Azione di restituzione – Contestazione del convenuto relativa alla proprietà –

CORTE DI APPELLO TORINO, 25-02-2003 (Vitrò Pres., Scotti Est.)
PROPRIETA’

Azione di restituzione – Contestazione del convenuto relativa alla proprietà – Trasformazione in azione reale – Esclusione.
In tema di difesa della proprietà, l’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tenendo al medesimo risultato pratico del recupero della materiale disponibilità del bene, hanno natura e presupposti diversi: con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario del bene e, non essendone in possesso, agisce contro chiunque di fatto ne disponga, onde conseguirne nuovamente il possesso, previo riconoscimento del suo diritto di proprietà; con la seconda, di natura personale, l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento di tale diritto, ma solo ad ottenere la riconsegna del bene stesso, e, quindi, può limitarsi alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di questo per qualsiasi causa, o ad allegare l’insussistenza ab origine di qualsiasi titolo. In tale seconda ipotesi, la difesa del convenuto, che pretenda di essere proprietario del bene in contestazione, non e’ idonea a trasformare in reale l’azione personale proposta nei suoi confronti: infatti, per un verso, la controversia va decisa con esclusivo riferimento alla pretesa dedotta; peraltro, una conclusione di segno opposto condurrebbe alla inammissibile conseguenza di ritenere la semplice contestazione del convenuto strumento processuale idoneo a determinare l’immutazione, oltre che dell’azione, anche dell’onere della prova incombente sull’attore, imponendogli, con stravolgimento della difesa predisposta in relazione alla diversa azione proposta, una prova ben più onerosa – la probatio diabolica della rivendica – di quella cui sarebbe tenuto alla stregua dell’azione inizialmente introdotta.

(omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.Premessa.

La parte appellante ha dimostrato. producendo l’avviso di ricevimento dell’atto giudiziario spedito il 21.2.2002, depositato presso l’ufficio postale in data 22.2.2002 e non ritirato dal destinatario, l’avvenuta notificazione dell’atto di appello.

La parte appellante ha anche prodotto la comunicazione di avvenuto deposito del plico, spedita con ulteriore avviso raccomandato in data 23.2.2002 , anch’essa non ritirato ( cfr altresì certificazione Poste Italiane formata con lettera 27.5.2002).

Il procedimento notificatorio é stato quindi del tutto regolare e giustamente la Corte ha provveduto a revocare la prima ordinanza emessa in una situazione in cui la parte appellante non era (ancora) in grado di documentare tale regolarità; il tutto a prescindere dalla regola dichiarata dalla Corte Costituzionale con la recente pronuncia n.477 del 2002.

2. Il primo motivo di appello.

Con il suo primo motivo di appello Giuliana osserva che il Giudice di prime cure aveva erroneamente qualificato la domanda da lei proposta quale rivendicazione, mentre lei si era limitata a proporre una domanda fondata sull’occupazione senza titolo dell’immobile da parte del suo ex convivente.

Aggiunge l’appellante che il Tribunale le aveva attribuito un intento del tutto sproporzionato di conseguire una pronuncia valida erga omnes, mentre l’attrice mirava solamente a far cessare l’abuso in atto da parte del TIZIO.

Effettivamente il Tribunale ha ritenuto che la domanda proposta da parte della GIULIANA si atteggiasse in termini di rei vindicatio e che pertanto l’attrice fosse tenuta a superare lo scoglio della c.d. probatio diabolica, dimostrando di aver acquistato il bene a titolo originario, ovvero da chi lo avesse acquistato a titolo originario, o almeno che, attraverso una serie di validi trasferimenti, il possesso dei successivi aventi causa si fosse protratto per il tempo occorrente all’usucapione e ha conseguentemente negato idoneità probatoria al prodotto atto pubblico di compravendita del 15.12.1987 con cui l’attrice aveva acquistato l’immobile in questione.

Così ragionando il Giudice di primo grado é incorso in grave equivoco nella configurazione giuridica dell’azione esperita, che aveva natura personale e mirava solamente ad ottenere la restituzione dell’immobile da un soggetto che asseritamente lo occupava senza titolo alcuno; non bisognava infatti dimenticare che l’attrice aveva dedotto di aver ospitato presso di sé il TIZIO nel contesto dell’iniziata convivenza e che dopo la fine del rapporto questi si era trattenuto nell’immobile contro la sua volontà, trasformandosi da ospite in vero e proprio possessore senza titolo con il mutar serratura d’ingresso e con l’impedirle l’accesso all’immobile.

Il Giudice di prime cure avrebbe infatti dovuto tener presente il principio secondo cui:

Ø “ Nell’esercizio del potere di interpretazione della domanda giudiziale il giudice ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, ma non puo’ sostituire all’azione personale di restituzione del bene immobile promossa dalla parte un’azione reale di rivendica che l’attore non aveva inteso promuovere ed in vista della quale non aveva approntato adeguate difese.” (Cassazione civile sez. II, 27 febbraio 2001, n. 2908);

Ø “Nell’interpretare la domanda giudiziale il giudice ha il potere – dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, ma non puo’ sostituire all’azione personale di restituzione del bene immobile promossa dalla parte un’azione reale di rivendica che l’attore non aveva inteso promuovere ed in vista della quale non aveva approntato adeguate difese.”(Cassazione civile sez. II, 12 ottobre 2000, n. 13605);

E’ infatti ben nota la distinzione fra azione di restituzione e rei vindicatio:

q “In tema di difesa della proprieta’, l’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tenendo al medesimo risultato pratico del recupero della materiale disponibilita’ del bene, hanno natura e presupposti diversi: con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario del bene e, non essendone in possesso, agisce contro chiunque di fatto ne disponga, onde conseguirne nuovamente il possesso, previo riconoscimento del suo diritto di proprieta’; con la seconda, di natura personale, l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento di tale diritto, ma solo ad ottenere la riconsegna del bene stesso, e, quindi, puo’ limitarsi alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di questo per qualsiasi causa, o ad allegare l’insussistenza “ab origine” di qualsiasi titolo. In tale seconda ipotesi, la difesa del convenuto, che pretenda di essere proprietario del bene in contestazione, non e’ idonea a trasformare in reale l’azione personale proposta nei suoi confronti: infatti, per un verso, la controversia va decisa con esclusivo riferimento alla pretesa dedotta; peraltro, una conclusione di segno opposto condurrebbe alla inammissibile conseguenza di ritenere la semplice contestazione del convenuto strumento processuale idoneo a determinare l’immutazione, oltre che dell’azione, anche dell’onere della prova incombente sull’attore, imponendogli, con stravolgimento della difesa predisposta in relazione alla diversa azione proposta, una prova ben piu’ onerosa – la “probatio diabolica” della rivendica – di quella cui sarebbe tenuto alla stregua dell’azione inizialmente introdotta.”(Cassazione civile sez. II, 12 ottobre 2000, n. 13605);

q “L’azione di rivendicazione e quella di restituzione hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa, e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possegga e la detenga, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, che e’, pertanto, tenuto a provare, sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; invece, l’azione di restituzione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa e’ stata trasferita, e tende solo alla riconsegna della cosa stessa, sicche’ l’attore puo’ limitarsi a fornire la dimostrazione dell’avvenuta consegna della cosa in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile sez. III, 24 febbraio 2000, n. 2092);

q “L’azione di rivendicazione e quella di restituzione, pur tendendo entrambe al risultato pratico di far recuperare il possesso della cosa, hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possieda, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’ sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; mentre la seconda azione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa sia stata trasferita, e con essa l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, del quale non deve fornire la prova, ma tende ad ottenere la riconsegna della cosa stessa, onde si puo’ limitare alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile sez. III, 9 settembre 1998, n. 8930);

q “Mentre l’azione di rivendicazione tende al riconoscimento del diritto di proprieta’ dell’attore ed al conseguimento del possesso, sottrattogli contro la sua volonta’ ed esige la prova dell’uno o dell’altro, la prova della proprieta’ non e’, invece, richiesta nella diversa azione di risoluzione del contratto locativo e di restituzione della cosa da parte del convenuto per il venir meno del titolo in base al quale la deteneva.” (Cassazione civile sez. III, 19 luglio 1996, n. 6522 );

q “Mentre l’azione di rivendicazione, tendendo al riconoscimento del diritto di proprieta’ dell’attore ed al conseguimento del possesso sottrattogli contro la sua volonta’, esige la prova della proprieta’ della cosa da parte dell’attore e del possesso di essa da parte del convenuto, invece la prova della proprieta’ dell’attore non e’ richiesta nella diversa azione di restituzione della cosa da parte del convenuto per il venir meno del titolo in base al quale la deteneva.”(Cassazione civile sez. III, 26 giugno 1991 n. 7162);

q “L’azione di rivendica e quella di restituzione, pur tenendo entrambe al risultato pratico di far recuperare il possesso della cosa, hanno natura e presupposti diversi, in quanto con la prima, di carattere reale, l’attore assume di essere proprietario della cosa e di non averne piu’ il possesso, sicche’ agisce contro chiunque di fatto la possieda e la detenga, sia al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’ e sia al fine di conseguire il possesso della cosa stessa; mentre la seconda azione, di natura personale, ha il suo fondamento nel venir meno del titolo in base al quale la cosa sia stata trasferita, e con essa l’attore non mira ad ottenere il riconoscimento del suo diritto di proprieta’, del quale non deve fornire la prova, ma tende ad ottenere la riconsegna della cosa stessa, onde si puo’ limitare alla dimostrazione dell’avvenuta consegna in base ad un titolo e del successivo venir meno di quest’ultimo per qualsiasi causa.”(Cassazione civile, sez. II, 30 novembre 1987 n. 8895).

Nella fattispecie, la parte attrice si era limitata a proporre un’azione di restituzione verso l’occupante senza titolo che, almeno in tesi, possedeva l’immobile in seguito ad un vero e proprio atto di spoglio (per effetto di interversione di una situazione di mera detenzione per ragioni di ospitalità in possesso).

All’azione esperita era del tutto estranea la finalità di accertamento dell’esclusiva proprietà dell’immobile, la cui dichiarazione veniva richiesta da parte appellante quale mero presupposto, fra gli altri, per l’accoglimento della richiesta attorea.

In ogni caso, mentre la parte attrice aveva prodotto il suo titolo di acquisto, il convenuto non aveva contestato in alcun modo la pretesa avversaria, non aveva addotto alcun titolo e non si era neppure presentato all’udienza di cui all’art.183 c.p.c., così legittimando la puntualmente invocata applicazione dell’art.116 c.p.c.

3. Conseguenze.

La domanda attrice di rilascio dell’immobile doveva in conseguenza essere accolta.

Non é richiesta la fissazione di alcun termine, non vertendosi in materia di rapporto di locazione soggetto al disposto di cui all’art.56 delle legge n.392 del 1978, mentre la fissazione del momento di esecuzione compete all’ufficiale giudiziario procedente ai sensi dell’art.608 c.p.c.

Merita altresì accoglimento la richiesta di condanna generica al risarcimento dei danni, dal momento che la privazione del possesso del bene concreta di per sé un danno risarcibile, la cui corretta e quantificazione é stata dalla parte appellante legittimamente devoluta ad altro giudizio.

Insegna infatti la Suprema Corte :

q “In caso di occupazione senza titolo di un cespite immobiliare altrui, il danno del proprietario usurpato e’ “in re ipsa”, raccordandosi al semplice fatto della perdita della disponibilita’ del bene da parte del “dominus” ed all’impossibilita’ per costui di conseguire l’utilita’ normalmente ricavabile dal bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso. La determinazione del risarcimento ben puo’ essere determinata dal giudice sulla base di elementi presuntivi semplici, facendo riferimento al cosiddetto danno figurativo, e, quindi, con riguardo al valore locativo del cespite usurpato. Il fatto, poi, che il valore locativo sia individuato in una somma determinata non fa perdere all’obbligazione risarcitoria la sua natura di debito di valore, come tale suscettibile di rivalutazione monetaria, in quanto mirando alla reiterazione del patrimonio del danneggiato, la somma di denaro stabilita non rappresenta l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria, ma solo un elemento di commisurazione del danno. “ (Cassazione civile sez. II, 7 giugno 2001, n. 7692 –Conforme Cassazione civile sez. II, 5 novembre 2001, n. 13630).

4. Le spese processuali.

Le spese, secondo il principio generale, seguono la soccombenza .

La parte appellata dovrà pertanto rifondere alla parte appellante::

· la somma di € 2.920,00 (di cui € 70,00 per esposti, € 650,00 e il resto per onorari), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di primo grado;

· la somma di € 2.959,87 (di cui € 309,87 per esposti, € 650.000 per diritti, il resto per onorari), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di secondo grado.

P.Q.M.

La Corte d’appello,

definitivamente pronunciando;

respinta ogni diversa istanza,eccezione e deduzione;

in accoglimento dell’appello interposto da Giuliana avverso la sentenza resa dal Tribunale di Pinerolo in data 17.1-2.43 del 2001, n.132;

dichiara tenuto e condanna Tizio all’immediato rilascio, in piena ed esclusiva disponibilità di Giuliana, dell’immobile, di proprietà dell’attrice, sito in Comune di Scalenghe, …;

dichiara tenuto e condanna, in via generica, Tizio al risarcimento di ogni danno cagionato all’attrice in conseguenza dell’occupazione dell’immobile in questione fino al rilascio effettivo, da quantificarsi in separato giudizio;

dichiara tenuto e condanna Tizio a pagare a Giuliana, a titolo di rifusione delle spese processuali:

· la somma di € 2.920,00 oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di primo grado;

· la somma di € 2.959,87 , oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di secondo grado.

Così deciso nella camera di consiglio del 25 febbraio 2003 dalla Seconda Sezione Civile della Corte d’Appello di Torino

il Presidente dott.Vincenzo V.

il Consigliere estensore dott.Umberto S.
Tratto dal sito: Giurisprudenza.Piemonte

http://www.giurisprudenza.piemonte.it

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