http://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:EufL1ZRm4ZIJ:www.giustizia.lazio.it/appello.it/form_conv_didattico/relazione%2520avv.%2520izzo%2520csm%252029.9.05.doc+sfratto+per+morosit%C3%A0+memoria+integrativa+ex+art+447+bis

CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

UFFICIO DEI REFERENTI DISTRETTUALI PER LA FORMAZIONE DECENTRATA CIVILE

CORTE DI APPELLO DI ROMA

29 SETTEMBRE 2005

“INCONTRO DI STUDIO SULLE LOCAZIONI”

Relazione

Procedimento per convalida: dalla trasformazione del rito dalla fissazione della data di esecuzione

di

Nunzio Izzo

LA TRASFORMAZIONE DEL RITO

A. La soluzione delle questioni che sorgono a seguito dell’ordinanza di mutamento del rito,
prevista dall’art.667 c.p.c. (nuova formulazione1) per la «eventuale» prosecuzione del giudizio
instaurato con il procedimento speciale di sfratto per convalida, richiede una preventiva ed attenta
considerazione delle «peculiari» caratteristiche, strutturali e funzionali, del procedimento di
convalida di sfratto in quanto appaiono determinanti al riguardo.

1. Considerazioni preliminari.

Senza dover affrontare, necessariamente, l’annosa e mai sopita questione della natura
giuridica del procedimento per convalida – disciplinato nel capo secondo del titolo I del libro quarto
riguardante i procedimenti sommari, nell’ambito dei procedimenti speciali – possono ritenersi

«art.667. (Mutamento del rito). Pronunciati i provvedimenti previsti dagli articoli 665 e 666 il giudizio prosegue
nelle forme del rito speciale, previa ordinanza di mutamento di rito ai sensi dell’articolo 426». La vigente disposizione
discende dalla sostituzione del vecchio testo, operata dall’art.73 l.26 novembre 1990 n.353, in vigore dal 30 aprile 1995,
ai sensi dell’art.92, comma 2, della stessa legge, come modificato dall’art.6 d.l. 7 ottobre 1994, n.571, convertito, con
modificazioni, in legge 5 dicembre 1994, n.673. Il testo sostituito era così formulato: «Art.667. (Decisione del merito). –
– Per la pronuncia dei provvedimenti previsti nei due articoli precedenti è sempre competente il pretore adito davanti al
quale il giudizio prosegue per la decisione nel merito se la causa è di sua competenza. — Se, anche in dipendenza delle
eccezioni opposte dal convenuto, la causa eccede la competenza del pretore adito, questi rimette le parti al giudice
competente e fissa un termine perentorio per la riassunzione della causa. — Nel caso previsto nell’articolo 659, se la
controversia riguarda uno dei rapporti indicati nei numeri 1, 2 e 3 dell’articolo 429, il termine per la riassunzione non
può essere inferiore a venti giorni, [e la parte interessata deve provvedere alla denuncia all’associazione sindacale
a norma dell’articolo 430 entro cinque giorni dall’ordinanza di rimessione]». Relativamente al vecchio testo, il
riferimento all’art. 429 n. 1, 2 e 3 deve intendersi operato all’art.409 n. 1, 2, 3 e 4 a seguito dell’entrata in vigore della
legge 11 agosto 1973, n.533, mentre il richiamo alla denuncia a norma dell’originario art.430 deve intendersi superato
per effetto della medesima l. n. 533 del 1973.
2

pacifiche, in dottrina e giurisprudenza, le seguenti caratteristiche giuridiche del procedimento di
convalida:

a) Limitazione delle cause petendi e del petitum in quanto l’applicabilità di tale procedimento
speciale (secondo la vigente disciplina legislativa che alcune proposte di legge vorrebbero
ampliare2) è circoscritta alla cessazione della durata naturale del rapporto ed alla risoluzione
anticipata per «mancato pagamento del canone di affitto», relativamente, soltanto, a contratti di
locazione di immobile (artt.657 e 658 c.p.c.), con estensione solo alla cessazione del rapporto di
locazione d’opera (art.659 c.p.c.). Detta delimitazione processuale del procedimento per convalida
sembra incidere sulla stessa questione dell’ammissibilità o meno di domande nuove che presuppone
la proponibilità ab initio di domande ulteriori e diverse da quelle tipiche che, invece, è esclusa
in ragione di detta delimitazione. Coerentemente con tale delimitazione, viene, infatti, esclusa la
configurazione della litispendenza tra il giudizio ordinario instaurato per lo stesso rapporto locatizio
ed il procedimento sommario per convalida che è rivolto, specificamente, ad attribuire all’atto
negoziale di intimazione l’efficacia del titolo esecutivo (Cass. 5 marzo 1993, n.2692) e che, al contrario,
dovrebbe essere, invece, configurabile qualora si dovesse sostenere la ricorrenza di un unico
procedimento preclusivo, in quanto tale, dell’ammissibilità di domande nuove. Il concetto giuridico
di preclusione presuppone che tali domande potessero essere legittimamente formulate nell’atto
di intimazione o nel corso del giudizio sommario, semmai in via eventualmente subordinata alla
mancata concessione della convalida, al fine specifico di “cautelarsi” contro le possibili eccezioni
di inammissibilità di domande nuove nella successiva fase processuale, del tutto eventuale, nella
quale, in determinati casi, l’ordinamento processuale vigente prevede la possibilità che «il giudizio
prosegue nelle forme del rito speciale, previa ordinanza di mutamento di rito ai sensi dell’articolo
426». Inammissibilità che è stata affermata, correttamente, da Cass. 14 gennaio 2005, n. 676 che
sarà esaminata a proposito dell’ammissibilità delle domande nuove a seguito dell’ordinanza di
mutamento del rito;

b) cognizione ristretta del giudice adito in sede di convalida, il quale, anche in assenza di
comparizione o di comparizione senza contestazione dell’intimato, ha il potere-dovere di scrutinare
soltanto la sussistenza dei presupposti processuali e delle condizioni generali e speciali di
ammissibilità del procedimento speciale di convalida – niente affatto sostitutivo di quello ordinario
di risoluzione – che, esemplificativamente, possono così individuarsi: giurisdizione, competenza,
capacità dell’intimante, regolarità della procura, esistenza di un rapporto locatizio per il quale
sia ammissibile il procedimento instaurato, causa petendi ammissibile, regolarità della notifica,
attestazione della persistenza della morosità, violazione dei limiti di proroga legale, sopravvenienza
di proroga legale, inidoneità della disdetta, irrilevanza della morosità. Detta cognizione
giudiziale «ristretta» sembra influire, anch’essa, sulla configurazione di preclusioni e decadenze
rilevabili, ex officio nella successiva fase processuale a cognizione piena: ciò in considerazione
anche del significativo parallelismo tra la limitazione della facultas agendi del soggetto intimante,
descritta alla precedente lettera a), e quella afferente la delibazione del giudicante nella stessa fase
processuale;

c) contraddittorio “informale” ex parte conductoris,

Il disegno di legge n. 1590 di iniziativa dei senatori Cavallaro e Giaretta, comunicato alla Presidenza l’11 luglio 2002
e portante la «Estensione del procedimento per convalida di sfratto alle ipotesi di comodato e di occupazione senza
titolo di immobili. Modifiche al codice di procedura civile», per il quale si è concluso favorevolmente l’esame della
Commissione Giustizia del Senato nella seduta del 12 maggio 2005 con la richiesta della sede deliberante che, però, non
risulta tuttora concessa, prevede «Dopo l’articolo 658 del codice di procedura civile è inserito il seguente:«Art. 658-bis.
– Le norme di cui agli articoli 657 e 658 si applicano anche alle ipotesi di comodato e di occupazione senza titolo di
immobili urbani». In proposito vedi le osservazioni critiche di Di Marzio, Sfratto anche all’occupante sine titulo, ecco
la legge. In dirittura di arrivo l’estensione del rito locatizio, in D & G, 2004 fasc. 22 pag.10.
3

in quanto l’intimato può comparire

personalmente3 o a mezzo di procuratore speciale, per opporsi, espressamente o con comportamento
concludente, alla convalida richiesta dell’intimante, senza necessità, quindi, di una difesa tecnica.
Ciò incide sulla “controversa” decadenza dell’intimato dalla proposizione di domande
riconvenzionali e, più in generale, sulla inconfigurabilità di preclusioni, decadenze ed oneri
processuali connessi necessariamente ad una difesa tecnica (art.25 Cost.) che, nella specie non
essendo necessaria per l’intimato, non può che estendersi anche all’intimante per il rispetto
delle «condizioni di parità» del giusto processo di cui all’art.111 Cost.;

d) “diverso” contenuto dell’avviso e dell’avvertimento della citazione per la convalida che
sono limitati, sintomaticamente, all’invito a comparire, con il “solo” «avvertimento che se
non comparisce o, comparendo, non si oppone, il giudice convalida la licenza o lo sfratto ai
sensi dell’art. 663»4, in luogo di quelli prescritti dall’art.163, terzo comma, n.7, c.p.c.5 per la
citazione nel giudizio ordinario. Indipendentemente dalla questione di legittimità costituzionale,
sollevata in ordine all’estensione dell’applicabilità dell’art.163, co.3, n.7 c.p.c. nel testo novellato
dalla L.353 del 1990, ma dichiarata inammissibile da C. cost. ord. n.146 del 1998 in ragione
della prospettazione di quesiti plurimi non equivalenti, anche tale rilevante diversità incide sul
regime delle preclusioni che non possono essere quelle ordinarie correlate, peraltro, ad avvisi ed
avvertimenti di diverso e specifico contenuto, prescritti per un giudizio ordinario, per cui non
sembrano configurabili per effetto della semplice adozione dell’ordinanza di mutamento del rito
che rappresenta una «novità» rispetto al corso normale del procedimento concepito per legge per
provvedimenti specificamente previsti e non di altri e che – come sottolineato da attenta dottrina
– non contiene l’avviso e l’avvertimento «ordinari» che possano giustificare, sul piano logico,
l’operatività di preclusioni e decadenze;

e) termini speciali e differenziati da quelli ordinari per la citazione e per la costituzione in
giudizio ex art.660, n. 2-ter e quater che prevedono, infatti, che «tra il giorno della notificazione
e quello dell’udienza debbono intercorrono termini liberi non minori di venti giorni», con
possibilità di abbreviazione, ma soprattutto che «le parti si costituiscono depositando in cancelleria
l’intimazione con la relazione di notificazione o la comparsa di risposta, oppure presentando tali
atti al giudice in udienza», precisandosi, altresì, che «ai fini dell’opposizione e del compimento
delle attività previste negli articoli da 663 a 666, è sufficiente la comparizione personale
dell’intimato». Anche tali scansioni procedimentali appaiono rilevanti ai fini della configurazione di
preclusioni e decadenze, rilevabili, poi, nella successiva fase processuale caratterizzato dalle diverse
regole ordinarie del processo ordinario e non da quelle speciali del procedimento per convalida;

l’espressa previsione del comma 2-quinquies dell’art.660 c.p.c. che recita: «Ai fini dell’opposizione e del
compimento delle attività previste negli articoli da 663 a 666, è sufficiente la comparizione personale dell’intimato».
La disposizione è stata introdotta dall’art.8, comma 3-ter, del d.l. 18 ottobre 1995, n.432, convertito in legge 20
dicembre 1995, n.534 ed efficace dal 21dicembre 1995 per appartenere alle modificazioni apportate con la legge di
conversione.
4 Giusta prescrizione del comma 2-bis dell’art.660 c.p.c secondo il quale «La citazione per la convalida, redatta a
norma dell’articolo 125 in luogo dell’invito e dell’avvertimento al convenuto previsti nell’articolo 163 terzo comma,
numero 7), deve contenere, con l’invito a comparire nell’udienza indicata, l’avvertimento che se non comparisce o,
comparendo, non si oppone, il giudice convalida la licenza o lo sfratto ai sensi dell’articolo 663». La disposizione
è stata introdotta in sede di conversione del citato d.l. n.432 del 1995). La mancanza dell’invito e dell’avvertimento
comporta la rinnovazione della citazione, ex art.164 c.p.c. (Pret. Bologna 6 febbraio 1996, in Foro it. 1996, I, 2574, con
nota di Frasca, Procedimento per convalida di sfratto: le novità introdotte (…con al seguito qualche problema) dalla
l.534/95) per evitare la relativa nullità dell’atto che, secondo Cass.27 ottobre 2003, n. 16089, in Foro it. 2004, I, 1155,
può essere sanata dalla costituzione del convenuto.
5 «L’indicazione del giorno dell’udienza di comparizione [82 att.]; l’invito al convenuto a costituirsi nel termine di venti
giorni prima dell’udienza indicata ai sensi e nelle forme stabilite dall’articolo 166 ovvero di dieci giorni prima in caso di
abbreviazione dei termini e a comparire, nell’udienza indicata, dinanzi al giudice designato ai sensi dell’articolo 168-bis
con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implica le decadenze di cui all’articolo 167».
4

f) limiti oggettivi del giudicato formale e sostanziale del provvedimento di convalida, emesso in

assenza di opposizione dell’intimato (comparso o non comparso affatto), circoscritti all’esistenza
del rapporto locatizio, alle rispettive qualità di locatore e conduttore delle parti, alla cessazione per
scadenza naturale o per risoluzione per morosità, con esclusione sia della natura della locazione,
salva quella direttamente funzionale alla pronuncia (uso abitativo o diverso rilevante ai fini
della statuizione giudiziale sulla scadenza naturale), sia dell’ammontare esatto della morosità
che, pertanto, è contestabile, eventualmente, con opposizione tempestiva alla relativa e speciale
ingiunzione su convalida o con separato accertamento negativo. Tali limiti appaiono il suggello
della peculiarità e della differenziazione ontologica e funzionale dell’intero procedimento per
convalida, unitamente, inoltre, all’eccezionale pronuncia pro futuro contenuta nello decreto di
ingiunzione, immediatamente esecutivo, previsto dall’art.664 c.p.c., a condizione che venga
richiesto contestualmente all’intimazione anche se emesso separatamente;

g) regime differenziato della sospensione feriale dei termini processuali, esclusa solo per
la fase sommaria6 e non per quella successiva a cognizione piena. Ciò sembra collidere con
la configurazione di un «unico procedimento» ed essere, al contrario, coerente maggiormente
con l’autonomia del procedimento ordinario a cognizione piena che è nuovo rispetto a quello
della c.d. fase sommaria ed afferente una controversia non più caratterizzata da urgenza, pur se
debba svolgersi con il rito c.d. accelerato di lavoro che integra un altro rito speciale diverso da
quello della convalida. Non appare, infatti, razionale una deroga alla sospensione ordinaria dei
termini processuali per una fase procedimentale “non autonoma”, per cui la «presunta» unicità del
procedimento – attribuita alla nuova formulazione dell’art.667 c.p.c. – dovrebbe condurre anche
all’ulteriore e sorprendente esito interpretativo di escludere per coerenza sistematica – così come
per le domande nuove – anche la deroga alla sospensione feriale dei termini processuali, per il
giudizio sommario di convalida, oppure l’estensione della deroga anche al giudizio a cognizione
piena nel quale prosegue quello speciale per convalida, come per il processo del lavoro;

h) regime fiscale differenziato, oltre che per il provvedimento conclusivo del procedimento
speciale per convalida (registrazione “solo” in caso d’uso), soprattutto, per il contributo unificato.
Finora era richiesto e dovuto un contributo unificato «ulteriore» (misura fissa di €103,30), per il
caso di prosecuzione del giudizio ex art.667, «in aggiunta» a quello già versato per il procedimento
di convalida nella misura ridotta al 50% di quello ordinario, ma calcolata secondo il valore della
causa per cui – non essendo stabilito un limite (es. fino a concorrenza di quello ordinario) – può
essere di “molto superiore” a quello ordinario (es. morosità di morosità sup. a €250.000,00 c.u. €250,00).
Sotto tale profilo (certamente del tutto accessorio ed esterno alla fattispecie processuale)
emergeva palese l’autonomia dei due procedimenti, in quanto non solo la fase sommaria non era
considerata, affatto, endoprocedimentale, rispetto a quella eventuale e successiva, più ampia a
cognizione piena, ma soprattutto perchè per la convalida non venivano riconosciute le stesse ragioni
giustificatrici del beneficio fiscale di un contributo forfettario, in una certa misura ridotta per la
natura della controversia. Tale regime era, pertanto, coerente con la tesi della conclusione del

Cass. 18 maggio 2005 n.10387 (Pres. Giuliano, Rel. Malzone), ha riaffermato, infatti, il principio consolidato
secondo cui la sospensione dei termini processuali durante il periodo feriale – in forza della deroga contenuta nell’art.3

della legge n. 742 del 1969 in relazione all’art. 92 dell’ordinamento giudiziario – non opera solo per la fase di tipo
sommario, la quale si conclude con la pronuncia dell’ordinanza di convalida o col diniego della stessa e presenta
per sua natura carattere d’urgenza, mentre trova applicazione, ai sensi del principio generale fissato dall’art.1 della legge
cit., per la successiva fase a rito ordinario (Cass.21 gennaio 2000 n.677; n.10387/2000; n. 3077/1983; n. 6228/198686;
n. 66/1989; n. 6549/1990; n. 4001/1995).), salvo che l’urgenza venga dichiarata con apposito provvedimento (Cass.
13 maggio 1997 n. 4195), essendo ininfluente l’applicazione del rito del lavoro alle controversie locatizie, di cui agli
artt.45 e 46 l.392 del 1978 e dell’art. 447 – bis c.p.c. (introdotto dall’art.70 della legge n. 353 del 1990, in vigore dal
30.4.1995) perchè l’esclusione della sospensione dei termini è correlata non alla specialità del rito, bensì alla specifica
natura della controversia.
5

procedimento per convalida con la pronuncia dei provvedimenti previsti dagli artt.665 e 666 – per i
quali, come già sottolineato, non è prescritta la normale registrazione stabilita per le sentenze – per
cui, qualora il giudizio doveva proseguire con rito ordinario, era dovuto un autonomo contributo
unificato ordinario nella misura ordinaria fissa (€103,30) prevista per i procedimenti in materia di
locazione. Al pagamento dell’ulteriore contributo unificato per il procedimento a cognizione piena,
corrispondeva, inoltre, l’attribuzione di un diverso e distinto numero di Ruolo Generale che
confermava, così, la differenziazione e l’autonomia dei due procedimenti, secondo almeno la prassi
degli uffici giudiziari romani.
La novità al riguardo è rappresentata dai recentissimi chiarimenti ministeriali che sembrano
aderire, acriticamente, ad una delle due opzioni interpretative in merito alla prosecuzione del
giudizio ex art.667 c.p.c. ed, in particolare a quella c.d. “unitaria” che afferma l’appartenenza
delle due fasi, sommaria ed ordinaria – così come per i procedimenti possessori – ad un “unico
procedimento iscritto a ruolo”, con la conseguenza che, in tal caso, deve ritenersi dovuto un unico
ed onnicomprensivo contributo unificato.
A quanto consta i nuovi chiarimenti hanno trovato pratica applicazione – quanto meno
presso gli uffici romani – nel periodo agosto-settembre 2005. Secondo le nuove disposizioni
impartire ai competenti uffici, il contributo unificato, dovuto all’atto dell’iscrizione del
procedimento speciale per convalida, è ritenuto, ora, valido ed esaustivo vuoi per entrambe le
fasi (cognizione sommaria e di eventuale successiva cognizione piena) dell’unico procedimento,
pur continuando però i due procedimenti ad avere distinti numeri di R.G. (ciò almeno presso gli
uffici romani), vuoi per il decreto ingiuntivo speciale ex art.664 c.p.c. (con la sola specificazione
di un subalterno), in quanto – si è ragionato – sebbene l’avvocato nella stessa istanza richieda due
provvedimenti (convalida ed ingiunzione), trattasi, in realtà, di un unico procedimento iscritto a
ruolo, nel quale la legge ha riconosciuto al locatore la facoltà di proporre, con un unico atto, più
domande strettamente connesse, per economia di processo, di tempo e di spese, come ritenuto dalla
Cassazione7.
I nuovi chiarimenti suscitano, tuttavia, qualche perplessità perché, se risultano pienamente
condivisibili in ordine all’unicità del contributo unificato per il procedimento sommario di
convalida e per il decreto ingiuntivo speciale ex art.664 c.p.c., sembrano originare una irragionevole
disparità di trattamento “tributario” in caso di prosecuzione del giudizio ai sensi dell’art.667 c.p.c.
oltre a collidere con la persistente attribuzione di un numero registro generale «distinto» da quello
del procedimento per convalida, incompatibile con la presupposta unicità del procedimento, con una
probabile alterazione, al tempo stesso, delle statistiche relative alla “produzione giudiziaria”.
Il contributo unificato risulta, infatti, irragionevolmente differenziato a seconda dell’origine
autonoma o meno dello «stesso» giudizio di risoluzione contrattuale, con le relative condanne di
rilascio e di pagamento dei canoni.
Secondo i nuovi chiarimenti, il contributo unificato dovuto per il procedimento
speciale di convalida – pari, si badi bene, alla metà, non del contributo unificato «fisso» per le
controversie di locazione, bensì a quello corrispondente al valore normale della causa, determinato
secondo le norme ordinarie e quindi anche superiore alla misura fissa – è ora sufficiente ed
esaustivo per l’eventuale prosecuzione nelle forme del rito speciale del giudizio a cognizione piena
(oltre che per il decreto ingiuntivo) con le seguenti conseguenze: il contributo unificato unico per
una richiesta di convalida di sfratto per una morosità “minima” sarebbe dovuto nella misura
minima (€30,00) e copre anche l’eventuale susseguente procedimento ordinario di risoluzione per

Sarebbe richiamata la risalente Cass. 15 febbraio 1971 n.374 che, però, afferma, in massima: «Ove la convalida non
possa essere ordinata per l’opposizione dell’intimato, tale procedimento rimane definitivamente chiuso e su di esso
di innesta un normale giudizio, nel quale le parti possono sempre proporre ex novo domande ed eccezioni, e quindi il
locatore è facultato a formulare anche una nuova causa petendi in concorso o in sostituzione di quelle precedentemente
dedotte, a fondamento dell’invocata risoluzione del contratto». In senso conforme Cass. 14 giugno 1972 n.1879 in
Giust. civ. 1972, I, 1358
6

inadempimento per il quale è previsto, di norma, il contributo unificato fisso di €103,308, mentre il
contributo unificato unico per una richiesta di convalida per una morosità rilevante (es. superiore a
26.000,00 euro ed oltre) risulta pari a €170,00 (1/2 di 340) e quindi superiore a quello ordinario
fisso (€103,30). Mentre nella prima ipotesi l’intimante (accorto) può, quindi, corrispondere un
contributo unificato inferiore a quello fisso di €103,30, nella seconda ipotesi il contributo unificato
risulterebbe superiore alla detta misura fissa, con una irragionevole disparità in considerazione
dell’unitarietà del procedimento per un contratto con lo stesso canone locatizio. L’instaurazione del
procedimento speciale per convalida potrebbe risultare, così, più onerosa di quello ordinario a
cognizione piena, con una disparità di trattamento che sembra riecheggiare quella che ha
determinato l’illegittimità costituzionale della limitazione della purgatio della mora al solo
procedimento speciale per convalida9, perché la diversa articolazione quantitativa del contributo
unificato potrebbe “limitare e condizionare” la scelta del procedimento per convalida che è stato
previsto per un interesse meritevole di una tutela speciale, agevolando l’elusione delle norme
tributarie con l’accorta instaurazione di procedimenti speciali per convalida per valori che
comportino un contributo unificato inferiore a quello ordinario da proseguire poi con il giudizio a
cognizione piena.
Il contributo unificato risulterebbe non proporzionato, in ogni caso, all’utilizzazione
dell’organizzazione giudiziaria. Contributo unificato differenziato per la convalida e per il giudizio
a cognizione piena e conservazione di distinti numeri di ruolo generale sembra confermare, tuttora,
l’autonomia del procedimento speciale per convalida, in contrasto con la configurazione di un unico
procedimento affermato dai recenti chiarimenti ministeriali.
I nuovi chiarimenti, in quanto interpretativi della relativa normativa di legge, sembrano,
poi, legittimare le domande di rimborso da parte di coloro che, in conformità alle precedenti
determinazioni degli uffici, hanno corrisposto indebitamente somme superiori a quello ora dovute.
Le illustrate connotazioni strutturali e funzionali del procedimento speciale per convalida
sembrano impedire qualsiasi equiparazione o assimilazione tout court ai procedimenti ordinari
a cognizione piena da svolgersi, sia con rito ordinario che con rito speciale, e, a fortiori, ad
altri procedimenti speciali (es procedimento di ingiunzione), informati ad altre finalità ed
ontologicamente diversi, con la conseguenza che deve valutarsi, con molta prudenza, l’estensibilità
di norme, preclusioni e decadenze concepite per tali tipi procedimentali ordinari, atteso che
l’art.447-bis c.p.c. prevede, espressamente e molto opportunamente, che le norme dettate per il
c.d. rito del lavoro possano estendersi alle controversie locatizie «in quanto applicabili», come
sottolineato, incisivamente, dalla recentissima sentenza n. 13963/2005 della Suprema Corte
regolatrice della quale si tratterà in prosieguo per la sua valenza risolutiva delle questioni dibattute
al riguardo e che rappresentano l’oggetto principale di questa disamina.

2. La trasformazione del rito

Per una corretta soluzione delle questioni interpretative, appare rilevante anche l’individuazione
dei casi nei quali opera la c.d. trasformazione o mutamento del rito previsto dall’art.667 c.p.c.,
unitamente alle nozioni di domanda riconvenzionale e di domanda nuova che non risultano affatto

comma 11 inserisce il comma 5-ter nella tabella 1 che, per le procedure in materia di locazione, comodato,
occupazione senza titolo e impugnative delle delibere condominiali prevede il contributo pari ad euro 103,30», come
precisato nella circolare n.2 in data 12 marzo 2002 del Ministero della Giustizia, Dipartimento degli affari di giustizia.
La successiva circolare interna del 13 maggio 2002 precisa poi che «nei casi di morosità, il parametro cui riferirsi è
l’importo dei canoni non pagati alla data di notifica della citazione, mentre, nella finita locazione, il valore è costituito
dal canone di un anno. Per tutti e due i casi (morosità, finita locazione) il contributo è stato dimezzato», ma occorre
aggiungere, rispetto però a quello ordinario in relazione al valore normale della causa, ma non a quello fisso di 103.30
ed, inoltre, con applicazione del regola indicata per i procedimenti a natura bifasica (come quelli possessori) per i quali
di richiede «il pagamento di un autonomo contributo unificato per il procedimento di cognizione ordinaria».
9 C. cost. 21 gennaio 1999, n. 3, in Foro it.1999, I, 404 e in Rass. loc. e cond. 1999, con nota di Spagnuolo
7

pacifiche tra gli interpreti:

a) Fattispecie. I casi – nei quali il giudizio, instaurato con l’intimazione disciplinata
dagli artt.657, 658 e 659 c.p.c., «prosegue nelle forme del rito speciale» (per utilizzare la stessa
locuzione normativa del vigente art.667 c.p.c.) «previa ordinanza di mutamento di rito ai sensi
dell’art.426» ed, in particolare, di quello c.d. locatizio previsto dall’art.447-bis c.p.c. (nel testo
vigente 10) – sono molto più numerosi delle ipotesi normativamente previste di transizione dal
procedimento speciale11 e sommario12 per convalida di sfratto a quello ordinario a cognizione
piena, parametrato su quello previsto per le controversie in materia di lavoro, con la conseguente
estensione delle norme “specificamente” (e non in toto) richiamate «in quanto applicabili».
Si riconosce, infatti, pacificamente che tale transizione può operare indipendentemente dall’ipotesi
normativa della pronuncia dei provvedimenti tipici del procedimento speciale per convalida,
previsti dagli articoli 665 e 666 13 in caso di opposizione dell’intimato, con implicazioni che
appaiono dense di conseguenze giuridiche in ordine alla «prospettata» ultrattività delle limitazioni
processuali proprie del procedimento speciale per convalida.
La trasformazione del rito opera anche nelle ipotesi, non infrequenti, di mancata richiesta (nell’atto
di intimazione o all’udienza di convalida) dell’ordinanza provvisoria di rilascio per l’opposizione
dell’intimato alla convalida ovvero quando l’opposizione non riguarda l’ammontare della somma
pretesa dal locatore.
La transizione opera anche quando, ad esempio, l’intimante si determini a chiedere di «dare
ingresso al giudizio ordinario nonostante la mancata comparizione ed opposizione dell’intimato»14
oppure intenda contrapporre la sua necessità (C.cost.21 luglio 1993, n.323) all’eccezione
dell’intimato di proroga legale del rapporto (es. art.11, co.2-bis l. 8 agosto 1992 n.359), quando
l’intimato, in caso di mancata comparizione dell’intimante, domandi l’accertamento negativo,
impedendo così la dichiarazione dei cessati effetti dell’intimazione (art.662)15, quando risulti
incompleta la sanatoria della morosità, quando, purgata la mora, l’intimato insista comunque sulla
opposizione16 (ove non ritenuta incompatibile), quando si ritenga la «insussistenza delle condizioni
di ammissibilità speciali del procedimento per convalida o dei presupposti processuali (competenza

Norme applicabili alle controversie in materia di locazione, di comodato e di affitto, «1. Le controversie in materia
di locazione e di comodato di immobili urbani e quelle di affitto di aziende sono disciplinate dagli articoli 414, 1415,
416, 417, 418, 418, 419, 420, 421, primo comma, 422, 423, primo e terzo comma, 424, 425, 426, 427, 428, 429, primo e
secondo comma, 430, 433, 434, 435, 436, 437, 438, 439, 439, 440, 441, in quanto applicabili.
2. [Per le controversie relative ai rapporti di cui all’articolo 8, secondo comma, numero 3), è competente il giudice del
luogo dove si trova la cosa. (Periodo soppresso dall’art.87, lett. b d.ls. 19 febbraio 1998, n.51, con effetto dalla data
indicata sub art 8.)]. Sono nulle le clausole di deroga alla competenza.
3. Il giudice può disporre d’ufficio, in qualsiasi momento, l’ispezione della cosa e l’ammissione di ogni mezzo di prova,
ad eccezione del giuramento decisorio, nonché la richiesta di informazioni, sia scritte che orali, alle associazioni di
categoria indicate dalle parti.
4. Le sentenze di condanna di primo grado sono provvisoriamente esecutive. All’esecuzione si può procedere con la
sola copia del dispositivo in pendenza del termine per il deposito della sentenza. Il giudice d’appello può disporre con
ordinanza non impugnabile che l’efficacia esecutiva o l’esecuzione siano sospese quando dalle stesse possa derivare
all’altra parte gravissimo danno.» L’originario testo di cui all’art.70 della legge 26 novembre 1990 n.353 è stato
riformulato con l’art.87 del decreto legislativo 19 febbraio 1998 n.51, in vigore dal 2 giugno 1999.
11 Così come risulta dalla rubrica libro quarto del codice
12 Così come risulta dalla rubrica titolo I del libro quarto del codice nel quale è stato inserito,
13 In proposito v. Consolo, Luiso, Sassani, Commentario alla riforma del processo civile, Milano, 1996, 564
14 Di Marzio, Il procedimento per convalida di licenza e sfratto, Milano 1998, 321
15 Cass.29 aprile 2004 n.8221 e 6 giugno 1975 n.2236
16 Così Di Marzio, op.cit., 321
8

ex art.661 c.p.c) 17 ovvero la sussistenza di ragioni di rito impeditive dell’accoglimento della
domanda (es. difetto della procura), ovvero l’inesistenza della fondatezza, in diritto, della domanda
di convalida, per l’esistenza di fatti impeditivi, modificativi od estintivi che emergano dalle stesse
allegazioni o produzioni dell’intimato e che rientrino nel novero delle eccezioni rilevabili d’ufficio
dal giudice, quando non venga attestata la persistenza della morosità, quando non sia stato rispettato
il temine di grazia di cui all’art.55, quando sia intervenuto un terzo ad escludendum18, quando,
infine, l’intimato eccepisca la violazione del diritto di prelazione previsto in caso di vendita
dell’immobile.
In particolare, poi, il caso di intimazione per un rapporto di locazione d’opera, per la quale
l’intimato contesti la cessazione del rapporto che comporta il mutamento del rito in quello speciale
del lavoro e non in quello c.d. locatizio, con 19 o senza l’emissione dell’ordinanza di rilascio, fa
emergere la genericità della previsione normativa dell’art.667 c.p.c. del «mutamento di rito ai
sensi dell’art.426» che, pertanto, può essere, indifferentemente, quello di cui all’art.447-bis (c.d.
locatizio) ovvero di cui all’art.409 (c.d. del lavoro) che, secondo attenta dottrina 20 sembra implicare
una sia pur limitata delibazione sulla competenza anche nella fase sommaria, ma che, soprattutto,
non comprenderebbe tutte le ipotesi possibili 21 perché l’intimazione di sfratto può riguardare anche
locazioni di immobili «non urbani» e rapporti di locazione d’opera non comprese nella previsione
normativa dell’art.409, con la conseguenza che in dette ipotesi il procedimento a cognizione piena
deve svolgersi con il rito ordinario e non speciale.
Ciò senza voler prendere in considerazione anche i casi relativi alle locazioni per le quali sia
stata convenuta la clausola compromissoria 22.
Senza voler, quindi, trarre, per il momento, argomentazioni, pro o contra, al
riguardo, basti qui rilevare soltanto che la stessa individuazione dei casi surriportati – per i quali si

In proposito vedi Trifone, Del procedimento per convalida di sfratto, in Codice di procedura civile commentata, a
cura di Vaccarella, Verde, Torino 1997, 259, il quale esclude la necessità di automatica definizione del processo nella
fase della convalida che – si è sottolineato in questo scritto – ha un ambito applicativo “limitato” , ritenendo che ogni
ecione in merito alla competenza non possa che avvenire all’udienza di discussione del procedimento ordinario, a rito
speciale, nel quale transita quello di convalida, a seguito di ordinanza ex art.426 c.p.c. Sull’incompletezza dell’art.667
c.p.c. cfr. Di Marzio, op.cit.324
18 Così Frasca, Il procedimento per convalida di sfratto, in Giurisprudenza sistematica di diritto processuale civile,
diretta da Andrea Proto Pisani, Torino 2001, 338
19 Sulla sua ammissibilità per evitare possibili abusi nella ritenzione dell’alloggio di servizio v.Trib. Roma, sez. VI, 31
gennaio 2005, in Immobili & Diritto 2005, fasc. 8, 67, con commento adesivo di Izzo, Il portiere può essere sfrattato
anche se contesta il licenziamento, ivi, pag.61. In senso conforme, sotto il vigore della precedente normativa, Pret.
Verona 25 febbraio 1986 in Giur. merito 1987, 616 con nota di Belfiore. In senso favorevole sembra C. cost. 6 giugno
2001 n. 181 (ord.), in Foro it. 2001, I, 2127. In dottrina Troncone, Elementi essenziali del procedimento per convalida
di licenza o di sfratto, in Rass. loc. e cond. 2005, 550, richiama anche C. cost.22 dicembre 1969, n. 159 (che può
leggersi in Preden. Izzo, Servello, Locazioni e costituzione, Milano, 1989, 561 e 564), 27 dicembre 1991,n.491 (in
Giur. it. 1992, I,1,1646) e 11 giugno 2003, n. 203 (in Rass. loc. e cond. 2003, 198; Riv. giur. edilizia 2003, I,1127;
Giust. civ. 2003, I,2680), osservando (nella nota 28): «Se, dunque, la previsione di siffatta tutela è di per sé espressione
di discrezionalità legislativa, ne discende che è ininfluente, ai fini della proposta questione di legittimità costituzionale,
l’enunciazione delle differenze riscontrabili tra questo procedimento e quelli cui possono ricorrere i locatori nelle
comuni locazioni abitative (ma anche in alternativa, come ammette la giurisprudenza, gli stessi enti gestori di edilizia
residenziale), ossia il processo di cognizione secondo il rito dell’art.447c.p.c. e quello per convalida di sfratto». Vedi
anche Preden, Sfratto (procedimento per convalida di) in Enc. diritto, XLII, Milano 1990, 429 e Proto Pisani, Il
procedimento per convalida di sfratto, in Riv. trim. dir. proc. civ. 1988, 1354-1386.
20 Frasca, op. cit. 345. Contra Di Marzio, op. cit.317, Saletti, Commento all’art.73, in Legge 26 novembre 1990 n.353
(Provvedimenti urgeni per il procsso civile), a cura di Tarzia e Cipriani, in Nuove Leggi civili commentate, 1992, 293 e
Trifone, op. cit. 257
21 Proto Pisani, La nuova disciplina del processo civile, Napoli, 1991, 12. Contra Di Marzio, op. cit. 127
22 Sulla competenza funzionale inderogabile dell’AGO per la fase sommaria di convalida di sfratto e di licenza, con
successivo trasferimento agli arbitri per l’eventuale giudizio di merito, v. Cass.23 giugno 1995, n.7127 e Cass. 16
gennaio 1991 n.387, in Giur. it. 1992, I,1,167. Sulla nullità della clausola compromissoria v. Cass.10 giugno 1988,
3949, in Giust. civ. 1989, I, 122, con nota di Izzo, Clausola compromissoria ed equo canone e Pret. Bologna 21 luglio
1997, ivi 1998, I, 2021, con nota di Izzo, L’arbitrato e l’inderogabilità sancita in materia di locazione.
9

ritiene pacificamente l’inidoneità del procedimento speciale per convalida di sfratto per la
risoluzione giurisdizionale, in via ordinaria, delle controversie che possono insorgere nel corso del
suo svolgimento, con la necessità, quindi, di procedere al mutamento del rito (con l’ordinanza
prevista dall’art.667 c.p.c.) per la decisione del merito della controversia (secondo la vecchia
formulazione della norma) nel rispetto delle regole ordinarie – sembra dimostrare la necessità che, per
tali fattispecie, debba «riprendere vigore la regola generale per cui le situazioni giuridiche sono
tutelabili in giudizio attraverso la cognizione piena…col ripristino delle regole ordinarie di
definizione della lite…per assicurare la completa ripresa delle garanzie proprie della cognizione
piena …in modo da consentire che in quest’ultima la posizione delle parti sia quella che sarebbe
stata ove fin dall’inizio la cognizione fosse stata piena…e le parti debbano vedersi assicurate tutte
quelle possibilità difensive che la fase di cognizione speciale, proprio per il suo modo di essere
diverso dalla cognizione piena non ha potuto assicurare»23. Appare, pertanto, contraddittorio e,
quanto meno, eccessivamente formalistico ritenere che la seconda fase, a cognizione piena, debba
considerarsi «una prosecuzione della prima, con la conservazione dei limiti oggettivi e soggettivi
della domanda iniziale contenuta nell’atto complesso di intimazione e contestuale citazione per la
convalida….»24, perché ciò comporterebbe una «prosecuzione» della specialità del procedimento in
contrasto con la logica del passaggio da un procedimento, per così dire, ristretto a quello ordinario
più ampio che impone il mutamento del rito con l’integrazione dell’atto introduttivo per
l’applicazione delle normali garanzie processuali che non possono essere ritenuti elementi
secondari. A prescindere dalla possibile configurazione di un’autentica “trappola” processuale – in
quanto, nonostante l’ingresso nel processo a cognizione piena, non potrebbero, comunque, essere
esercitati tutti i poteri e le facoltà ad esso correlati, con una pericolosa lettura non
costituzionalmente orientata – la proposta ultrattività dei limiti oggettivi e soggettivi minerebbe la
ratio del passaggio necessitato, previsto dall’art.667, con la compromissione, per le parti, del diritto
d’azione e di difesa e, soprattutto, del principio del giusto processo. Una tale teorica finirebbe con
l’imporre la conclusione “comunque” del procedimento speciale, in quanto le parti non avrebbero
interesse ad una prosecuzione per loro potenzialmente pregiudizievole, con una riproposizione ex
novo delle domande in un’autonomo e separato processo ordinario, con un aumento solo
dell’inflazione processuale. Appare in definitiva irrazionale quanto irragionevole che per le predette
fattispecie processuali che debordano dai limiti oggettivi e soggettivi connaturali al procedimento
per convalida e che involgono, invece, una controversia locatizia, piena e completa, debba
continuarsi ad applicare un regime processuale «ristretto e limitato» correlato ad un procedimento
speciale che, con la pronuncia dei provvedimenti previsti dagli articoli 665 e 666, ha esaurito la sua
funzione, con l’impossibilità, pertanto, di un’ultrattività dei suoi effetti.

b) Le nozioni di domande riconvenzionali e di domande nuove.

Secondo l’indirizzo prevalente, la domanda riconvenzionale, non è limitata e circoscritta
rigorosamente alla domanda avversaria (nella specie solo di rilascio) e quindi circoscritta, ad
esempio, ad una domanda di restituzione del bene rilasciato in forza dell’ordinanza di rilascio
ex art.665 che deve essere rivolta «allo stesso giudice davanti al quale il giudizio prosegue per
l’accertamento del diritto del conduttore» 25, ma prescinde dai limiti di essa, nel senso che «nella
nozione di domanda riconvenzionale è da comprendere qualunque domanda incidente sul
medesimo rapporto o sulla medesima situazione giuridica dedotti dall’attore a fondamento della
sua pretesa o allegati dal convenuto a sostegno delle sue difese»26 e, conseguentemente – per quello
che qui interessa – con il conseguente legittimo ampliamento del thema decidendum introdotto

Così Frasca, op. cit, 343 e ss.
Carrato, Scarpa, Le locazioni nella pratica del contratto e del processo, Milano 2005, 689
25 Cass. 29 aprile 2004 n.8221
26 L’enunciazione è del Trib. Roma 30 maggio 1991 ed è stata riconosciuta conforme ai principi di diritto affermati in
materia dal Supremo collegio, da Cass. sez. un. 18 maggio 1994 n.4837, in Giust. civ. 1995, I, 53
10

dall’attore27.
Più incerta appare, nel caso specifico, l’individuazione della domanda nuova perchè, «in
relazione alla nuova teoria della domanda giudiziale, rientrano nell’area, ora ben più estesa,
dell’emendatio libelli tutte le modificazioni che non alterino l’oggetto del processo, mentre restano
inammissibili (in quanto domande nuove) le domande aventi base in un nucleo di fatti principali
del tutto nuovo»28. Per l’individuazione dei confini delle predette configurazioni è stata proposta, in
dottrina29, la differenza tra domande eterodeterminate ed autodeterminate.
Senza riportare le diverse enunciazioni in proposito, può osservarsi, più pragmaticamente,
che la Corte di legittimità ha affermato, recentemente, che «la domanda di pagamento dei canoni
e degli oneri accessori scaduti successivamente alla sentenza di primo grado, non costituisce
domanda nuova, ai sensi dell’art.437 (richiamato dall’art. 447-bis) c.p.c.» precisandosi
che «la domanda di pagamento degli ulteriori canoni maturati in corso di causa, proposta in
sede di precisazione delle conclusioni, si risolve in un ampliamento quantitativo della somma
originariamente richiesta che, mantenendo inalterati i termini della contestazione, incide solo su
petitum mediato, relativo alla entità del bene da attribuire, e determina, quindi, solo una modifica
(piuttosto che il mutamento) della originaria domanda, ammessa ai sensi del combinato disposto
degli art. 420 e 414 c.p.c. (Cass. 14 marzo 1991, n.2693)»30.

c) la giurisprudenza nel vigore del vecchio e nuovo testo dell’art.667.

Nel vigore del vecchio testo dell’art.667, pur se la dottrina manifestava un orientamento

Cass. 14 gennaio 2005, n.681 afferma che «Qualora la domanda riconvenzionale non ecceda la competenza del
giudice della causa principale, a fondamento di essa può dedursi anche un titolo non dipendente da quello fatto valere
dall’attore a fondamento della sua domanda, purché sussista con questo un collegamento oggettivo che giustifichi
l’esercizio, da parte del giudice, della discrezionalità che può consigliare il “simultaneus processus”. (Nella specie, la
Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte di merito, di accoglimento della domanda riconvenzionale
dei convenuti – proposta nel corso di un giudizio instaurato da persona sfrattata per far valere il venir meno del titolo
al rilascio in conseguenza dell’estinzione del giudizio per mancata riassunzione all’esito di cassazione con rinvio
– di risoluzione del contratto per grave inadempimento di essa conduttrice, in ragione della mancata effettuazione
delle opere di manutenzione dell’immobile condotto in locazione, e di conseguente condanna della medesima al
risarcimento dei danni)». In senso conforme Cass. n.2863 del 1972, n.595 del 1978 e n.1210 del 1980. Trib. Nocera
Inferiore, 10 novembre 2004 afferma, poi, che « La domanda riconvenzionale è identificabile quando il convenuto
propone una contro-domanda, cioè quando chiede l’emissione di un provvedimento positivo sfavorevole all’attore che
va oltre il rigetto della domanda principale; diversamente l’eccezione è l’istanza del convenuto diretta a far valere un
suo diritto allo scopo di escludere l’efficacia giuridica dei fatti o titoli dedotti dall’attore o al fine di ottenere il rigetto
della domanda». Cass. 26 agosto 1997 n.8007, espressamente precisa che con la domanda riconvenzionale «vengono
avanzate richieste che, pur rimanendo nell’ambito della difesa, ampliano il tema della controversia».
28 Così D’Ascola, sub art.657-669 in Codice procedura civile commentato, a cura di Consolo, Luiso, (IPSOA) Milano,
1893. V. anche Pret. Trento 26 luglio 1993, in Giur. it. 1994, I, 2, 900 con nota di D’Ascola, Osservazioni in tema di
domanda nuova, modificazione delle domande e procedimento per convalida i sfratto.
29 Cerino, Canova, Dell’introduzione della causa, in Commentario cod. proc. civ., diretto da Allorio, Torino, 1980,
223
30 Cass.11 febbraio 2005 n.2853 (Pres. Nicastro, Rel. Segreto), In proposito Cass. 8 giugno 2004, n. 10970 (Pres.
Carbone, Rel. Trifone), in Giust. civ. 2004, I, 1951, con nota di Izzo, L’indebito locatizio: prescrizione, decadenza ed
inammissibilità di domande pro-futuro, osserva, però, che «premesso che le modificazioni consentite della domanda
sono quelle che non importano mutamenti del fatto posto a fondamento della pretesa e non aggiungono o sostituiscono
al bene della vita controverso, quale specificato con la domanda iniziale, un diverso oggetto della pretesa, rileva questa
Corte, secondo quanto già è stato affermato (Cass., n. 10930/93), che anche la domanda, che dipende dal medesimo
rapporto negoziale che è stato posto alla base della domanda originaria, deve considerarsi nuova se è fondata su
presupposti non prospettati con la domanda originaria e se comporta, perciò, un mutamento del fatto costitutivo del
diritto fatto valere, essendo certamente possibile che da un solo rapporto giuridico scaturisca una pluralità di prestazioni
reciproche connotate da requisiti propri, suscettibili di formare oggetto di domande diverse». Nella specie si trattava di
domanda di ripetizione di indebito, da parte del conduttore, anche per le somme versate nel corso del giudizio, giudicata
non integrante un semplice ampliamento quantitativo dell’originario petitum.
11

più restrittivo31, la giurisprudenza prevalente riteneva che l’opposizione dell’intimato determinava
la conclusione del procedimento speciale e l’instaurazione di un nuovo ed autonomo processo a
cognizione piena e con rito ordinario (all’epoca non speciale) nel quale il locatore poteva proporre
una domanda nuova 32, (in particolare, ma non sempre) con l’atto di riassunzione che, prima della
novella relativa alla competenza in materia locatizia, l’intimante era tenuto ad effettuare innanzi al
giudice competente per valore che (all’epoca) era, nella generalità dei casi, diverso dal giudice della
convalida, innanzi al quale proseguiva il giudizio se competente per valore.
Considerata la ora enfatizzata valenza interpretativa assegnata alla espressione letterale «il
giudizio prosegue» di cui al nuovo art.667, pare opportuno sottolineare che, nel vigore del vecchio
testo dell’art.667 c.p.c., la prosecuzione avveniva, di norma, innanzi al medesimo giudice adito,
così come nel vigente regime, mentre la riassunzione andava effettuata innanzi al giudice superiore
solo se il valore della causa eccedeva quella del giudice adito, secondo il criterio attributivo del
giudizio ordinario, e non in forza di una diversa portata della norma.
L’interpretazione della prevalente giurisprudenza di merito muta radicalmente con la
nuova formulazione dell’art.667 – in aderenza ad alcune pronunce di legittimità – ritenendo che
l’ordinanza prevista dall’art.667 determina soltanto il mutamento del rito, all’interno però del
procedimento unico instaurato con la citazione per convalida, con la conseguente inibizione di
formulare domande nuove. Secondo una parte della dottrina33, l’ordinanza deve contenere termini
differenziati (per l’intimante e per l’intimato) per consentire il corretto contraddittorio delle parti
secondo le scansioni particolari del rito speciale, unitamente – secondo Altri34 – all’avvertimento
per le decadenze tipiche del rito speciale che, solo così, potrebbero essere giustificate in aderenza al
diritto inviolabile di difesa (art.25 Cost.).
Nell’ipotesi tipica di opposizione proposta personalmente dall’intimato, secondo il paradigma
normativo tipico del procedimento speciale per convalida, l’ordinanza di mutamento del rito –
estendendo il dictum di C. cost.14 gennaio 1977 n.14 35 per la diversa fattispecie processuale ab
initio soggetta alle norme del rito speciale del lavoro ma promossa con le forme ordinarie – deve,
inoltre, essere notificata all’intimato contumace (per non essersi costituito ritualmente) pena la
nullità del giudizio36.

3. La prospettata portata innovativa del novellato art.667 c.p.c.

Le principali questioni controverse riguardano l’assunta portata innovativa della nuova
formulazione dell’art.667 c.p.c. in merito ai limiti e condizioni di ammissibilità della domanda
riconvenzionale del conduttore successivamente all’ordinanza di mutamento del rito e, soprattutto,
in ordine alla proponibilità di domande nuove, da parte del locatore, con la memoria di
integrazione dell’atto introduttivo del giudizio da proseguire con il rito speciale, rappresentato, nella
specie, dall’atto complesso di intimazione e contestuale citazione, di cui agli artt. 657 e 658 c.p.c.,
che, come dianzi ricordato, è limitato e circoscritto ex lege nel suo contenuto e, quindi, nella libera e
discrezionale proponibilità di domande giudiziali, non essendo controversa l’emendatio libelli 37.
Pare opportuno esaminare separatamente le predette questioni, dando precedenza a

Garbagnati, I procedimenti di ingiunzione e per convalida di sfratto, Milano, 1979, 355; Bucci, Crescenzi, Il
procedimento per convalida di sfratto, Padova, 1990, 230; Preden , op. cit. 454.
32 ex multis Cass. 18 giugno 1993, n. 6806, in Rass. loc. e cond.1994, 36 con nota di Carrato; Cass.25 giugno 1993
n.7066, Cass.29 luglio 1994 n.7088.
33 Pret. Venezia, 23 maggio 1997, in Giur. it. 1998, I, 2, 53 e, in dottrina, Mirenda, Brevi riflessioni sul procedimento
per convalida dopo la riforma del processo civile, in Rass. loc. e cond. 19995, 323 e Magaraggia, Il procedimento di
convalida dopo la riforma del processo civile, ivi, 1996, 118.
34Frasca, op. cit., 2940.
35 in Foro it. 1977, I, 259
36 Pret. Napoli, 12 giugno 1998, n. 5239, in Arch. loc. e cond. 1998, 570.
37 Trib. Monza 19 marzo 2003 e Trib. Palermo 3 dicembre 2003 e 27 novembre 2002 tutte in Giur. merito 2003, 1160 e
1971.
12

quella dell’ammissibilità delle domande riconvenzionali dell’intimato ed ai tempi, modi e
condizioni di sua proponibilità, in caso di prosecuzione del procedimento speciale per convalida
ai sensi dell’art. 667 c.p.c., in quanto possono rilevarsi profili di pregiudizialità logico-giuridica
per la soluzione di entrambe le questioni, valutata la quasi pacificità dell’ammissibilità delle
riconvenzionali dell’intimato. Entrambe le domande, infatti, comportano un ampliamento del
thema decidendum assegnato, normativamente e funzionalmente, al procedimento “speciale” per
convalida. Ampliamento che non può che avvenire nel rispetto delle condizioni di assoluta parità
procedimentale di entrambe le parti, ora consacrata nell’art.111 Cost., per cui, se dovesse ritenersi
ammissibile la facoltà dell’intimato di proporre domande riconvenzionali, tale ammissibilità
comporterebbe conseguentemente anche quella dell’intimante di proporre domande nuove.

a) domande riconvenzionali

La dottrina e la giurisprudenza prevalente che si è formata a proposito dei termini e modi della
proposizione, da parte del conduttore, della domanda riconvenzionale, nella particolare fattispecie
del procedimento speciale per convalida, sembra risentire dell’inquadramento sistematico e
della ritenuta natura giurisdizionale del procedimento speciale per convalida, «spinta» (nel caso
di specie) fino ad una “surrettizia” assimilazione ed equiparazione tout court del procedimento
speciale per convalida ad una comune « causa promossa nelle forme ordinarie» di cui all’art.426, al
quale fa rinvio recettizio l’art.667 a seguito dell’introduzione del c.d. rito locatizio.
Con un palese favor conductoris, l’intimato, a differenza del locatore, potrebbe ampliare,
piuttosto liberamente, senza limiti temporali predeterminati per legge ed indifferentemente, sia
nella fase sommaria sia in quella successiva a cognizione piena, il thema decidendum tipico
dell’intimazione di cui agli art.657 e 658 che, a differenza dell’atto introduttivo di un giudizio
ordinario, non è rimesso alla libera determinazione del soggetto agente, ma che è stabilito entro
precisi limiti, stabiliti, inderogabilmente dall’ordinamento processuale, in relazione alla funzione,
specifica e ristretta, di tale procedimento, incontrovertibilmente «speciale e non ordinario».
L’intelligente delimitazione dell’ammissibilità delle «sole» domande riconvenzionali «che
traggano origine dalla domanda di rilascio contro di lui (intimato) formulata»38, anche se è coerente
alla «ricostruzione di questa seconda fase come prosecuzione della prima, con la conservazione
dei limiti oggettivi e soggettivi della domanda iniziale contenuta nell’atto complesso di
intimazione e contestuale citazione per la convalida come parametro di riferimento in relazione
alla statuizione finale che dovrà conseguire», appare, tuttavia, praeter legem, in quanto introduce
un limite al contenuto della domanda riconvenzionale che non trova riscontro normativo e
contrasta anche con l’indirizzo prevalente nella giurisprudenza di legittimità, mentre finisce con il
configurare un nuovo tipo procedimentale a contenuto ristretto e, quindi, «ancora» speciale rispetto
a quello ordinario.
Si ritiene, infatti, comunemente che l’intimato possa formulare la domanda riconvenzionale
indifferentemente39 nella fase sommaria (ovviamente se si costituisca ritualmente e quindi a mezzo
di un difensore) “senza” l’osservanza di particolari termini, condizioni o adempimenti processuali,
ovvero – in assenza di tale “immediata e facoltativa” proposizione nella fase sommaria – nel
termine perentorio fissato con l’ordinanza di mutamento del rito e, questa volta, con la rigorosa
osservanza delle prescrizioni di cui all’art.41840.
Appare, tuttavia, interessante riportare separatamente la giurisprudenza di merito e quella di
legittimità.

Carrato, Scarpa, op. cit. 689.
In tal senso anche Di Marzio, op. cit. 333.
40 Trib. Monza, sez. Desio, 15 gennaio 2003, in Rass. loc. e cond. 2003, 449,con nota di Carrato, Spunti essenziali in
tema di ammissibilità della domanda riconvenzionale nel giudizio locatizio e sulle condizioni di applicabilità.
13

– Giurisprudenza di merito –

Risulta molto interessante un indirizzo giurisprudenziale minoritario che nega l’ammissibilità
della domanda riconvenzionale dell’intimato che si sia costituito ritualmente nella fase sommaria
per opporsi alla convalida conduttore e che la formuli, però, con la memoria difensiva depositata
dieci giorni prima dell’udienza di discussione fissata con l’ordinanza ex art.667.
In proposito è stato testualmente statuito: «Va preliminarmente rilevata la inammissibilità per
decadenza della domanda di evidente valore riconvenzionale irritualmente proposta dal convenuto
per la prima volta con la memoria integrativa del 15.10.2002 (dieci gg. ante ud. discuss. del 25
novembre 2002). E’ consolidato orientamento giurisprudenziale quello che limita la portata
integrativa dell’art.426 c.p.c. escludendo che possa valere a sanare decadenze già verificatesi
nella precedente fase del procedimento in quanto non espresse con la comparsa di costituzione (ex
plurimis Cass. 5971/95, 6449). Il principio vale anche nel caso in cui la fase precedente attenga al
rito sommario dei procedimenti di convalida nei quali il convenuto che si costituisce per opporsi
deve compiutamente svolgere la linea difensiva e proporre le eventuali domande riconvenzionali,
essendogli unicamente consentito di poterlo fare per la prima volta all’udienza di comparizione,
anziché nei dieci giorni precedenti, come prescritto per il rito speciale dall’art.663 c.p.c. Nel qual
caso parte attrice potrà ritualmente controdedurre con la memoria integrativa» 41.
Deve ritenersi che la pronuncia non riguardi la diversa ipotesi di comparizione personale
che, non equivalendo alla costituzione, non può comportare alcuna decadenza da una facoltà
correlata ad una costituzione in senso stretto con difesa tecnica, perché, altrimenti, verrebbe
vanificata, in fatto, la facoltà di comparizione personale limitata così alla mera “resistenza” alla
convalida.
L’interesse di tale pronuncia rileva sotto diversi profili e pone i seguenti interrogativi:
1. la rinuncia, implicita, dell’intimato ad avvalersi del beneficio della mera comparizione personale
per la sola e semplice opposizione alla domanda di convalida, preferendo la costituzione formale
con una difesa tecnica, può comportare il ripristino automatico della regola «ordinaria» della
proposizione della domanda riconvenzionale con la costituzione in giudizio, valida per un
procedimento ordinario e che, nella specie, opererebbe – eccezionalmente, pur nel silenzio della
legge – immediatamente all’udienza fissata per la fase sommaria del procedimento per convalida,
senza la possibilità di un contraddittorio, per così dire, informato?
2.La costituzione «formale e rituale» può determinare, in assenza della prescrizione formale del
relativo onere, la perdita della facoltà di formularla nel termine perentorio fissato nell’ordinanza di
mutamento di cui all’art.667, al pari dell’intimato che compare personalmente, giusta disposizione
espressa dell’art.660, co. 2-quinquies?
3. La proposizione della domanda riconvenzionale formulata con la comparsa di costituzione
depositata fino all’udienza di comparizione della fase sommaria può assolvere praeter legem
l’intimato dall’osservanza dell’onere e dalla relativa decadenza prevista sia dal rito ordinario sia dal
rito speciale, mutato a decorrere dall’ordinanza ex art.667, a tutela del contraddittorio?
4. La facoltà riconosciuta all’intimato di ampliare il thema decidendum con una
domanda «sostanzialmente» nuova, quale è quella riconvenzionale42 addirittura fin nella fase
sommaria, è compatibile con la garanzia costituzionale sancita nell’art.111 Cost., secondo la quale
«Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice
terzo e imparziale», atteso che l’intimante risulterebbe «handicappato» dai limiti oggettivi e
soggettivi propri del procedimento per convalida?
La pronuncia riportata – pur non condivisa – risulta, però e a ben considerare, rigorosamente
paritaria e coerente con quella giurisprudenza di merito che nega l’ammissibilità delle domande
nuove del locatore-intimante ed ha costituito un forte stimolo per le considerazioni illustrate in

Trib. Roma, dr Tarantino, 9 gennaio 2003 ( CNPAF c. Menta) ined.
Così Trib. Modena 16 marzo 2000, in Giur. it 2000, I,2, 2293 e Giur. merito 2000, 812
14

questa relazione in ordine alla insuperabile parità di condizioni tra le parti nel processo.

– Giurisprudenza di legittimità –

La Suprema Corte sembra confermare l’indipendenza della domanda riconvenzionale dal
contenuto della domanda formulata nell’intimazione e la sua «libera» proponibilità, in sede di
opposizione alla convalida oppure nel termine fissato nell’ordinanza di mutamento del rito (come
precisato ora da Cass. n.13963 del 2005):
– Cass.22 maggio 1997, n.4568 (Pres. Grossi, Rel. Limongelli) – esaminando, per l’analoga
fattispecie disciplinata dagli artt.46 e 48 della legge n.392 del 1978, la censura di «erronea
statuizione di inammissibilità, perché “tardiva”, della domanda della conduttrice di determinazione
della indennità per la perdita dell’avviamento commerciale, quantunque tale domanda fosse
proponibile in qualsiasi momento del giudizio di primo grado, essendo volta ad ottenere la
liquidazione di una somma, il cui pagamento, a norma dell’art. 34 della legge n. 392, condiziona
l’esecuzione del provvedimento di rilascio» – ha precisato che «l’istanza di determinazione della

indennità di avviamento va ritualmente proposta secondo gli ordinari criteri e gradi del processo civile
(Cass. 6-2-1984 n. 908) e, quindi, nella specie, consistendo in una domanda riconvenzionale non proposta
con l’opposizione alla convalida di sfratto, avrebbe dovuto essere proposta entro il termine perentorio
fissato dal Pretore, ai sensi dell’art.426 Cod. Proc. Civ.. In quanto proposta, invece, dopo la scadenza di
detto termine, è stata correttamente ritenuta inammissibile dai giudici del merito».
– Cass. 24 febbraio 2003 n.2777 (Pres. Nicastro, Rel Chiarini), afferma «l’ammissibilità
della domanda riconvenzionale del conduttore perché è principio pacifico quello secondo il quale la
decadenza prevista dal primo comma dell’art.418 cod. proc. civ. per omessa richiesta di fissazione di
una nuova udienza di discussione sulla riconvenzionale non opera se questa è stata proposta prima della
trasformazione del rito da ordinario a speciale, perché con questo provvedimento è fissata – come nella
fattispecie – l’udienza a norma dell’art. 426 cod. proc. civ., che consente di realizzare le esigenze sottese a
detta istanza, volta ad assicurare la regolarità del contraddittorio e a consentire all’attore di svolgere le
proprie difese».
– Cass.16 luglio 2003, n.11148 (Pres.Preden, Rel. Varrone) afferma che «nel procedimento
sommario di sfratto, la domanda riconvenzionale deve essere spiegata nell’atto di opposizione alla
convalida, che costituisce il primo atto difensivo che introduce il giudizio di cognizione e pone fine a quello
sommario di sfratto”. Statuizione ineccepibile, che fa buon governo delle norme pretesamene violate,
alla luce dell’insegnamento di questa Corte di legittimità (ex plurimis, Cass. 29 giugno 1981 n. 4241»,

rigettando la censura sulla equipollenza dell’eccezione formulata nella fase sommaria ad una
domanda riconvenzionale che, pertanto non può ritenersi ivi proposta, ed osservando che, in ogni
caso, la domanda riconvenzionale non era stata proposta «nemmeno» nella memoria integrativa
del giudizio a cognizione piena, con ciò ammettendo l’alternatività della sua proposizione, come
precisato ora da Cass.n.13963/2005, riportata appresso.
La scarsa chiarezza delle enunciazioni giurisprudenziali, anche di legittimità, in merito alla
tempestività di una valida riconvenzionale ha consigliato la cautela di una tempestiva formulazione
in sede di formale costituzione dell’intimato e non di semplice comparizione personale, con la
prudenziale «reiterazione» nella memoria, prevista dall’art.667 c.p.c. per il mutamento di rito,
con la domanda di nuova fissazione dell’udienza di discussione ex 418, al fine di paralizzare
un’eventuale eccezione di invalidità della riconvenzionale formulata nella fase sommaria per il
mancato rispetto del termine per il legittimo contraddittorio dell’intimante.
Tale cautela «dovrebbe», ora, venire meno con la rassicurante sentenza n.13963/2005 (di cui
appresso) che riconosce l’alternatività della sua proposizione, nella fase sommaria o in quella
successiva a cognizione piena.

b) Domande nuove

La giurisprudenza di legittimità appare uniforme nel ritenere che si ha domanda nuova
quando gli elementi dedotti comportino il mutamento dei fatti costitutivi del diritto azionato,
integrando una pretesa diversa, per la sua intrinseca essenza, da quella fatta valere in precedenza
(da ultimo Cass. 14 gennaio 2005 n.674, Pres. Duva, Rel. Trifone43 e in senso conforme Cass. sez.
un., n. 15408 del 2002).
Salvo un indirizzo minoritario44, la giurisprudenza di merito risulta prevalentemente uniforme
nel negare al locatore la facoltà, superando i limiti dell’emendatio libelli, di formulare domande
nuove nella memoria integrativa degli atti introduttivi45 che nella specie sono rappresentati dall’atto
(complesso) di intimazione e di citazione in giudizio che sono comunque correlati ad una «causa
promossa nelle forme speciali e non ordinarie», diversamente, pertanto, dalla previsione del
richiamato art.426 che presuppone, così come l’art.48 l.392/7846, «una causa promossa nelle forme
ordinarie».
Altrettanto non può dirsi per la giurisprudenza di legittimità che appare così variegata:

– Improponibilità di domande nuove –

– Con una prima decisione del 29 ottobre 2001, n.13419 (Pres. Fiduccia, Rel. Preden), la
Corte, esaminando la diversa fattispecie dell’opposizione tardiva ex art.668 c.p.c. – per la quale
viene riconosciuta la natura di mezzo di impugnazione speciale, «assimilabile» alla situazione
che si instaura con l’opposizione a decreto ingiuntivo, con l’inibizione dell’opposto di proporre
domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione, richiamando le sentenze n.2820 e n.813
del 1999 e n. 3115 del 1998 – ha statuito l’inammissibilità, nella fase rescissoria, di una mutatio

La fattispecie esaminata riguardava una convalida della “licenza” per finita locazione alla sua scadenza per la quale-
subentrato al procedimento speciale il giudizio nelle forme del rito speciale a seguito dell’opposizione dell’intimato, ai
sensi dell’art.667 – l’intimante aveva domandato la risoluzione del rapporto di locazione per intervenuta sua scadenza.
La Corte ha confermato la qualificazione resa dal giudice di merito e cioè che detta domanda costituisce soltanto
specificazione dell’originaria richiesta di condanna in futuro. Cass.31 maggio 2005 n.11603, ribadisce il principio
di diritto, consolidato in giurisprudenza (cfr.ex multis Cass.20 agosto 1985, n.4439) “secondo cui la domanda di
risoluzione del contratto di locazione per l’inadempimento del conduttore contiene implicitamente quella di rilascio
della res locata, per cui non pronuncia ultra petita il giudice che, accogliendo la domanda di risoluzione, disponga
anche il rilascio” precisando per quello che qui occupa “ la cui relativa istanza, non costituendo domanda nuova, può
essere avanzata per la prima volta anche in appello”.
44 Pret. Venezia 23 maggio 1997, in Giur. it. 1998, I,2,53 e Trib. Roma 10 aprile 2003 in Rass. loc. e cond. 2005,
250. Corre obbligo di precisare che l’estensore della pronuncia romana citata sembra uniformarsi successivamente
all’indirizzo prevalente nella giurisprudenza della sezione, come emerge dalla relazione tenuta, a Vibo Valenzia il 13
gennaio 2005 nell’incontro di studio del C.S.M., dalla dott.ssa Salari sul tema «Questioni controverse del processo
in materia di locazioni», pubblicata in Rass. loc. e cond. 2005, 20. In dottrina, Sinisi, Troncone, I riti locatizi, 1999,
145 ritengono l’ammissibilità di domande nuove che il locatore, a seguito della trasformazione del rito, può proporre
nella memoria integrativa di cui all’art.426, al pari delle domande riconvenzionali dell’intimato, da coordinare, però,
con la disciplina sul mandato alle liti e sui poteri dei difensori in giudizio circa «il rilascio di un nuovo mandato per la
proposizione di domande dirette ad introdurre una nuova e distinta controversia eccedente l’ambito della lite originaria»
(Cass. 7 febbraio 1995 n.1393). V. anche Luiso, Commentario alla riforma del processo civile, Milano 1996. Più
recentemente Troncone, Elementi essenziali del procedimento per convalida di licenza o di sfratto, in Rass. loc. e
cond. 2004, 562, ribadisce che a favore dell’ammissibilità delle domande nuove «depone …la considerazione che non è
espressamente statuita alcuna decadenza con riferimento alla fase della convalida, né d’altro canto appaiono applicabili
le preclusioni discendenti dall’art.167 c.p.c., considerata la natura speciale del procedimento per convalida».
45 Ex plurimis v. Trib. Napoli, 27 gennaio 2004 n.1045, in Immobili & Diritto, 2005, fasc. 8, pag.81, con nota di P.
Nasini, Entro quali limiti il locatore può dedurre domande nuove?
46 «Passaggio dal rito ordinario al rito speciale).Il pretore o il conciliatore, quando rileva che una causa promossa
nelle forme ordinarie riguarda una delle controversie previste negli articoli 30 e 45, fissa con ordinanza l’udienza
di cui all’art. 420 del codice di procedura civile e il termine perentorio entro il quale le parti dovranno provvedere
all’eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti di cancelleria.
Qualora la causa non rientri nella rispettiva competenza per valore, il pretore o il conciliatore la rimette con
ordinanza non impugnabile al giudice competente, fissando un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la
riassunzione».
16

che non sia stata autorizzata dal giudice ex art.420, comma 1, c.p.c. per la riconosciuta sussistenza
di gravi motivi.
Tale principio di diritto è stato, poi, richiamato in numerose pronunce di merito47 relative,
però, alla diversa fattispecie della prosecuzione del procedimento per convalida, ex art.667, nel
procedimento ordinario da svolgersi con il rito speciale c.d. locatizio, a seguito della diversa
opposizione tempestiva dell’intimato, ex art.665 e 666 Ciò sulla base di una ritenuta analogia del
procedimento speciale di convalida con il procedimento speciale di ingiunzione ed, inoltre, ad
una “presunta” equiparazione all’opposizione tempestiva alla convalida, quale sorta di rimessione in
termini.

– Con la successiva sentenza 27 maggio 2003, n. 8411 (Pres. Duva, Rel. Perconte Licatese), la
Corte, esaminando il caso della formulazione nella memoria integrativa di cui all’art.667, relativa
ad intimazione di sfratto per morosità, della domanda di condanna al pagamento dei canoni insoluti
(riservati nell’atto di intimazione ad un separato giudizio) e di accertamento, in via subordinata,
dell’esistenza di un contratto di comodato, ha giudicato inammissibile la predetta domanda di
condanna al pagamento dei canoni. La Corte ha riformato la sentenza impugnata – secondo la
quale «la domanda di condanna dei conduttori al pagamento dei canoni arretrati “risulta ritualmente

proposta nel corso del giudizio di primo grado, in quanto la stessa è stata tempestivamente avanzata con il

1.Trib. Nocera Inferiore, 14 ottobre 2004. Est. Scarpa, Fezza/Pignataro (ined) afferma «Vanno dichiarate
pregiudizialmente inammissibili le domande di accertamento dell’indennità di avviamento commerciale spettante al
conduttore e di risarcimento dei danni subiti… giacché, nel giudizio di merito instaurato con l’apertura della fase
rescissoria dell’opposizione alla convalida di sfratto dopo l’ordinanza di mutamento del rito, il locatore (che conserva,
anche nel giudizio all’esito dell’opposizione alla convalida, la veste sostanziale di attore), ha al più facoltà di
modificare la propria domanda, formulata con l’atto di intimazione di licenza o di sfratto, con il limite dell’art. 420,
comma 1, c.p.c., (che consente la modifica delle domande già enunciate, se ricorrono gravi motivi e previa
autorizzazione del Giudice), mentre è da ritenersi esclusa la possibilità di proporre una domanda nuova rispetto a
quella formulata con l’atto di intimazione..» (cfr. Cassazione civile sez. III, 29 ottobre 2001, n. 13419); 2. Trib. Nocera

Inferiore, 31 marzo 2004, Est. Scarpa, Parlato/Circolo Fenalc, (ined.), sull’opposizione alla convalida proposta
dai «terzi associati» che contestualmente «domandavano in riconvenzionale la risoluzione del contratto per
inadempimento del locatore ed il risarcimento di danni..», ha deciso: «Va pregiudizialmente dichiarata inammissibile la
proposizione da parte di ENRICO RAGONE, ANTONIO VITOLO, MARIO VITOLO e DOMENICO PALUMBO di
domande riconvenzionali senza il rispetto delle formalità previste dall’art.418 c.p.c. (istanza di rifissazione dell’udienza
e notificazione). I terzi qui intervenuti non hanno infatti assolto all’onere, posto dall’art.418 c.p.c. a carico del
convenuto che formuli domanda riconvenzionale, di chiedere la fissazione di una nuova udienza; tale inosservanza
comporta la decadenza dalla riconvenzionale e l’inammissibilità di questa. Né la decadenza può essere sanata
dall’accettazione del contraddittorio da parte dell’attore, in quanto rilevabile, attenendo alla regolarità della instaurazione
del contraddittorio, anche d’ufficio (Cassazione civile sez. lav., 21 luglio 2001, n. 9965)» ed inoltre «Parimenti
inammissibili sono le domande per il pagamento dei canoni scaduti e per il risarcimento dei danni per il deterioramento
della res locata, proposta dal Francesco Parlato nella memoria integrativa del 27 giugno 2003, giacché, nel giudizio di
merito instaurato con l’apertura della fase rescissoria dell’opposizione alla convalida di sfratto dopo l’ordinanza di
mutamento del rito, il locatore (che conserva, anche nel giudizio all’esito dell’opposizione alla convalida, la veste
sostanziale di attore), ha al più facoltà di modificare la propria domanda, formulata con l’atto di intimazione di licenza
o di sfratto, con il limite dell’art.420, comma 1, c.p.c., (che consente la modifica delle domande già enunciate, se
ricorrono gravi motivi e previa autorizzazione del giudice), mentre è da ritenersi esclusa la possibilità di proporre
una domanda nuova rispetto a quella formulata con l’atto di intimazione (quali risultano quelle proposte dal Parlato)
(cfr. Cassazione civile sez. III, 29 ottobre 2001, n. 13419)»; 3. Secondo il Trib. Nocera inferiore, 4 dicembre 2003 Est.
Scarpa, Avino/Moscariello (ined) «Parimenti inammissibile perché tardiva appare la proposizione da parte di
ALFONSO MOSCARIELLO di domande riconvenzionali nella comparsa di risposta depositata direttamente
all’udienza di prima comparizione del 16 gennaio 2001, nonché nelle memorie depositate il 31 gennaio 2002, senza il
rispetto delle formalità previste dall’art. 418 c.p.c.»; 4. Con sentenza 19 novembre 2003 (ined.), il medesimo tribunale,
nella causa Salvati/Crescenzo per una intimazione per morosità relativa a locazione non abitativa, rigettata l’istanza di
sanatoria ex art.55 l.n.392/78 per inammissibilità (Cass. sez. un. 28 aprile 1999, n.272), ha giudicato semplice
ampliamento quantitativo della somma originariamente richiesta la domanda di condanna della conduttrice al pagamento
degli ulteriori canoni maturati nel corso del giudizio fino al momento dell’effettiva restituzione dell’immobile, contenuta
nella memoria depositata per l’integrazione ai fini del mutamento di rito.

deposito della memoria integrativa di cui agli artt. 667 e 426 C.p.c.”: norme queste attraverso le quali si
attua adesso, dopo la riforma, il collegamento tra la fase sommaria del procedimento speciale di convalida
dello sfratto e il successivo giudizio di merito, “il quale, come tale, necessita dell’esatta delimitazione
del “thema decidendum”, affidata appunto al contenuto delle memorie di cui all’art. 426 C.p.c.”. Di qui, ad
avviso dei giudici di appello, l’infondatezza delle censure mosse al riguardo dagli appellanti alla decisione
di primo grado, che ha egualmente ritenuto ammissibili le domande proposte con l’indicata memoria. E
pertanto, poiché la morosità dei conduttori concerne i canoni successivi a quello del mese di agosto 1991, al
Baldassarre spettano i canoni dalla mensilità di agosto fino al dicembre 1997, per un totale di lire
77.000.000, oltre agli interessi legali dalle singole scadenze al saldo» – osservando: «In punto di fatto, è
incontestato e pacificamente acclarato che, con l’intimazione di sfratto per morosità, notificata il 10-13
agosto 1996, il Baldassarre fece espressa riserva di chiedere in separata sede il saldo dei canoni maturati e
da maturare, in ragione di lire 1.000.000 mensili; che i Macina si opposero alla convalida, negando
l’esistenza del dedotto rapporto di locazione; che, con ordinanza del 22 ottobre 1996, il pretore dispose, ai
sensi degli artt. 667 e 426 C.p.c., il mutamento del rito, assegnando alle parti un termine per il deposito di
memorie e documenti; che, nella memoria depositata il 10 dicembre 1996, il Baldassarre, per la prima volta,
chiese anche la condanna dei Macina al pagamento delle pigioni scadute dal 1 agosto 1989, o comunque, in
subordine, la condanna dei convenuti al rilascio della villa in quanto detenuta in forza di un comodato senza
determinazione di durata. La sentenza del pretore non si occupò affatto dei canoni. Avendo ravvisato una locazione

nel primo anno e un comodato precario negli anni successivi, mostrò di ritenere ammissibile, quale “emendatio libelli”,
la deduzione del rapporto di comodato fatta dal Baldassarre nella memoria depositata in seguito al mutamento del rito,
ma tacque sull’ammissibilità o meno della coeva domanda di condanna ai canoni scaduti e nemmeno si pronunciò nel
merito di essa, seppure in relazione al solo primo anno, così provocando l’impugnazione incidentale del Baldassarre,
accolta, come già detto, nei termini più sopra esposti, dal Tribunale. Tutto ciò premesso, il Collegio non dubita

della novità e della conseguente inammissibilità della domanda di condanna al pagamento dei canoni.
Nell’ordinamento previgente alla riforma del 1990, era affermazione ricorrente in giurisprudenza che
l’opposizione dell’intimato, ai sensi dell’art.665 C.p.c., determinava la conclusione del procedimento di
convalida, a carattere sommario, e l’instaurazione di un nuovo e autonomo processo con rito e cognizione
ordinari. L’art. 667 C.p.c., nel regolare i problemi di competenza che sorgevano dal coordinamento fra la
procedura speciale, di competenza per materia del pretore, e il giudizio ordinario di cognizione scaturito
dall’opposizione dell’intimato, prevedeva che, dopo la pronuncia (o il diniego) dei provvedimenti previsti nei
due articoli precedenti (ordinanza non impugnabile di rilascio ovvero condanna al pagamento dei canoni
non controversi), il giudizio proseguiva davanti al pretore, per la decisione di merito, soltanto se la causa
era di sua competenza, dovendosi, nel caso contrario, rimettere le parti innanzi al giudice competente per
valore. In questo sistema era normalmente ammesso che le parti potessero, dal momento dell’opposizione,
che segnava il nascere di un “novum judicium”, esercitare tutte le facoltà connesse alle rispettive posizioni, e
segnatamente che potesse il locatore porre a fondamento della pretesa di rilascio dell’immobile una “causa
petendi” diversa da quella assunta nell’atto di intimazione (Cass. 18 giugno 1993 n. 6806; 11 giugno 1983 n.
4023; 13 gennaio 1981 n. 282), e persino introdurre una domanda nuova (Cass. 5 luglio 1984 n. 3930; 23
ottobre 1979 n. 5541; 19 luglio 1979 n. 4282; 2 aprile 1975n. 1186). Diverse conclusioni s’impongono dopo

l’attribuzione al pretore, dal 30 aprile 1995, della competenza per materia nelle cause di locazione (e di comodato) di
immobili urbani (art. 8 2 comma n. 3 C.p.c.) e l’introduzione, dalla stessa data, in dette cause, del rito speciale del
lavoro (art. 447 “bis” C.p.c.). In questo nuovo regime processuale, per il combinato disposto degli artt. 667 e 426
C.p.c., pronunciati (o naturalmente denegati) dal pretore i provvedimenti previsti dagli artt. 665 e 666, già ricordati, il
giudizio “prosegue nelle forme del rito speciale”, previa ordinanza di mutamento del rito, con la quale ultima le parti
sono facultate all’integrazione degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti in cancelleria.

Ciò significa che l’opposizione dell’intimato non coincide più adesso con l’instaurazione di un nuovo e
autonomo giudizio di cognizione, ma produce soltanto un mutamento nella struttura del procedimento,
che continua a svolgersi, necessariamente davanti al medesimo pretore, non ponendosi più questioni
di competenza per valore, in una nuova fase, quella di merito (che si concluderà con la pronuncia di
accoglimento o rigetto della domanda di condanna del conduttore al rilascio dell’immobile locato); ovvero,
in altri termini, che “prosegue”, con cognizione ordinaria ma con rito speciale, quell’unico procedimento,
iniziatosi con l’esercizio, da parte del locatore, di un’azione di condanna nella forma speciale della citazione
per convalida. A partire dunque dall’emissione dell’ordinanza di mutamento del rito, scattano le preclusioni
tipiche del processo del lavoro, anzitutto il divieto di proporre nuove domande nel corso del giudizio di
primo grado, che, essendo funzionale ad esigenze di accelerazione del procedimento (artt. 414 e 416 C.p.c.),

esorbita dalla tutela del privato interesse delle parti, sicché la tardività della nuova domanda non può
essere sanata nemmeno dall’accettazione del contraddittorio sulla medesima ad opera della controparte ed
è rilevabile anche d’ufficio dal giudice, persino in sede di appello, ove non rilevata, per qualsiasi motivo,
dal giudice di primo grado, col solo limite del giudicato formatosi in proposito (Cass. 6 luglio 1991 n. 7512;
22 dicembre 1988 n. 7007; 15 luglio 1987 n. 6195; 12 novembre 1985 n. 5546). È consentita soltanto la
modificazione della domanda (“emendatio libelli”), previa peraltro l’autorizzazione del giudice, giustificata
da gravi motivi (art. 420 1 comma C.p.c.). È peraltro “jus receptum” che le memorie integrative previste
dall’art. 426 C.p.c., destinate soltanto a consentire alle parti di mettersi in regola con le prescrizioni
introdotte dal nuovo processo del lavoro, non possono contenere domande nuove (Cass. 23 aprile 1997 n.
3540; 19 aprile 1993 n. 4573; 16 maggio 1990 n. 4239; 7 novembre 1987 n. 8256). Nè può essere infine
revocato in dubbio che rientri nel divieto di “mutatio libelli” il mutamento del “petitum”, ossia l’aggiunta
di un ulteriore, diverso “petitum” (la condanna al pagamento di una somma di denaro) al provvedimento
richiesto con la citazione introduttiva (la condanna al rilascio dell’immobile). Il Baldassarre avrebbe dovuto
in conclusione chiedere il pagamento dei canoni scaduti nell’unica sede consentita, ossia nello stesso atto
d’intimazione (art. 658 1 comma C.p.c.). Mentre dunque i ricorrenti non hanno più interesse a dolersi
della novità della subordinata “causa petendi” posta a base della domanda di rilascio (comodato), rimasta
priva di rilievo nella decisione del giudice di appello, va dichiarata, in questa sede, l’inammissibilità, per
novità, della domanda di condanna al pagamento dei canoni scaduti, con la conseguente cassazione senza
rinvio, “in parte qua”, della sentenza impugnata».

– Più recentemente, Cass. 5 agosto 2004 n.15021 (Pres. Giuliano, Rel. Trifone) ha ribadito
il principio enunciato da Cass. n.8411 del 200348, affermando, in una fattispecie concernente
l’erronea concessione del termine di grazia per una locazione non abitativa, «che con l’opposizione

dell’intimato il procedimento speciale per convalida di licenza o di sfratto si trasforma in ordinario processo
di cognizione, il tutto nell’ambito di unico procedimento, il quale, introdotto con l’azione di condanna
nella forma speciale della citazione, continua a svolgersi nella fase diversa della cognizione piena, con la
conseguenza che con le memorie integrative le parti, seppure non possono proporre domande nuove (la cui
inammissibilità è rilevabile d’ufficio e non è sanabile neppure in virtù dell’accettazione del contraddittorio
sul punto, salvo soltanto il limite della formazione del giudicato), possono, tuttavia, vertendosi in tema di
domande autodeterminate, introdurne le consentite modificazioni mediante allegazione di fatti secondari
costitutivi del diritto o, comunque, con la prospettazione di una diversa strategia difensiva».

A tale orientamento se ne contrappone un altro che riconosce, invece, l’ammissibilità delle
domande nuove e che non appare affatto minoritario.

– Ammissibilità delle domande nuove –

– Cass.16 luglio 2003 n. 11148 (Pres. Preden, Rel. Varrone) ha ritenuto l’ammissibilità di
domande nuove formulate dal locatore intimante (non evidenziata nella relativa massima ufficiale,
come sottolineato da Cass. n. 13963/2005) in quanto – pronunciandosi, “specificamente” sul
secondo motivo del ricorso per cassazione per essere «state ritenute inammissibili le domande
formulate nella memoria depositata il 16-3-38, in occasione del passaggio del procedimento
dalla fase sommaria a quella ordinaria, siccome tardive», con la conseguente denuncia anche
di «violazione dell’art. 112 c.p.c. per l’omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento dei
danni per l’occupazione abusiva dell’immobile locato, avanzata proprio con la memoria di cui
sopra» – ha giudicato fondate le predette censure ed ha accolto i relativi motivi perché «Risulta
per tabulas che il Pretore aveva dato termine per il deposito della memoria integrativa fino al
15-3-1998, termine che cadendo di giorno festivo (domenica) si prorogava di diritto al primo
giorno successivo non festivo. Pertanto il deposito avvenuto il 16-3 era regolare ed il giudice
doveva ritenere ammissibili le domande ivi formulate (e, tra queste, la domanda dell’indennità per

L’ulteriore sentenza n.4620/99 citata riguarda la diversa fattispecie dell’omessa lettura del dispositivo all’udienza.
19

occupazione abusiva), salva la valutazione della loro fondatezza nel merito».

– Cass.3 maggio 2004, n.8336 (pres. Nicastro, Rel. Sabatini) – pronunciandosi sulla
eccepita novità della domanda di diniego di rinnovazione per necessità ex art.29 l.392 del 1978,
formulata soltanto con la precisazione delle conclusioni rassegnate nel giudizio di primo grado
che si era svolto senza il mutamento del rito previsto dall’art.426 e ritenuto irrilevante dal giudice
di secondo grado «non avendo esso inciso sulla competenza, sul contraddittorio, sui diritti
della difesa e sul regime delle prove» – ha osservato (rigettando la censura al riguardo) che
« che l’opposizione dell’intimato ex art. 665 c.p.c. determina, senza che occorra all’uopo un
provvedimento del giudice, la conclusione del procedimento di convalida a carattere sommario
e l’instaurazione di un nuovo ed autonomo processo con rito e cognizione ordinari, nel quale
il locatore può dedurre una nuova causa petendi e proporre anche una domanda nuova, ed il
conduttore può dedurre nuove eccezioni e spiegare domande riconvenzionali (Cass. nn. 6806 e
7066 del 1993, 3154/91). Legittimamente, pertanto, il giudice del rinvio ha pronunciato su una
domanda che ha ritenuto avanzata dalla locatrice, dopo l’opposizione dell’intimato alla convalida
della licenza per finita locazione, nell’esercizio della facoltà conferitale dalla legge, senza che
rilevi, in senso contrario, la non accettazione del contraddittorio»..
Tale pronuncia appare particolarmente significativa, anche se afferente ad un giudizio
svoltosi, in fatto, con il rito ordinario, in luogo di quello speciale, per omesso mutamento
del rito, perché la Corte, nel confermare la pronuncia impugnata, ha riconosciuto la (ritenuta)
ammissibilità delle domande nuove ivi formulate, giudicando irrilevante l’omesso mutamento
del rito e, quindi, la sua ininfluenza al riguardo. Ora, non pare che l’ammissibilità o meno delle
domande nuove possa dipendere solo dal rito in concreto osservato, in violazione delle relativa
norma processuale, non solo perché allora diventerebbe rilevante l’omesso mutamento perché
incidente sulla decisione di merito, ma soprattutto perché si riconoscerebbe, arbitrariamente, una
discrezionalità, immotivata e quindi ingiustificabile, del giudicante e, nel contempo, la facoltà
delle parti di continuare la causa secondo il «vecchio rito». In ogni caso, la pronuncia conferma
l’operatività del rito speciale, con le relative preclusioni e decadenze, solo per il periodo successivo
alla scadenza del termine iniziale fissato con l’ordinanza ex art.667, entro il quale le parti
possono “mettersi in regola” con «l’applicando rito speciale». A tutto voler concedere, in termini di
economia delle pronunce di legittimità, la sentenza riconosce che la formulazione delle domande
contenute nell’atto complesso dell’intimazione e citazione non è preclusiva della loro mutatio.

– Cass. 14 gennaio 2005 n.676 (Pres, Duva, Rel. Lupo) – nel ritenere corretta la sentenza
impugnata che aveva giudicato ammissibile la (nuova) domanda di condanna del locatore al
pagamento della penale pattuita nel contratto di locazione per la ritardata consegna dell’immobile
conseguente alla risoluzione della locazione per la quale era stato promosso il giudizio, una volta
che, a seguito della opposizione dell’intimato (art.665 c.p.c.), il giudizio di convalida era proseguito
a norma dell’art.667 c.p.c., in considerazione che tale domanda è fondata sullo stesso contratto di
locazione posto a fondamento della pretesa giudiziale ed è strettamente consequenziale alla già
chiesta pronunzia di risoluzione del contratto con l’intimazione – ha, poi, precisato che «Il disposto
dell’art.664 c.p.c. che prevede soltanto il pagamento dei canoni (e non anche di una eventuale
penale pattuita nel contratto), concerne i limiti del procedimento speciale di convalida, ma non
viene più in rilievo nel momento in cui tale procedimento prosegua a norma dell’art.667 c.p.c. Né
tale conclusione può essere diversa per il fatto che, nel presente caso, il pagamento della penale sia
stato…… chiesto già con l’intimazione di sfratto, dato che tale domanda, inammissibile in quanto
contenuta nell’atto di intimazione, è stata rinnovata dopo l’opposizione dell’intimato ed il
mutamento del rito previsto dall’art. 667 c.p.c.».
La decisione – nel confermare l’inammissibilità di domande atipiche nell’atto di
intimazione – può considerarsi premonitrice della successiva n.13963/05 che ha, specificamente e

motivatamente, affermato l’ammissibilità e la proponibilità delle domande nuove nella memoria
integrativa dell’atto introduttivo del giudizio che prosegua con il giudizio ordinario a cognizione
piena con rito speciale.

– La recentissima Cass. 30 giugno 2005 n. 13963 (Pres.Vittoria, Rel. Lupo) appare risolutiva
delle problematiche afferenti il mutamento del rito disposto con l’ordinanza di cui all’art.667, per
cui viene riportata integralmente nella parte relativa alla questione in esame.
La Corte, con una completa rivisitazione dei propri precedenti in materia, osserva in
primis che: « 3.4. ……..Come risulta esplicitamente dal terzo comma dell’art.660 (nel testo
modificato), la citazione per la convalida non deve contenere l’invito al convenuto a costituirsi
nel termine previsto dal precedente previsto dal precedente art.163 n.7, né l’avvertimento sulla
comminatoria delle decadenze previste dall’art.167. Tale previsione si collega in modo coerente
con il successivo quinto comma dello stesso art.660, il quale consente che la costituzione del
convenuto nel procedimento di convalida avvenga anche nell’udienza stessa. Consegue che il
convenuto nel giudizio di convalida, nel costituirsi a norma dell’art.660, quinto comma, c.p.c.,
come non deve osservare i termini previsti dall’art.166 c.p.c., così non è soggetto alle prescrizioni
ed alle decadenze previste nel successivo art.167. Ed invero, sotto l’aspetto sistematico, la difesa,
nel giudizio di convalida, è strumentale alla fase sommaria per l’emanazione dei provvedimenti
previsti dagli artt.665 e 666 c.p.c., mentre la difesa del convenuto rispetto al giudizio di
cognizione piena (conseguente al mutamento del rito previsto dall’art.667) ha modo di esplicarsi
completamente a seguito della ordinanza prevista dall’art.426 c.p.c., con cui si fissa un termine
perentorio proprio per l’integrazione degli atti introduttivi.
Il tenore letterale delle disposizioni normative richiamate e le esposte considerazioni
sistematiche convergono nel far ritenere che la domanda riconvenzionale del convenuto non deve
essere necessariamente proposta con la comparsa di risposta prevista dall’art.660, quinto comma,
c.p.c., ma può essere formulata anche nella memoria presentata nel termine perentorio fissato
con l’ordinanza ex art.426 c.p.c., richiamato dall’art.667 c.p.c..
3.5. In tal senso questa Corte si è pronunciata con la sentenza 23 maggio 1997 n.4568. Di
orientamento contrario non può essere considerata la sentenza di questa sezione 16 luglio 2003
n.11148 come si dovrebbe ritenere se ci si fermasse alla massima ufficiale da essa tratta. Dalla
motivazione di detta sentenza si desume invero che la questione risolta dalla Corte non era
costituita dalla tardività o meno della domanda riconvenzionale proposta nella memoria ex art.
426 (anziché nell’atto di opposizione alla convalida, in cui essa era stata formulata), ma dalla
necessità o meno che l’opponente depositasse la detta memoria (dopo il mutamento del rito) per
introdurre la domanda riconvenzionale anche nel giudizio di cognizione piena (necessità esclussa
dalla Corte)».
La sentenza prosegue affermando, in merito alla questione dell’ammissibilità
delle domande nuove:
«D’altronde la stessa sentenza n.11148 ha ritenuto ammissibili le
domande nuove proposte dal locatore intimante nella memoria depositata ex art.426, a seguito del
mutamento del rito ex art.667 c.p.c, (punto – quest’ultimo – non massimato dall’apposito ufficio di
questa Corte), onde, a maggior ragione, se ne desume l’ammissibilità, nella stessa memoria, della
domanda riconvenzionale dell’intimato.
Più attinente alla questione posta dal motivo di ricorso che qui si esamina è, invece, un’altra
sentenza di questa Sezione, la n.8411 del 27 maggio 2003, la quale ha giudicato inammissibili le
domande nuove proposte dal locatore nella memoria ex art.426. Detta sentenza, pur riferendosi
ad un problema non del tutto uguale a quello qui affrontato, ha, in motivazione, utilizzato
argomenti che potrebbero condurre a ritenere inammissibile anche la domanda riconvenzionale
proposta dal conduttore nella memoria ex art.426 c.p.c.. Di tali argomenti occorre, pertanto, far
qui cenno.
Un primo argomento è dato dalle modifiche che l’art.667 c.p.c. ha subìto per effetto
dell’art.73 della legge 26 novembre 1990 n.353, le quali vengono interpretate nella citata sentenza

n.8411/2003 come la previsione innovativa di un “unico procedimento” (quello iniziatosi con la
citazione per la convalida) rispetto alla previgente trasformazione, a seguito della opposizione
dell’intimato, del giudizio speciale di convalida in un “un nuovo e autonomo giudizio di
cognizione”. Il nuovo testo dell’art.667 avrebbe, pertanto, introdotto una modifica strutturale nel
procedimento speciale di convalida di sfratto, che, “iniziatosi con l’esercizio, da parte del locatore,
di un’azione di condanna nella forma speciale della citazione”, proseguirebbe “con cognizione
ordinaria ma con rito speciale” (così la citata sentenza n.8411/2003).
Non si condivide l’attribuzione di tale significato innovativo alle menzionate modifiche subite
dall’art.667 c.p.c.. Tali modifiche, sul piano storico, sono consequenziali all’attribuzione al
solo pretore delle competenze per le cause indicate nell’art.657 c.p.c. (disposta dal nuovo testo
dell’art.8 c.p.c., come modificato dall’art.3 della legge n.353/1990); questa concentrazione di
competenza in un solo organo giudiziario ha reso inapplicabili le disposizioni contenute nel testo
originario dell’art.667 c.p.c., che si collegavano alle competenze di diversi organi giudiziari per
la definizione del giudizio a cognizione piena conseguente all’opposizione dell’intimato. L’attuale
disposto dell’art.667, nel prevedere che il giudizio di convalida, a seguito dell’opposizione
dell’intimato, “prosegue nelle forme del rito speciale” delle controversie di lavoro (art.447-bis,
introdotto dall’art.70 della stessa legge n.353/1990), non ha escluso l’effetto che la giurisprudenza
ha tradizionalmente attribuito all’opposizione dell’intimato, che è quello di trasformare il
procedimento di convalida in un normale processo di cognizione nel quale il locatore, anziché
giovarsi delle disposizioni previste dagli artt.663-666 c.p.c., deve dare la prova del proprio diritto.
Questa trasformazione non è esclusa dal fatto che il processo di cognizione, che si innesta
sul procedimento speciale di convalida, segua ora il rito del lavoro, dato che anche questo
rito concerne un giudizio di cognizione piena, che è ben diverso dal procedimento speciale di
convalida. Né, sul piano letterale, è significativo il disposto dell’art.667, secondo cui il giudizio
di convalida «prosegue», perché esso era già presente nel primo comma dell’originario testo
dell’art.667, in relazione all’ipotesi in cui il giudice competente per la convalida fosse competente
anche per la decisione di merito.
Il secondo argomento su cui fa leva la sentenza n.8411/2003 è che, a seguito della ordinanza di
mutamento di rito prevista dall’art.667, “scattano le preclusioni tipiche del processo di lavoro”.
Al riguardo, in linea generale, va osservato che le disposizioni del rito del lavoro disciplinano le
controversie per cui può instaurarsi il procedimento di convalida soltanto «in quanto applicabili»
(art.447-bis, primo comma, c.p.c.). Quindi ognuna delle disposizioni del rito del lavoro elencate
nel citato art.447-bis può applicarsi alle controversie previste da quest’ultima disposizione solo in
quanto sia ritenuta compatibile non solo con la natura dei rapporti sostanziali in essa previsti, ma
anche con la disciplina processuale che è tipicamente dettata per alcuni di essi (negli artt.657 e
seguenti c.p.c.).
Limitando tale esame di compatibilità alla domanda riconvenzionale del conduttore che sia stato
convenuto con la citazione per convalida – che è la fattispecie oggetto del contendere in questa
sede e che è diversa da quella a cui si riferisce la sentenza n.8411/2003, sia pure con argomenti
che potrebbero assumere rilievo anche nella questione qui posta – ogni preclusione precedente al
deposito della memoria prevista dal combinato disposto degli artt. 667 e 426 c.p.c. va esclusa per
gli argomenti letterali e sistematici desumibili dall’art.660 c.p.c. ( vedi retro, par. 3.4), onde essa,
essendo incompatibile con quest’ultima disciplina, va ritenuta inapplicabile a norma dell’art.447-
bis, primo comma, c.p.c..
3.5 Deve, allora, concludersi che la domanda riconvenzionale, proposta….entro il termine fissato
con l’ordinanza prevista dal combinato disposto degli art.667 e 426 c.p.c., è tempestiva, onde è
errata la pronunzia impugnata che l’ha dichiarata inammissibile perché tardiva».
Per gli opportuni approfondimenti al riguardo, deve segnalarsi che la sentenza,
nell’esaminare e disattendere il precedente indirizzo interpretativo, non richiama la pronuncia n. 29
ottobre 2001, n.13419 che esclude l’ammissibilità delle domande nuove nella fase rescissoria di cui

al giudizio di opposizione tardiva alla convalida di sfratto, ex art. 668 c.p.c. ed al quale fa
riferimento la giurisprudenza di merito che ritiene inammissibili le domande nuove. Ciò sembra
significativo della ritenuta diversità della fattispecie ivi giudicata che riguardava un rimedio
assimilato ad un’impugnazione, per la quale può porsi la questione del carattere chiuso della fase
rescissoria, circoscritta, pertanto, all’esame della sola decisione pregiudizievole per l’opponente e
non una semplice rimessione in termini.
Parimenti, non è stata richiamata la precedente sentenza 5 agosto 2004 n.15021 (dianzi
riportata) in quanto questa si limita ad aderire al principio di diritto enunciato da Cass. n.8411/2003
il quale è stato ritenuto motivatamente non condivisibile, con il conseguente assorbimento della
pronuncia che ad essa fa riferimento, antecedente comunque, alla più recente decisione che ha
inteso ricostruire l’intero quadro giurisprudenziale per una definitiva ed esaustiva pronuncia che
eliminasse tutte le divergenze interpretative che si erano, precedentemente, manifestate al riguardo.

4. Considerazioni conclusive.

Dall’escursus della elaborazione giurisprudenziale e delle diverse opzioni interpretative
prospettate al riguardo ed alla luce anche della esaustiva motivazione del più recente arresto
giurisprudenziale della Suprema Corte regolatrice che, con la sentenza n.13963 del 2005, ha inteso
risolvere definitivamente le questioni interpretative sorte con la nuova formulazione dell’art.667
c.p.c. con il riconoscimento dell’ammissibilità delle domande nuove e di quelle riconvenzionali con
le memorie previste dall’ordinanza di mutamento del rito, possono trarsi le seguenti considerazioni
finali:
– L’INTEGRAZIONE – La formulazione letterale dell’art.426 – al quale fa rinvio
ricettizio l’art.667 per la disciplina della eventuale prosecuzione di un giudizio instaurato con il
procedimento «speciale» per convalida che è «diverso», ontologicamente e funzionalmente, da
quello ordinario a cognizione piena che deve svolgersi, per le controversie locatizie, con il rito
speciale – disciplina specificamente la diversa fattispecie del passaggio di «una causa promossa
nelle forme ordinarie» al rito speciale (ergo dal rito ordinario a quello speciale come precisato
anche nella rubrica della disposizione) per cui non si attaglia direttamente al procedimento
per convalida. Pertanto – qualora non si voglia condividere l’incompletezza e l’inidoneità della
disposizione a regolare la fattispecie in esame e si preferisca, invece, applicarne la funzione di
strumento processuale di «snodo» per l’integrazione di tale «diverso» procedimento speciale
nell’alveo ordinario, per il quale è previsto un “altro e distinto” rito speciale che contempla
rigide preclusioni e decadenze tipiche di esso – dovrà convenirsi che dette preclusioni e decadenze
non possono operare – per una insopprimibile ragione logica, prima che procedimentale – se non
dopo la concessione e la scadenza di un termine che consenta alle parti di poter osservare tutte
le prescrizioni di tale «diverso» ed introducendo rito speciale e la scadenza del quale integra
il dies a quo per l’applicazione delle “nuove” regole e delle relative decadenze. Non a caso la
disposizione di legge utilizza la significativa espressione di «integrazione» che, concettualmente,
evoca – in maniera non dissimile dalle normali situazioni della vita sociale – un arricchimento dei
procedimenti, per così dire, “meno dotati” (in termini di facoltà giuridico-processuali) per poterli
ricondurli, così ricomposti, nella “normale” ordinarietà del processo, piuttosto che conservarli in
una mortificante situazione di diversità.
Originaria natura che corrisponde, perfettamente, alla funzione “ristretta” di ottenere un
provvedimento esecutivo «sommario» di riconsegna del bene, per evitare l’abuso di una illecita ed
ingiusta ritenzione, mentre, nell’ipotesi di una eventuale “evoluzione processuale” (per la quale
non è stato concepito il tipo procedimentale speciale per convalida) si appalesa indispensabile
applicare il “modello processuale ordinario”, per affrontare, ad armi pari, l’agone instaurato da una
parte debitrice «ricca» di maggiori facoltà processuali di resistenza. Valutato, poi, che l’accezione

giuridica di procedimento evoca il concetto del “fluire” che lo accosta, con una similitudine
naturalistica, a quello del “corso di acqua”, lo snodo processuale dell’integrazione è assimilabile
ad una «chiusa» indispensabile per condurre allo stesso livello giuridico-processuale i differenti
procedimenti con un’elevazione che comporta l’attribuzione di un “quid” adeguato allo scopo.
Peraltro, secondo un’esigenza di comune ragionevolezza, a situazione processuale diversa da
quella prevista nell’art.426 (causa promossa nelle forme speciali di un rito sommario, rispetto ad
una causa promossa nelle forme ordinarie) deve corrispondere una diversa «integrazione dell’atto
introduttivo» (come sarebbe quella dal rito ordinario a quello speciale), affinché si realizzi la
omogeneizzazione delle situazioni processuali ontologicamente diverse che è giustamente ritenuta
necessaria dalla legge processuale, per giungere, così, ad una giusta decisione di merito, attraverso
un giusto processo, senza estensione, in via interpretativa, di preclusioni e decadenze connesse al
rito speciale «da applicare« e non configurabili per il procedimento “affluente”. Nel caso di specie,
si verifica, in astratto, un «doppio» salto processuale: dal procedimento speciale per convalida,
caratterizzato da un proprio rito speciale, al procedimento ordinario a cognizione piena che, per le
controversie locatizie, comporta l’ulteriore passaggio logico al “diverso” rito speciale.
– DIVERSITA’ ONTOLOGICA ED INCONFIGURABILITA’ DI PRECLUSIONI
E DECADENZE – L’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale formatasi per la fattispecie,
originariamente, disciplinata dall’art.426 per il passaggio «dal rito ordinario al rito speciale»,
è stata, probabilmente, fuorviante allorché si è trattato di estendere l’applicazione dello stesso
paradigma normativo dell’art.426 che necessitava di un adeguato adattamento interpretativo alla
diversa fattispecie del passaggio «dal rito speciale (e non ordinario) del procedimento speciale
per convalida – diverso (v. ad es. termini e modi di comparizione diversi, esonero dall’obbligo di
difesa tecnica, formazione limitata del giudicato etc), sia da quello speciale del complesso normativo
dettato per le controversie del lavoro e previdenziali, sia da quello ordinario previsto, generalmente,
per tutte le controversie – al diverso rito speciale c.d. locatizio.
Sorprende, infatti, il richiamo, da parte dei sostenitori della tesi restrittiva, alla
giurisprudenza giuslavorista circa la insanabilità delle preclusioni49 perfezionatesi nel corso della
causa da integrare con la conversione del rito ordinario nell’alveo del rito speciale, di cui all’art.426
e, nella specie, più in particolare di cui all’art.447-bis che non è affatto sovrapponibile a quello c.d.
di lavoro, perché, nella fattispecie, per il tipo procedimentale previsto per la convalida non sono,
affatto, configurabili dette preclusioni e decadenze, per la semplice considerazione che la
limitazione della domanda appartiene ontologicamente a tale procedimento speciale che non
ammette la «libera» formulazione di domande.
Le preclusioni e le decadenza presuppongono, infatti, la libertà nella formulazione di
domande giudiziali che, nella specie, è, invece, circoscritta per l’intimante perché non è funzionale
all’economia del procedimento speciale per convalida.
La giustificazione delle decadenze, comunemente data dai sostenitori della tesi restrittiva,
sembrerebbe ritenere ammissibile la formulazione nell’atto di intimazione-citazione per la
convalida «anche di domande diverse» da quelle previste dagli artt. 657 e seguenti e che, pertanto,
non potrebbero essere formulate «per la prima volta» con la memoria integrativa di cui all’art.667:
ciò in quanto non è concepibile una decadenza da un facoltà che non poteva essere precedentemente
esercitata validamente.
L’acritica e tralaticia ripetizione dei principi di diritto affermati per il rito del lavoro non ha
fatto considerare che per la fattispecie regolata direttamente dall’art.426 tale giustificazione è
perfettamente valida perchè per «una causa promossa nelle forme ordinarie» ben possono essersi
perfezionate decadenze e preclusioni in ordine, ad esempio, alla «libera ed ammissibile»
formulazione delle domande giudiziali, rispetto alla quale è, ragionevolmente, configurabile una
novità ed una preclusione, al pari di altre inosservanze processuali.

Tra gli Altri Carrato, Scarpa, op. cit.691; Di Marzio, op. cit.331
24

– INNOVAZIONE APPARENTE –
La portata innovativa, spesso enfatizzata, delle
norme di cui al d.l. n.432 dl 1995, convertito in l. n.534 del 1995, per il procedimento per
convalida può rivelarsi apparente ed inconsistente, in quanto le nuove disposizioni ribadiscono,
sostanzialmente, l’originaria specificità del procedimento di convalida che, nonostante la ritenuta
sua giurisdizionalizzazione, viene, ancora, tenuto distinto da quello ordinario a cognizione piena per
la «celerità» ed «informalità» che continua a caratterizzarlo per una tutela speciale dell’interesse
sotteso allo stesso, con una «deviazione dallo schema tipico del processo contenzioso ordinario»50
che l’interprete non può sopprimere attraverso un’estensione “surrettizia” delle norme ordinarie
estranee a tale tipo procedimentale.
Non può tralasciarsi, inoltre, di considerare, incidentalmente, che il procedimento di convalida
ha superato i ripetuti scrutini di legittimità costituzionale51 in ordine alla sua “deviazione”.

– PARITA’ DI CONDIZIONI – La parità delle condizioni processuali imposta dall’art.111
Cost. non sembra possa essere soddisfatta attraverso una reconventio reconventionis in relazione
alla generalmente ammessa domanda riconvenzionale dell’intimato, così come la proposta
conservazione dei «limiti oggettivi e soggettivi della domanda iniziale contenuta nell’atto
complesso di intimazione e contestuale citazione per la convalida..» non potrebbe, comunque,
essere unidirezionale, dovendo operare paritariamente, con la pari esclusione di ampliamenti
del thema decidendum in forza di domande riconvenzionali dell’intimato e di domande nuove
dell’intimante, pena, altrimenti una violazione del principio paritario ed, altresì, di economia
processuale, obbligando, altrimenti, le parti ad instaurare un autonomo procedimento ordinario,
semmai da riunire, poi, con quello, nel frattempo, proseguito ex art.667.

CONCLUSIVAMENTE, si condividono le considerazioni contenute nella sentenza n.13963
del 2005 della Cassazione e si ritiene che l’intimato-conduttore “debba” proporre l’eventuale
domanda riconvenzionale entro il termine perentorio fissato nell’ordinanza di mutamento del rito
ex art.667, con la richiesta di fissazione di nuova udienza di discussione ex art.418. La sua
proposizione con l’eventuale costituzione (non comparizione personale) nella fase sommaria che
non consente l’adempimento di cui all’art.418, esonera l’intimato dall’obbligo di una sua «formale»
reiterazione nel termine fissato nell’ordinanza ex art.667 (come riconosciuto espressamente da
Cass. n.13963/05), non perché integri adempimento del normale onere, prescritto in via
ordinaria, per la rituale formulazione della domanda riconvenzionale con il primo atto
difensivo, ma in quanto essa ha comunque raggiunto lo scopo. La formulazione della
riconvenzionale nella fase sommaria è estranea, completamente, al paradigma normativo del
procedimento speciale per convalida che permette, infatti, la sola comparizione personale
dell’intimato per opporsi alla convalida che esclude, in radice, un tale onere, cosicché la sua validità
ed efficacia per la successiva fase discende dal principio di conservazione dell’atto processuale che
abbia raggiunto, comunque, il suo scopo. Il contraddittorio ex parte locatoris – al quale è
preordinato funzionalmente l’adempimento previsto nell’art.418 c.p.c. – può, infatti, svolgersi,
senza pregiudizio, con la memoria integrativa e difensiva da depositare nel termine perentorio
fissato nell’ordinanza prevista dall’art.667. L’imposizione di un onere di proponibilità della
domanda riconvenzionale con il primo atto difensivo della fase sommaria, oltre che non prescritto,
appare, in ogni caso, estraneo all’economia ed alla funzione del procedimento speciale per
convalida, per cui nessuna decadenza appare configurabile al riguardo, oltre ad essere impeditivo di
un «legittimo» contraddittorio dell’intimante.
Con «parità di condizioni», l’intimante potrà, pertanto, integrare l’atto introduttivo del

Satta, Diritto processuale civile, Padova 1981, 739.
C. cost.19 giugno 1974 n.171, 30 aprile 1984 n. 121, 7 giugno 1984 n.167, 29 ottobre 1987 n.350, 17 giugno 1992
n.286, 20 febbraio 1995 n.51, 25 marzo 1997 n.2614

procedimento speciale per convalida con la formulazione, nella memoria integrativa prevista
dall’art.667 e nel termine perentorio ivi fissato, delle ulteriori e nuove domande fondate sullo
stesso contratto di locazione posto a fondamento della iniziale pretesa giudiziale, con la probabile
necessità di una nuova procura52 in relazione a tale novità, al pari della domanda riconvenzionale
proposta con atto separato da quello iniziale.
L’ordinanza di mutamento del rito per la prosecuzione del procedimento con il diverso
rito speciale del procedimento a cognizione piena può essere adottata in qualunque stato del
procedimento (Cass. 10 maggio 1999, n.4620) ed anche fuori udienza, confermandosi, in tal modo
che le prescrizioni correlate al rito speciale del procedimento ordinario a cognizione piena hanno
efficacia con l’ingresso del rito speciale e quindi con il deposito della memoria integrativa ex
art.667 nel termine perentorio fissato dalla stessa, perché, altrimenti, anche la relativa pronuncia di
cui all’art.667 c.p.c. dovrebbe essere letta in udienza, a pena di nullità e con l’applicazione degli
stessi principi «anche per il giudicante».

B. LA FISSAZIONE DELLA DATA DI ESECUZIONE

1. Considerazioni preliminari sull’art.56

a) ambito di applicazione. L’art.56 della legge 27 luglio 1978 n.392, nel testo novellato
dall’art.7-bis del d. 13 settembre 2004, n.240, convertito nella l. 12 novembre 2004 n.26953, prevede
che il provvedimento di fissazione della data di esecuzione, contestualmente a quello di rilascio, sia
assistito dalla motivazione in ordine alle circostante specificate dalla stessa disposizione di legge.
L’originaria disposizione dell’art.56 era stata introdotta, innovativamente, con la normativa
organica dettata dalla legge n.392 del 1978 e – in ragione della ritenuta natura ordinaria e non
speciale del nuovo statuto delle locazioni, con rilevanti effetti autointegrativi – è stata giudicata di
applicazione generalizzata per tutti indistintamente i provvedimenti di rilascio di immobili, anche
se afferenti rapporti locatizi non soggetti alle norme della legge c.d. sull’equo canone54, eccetto
l’ipotesi delle conciliazioni giudiziali55 che, tuttavia, portano, comunque, la data di esecuzione in
quanto convenuta espressamente tra le parti in relazione allo scopo essenziale della conciliazione.
In proposito, deve, però, evidenziarsi il rilevante mutamento conseguente alla legge 9
dicembre 1998 n.431 che rivitalizza la natura ordinaria della disciplina codicistica, alla quale fa
espresso riferimento come normativa generale applicabile alle fattispecie non regolate, con ciò

In tal senso Troncone, op. cit. 563
1. Con il provvedimento che dispone il rilascio, il giudice, previa motivazione che tenga conto anche delle condizioni
del conduttore comparate a quelle del locatore nonché delle ragioni per le quali viene disposto il rilascio stesso e, nei
casi di finita locazione, del tempo trascorso dalla disdetta, fissa la data dell’esecuzione entro il termine massimo di sei
mesi ovvero, in casi eccezionali, di dodici mesi dalla data del provvedimento.
2. Nelle ipotesi di cui all’art.55, per il caso in cui il conduttore non provveda al pagamento nel termine assegnato, la
data dell’esecuzione non puo’ essere fissata oltre sessanta giorni dalla scadenza del termine concesso per il pagamento.
3. Qualunque forma abbia il provvedimento di rilascio, il locatore e il conduttore possono, in qualsiasi momento e
limitatamente alla data fissata per l’esecuzione, proporre al tribunale in composizione collegiale l’opposizione di cui
all’articolo 6, comma 4, della legge 9 dicembre 1998, n.4321.
4.Trascorsa inutilmente la data fissata, il locatore promuove l’esecuzione ai sensi degli articoli 605 e seguenti del codice
di procedura civile.
54 Cass.10 giugno 1993 n.6454, in Rass. loc. e cond. 1994,145, con nota di Carrato, Il regime giuridico del
provvedimento giudiziale di fissazione del termine per il rilascio dell’immobile di cui all’art.56 della legge 27 luglio
1978 n.392. Cass. 5 settembre 1987, n.7213, in Foro it. 1988, I, 1451; Cass.24 marzo 1983, n.2073. In dottrina:
Trifone, Del procedimento per convalida di sfratto, in Codice proc. civ. comm, a cura di Vaccarella, Verde, Torino,
1997, 185; Di Marzio, op. cit. 212; Cosentino, Vitucci, Le locazioni dopo le riforme 1978-1985, Torino, 1986,588. V.
anche Bucci, Crescenzi, Il procedimento per convalida di sfratto, Padova,1990, 137.
55 Trib. Roma, 3 luglio 1979, in Temi romana, 1979, 291 e Pret. Bergamo 8 marzo 1982, Arch. loc. e cond. 1983, 558.
26

riconoscendo, implicitamente, la sua natura di normativa speciale, con le relative conseguenze
applicative.
Infatti, l’art.1 della dispone, al comma 2, lett.a) dispone che i «contratti di locazione relativi
agli immobili vincolati ai sensi della legge 1° giugno 1939, n.1089, o inclusi nelle categorie
catastali A/1, A/8 e A/9 sono sottoposti esclusivamente alla disciplina di cui agli articoli 1571
e seguenti del codice civile qualora non siano stipulati secondo le modalità di cui al comma 3
dell’articolo 2 della presente legge» ed al comma 3, soggiunge, che «le disposizioni di cui agli
articoli 2,3, 4, 4-bis, 7, 8 e 13 della presente legge non si applicano ai contratti di locazione
stipulati dagli enti locali in qualità di conduttori per soddisfare esigenze abitative di carattere
transitorio, ai quali si applicano le disposizioni di cui agli articoli 1571 e seguenti del codice
civile. A tali contratti non si applica l’articolo 56 della legge 27 luglio 1978 n.392».
Si ripropone, pertanto, la questione dell’esatto ambito di applicazione della disposizione
dell’art.56 che potrebbe essere delimitata (ora più che ieri) ai rapporti disciplinati dalla normativa
speciale ed esclusa per quelli regolati dalla normativa codicistica, atteso che non sembra possa
essere considerata pleonastica e priva di contenuto giuridico la locuzione «esclusivamente» di cui al
citato art.1 della legge n.431/98 che, secondo «il senso fatto palese dal significato proprio delle
parole secondo la connessione di esse», sembra impedire l’applicazione ad essi di norme che non
siano quelle codicistiche ordinarie. Tale intenzione legislativa sembra ribadita e confermata,
testualmente, con l’espressa esclusione dell’art.56 per i contratti stipulati dagli enti locali per le
indicate esigenze e che, comunque si voglia ragionare, incrina la tesi di una perdurante applicabilità
generalizzata, anche se deve ammettersi che la sua «originaria funzione» è venuta meno, in fatto,
per i continui provvedimenti di differimento o proroga della data fissata dal giudice della
cognizione per il rilascio dell’immobile che, pertanto, non è più regolata dal provvedimento ex
art.56.
Pertanto, la tesi dell’applicazione dell’art.56 eccedente i limiti della normativa “speciale”
della legge n.392 del 197856 sembra debba essere rimeditata perché è venuta meno la
configurazione ordinaria che veniva riconosciuta alla legge n.392/78 prima della novella del 1998.

b) natura del provvedimento. Risulta pacifica la natura meramente ordinatoria del
provvedimento di fissazione della data di rilascio che il giudice deve pronunciare d’ufficio e
che è diretto a regolare il processo esecutivo57, estraneo, pertanto, alla decisione sul rilascio
dell’immobile ed insuscettibile, pertanto, di passare in giudicato, potendo essere sempre revocato e
modificato dal giudice dell’esecuzione, con la proposizione di opposizione agli atti esecutivi in caso
di mancanza58.
Trattasi di un termine che viene stabilito, in via anomala59, dal giudice della cognizione
dopo la conclusione del giudizio che non esonera il beneficiario dalla responsabilità per il ritardo
nella riconsegna del bene60 e che può essere fissato anche per la convalida di licenza per finita
locazione61.
In relazione all’evoluzione normativa dell’art.56 ed alle conseguenti questioni sorte in
merito alla speciale opposizione che ora le parti possono proporre avverso tale provvedimento,

In senso contrario, sembra Carrato, Riflessioni essenziali sul novellato art.56 della l. n.392 del 1978, in Arch. loc. e
cond. 2005,115, il quale ribadisce l’applicabilità generalizzata anche dopo la novella del 1998.
57 Ex multis Cass.8 agosto 1995, n.8687, in Arch. loc. e cond. 1996, 216
58 Cass. 14 giugno 1999, n.5881, in Rass. loc. e cond. 1999, 629, e Cass. 15 luglio 2003 n.11063. Contra Cupido,
Provvedimento ex art.56 L. 392/78 e poteri del Giudice dell’esecuzione, in Rass, equo canone, 1985, 78 e, nella
giurisprudenza di merito, Pret. Viareggio 14 maggio 1984, ivi, 77; Trib. Milano 22 dicembre 1983, in Arch. loc. e cond.
1984, 476; e Pret. Firenze 2 gennaio 1987, ivi, 1987,160 e Pret. Napoli, 10 ottobre 1990, in Giur. merito 1991, 489
59 L’espressione è di Frasca, op. cit.218
60 Cass. 27 marzo 1995 n.5927 e Cass. 17 ottobre 1995 n.10820, in Foro it. 1995, I, 3190 e 3123, con osservazioni di
Piombo
61 Così Frasca, op. cit. 219 ed in giurisprudenza Pret. Bergamo, 15 aprile 1981, in Arch. loc. e cond. 1983, 558. Contra
Bucci, Crescenzi, op. cit. 138.
27

preme qui sottolineare che la novella riconferma la funzione propria del provvedimento di
fissazione della data di esecuzione emesso dal giudice della cognizione ai sensi dell’art.56 l.392/78
in quella di regolare il successivo processo esecutivo per l’attuazione del dictum contenuto nel
contestuale provvedimento decisorio della controversia (ordinanza di rilascio o sentenza).
Pertanto, il provvedimento, anche se è divenuto, ora, «opponibile», autonomamente e
separatamente dal provvedimento al quale accede, continua, tuttavia, a non interferire con la
statuizione giurisdizionale di merito, alla quale continua ad essere estraneo, riguardando
esclusivamente l’esecuzione della decisione e nell’ambito della quale esecuzione è destinato a
produrre effetti.

2. La novella legislativa del 2004 e le novità introdotte.

a) la motivazione espressa. La nuova disposizione richiede che il provvedimento di
fissazione della data di esecuzione contenga l’espressa motivazione della relativa determinazione,
la quale, se attua concretamente la prescrizione dell’art.111 Cost., rappresenta, comunque, una
delicata ed onerosa incombenza per il giudicante perché essa rileva, poi, ai fini della fondatezza
dell’opposizione che può essere proposta avverso tale specifica statuizione.
Tale prescrizione ha indotto qualche autorità giudiziaria a predisporre, addirittura, uno
schema di provvedimento62 .
Detta motivazione deve aver riguardo a circostanze ulteriori rispetto a quelle indicate nel
vecchio testo normativo, perché il giudice deve, ora, tenere conto anche «delle condizioni del
conduttore comparate a quelle del locatore» e «nei casi di finita locazione, del tempo trascorso
dalla disdetta», nell’intento palese di contrastare l’abuso del diritto di difesa dell’intimato che
ostacoli la pretesa avversaria, con opposizioni infondate e dilatorie, fidando nella difficile prova del
danno economico per il ritardo e nella certa compensazione delle spese processuali che rappresenta
un’altra questione dibattuta per l’insussistenza di un analogo obbligo di motivazione, recentemente
riaffermata dalla Cassazione, nonostante le valutazioni (incidentali) espresse dal giudice delle leggi,
in relazione ad una recente pronuncia di inammissibilità della relativa questione63.
La nuova previsione legislativa mira a contrastare, altresì. la prassi di riconoscere, piuttosto
automaticamente, il periodo massimo dell’anno a decorrere, peraltro, dalla data di emissione del
provvedimento, senza tenere conto del tempo trascorso dalla cessazione della locazione.

b) L’opposizione. La nuova disposizione ha, in pratica, esteso l’opposizione – prevista dal
comma 4 dell’art.6 della legge n.431/98 al tribunale in composizione collegiale64 e per qualsiasi
motivo, avverso il provvedimento di «rifissazione» del giorno dell’esecuzione – anche avverso il
provvedimento «iniziale» di fissazione della data di esecuzione ai sensi dell’art.56 l.392 del 1978,
liberalizzandola espressamente dal termine breve di decadenza di cinque giorni, conseguente alla
ritenuta configurazione di opposizione agli atti esecutivi.
Va detto incidentalmente che tale configurazione appare ridimensionata da C. cost. 19 gennaio
2005 n.25 (Pres. Onida, Red. Vaccarella) che non condivide l’apodittica premessa «secondo
la quale ………… sarebbe sostanzialmente identica a quella promuovibile nell’ambito di una
ordinaria procedure esecutiva………[perché] la disomogeneità dell’oggetto dell’opposizione de

V. Arch. loc. e cond. 2005, 239.
C. cost. 21 dicembre 2004 n.395, in D & G, 2005, n.3, 91, con l’interessante commento di Rossetti, Spese
compensate: una scelta da evitare Premia i furbi, scoraggia chi ha ragione. Consulta costretta a bocciare il
ricorso. Ma la prassi fomenta le liti. La questione di legittimità costituzionale sollevata per la ritenuta non necessità
di un’adeguata motivazione della compensazione delle spese, essendo sufficiente la mera declaratoria di “giusti
motivi”, non è stata esaminata dalla Corte costituzionale, in ragione della manifesta inammissibilità della denuncia,
singolarmente, sollevata dal giudice a quo, non in sede di impugnazione, ma in sede di “emanando” provvedimento
sulle spese, dopo la decisione del merito della causa.
64 Trib. Trieste 19 settembre 2000, Giust civ. 2001, 533, con nota di Auletta, Riserve di collegialità e controversie in
materia di locazioni
28

qua e di quella agli atti esecutivi…non giustifica l’adozione dell’intera disciplina dell’opposizione
agli atti esecutivi quale tertium comparationis……perché [la prescrizione normativa] secondo le
modalità di cui all’art.618….costituisce un mero richiamo ad una data disciplina del procedimento
e del provvedimento conclusivo di esso nonché del regime di tale provvedimento».
Come è noto, erano state già manifestate in dottrina65 forti perplessità in merito all’adeguatezza
del mezzo processuale per ottenere la modifica del provvedimento di fissazione della data di sfratto,
prospettando, in caso di violazione di legge, la sua impugnazione con il gravame tipico dell’appello,
in luogo dell’istanza al giudice di esecuzione. La previsione, ora, di “speciali opposizioni” –
diverse perchè non perfettamente sovrapponibili – sia per il provvedimento «iniziale», sia per
quello «successivo» di «nuova fissazione» della data di riconsegna dell’immobile, rappresenta,
innegabilmente, la reazione legislativa all’applicazione discrezionale delle norme dettate al
riguardo, con l’intenzione, quindi, di assicurare una più efficace tutela – sempre in sede di
esecuzione ma innanzi ad un organo collegiale, piuttosto che monocratico – contro possibili
distorsioni applicative.
Se non può sottacersi che tali «distorsioni» sembrano imputabili, soprattutto, alla disordinata
sovrapposizione di disposizioni legislative, spesso malamente rimaneggiate per evitare i fulmini di
incostituzionalità, deve, tuttavia, riconoscersi che non manca qualche vistosa violazione di legge
che finisce col giustificare l’intervento legislativo, come dimostra la singolare vicenda che ha
originato la prima decisione applicativa della novella da parte del Tribunale di Civitavecchia66.
La speciale opposizione prevista dall’art.6, comma 4, della legge n.431 del 1998 ha
provocato una vasta elaborazione giurisprudenziale67 e dottrinale68, con particolare riguardo al suo
inquadramento nel paradigma normativo dell’art.617 c.p.c. dal quale è stato desunto il rispetto del
termine breve di cinque giorni per la sua valida proposizione, quale portata pratica del richiamo
dell’art.618 c.p.c.. Tale elaborazione potrà essere di ausilio per le soluzioni interpretative della
disposizione in esame, ma con opportuni adattamenti perché dette opposizioni non sono affatto

Cosentino, in Cosentino e Vitucci, Le locazioni dopo le riforme del 1978-1985, Torino, 1986, 596, favorevole
all’impugnazione dell’intero provvedimento di rilascio, in disaccordo con la giurisprudenza che ritiene ammissibile
l’istanza di revoca e modifica rivolta al giudice dell’esecuzione v. oltre a Cass. n.2746 del 1983, Cass. 14 novembre
1986 n. 6700, 16 dicembre 1988 n.6859 e 8 agosto 1995 n.8687
66 Trib. Civitavecchia, 21 gennaio 2005, (ord.) (Pres. Dell’Utri, Rel. Ulzega), in Immobili & diritto, 2005, fasc.3,
78. Il giudice, adito in sede di convalida di sfratto per morosità, aveva, «prima», concesso al conduttore il termine
di grazia per sanare la morosità, convalidando, poi, lo sfratto, dopo la verificata inosservanza del termine, ma aveva
fissato la data di esecuzione a distanza di un anno dalla data della convalida, in violazione dell’art.56, comma 2, l.392/
78, con ciò autorizzando, in fatto, il conduttore a persistere nell’inadempimento con grave ed irreparabile danno del
locatore. L’istanza di correzione di errore materiale, presentata dal legale dell’intimante in considerazione del limite
normativamente previsto in “sessanta giorni”, veniva respinta con la singolare motivazione che “l’art.56 l.392/78
prevede quale termine ultimo per la data di esecuzione quello di mesi dodici”. Proposta, necessariamente, opposizione
ai sensi dell’art.56, comma 3 (nuovo testo), il Tribunale di Civitavecchia «Considerato che, in contrasto con l’art.56
della legge n.392 del 1978, la data dell’esecuzione dell’ordinanza di convalida di sfratto è stata fissata oltre sessanta
giorni dalla scadenza del termine assegnato per il pagamento della morosità e che il protrarsi di tale situazione reca
pregiudizio alle ragioni del locatore opponente, il tribunale, adito in sede di opposizione di cui all’art.6, comma
4, legge n.431/1998, autorizza l’immediata esecuzione della convalida di sfratto per morosità, rinviando la causa
per la trattazione del giudizio di opposizione». Il tribunale, procedendo con il rito ordinario, ha definito il giudizio
con sentenza del 15 luglio 2005, che ha accolto l’opposizione, confermando l’ordinanza del 21 gennaio 2005, con la
compensazione delle spese di lite.
67 Trib. Bologna, 19 aprile 2000, in Arch. loc. e cond. 2000, 448; Trib. Trani, 30 maggio 2000, ivi, 934; Trib.Bergamo,
17 febbraio 2000 e Trib. Salerno 15 febbraio 2000, in Rass. loc. e cond. 2000, 300, con nota di Vigorito,
L’interpretazione dell’art.6 della legge n.431/98 nella dottrina e nella giurisprudenza; Trib. Vicenza ord. 5 febbraio
2001, in Arch. loc. e cond. 2001, 450; Trib. Torino ord. 9 maggio 2000, ivi, 2000, 609
68 De Stefano, Esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili ad uso abitativo, in Rass. loc. e cond. 1999,
111; Mazzeo, Esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili adibiti ad uso abitativo: ancora sulla natura
ordinatoria o transitoria della nuova normativa introdotta dall’art.6 della l. 431/98, in Arch. loc. e cond. 2000, 677;
Piombo, Lineamenti della disciplina delle locazioni abitative e dell’esecuzione degli sfratti per finita locazione dopo
l’entrata in vigore della l. 431/98, in Foro it. 1999, V, 137; Barbieri, Problematiche inerenti la proroga degli sfratti
prevista dall’art.6, l.431/98, in Arch. loc. e cond. 1999, 763;
29

identiche, tenendo, inoltre, conto delle acute osservazioni del giudice delle leggi di cui alla dianzi
citata decisione.
Se, infatti, entrambe le opposizioni vanno proposte al tribunale in composizione collegiale69
ed hanno una struttura minima comune, le stesse sembrano differenziarsi, secondo una relazione di
genere a specie, in quanto la nuova opposizione sembra avere ulteriori connotazioni specializzanti,
perché non può essere proposta «per qualsiasi motivo», ma è «limitata alla data fissata per
l’esecuzione», può essere proposta «in qualsiasi momento», «qualunque forma abbia il
provvedimento di rilascio» e, infine, non è circoscritta ai «provvedimenti esecutivi di rilascio per
finita locazione emessi dopo la data di entrata in vigore della …legge» n.431 del 1998, ma è
ammissibile anche per quelli emessi in precedenza70, in conformità al principio dell’immediata
applicazione delle norme processuali71.

c) Proponibilità in qualsiasi momento. L’eliminazione del termine (brevissimo) di cinque
giorni che caratterizza l’opposizione agli atti esecutivi, appare particolarmente importante perché
accosta il nuovo rimedio all’opposizione all’esecuzione, senza, tuttavia, equipararla ad un reclamo
o ad un’impugnazione in senso stretto.
L’espressa ammissibilità di tale specie di opposizione «in qualsiasi momento» risulta densa
di significato e di particolari effetti giuridici. Non pare, infatti, condivisibile la configurazione del
limite «iniziale» del compimento del primo atto esecutivo, qual è il primo accesso dell’ufficiale
giudiziario72 né quello «finale» del decorso della data fissata ex art.5673, perché ciò contrasta con la
ratio di tale nuova opposizione.
Considerato che l’opposizione è prevista a tutela di entrambe le parti, il limite di
proponibilità può essere rappresentato solo dal decorso del termine massimo dell’anno o del
compimento della esecuzione, perché in tali casi viene meno l’interesse che comunque deve
sussistere in capo all’opponente, sia esso il locatore o il conduttore, salvo un probabile risarcimento
danni.
Per convincersene basti considerare che alla nuova opposizione può essere interessato il
conduttore in relazione ad una data eccessivamente breve e ristretta disposta dal giudice ed, in
ipotesi, già decorsa, come nell’ipotesi limite di una disposizione di immediata esecuzione contenuta
nel provvedimento di rilascio (ove non si acceda alla tesi che ritiene un termine minimo non
inferiore a trenta giorni che comunque potrebbe essere disatteso), dovendosi ritenere sussistente,
se ancora non eseguito lo sfratto, l’interesse ad ottenere un termine maggiore, con la immediata
sospensione dell’esecuzione.
Sulla scorta anche delle considerazioni di cui alla citata pronuncia n.25 del 2005 della
Corte costituzionale, può osservarsi che possono non essere sempre corrette le implicazioni
derivanti da un inquadramento (preconcetto) in una delle due categorie giuridiche dell’opposizione

Per quella prevista dall’art.6, comma 4, l.392/78 vedi l’art.14, comma 2, l.431/98.
Cuffaro, Considerazioni sul nuovo testo dell’art.56 della l. n.392/1978, Arch. loc. e cond., 643,
71 Cass. 12 maggio 2000, n.6099, in Giust. Civ. 2001, I, 1927
72 Cuffaro, op. cit. 643
73 Trib. Salerno, sez. di Cava dei Tirreni, (ord.) 24 gennaio 2005 n.1698, Est. Salomone, secondo cui.«E’ principio
generale che non si possa chiedere la proroga di un termine già scaduto e dunque la rifissazione del termine per
l’esecuzione dello sfratto (ex legge n.431/98, art.6, comma 4 e 5), va chiesta prima della scadenza del termine concesso
dal giudice ex art.56 della legge n.392/1978 (nella specie , è stata chiesta a seguito della notifica dell’atto di precetto
che di per se preannuncia l’inizio della procedura esecutiva). Aggiungasi che il sistema sopra delineato consente di
sapere certezza all’attuazione del diritto: dopo la fissazione di un primo termine per l’esecuzione (ex legge n.392/
78) la rifissazione dello stesso (ex legge n.431/98) prima della scadenza del primo termine consente al conduttore di
programmare lo sgombero dell’immobile ed al locatore di sapere quando esattamente eseguire lo sfratto, evitando
inutili ed onerosi atti della procedura esecutiva (che dovrebbe inevitabilmente essere riavviati, ove si consentisse la
rifissazione del termine di esecuzione in corso di procedura)». La decisione, oltre che contrastare con il principio di
ammissibilità dell’opposizione solo col primo atto di esecuzione, richiamato dalla dottrina citata alla nota precedente,
sembra accollarsi valutazioni di merito che, di norma, sono irrilevanti per la censura relativa solo a profili formali
dell’atto
30

all’esecuzione o agli atti esecutivi, le quali non trovino un riscontro nelle nuove previsioni
normative che possono, legittimamente, introdurre, con il limite della ragionevolezza, significative
deroghe all’assetto tradizionale dell’istituto giuridico dell’opposizione, laddove sia necessario
uno «strumento di coordinamento del processo esecutivo con giudizi di cognizione destinati ad
incidere sull’esecuzione ovvero previsti dalla legge quali fasi del processo esecutivo», evitando
così “ingessamenti” giuridici in relazione ad aspetti evolutivi dell’istituto.
In proposito si rileva già un contrasto giurisprudenziale.
Mentre il Tribunale di Civitavecchia, con l’ordinanza del 21 gennaio 2005, confermata con
la sentenza 15 luglio 2005, ha implicitamente ritenuto l’ammissibilità della nuova opposizione
anche dopo il decorso del termine breve previsto dall’art.617 c.p.c., in quanto derogato dalla
novella dell’art.56, il Tribunale di Roma, con sentenza 19 maggio 2005, emessa all’esito di un
giudizio svoltosi direttamente con il rito locatizio, senza la fase preliminare e cautelare tipica
dell’opposizione agli atti esecutivi innanzi al giudice dell’esecuzione (art.618, comma 2), ha
deciso in senso contrario alle prime letture74 della novella. Il Tribunale di Roma, richiamando
l’interpretazione giurisprudenziale, formatasi in relazione all’opposizione cui all’art.6, comma 4
L. n.431/98 sulla individuazione “per implicito” del termine breve di cinque giorni, perché ritenuta
della stessa natura, ed osservando che «tutte le volte che è data alle parti la facoltà di impugnare un
provvedimento, è stabilito un termine di decadenza entro il quale ciò deve avvenire», ha giudicato
inammissibile l’opposizione perché tardiva. La sentenza, respinta la configurazione di due distinte
opposizioni agli atti esecutivi «disciplinate in maniera completamente difforme», afferma poi
che «la disposizione in esame dev’essere interpretata nel senso che l’opposizione di cui all’art,56,
L. n.392/78 può essere proposta in qualsiasi momento, in quanto il provvedimento con il quale si
fissa il termine per l’esecuzione non può acquistare efficacia di giudicato, e può essere impugnato
con la procedura ivi prevista indipendentemente dalla sorte del provvedimento di rilascio, e
ciò sia nell’ipotesi in cui il provvedimento di rilascio è passato in giudicato, sia nella contraria
ipotesi in cui tale provvedimento è ancora assoggettato ad un successivo controllo giudiziario»;
ciò, in quanto deve collegarsi la locuzione “in qualsiasi momento” non alle parole “possono
proporre ..l’opposizione”, ma all’inciso di apertura dell’art.56, comma 3, L. n.392/78 “qualunque
forma abbia il provvedimento di rilascio»
La sentenza del Tribunale di Civitavecchia appare maggiormente aderente allo spirito
ed alla lettera della novella legislativa, perché – anche se il nuovo rimedio non è sussumibile
perfettamente in una delle due categorie processuali di opposizione nella fase di esecuzione della
statuizione giurisdizionale – mantiene la nuova opposizione dell’art,56 nell’ambito della procedura
esecutiva, non riconoscendole la natura di impugnazione del provvedimento di fissazione della data
di esecuzione – la quale sembra, invece, riconosciuta dal tribunale di Roma, quando fa riferimento
alla necessità di termine di decadenza per la sua proponibilità, che può non esistere per le ooposioni
esecutive (es. opposizione all’esecuzione) – non potendosi, peraltro, negare la possibilità legislativa
di deroga anche all’art.617 c.p.c. e senza che possa venire in rilievo la formazione del giudicato
sul provvedimento di rilascio perchè l’opposizione ex art.56 afferisce esclusivamente alla sola
eseguibilità del provvedimento.
In aderenza alla chiara formulazione letterale della disposizione che prevede la
proponibilità75 dell’opposizione «in qualsiasi momento» e, soprattutto, alla sua palese funzione
di tutela immediata per il possibile pregiudizio che entrambe le parti possono ricevere
dalla «fissazione della data di esecuzione» del provvedimento di rilascio, l’opposizione – a
differenza di quella agli atti esecutivi che richiede «un atto con il quale la parte promuove l’inizio,

Carrato, Rifissazione dello sfratto secondo le leggi n.432/98 e n.392/78, in Immobili & Diritto, 2005, n.3, 74 che
sottolinea la diversa dizione rispetto alla norma richiamata; Cuffaro, op. cit. 644; Izzo, Opposizione all’esecuzione
dello sfratto, in Immobili & Diritto, 2005, n.3, 76.
75 Sulla legittimazione anche del soggetto subentrato legittimamente nella detenzione v. Vigorito, op.cit.; Salvati,
L’esecuzione degli sfratti, Milano,2002, 106; Piombo, La nuova disciplina delle esecuzioni del rilascio dell’immobile
locato, in Cuffaro (a cura di) Le locazioni ad uso di abitazione, Torino,2000, 287
31

lo svolgimento e la conclusione della procedura esecutiva»76 – può essere proposta fin dalla data
di pubblicazione del relativo provvedimento, con un logico “adeguamento dei mezzi di tutela”
all’anomala determinazione, da parte del giudice della cognizione, di un momento propriamente
dell’esecuzione.

d) rito applicabile. La prima questione riguarda il rito, ordinario o locatizio, da
applicare all’opposizione di cui al comma 3 dell’art.56.
In assenza di una espressa disposizione normativa, si è ritenuto77 applicabile il rito locatizio
attraverso il seguente percorso logico: l’art.56, comma 3, rinvia all’art.6, comma 4, della legge
n.431 del 1998 che, a sua volta, rinvia, testualmente, alle «modalità di cui all’art.618 c.p.c.», dettato
per le esecuzioni ordinarie, ma dovendosi ritenere richiamato, implicitamente, la diversa
disposizione dell’art.618-bis che – per le materie trattate nei cap.I e II del titolo IV del libro
secondo, originariamente solo di lavoro e previdenza, ma alle quali si è aggiunta «successivamente,
ma prima della novella del 2004» quella locatizia, in forza dell’art.447-bis [che specifica le norme
del c.d. rito del lavoro applicabili anche alle controversie locatizie «in quanto applicabili»] –
dispone «le opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi sono disciplinate dalle norme previste
per le controversie individuali di lavoro in quanto applicabili», trova applicazione il rito locatizio.
Non pare che tale interpretazione consideri la doppia riserva di compatibilità di cui agli
artt.447-bis e 618-bis.
In senso contrario si è pronunciata attenta dottrina78 che ha osservato, condivisibilmente, che
l’art.168-bis non è stato richiamato espressamente dall’art.447-bis che è inserito nella sezione terza
e non nella sezione seconda che regola le opposizioni agli atti esecutivi ai quali, pertanto, non può
estendersi la deroga alle norme ordinarie con l’applicazione di un rito speciale che, in quanto tale,
non può essere effettuata «oltre i casi ed i tempi da esse considerati», ex art.14 preleggi.
La predetta dottrina osserva che «quando il titolo si sia formato in un processo svoltosi
secondo le norme del rito speciale, queste non devono essere applicate nelle opposizioni agli atti
proposte nelle esecuzioni per rilascio, non essendovi ragioni che lo impongono, tenuto conto della
natura delle questioni che ne costituiscono l’oggetto», richiamando la sentenza 12 agosto 1997
n.750579 della Suprema Corte (conforme alla precedente del 13 giugno 1997 n.5316) che, per
l’opposizione agli atti esecutivi in materia di lavoro, ritiene che il giudice dell’esecuzione,
competente ad emettere i provvedimenti indilazionabili, non è, affatto, tenuto, poi, a rimettere le
parti innanzi al giudice del lavoro, in ragione del carattere funzionale ed inderogabile della
competenza ex art. 27 comma 2 c.p.c. e, per quanto qui interessa in particolare, della riserva
contenuta nell’ultimo inciso dell’art. 618 bis comma 1 («in quanto applicabili»), con ciò delimitando
la portata generale dell’art.618-bis.
L’applicazione del rito locatizio appare incompatibile con la funzione assegnata alla
speciale opposizione agli atti esecutivi che il legislatore ha inteso introdurre con la novella
perchè le scansioni del rito locatizio previste per un giudizio di cognizione piena – pur
contenute temporalmente – vanificherebbe comunque la ratio della nuova opposizione che resta
un’opposizione esecutiva da decidere sollecitamente con l’adozione degli opportuni provvedimenti
indilazionabili relativi all’esecuzione e non ad una sorta di impugnazione del provvedimento di
rilascio.
La questione sul rito applicabile al nuovo tipo di opposizione è stata risolta dalla prima

Cass.24 luglio 1969 n.2807 e 27 luglio 1966 n.2081
Carrato, Rifissazione dello sfratto secondo le leggi n.431/1998 e n.392/1978, in Immobili & Diritto 2005, fasc.3,
74. In senso conforme Piombo, L’esecuzione per consegna o rilascio e le opposizioni,
con particolare riferimento alla disciplina speciale in tema di rilascio di
immobili locati ad uso abitativo,(Relazione all’incontro di studi del C.S.M. sul
tema “Esecuzione forzata ed opposizioni” – Roma, 10-12 dicembre 2003).
78 Salvati, L’esecuzione degli sfratti, Milano,2002, 128
79 in Giur. it. 1999, 1603 con nota di Villani; Notiziario giur. lav. 1997, 569
32

pronuncia conosciuta del Tribunale di Civitavecchia (ord. 21 gennaio 2005, confermata dalla
sentenza 15 luglio 2005) nel senso dell’applicabilità del rito ordinario e non di quello speciale
locatizio, per il giudizio che prosegue dopo la fase cautelare sempre innanzi al giudice
dell’esecuzione. In senso contrario si è pronunciato, invece, il Tribunale di Roma, con sentenza 19
maggio 2005, che, sul ricorso assegnato alla stessa sezione che aveva emesso il provvedimento di
rilascio in sede di cognizione piena, ha adottato, fin dall’inizio, il rito locatizio – a quanto consta –
senza alcuna delibazione in merito ai provvedimenti indilazionabili, previsti dall’art.618 c.p.c., per
l’opposizione agli atti esecutivi ex art.617 c.p.c., decidendo, quindi, direttamente all’udienza di
discussione fissata immediatamente a seguito del ricorso introduttivo, l’inammissibilità della
domanda in quanto depositata oltre il termine di cinque giorni dalla notifica del provvedimento di
rilascio, come dettato per l’opposizione agli atti esecutivi.
Senza volere approfondire la questione della «effettiva» volontà legislativa, in relazione
all’estensione applicativa del rito speciale disposta dall’art.618-bis in epoca antecedente (1973) alla
inclusione delle controversie locatizie nel capo II del titolo IV (1990), con riferimento alle
implicazioni connesse al rinvio formale ed alla significatività della doppia riserva prevista
normativamente (in quanto applicabili), sembra significativo il dato testuale del rinvio limitato
all’art.618 (attraverso il rinvio all’art.6, comma 4, l.431/98) e non a quello del 618-bis.
La specialità che connota palesemente la nuova opposizione dell’art.56 L.392/78 (come
novellato) sembra giustificare tale ulteriore deviazione dal paradigma ordinario, in coerenza,
peraltro, alla citata interpretazione della Corte di legittimità e sembra confermata da una
recentissima sentenza della Suprema Corte, emessa in relazione all’applicabilità del rito speciale ex
art.447-bis c.p.c. anche per l’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo emesso ex art.611
c.p.c.
Cass. 4 agosto 2005 n.16377 (Pres. Fiduccia, Rel. Varrone) 80 afferma, che «le espressioni
controversie in materia di locazione analogamente a quella di cause relative a rapporti di

Cass. 4 agosto 2005 n.16377 ha così statuito: «In primo luogo deve esaminarsi il ricorso incidentale su tre motivi (da
valutare congiuntamente perché relativi alla stessa questione) con i quali i controricorrenti, denunciando la violazione
e la falsa applicazione degli artt.8, 2° co., n.3, 414, 447-bis, 618 e 645 c.p.c. (primo motivo), 447 c.p.c. (secondo
motivo) e 641 c.p.c. (terzo motivo), ribadiscono la tesi, accolta in prime cure, secondo cui la presente causa, vertendo
sul pagamento di spese riconducibili ad un contratto di locazione, avrebbe dovuto svolgersi con il rito del lavoro e,
quindi, essere introdotta non con la citazione ma con il ricorso, con la conseguenza che pur convertendosi la prima nel
secondo, non sarebbero stati rispettati i termini ex art.641 cit. per il deposito dell citazione –pur tempestivamente
notificata – in cancelleria. Il ricorso, ch pone una questione mai affrontata in precedenza da questa Corte di
legittimità, non è fondata. Va al riguardo premesso che la più attenta giurisprudenza di merito ha già avuto occasione
di ritenere che l’opposizione all’esecuzione ex art.615 c.p.c., iniziata in base ad un’ordinanza di convalida di sfratto,
non può essere ricondotta nell’alveo delle controversie di cui all’art.8, n.3, c.p.c. e va quindi trattata (non con il rito
del lavoro ma) con il rito ordinario. Si tratta di accertare la sfera di applicabilità dell’art.447-bis c.p.c., alla cui
stregua “ le controversie in materia di locazione…sono disciplinate dagli artt.414 ss. c.p.c. (in altri termini, dal rito del
lavoro), in relazione all’art.8, 2° co., n.3, c.p.c. attualmente abrogato ma che nel testo vigente all’epoca
dell’introduzione del presente giudizio (27/9/96) devolveva alla competenza per materia del pretore “l“ cause relative a
rapporti di locazione”. Ora la infondatezza della tesi dei ricorrenti incidentali discende da una duplice considerazione:
che le espressioni “controversie in materia di locazione” analogamente a quella “cause relative a rapporti di
locazione”, pur nella loro genericità, non possono che rivolgersi alle cause che riguardano direttamente u rapporto di
locazione, il cui accertamento ed i suoi effetti, nella fase di cognizione e non nella successiva fase di esecuzione, ove
l’oggetto non è più il rapporto il rapporto locativo in sé ma l’attuazione di un titolo che nella locazione trova la sua
origine remota, ma che vive di una sua autonomia sostanziale e processuale; che quando il legislatore ha inteso
estendere – in materia di controversie individuali – il rito speciale anche alle opposizioni all’esecuzione ed ali atti
esecutivi (e, quindi, al processo esecutivo nella suddetta materia), lo ha espressamente previsto con l’art.618-bis
(aggiunto con l’art.3 L. n.353 del 1973), cosicché un’operazione interpretativa che, nel silenzio del legislatore,
proponesse per l’esecuzione dei provvedimenti emessi in materia locativa un’analoga soluzione apparirebbe contra
voluntas legis: Si tenga altresì presente che nella specie si verte non in tema di contestazione al titolo e/0 al processo
esecutivo collegato ad un rapporto di locazione, bensì in relazione solo alla liquidabilità, in sede monitoria, delle spese
vive e delle spettanza professionali della procedura di rilascio. Conseguentemente, ben ha deciso il giudice di appello,
escludendo l’applicabilità del rito del lavoro e riconoscendo quindi l’ammissibilità dell’opposizione all’ingiunzione”.
Il ricorso incidentale va, pertanto, rigettato(omissis)».
33

locazione, pur nella loro genericità non possono che rivolgersi alle cause che riguardano
direttamente un rapporto di locazione, il suo accertamento ed i suoi effetti, nella fase di cognizione
e non nella successiva fase di esecuzione», sottolineando, con valenza assorbente, che occorre
tenere conto, altresì, che l’oggetto delle contestazioni formulate con l’opposizione attengono,
nella specie, al titolo esecutivo e non a profili di merito che non sono più controvertibili in sede
esecutiva.
La statuizione della Corte di legittimità appare rilevante nella fattispecie in esame che
attiene ad un momento esclusivamente esecutivo (la data di esecuzione) che è totalmente estranea al
merito della controversia locatizia, afferendo solo ad una modalità di esecuzione.
In relazione alla giurisprudenza di merito richiamata dalla Corte81, deve osservarsi che le
decisioni di merito “apparentemente” contrarie82 riguardavano, la prima, la sopravvenuta proroga
legale del rapporto locatizio per il quale era stata convalidata la licenza di finita locazione e, la
seconda, l’opposizione di terzo con eccezione di simulazione per interposizione fittizia di persona,
per cui le fattispecie rientravano tra quelle che riguardavano direttamente il rapporto locatizio,
quindi con «contestazione al titolo e/o al processo esecutivo collegato ad un rapporto di locazione»
per le quali appare corretta l’applicazione del rito speciale c.d. locatizio, come precisato molto
opportunamente nel recente arresto di legittimità, in quanto il giudizio riguardava propriamente il
merito di una controversia locatizia da giudicare con una cognizione piena e con una sentenza
suscettibile di passare in giudicato.
Pertanto, il criterio dirimente del rito sembra risiedere nell’oggetto specifico
dell’opposizione e, quindi, nello specifico thema decidendum, distinguendo l’opposizione
all’esecuzione che nega il diritto ad eseguire da quella agli atti escutivi, pur non volendo affrontare
l’ulteriore questione circa l’ambito contenutistico dell’espresso e specifico richiamo dell’art.447-bis
che, oltre alla riserva di compatibilità delle norme espressamente e significativamente richiamate
(in quanto applicabili), sembra aver voluto, comunque, escludere un rinvio all’intero complesso
normativo dettato per le controversie di lavoro e previdenziali.
Alla luce delle considerazioni della citata dottrina83 in merito al mancato richiamo delle
norme processuali relative agli atti esecutivi e, soprattutto, della recente sentenza della Suprema
Corte, può azzardarsi la seguente conclusione: con un sorprendente parallelismo sistematico,
può ritenersi che, nel momento dello snodo procedimentale del passaggio dalla fase cautelare
dell’adozione dei provvedimenti indilazionabili, da parte del competente giudice dell’esecuzione,
alla successiva fase di cognizione del merito dell’opposizione, occorre valutare se le contestazioni
mosse con l’opposizione riguardino esclusivamente il procedimento esecutivo ed il titolo
esecutivo84 , ovvero integrano una contestazione relativa “direttamente” al rapporto locatizio85.
Nella prima ipotesi sembra mancare la ragione per l’applicabilità del rito speciale
in relazione alla materia del contendere, perché, in tal caso, la controversia che insorge con
l’opposizione risulta per così dire neutra, per cui il regime processuale è quello stesso di qualsiasi

Monza (ord.) 10 luglio 1995 in Giur. it. 1996, I, 2, 30.
Pret. Bologna 28 luglio 1996 (ord) e 20 novembre 1995 (ord) in Giust. civ. 1996, I, 3021 e 3022, con nota di Izzo,
La novella processuale civile e le azioni di prelazione, riscatto, opposizione all’esecuzione ed opposizione di terzo in
materia locatizia.
83 Salvati, op. cit., 127
84 Tra le numerose ipotesi, sia per l’opposizione all’esecuzione che agli atti esecutivi: erronea apposizione della
formula esecutiva ad una sentenza di condanna alle spese, accessoria ad una declaratoria di incompetenza o rigetto
della domanda, in ordine alla quale vedi, per la conferma dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità, C.
cost. 16 luglio 2004 n.232, in Giust. civ. 2005, I, 1447; falsità del preavviso; omessa apposizione nel titolo della
formula esecutiva; irregolarità formali afferenti l’atto di precetto; indeterminatezza dei soggetti dell’azione esecutiva;
inidoneità del titolo esecutivo ad individuare l’immobile per il quale si chiede il rilascio o a determinarne l’estensione;
contestazione che il bene sia compreso nel titolo esecutivo; etc.
85 Come nelle citate pronunce del Pretore di Bologna, opposizione di terzo che eccepisca la simulazione relativa
al rapporto locatizio, la sopravvenienza della proroga legale del rapporto locatizio oggetto della sentenza posta in
esecuzione, ovvero la debenza dell’indennità di avviamento commerciale che integra una condizione di eseguibilità del
titolo esecutivo, qualora, però, dovuta per legge.
34

altra «generica» opposizione, in ossequio al principio paritario ed in aderenza anche alla previsione
normativa dell’art.447-bis che, come il 618-bis, stabilisce la riserva espressa di compatibilità («in
quanto applicabili») che è stata rivalutata dalla Cass. n.13963/2005 ai fini della portata giuridica
dell’art.667 con un ulteriore conforto del proposto criterio differenziatore.
Peraltro, l’esclusione di una «totalizzante» parificazione con le norme processuali dettate
in materia di controversie di lavoro e previdenziali, sembra trovare conforto nell’esonero dalla
sospensione feriale dei termini processuali, giustificata dalla materia del lavoro e della previdenza
e non dalla comunanza di rito che non comporta, automaticamente, la stessa disciplina. In caso
contrario, sembrerebbe incoerente la differenziazione per la materia locatizia e dovrebbe, allora,
essere estesa anche la deroga alla sospensione feriale dei termini processuali.
La seconda questione riguarda la prescrizione di collegialità per l’intera procedura,
comprendente la pronuncia dei provvedimenti indilazionabili, l’istruttoria e la decisione definitiva,
ovvero soltanto per la sentenza definitiva, come ritenuto in dottrina per l’analoga opposizione di cui
all’art.6, comma 4, l.n.431 del 199886 ed in conformità all’assetto normativo «generale» circa le
ipotesi ordinarie di riserva di collegialità.
Attesa la precisa formulazione della previsione normativa dell’art.56, n.3 e la verosimile
ratio di attribuire al collegio ogni pronuncia al riguardo, appare preferibile la tesi che riserva al
tribunale in composizione collegiale87 l’intera procedura, compresa la sospensione del processo di
esecuzione88, alla quale può avere interesse il conduttore.
Conclusivamente, può ritenersi corretta la soluzione accolta dal tribunale di Civitavecchia
che ha applicato il rito ordinario per l’intera procedura, adottando sempre in composizione
collegiale, sia la pronuncia cautelare di immediata eseguibilità dello sfratto, sia quella definitiva di
accoglimento dell’opposizione e condividendo, così, l’ampia specialità dell’opposizione prevista
dall’art.56 avverso il provvedimento emesso (sia pure in via anomala) dal giudice della cognizione
e non dell’esecuzione. Tale soluzione è stata adottata anche dal tribunale di Roma anche se sembra
alla stregua di una normale impugnazione.
Le illustrate connotazioni peculiari della nuova opposizione ex art.56 sono tali e tante da
rendere opinabile un’estensione tout court di soluzioni interpretative ed inquadramenti sistematici
affermatisi, in generale, per le normali opposizioni esecutive che appaiono, chiaramente ed
intenzionalmente, non accolte dalla nuova disposizione legislativa “eccezionale”, anche se ciò può
comportare un aggravio organizzativo, dovendosi privilegiare le ragioni di tutela più intensa che
il legislatore ha voluto salvaguardare, nei confronti di un provvedimento del giudice monocratico,
innanzi ad un giudice collegiale.
Appare condivisibile, infine, la ritenuta impugnabilità per Cassazione della sentenza
emessa in sede di opposizione ex art.56 L.392/78, pur in presenza di espressa disposizione di
non impugnabilità contenuta nell’art.618, comma 2, c.p.c., apparendo ammissibile il ricorso
straordinario per violazione di legge ed omessa o apparente motivazione, ai sensi dell’art.111 Cost.
come novellato.
(vers. 30 settembre 2005)
Nunzio Izzo

Salvati, L’esecuzione degli sfratti, Milano,2002, 127; Mascagni, Commento sub. art. 6, l.431/98 in Le locazioni
abitative a cura di Vittoria, Padova,2002, 177
87 In senso conforme De Stefano, Rilascio degli immobili in Commento alla legge 9 dicembre 1998 n.431 in Rass. loc. e
cond.1999,108 e Principali questioni in tema di esecuzione per rilascio di immobili locativi, ivi,427.
88 In senso contrario Cuffaro, op. cit. 644 in ragione del mancato richiamo dell’art.624 c.p.c..

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