Ampliamento familiare e risorse abitative- 4
    Legge finanziaria 2010:di cui si evidenzia il DL 30 XII 09 n.194-PROROGA SFRATTI AL 31/DICEMBRE/ 2011 3
    DECADENZA DEI BENEFICI alloggio pubblico per occupazione senza titolo sgombero da casa popolare – 3
    ricorso in opposizione dall’ occupante senza titolo,avverso l’IACP ,fonte http://www.google.it/tag case popolari 3
    fac simile contratto 3
    sentenza Tar -opposizione al rilascio alloggio erp Matera 3
    cenni :MEDIAZIONE OBBLIGATORIA: LE MATERIE SCELTE 2
    Ordinanza di rilascio di un immobile emessa dalla P.A;termini per adire a ricorso . 2
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    TESTO DI SENTENZA -UTILE AD ACCORGIMENTO PER TESI IN OPPOSIZIONE – ALLOGGI DEMANIALI E DI SERVIZIO ,DESTINATI ALLE FFAA (valutazione tesi per opposizione in merito ndr Sentenza n. 14797/2008 ). 2
    FAC SIMILE -ORDINE DI SGOMBERO DA ALLOGGIO POPOLARE ,SU ORDINANZA EMESSA DAL SINDACO -TRATTA IN RETE DA ALBO PRETORIO ON LINE 2
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    Articolo 570 c.p. – Violazione degli obblighi di assistenza familiare .Art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare).(Cass. pen., 5969/97) 2
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    Tratto da annamaria addante + 21 -quinques 241 /90 2
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    sentenza Ordinanza di sgombero – immobile del patrimonio disponibile del Comune – illegittimità 2
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    http://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:EufL1ZRm4ZIJ:www.giustizia.lazio.it/appello.it/form_conv_didattico/relazione%2520avv.%2520izzo%2520csm%252029.9.05.doc+sfratto+per+morosit%C3%A0+memoria+integrativa+ex+art+447+bis 1
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  4. enzuccio62 Says:

    CORTE DI APPELLO TORINO, 25-02-2003 (Vitrò Pres., Scotti Est.)

    PROPRIETA’

    Azione di restituzione – Contestazione del convenuto relativa alla proprietà – Trasformazione in azione reale – Esclusione.

    In tema di difesa della proprietà, l’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tenendo al medesimo risultato pratico del recupero della materiale disponibilità del bene, hanno natura e presupposti diversi: con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario del bene e, non essendone in possesso, agisce contro chiunque di fatto ne disponga, onde conseguirne nuovamente il possesso, previo riconoscimento del suo diritto di proprietà; con la seconda, di natura personale, l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento di tale diritto, ma solo ad ottenere la riconsegna del bene stesso, e, quindi, può limitarsi alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di questo per qualsiasi causa, o ad allegare l’insussistenza ab origine di qualsiasi titolo. In tale seconda ipotesi, la difesa del convenuto, che pretenda di essere proprietario del bene in contestazione, non e’ idonea a trasformare in reale l’azione personale proposta nei suoi confronti: infatti, per un verso, la controversia va decisa con esclusivo riferimento alla pretesa dedotta; peraltro, una conclusione di segno opposto condurrebbe alla inammissibile conseguenza di ritenere la semplice contestazione del convenuto strumento processuale idoneo a determinare l’immutazione, oltre che dell’azione, anche dell’onere della prova incombente sull’attore, imponendogli, con stravolgimento della difesa predisposta in relazione alla diversa azione proposta, una prova ben più onerosa – la probatio diabolica della rivendica – di quella cui sarebbe tenuto alla stregua dell’azione inizialmente introdotta.

    (omissis)

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1.Premessa.

    La parte appellante ha dimostrato. producendo l’avviso di ricevimento dell’atto giudiziario spedito il 21.2.2002, depositato presso l’ufficio postale in data 22.2.2002 e non ritirato dal destinatario, l’avvenuta notificazione dell’atto di appello.

    La parte appellante ha anche prodotto la comunicazione di avvenuto deposito del plico, spedita con ulteriore avviso raccomandato in data 23.2.2002 , anch’essa non ritirato ( cfr altresì certificazione Poste Italiane formata con lettera 27.5.2002).

    Il procedimento notificatorio é stato quindi del tutto regolare e giustamente la Corte ha provveduto a revocare la prima ordinanza emessa in una situazione in cui la parte appellante non era (ancora) in grado di documentare tale regolarità; il tutto a prescindere dalla regola dichiarata dalla Corte Costituzionale con la recente pronuncia n.477 del 2002.

    2. Il primo motivo di appello.

    Con il suo primo motivo di appello Giuliana osserva che il Giudice di prime cure aveva erroneamente qualificato la domanda da lei proposta quale rivendicazione, mentre lei si era limitata a proporre una domanda fondata sull’occupazione senza titolo dell’immobile da parte del suo ex convivente.

    Aggiunge l’appellante che il Tribunale le aveva attribuito un intento del tutto sproporzionato di conseguire una pronuncia valida erga omnes, mentre l’attrice mirava solamente a far cessare l’abuso in atto da parte del TIZIO.

    Effettivamente il Tribunale ha ritenuto che la domanda proposta da parte della GIULIANA si atteggiasse in termini di rei vindicatio e che pertanto l’attrice fosse tenuta a superare lo scoglio della c.d. probatio diabolica, dimostrando di aver acquistato il bene a titolo originario, ovvero da chi lo avesse acquistato a titolo originario, o almeno che, attraverso una serie di validi trasferimenti, il possesso dei successivi aventi causa si fosse protratto per il tempo occorrente all’usucapione e ha conseguentemente negato idoneità probatoria al prodotto atto pubblico di compravendita del 15.12.1987 con cui l’attrice aveva acquistato l’immobile in questione.

    Così ragionando il Giudice di primo grado é incorso in grave equivoco nella configurazione giuridica dell’azione esperita, che aveva natura personale e mirava solamente ad ottenere la restituzione dell’immobile da un soggetto che asseritamente lo occupava senza titolo alcuno; non bisognava infatti dimenticare che l’attrice aveva dedotto di aver ospitato presso di sé il TIZIO nel contesto dell’iniziata convivenza e che dopo la fine del rapporto questi si era trattenuto nell’immobile contro la sua volontà, trasformandosi da ospite in vero e proprio possessore senza titolo con il mutar serratura d’ingresso e con l’impedirle l’accesso all’immobile.

    Il Giudice di prime cure avrebbe infatti dovuto tener presente il principio secondo cui:

    Ø “ Nell’esercizio del potere di interpretazione della domanda giudiziale il giudice ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, ma non puo’ sostituire all’azione personale di restituzione del bene immobile promossa dalla parte un’azione reale di rivendica che l’attore non aveva inteso promuovere ed in vista della quale non aveva approntato adeguate difese.” (Cassazione civile sez. II, 27 febbraio 2001, n. 2908);

    Ø “Nell’interpretare la domanda giudiziale il giudice ha il potere – dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, ma non puo’ sostituire all’azione personale di restituzione del bene immobile promossa dalla parte un’azione reale di rivendica che l’attore non aveva inteso promuovere ed in vista della quale non aveva approntato adeguate difese.”(Cassazione civile sez. II, 12 ottobre 2000, n. 13605);

    E’ infatti ben nota la distinzione fra azione di restituzione e rei vindicatio:

    q “In tema di difesa della proprieta’, l’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tenendo al medesimo risultato pratico del recupero della materiale disponibilita’ del bene, hanno natura e presupposti diversi: con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario del bene e, non essendone in possesso, agisce contro chiunque di fatto ne disponga, onde conseguirne nuovamente il possesso, previo riconoscimento del suo diritto di proprieta’; con la seconda, di natura personale, l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento di tale diritto, ma solo ad ottenere la riconsegna del bene stesso, e, quindi, puo’ limitarsi alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di questo per qualsiasi causa, o ad allegare l’insussistenza “ab origine” di qualsiasi titolo. In tale seconda ipotesi, la difesa del convenuto, che pretenda di essere proprietario del bene in contestazione, non e’ idonea a trasformare in reale l’azione personale proposta nei suoi confronti: infatti, per un verso, la controversia va decisa con esclusivo riferimento alla pretesa dedotta; peraltro, una conclusione di segno opposto condurrebbe alla inammissibile conseguenza di ritenere la semplice contestazione del convenuto strumento processuale idoneo a determinare l’immutazione, oltre che dell’azione, anche dell’onere della prova incombente sull’attore, imponendogli, con stravolgimento della difesa predisposta in relazione alla diversa azione proposta, una prova ben piu’ onerosa – la “probatio diabolica” della rivendica – di quella cui sarebbe tenuto alla stregua dell’azione inizialmente introdotta.”(Cassazione civile sez. II, 12 ottobre 2000, n. 13605);

    q “L’azione di rivendicazione e quella di restituzione hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa, e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possegga e la detenga, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, che e’, pertanto, tenuto a provare, sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; invece, l’azione di restituzione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa e’ stata trasferita, e tende solo alla riconsegna della cosa stessa, sicche’ l’attore puo’ limitarsi a fornire la dimostrazione dell’avvenuta consegna della cosa in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile sez. III, 24 febbraio 2000, n. 2092);

    q “L’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tendendo entrambe al risultato pratico di far recuperare il possesso della cosa, hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possieda, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’ sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; mentre la seconda azione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa sia stata trasferita, e con essa l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, del quale non deve fornire la prova, ma tende ad ottenere la riconsegna della cosa stessa, onde si puo’ limitare alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile sez. III, 9 settembre 1998, n. 8930);

    q “Mentre l’azione di rivendicazione tende al riconoscimento del diritto di proprieta’ dell’attore ed al conseguimento del possesso, sottrattogli contro la sua volonta’ ed esige la prova dell’uno o dell’altro, la prova della proprieta’ non e’, invece, richiesta nella diversa azione di risoluzione del contratto locativo e di restituzione della cosa da parte del convenuto per il venir meno del titolo in base al quale la deteneva.” (Cassazione civile sez. III, 19 luglio 1996, n. 6522 );

    q “Mentre l’azione di rivendicazione, tendendo al riconoscimento del diritto di proprieta’ dell’attore ed al conseguimento del possesso sottrattogli contro la sua volonta’, esige la prova della proprieta’ della cosa da parte dell’attore e del possesso di essa da parte del convenuto, invece la prova della proprieta’ dell’attore non e’ richiesta nella diversa azione di restituzione della cosa da parte del convenuto per il venir meno del titolo in base al quale la deteneva.”(Cassazione civile sez. III, 26 giugno 1991 n. 7162);

    q “L’azione di rivendica e quella di restituzione, pur tenendo entrambe al risultato pratico di far recuperare il possesso della cosa, hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possieda e la detenga, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’ e sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; mentre la seconda azione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa sia stata trasferita, e con essa l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, del quale non deve fornire la prova, ma tende ad ottenere la riconsegna della cosa stessa, onde si puo’ limitare alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile, sez. II, 30 novembre 1987 n. 8895).

    Nella fattispecie, la parte attrice si era limitata a proporre un’azione di restituzione verso l’occupante senza titolo che, almeno in tesi, possedeva l’immobile in seguito ad un vero e proprio atto di spoglio (per effetto di interversione di una situazione di mera detenzione per ragioni di ospitalità in possesso).

    All’azione esperita era del tutto estranea la finalità di accertamento dell’esclusiva proprietà dell’immobile, la cui dichiarazione veniva richiesta da parte appellante quale mero presupposto, fra gli altri, per l’accoglimento della richiesta attorea.

    In ogni caso, mentre la parte attrice aveva prodotto il suo titolo di acquisto, il convenuto non aveva contestato in alcun modo la pretesa avversaria, non aveva addotto alcun titolo e non si era neppure presentato all’udienza di cui all’art.183 c.p.c., così legittimando la puntualmente invocata applicazione dell’art.116 c.p.c.

    3. Conseguenze.

    La domanda attrice di rilascio dell’immobile doveva in conseguenza essere accolta.

    Non é richiesta la fissazione di alcun termine, non vertendosi in materia di rapporto di locazione soggetto al disposto di cui all’art.56 delle legge n.392 del 1978, mentre la fissazione del momento di esecuzione compete all’ufficiale giudiziario procedente ai sensi dell’art.608 c.p.c.

    Merita altresì accoglimento la richiesta di condanna generica al risarcimento dei danni, dal momento che la privazione del possesso del bene concreta di per sé un danno risarcibile, la cui corretta e quantificazione é stata dalla parte appellante legittimamente devoluta ad altro giudizio.

    Insegna infatti la Suprema Corte :

    q “In caso di occupazione senza titolo di un cespite immobiliare altrui, il danno del proprietario usurpato e’ “in re ipsa”, raccordandosi al semplice fatto della perdita della disponibilita’ del bene da parte del “dominus” ed all’impossibilita’ per costui di conseguire l’utilita’ normalmente ricavabile dal bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso. La determinazione del risarcimento ben puo’ essere determinata dal giudice sulla base di elementi presuntivi semplici, facendo riferimento al cosiddetto danno figurativo, e, quindi, con riguardo al valore locativo del cespite usurpato. Il fatto, poi, che il valore locativo sia individuato in una somma determinata non fa perdere all’obbligazione risarcitoria la sua natura di debito di valore, come tale suscettibile di rivalutazione monetaria, in quanto mirando alla reiterazione del patrimonio del danneggiato, la somma di denaro stabilita non rappresenta l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria, ma solo un elemento di commisurazione del danno. “ (Cassazione civile sez. II, 7 giugno 2001, n. 7692 –Conforme Cassazione civile sez. II, 5 novembre 2001, n. 13630).

    4. Le spese processuali.

    Le spese, secondo il principio generale, seguono la soccombenza .

    La parte appellata dovrà pertanto rifondere alla parte appellante::

    · la somma di € 2.920,00 (di cui € 70,00 per esposti, € 650,00 e il resto per onorari), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di primo grado;

    · la somma di € 2.959,87 (di cui € 309,87 per esposti, € 650.000 per diritti, il resto per onorari), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di secondo grado.

    P.Q.M.

    La Corte d’appello,

    definitivamente pronunciando;

    respinta ogni diversa istanza,eccezione e deduzione;

    in accoglimento dell’appello interposto da Giuliana avverso la sentenza resa dal Tribunale di Pinerolo in data 17.1-2.43 del 2001, n.132;

    dichiara tenuto e condanna Tizio all’immediato rilascio, in piena ed esclusiva disponibilità di Giuliana, dell’immobile, di proprietà dell’attrice, sito in Comune di Scalenghe, …;

    dichiara tenuto e condanna, in via generica, Tizio al risarcimento di ogni danno cagionato all’attrice in conseguenza dell’occupazione dell’immobile in questione fino al rilascio effettivo, da quantificarsi in separato giudizio;

    dichiara tenuto e condanna Tizio a pagare a Giuliana, a titolo di rifusione delle spese processuali:

    · la somma di € 2.920,00 oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di primo grado;

    · la somma di € 2.959,87 , oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di secondo grado.

    Così deciso nella camera di consiglio del 25 febbraio 2003 dalla Seconda Sezione Civile della Corte d’Appello di Torino

    il Presidente

    dott.Vincenzo Vitrò

    il Consigliere estensore

    dott.Umberto Scotti

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