Ordinanza di rilascio di un immobile emessa dalla P.A;termini per adire a ricorso .

Ordinanza di rilascio di un immobile emessa dalla P.A. – Diniego della demanialità del bene – Giurisdizione.
La giurisdizione, a norma dell’art. 386 c.p.c., va determinata in base all’oggetto della domanda, dovendo essere preso in considerazione il cosiddetto petitum sostanziale, da identificarsi non solo e non tanto in funzione della concreta statuizione chiesta al giudice (c.d. petitum formale), ma soprattutto in funzione della causa petendi, ossia dell’intrinseca natura della posizione soggettiva dedotta in giudizio con riguardo, in particolare, ai fatti indicati a sostegno della pretesa avanzata nel giudizio (cfr., di recente, Cass. SS.UU. 3 marzo 2003, n. 3077). L’applicazione del suesposto principio giurisprudenziale all’ipotesi in cui la p.a. emetta ordinanza di rilascio di un immobile, sul presupposto della sua appartenenza al demanio, e il privato occupante insorga avverso tale ordinanza, comporta che la cognizione della controversia spetta al giudice amministrativo, ove il privato deduca vizi dell’atto amministrativo, mentre spetta al giudice ordinario, ove il privato neghi la demanialità del bene e chieda che sia accertato il proprio pieno e libero diritto di proprietà (cfr. Cass., Sez. Un., 15 giugno 1996, n. 5522). Pres. Varrone – Est. Salemi – Leone (Avv.ti Diaco e Stanga) c. Ministero della marina Mercantile e la Capitaneria di Porto del Compartimento marittimo di Vibo Valentia (Avvocatura Generale dello Stato) (Annulla Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria – Sede di Catanzaro – n. 579 del 3 maggio 1999). CONSIGLIO DI STATO Sez. VI, 14/10/2004 (25 giugno 2004), Sentenza n. 6655
Tratto da :
http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:b9QRj6CwEIMJ:www.ambientediritto.it/Giurisprudenza/SUOLO.htm+regolarizzazione+contratto+occupante+senza+titolo+
tratto da:www.aterroma.it/?p=lista_news – Copia cache
Termine per ricorrere avanti alla magistratura ordinaria: silenzio .
I mezzi pubblicistici della risoluzione del rapporto di locazione, ai sensi dell’articolo 1575 cc ,avverso ricorso al TAR, il quale ritiene che i ricorsi avverso i provvedimenti di atti della pa ed a quelli di rilascio per occupazione senza titolo, previsti dall’art.11 dello stesso DPR n. 1035/1972 Ulteriore disciplina in merito al rilascio ed alla regolarizzazione .
Oggetto
Termine per ricorrere avanti alla magistratura ordinaria: silenzio della legge e applicazione del principio analogico
Quesito
Se il termine previsto dal comma 13 dell’art. 11 DPR n. 1035/1972 per l’instaurazione del ricorso innanzi all’autorità giudiziaria ordinaria avverso il provvedimento di decadenza dall’assegnazione dell’alloggio per mancata occupazione dello stesso in seguito ad assegnazione sia suscettibile di interpretazione estensiva e sia, quindi, applicabile anche agli altri provvedimenti in tema di gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica . Tanto in considerazione anche della prescrizione di cui al comma 4 dell’art. 3 legge 241/1990 ai sensi del quale “In ogni atto notificato al destinatario devono essere indicati il termine e le autorità cui è possibile ricorrere”.
Parere
Il comma 13 dell’art.11 DPR 30 dicembre 1972, n. 1035, ha carattere eccezionale ed è, pertanto, inestensibile ad altre ipotesi di provvedimenti adottati in materia di gestione di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Per i ricorsi avverso questi ultimi, ed in particolare per i termini della loro proposizione, vale la ordinaria regolamentazione processuale amministrativa e/o civilistica.
1. In proposito, sotto un profilo più generale, va rilevato:
A) I mezzi pubblicistici della risoluzione del rapporto di locazione, ai sensi del DPR 30 dicembre 1972, n. 1035, e delle successive Delibere CIPE del 19 novembre 1981 e del 13 marzo 1995, sono costituiti dai provvedimenti di annullamento, decadenza e revoca dell’assegnazione, di competenza del comune nel quale insiste l’alloggio.
Più nel dettaglio, il DPR 1035/1972 prevede: all’art. 11 la decadenza dell’assegnazione in caso di mancata occupazione dell’alloggio assegnato entro tre mesi dalla consegna; all’art. 15 l’annullamento nel caso in cui siano venuti meno i requisiti prima della consegna dell’alloggio; all’art. 16 l’annullamento nel caso in cui sia stata conseguita l’assegnazione in contrasto con le norme vigenti al tempo dell’assegnazione stessa; all’art. 17 la revoca per motivi reddituali o nel caso in cui l’assegnatario abbia fatto uso illegittimo dell’alloggio in ipotesi tassativamente determinante nell’articolo stesso.
Salva l’ipotesi di annullamento ex art. 15, tutti i provvedimenti citati costituiscono , per espresso richiamo all’art. 11, comma 12 , dello stesso DPR, titoli esecutivi e non sono soggetti a graduazioni o proroghe.
Analogo richiamo, invece, non viene fatto al tredicesimo comma e seguenti dell’art. 11 , ai sensi dei quali avverso il provvedimento di decadenza va proposto ricorso innanzi al pretore del luogo nel cui mandamento è situato l’alloggio, entro il termine perentorio di trenta giorni dalla notificazione del decreto stesso (comma),il quale ha facoltà di sospendere la esecuzione del provvedimento (comma 14), anche con decreto in calce al ricorso (comma 15).
Da tale circostanza è derivato il noto contrasto interpretativo, tuttora perdurante, fra il Consiglio di Stato, seguito dalla maggior parte dei TAR, il quale ritiene che i ricorsi avverso i provvedimenti di annullamento, decadenza e revoca, con la sola esclusione di quelli proposti in opposizione al provvedimento di decadenza specificatamente previsto dall’art.11 del DPR 1035, rientrino nella giurisdizione del giudice amministrativo , e la Corte di Cassazione che , invece, ha assunto una posizione diversificata a seconda dei vari tipi di provvedimento, ritenendo che rientrino nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria i ricorsi proposti avverso quelli di decadenza e revoca.
Il Consiglio di Stato, inoltre, ha confermato il suo orientamento anche alla luce del nuovo quadro legislativo regionale venutosi a creare negli ultimi anni .
Senza entrare nel merito della questione sulla giurisdizione e delle relative motivazioni contrapposte, in estrema sintesi va rivelato che il riquadro giurisdizionale individuato dal Consiglio di Stato risulta così delineato: 1) giurisdizione ordinaria soltanto per i ricorsi avverso provvedimenti di decadenza per mancata occupazione dell’alloggio, così come previsto dall’art. 11 DPR 1035/1972; 2) giurisdizione amministrativa per i ricorsi avverso i provvedimenti di annullamento dell’assegnazione e per quelli avverso provvedimenti di revoca previsti dall’art. 17 DPR 1035 o decadenza previsti da leggi regionali, emanate sulla base della Delibera CIPE del 1981.* (1)
Il quadro giurisdizionale, invece, individuato dalle Sezioni Unite della S. Corte di Cassazione,, in occasione dei numerosi regolamenti di giurisdizione proposti, risulta così delineato: 1) giurisdizione amministrativa per i ricorsi avverso provvedimenti di annullamento dell’assegnazione; 2) giurisdizione ordinaria per i ricorsi avverso il provvedimento di decadenza per mancata occupazione dell‘alloggio e per quelli avverso i provvedimenti di revoca previsti dall’art. 17 DPR 1035 o decadenza previsti da leggi regionali emanate sulla base della Delibera CIPE del 1981.
A prescindere , dunque, dalla questione della giurisdizione e dalle posizioni del Consiglio di Stato e seguendo l’orientamento della Corte di Cassazione, la problematica processuale relativa alle opposizioni ai provvedimenti di autotutela si restringe a quelle proposte avverso i provvedimenti di revoca e di decadenza innanzi all’autorità giudiziaria ordinaria.
Nulla quaestio, innanzi tutto, per i ricorsi proposti nei confronti di provvedimenti di decadenza dell’assegnazione per mancata occupazione dell’alloggio.
Come si è visto più sopra, infatti, per tale ipotesi è prevista esplicitamente, dal 13° comma dell’art. 11 DPR: 1035, la competenza funzionale del pretore, ora Tribunale, del luogo dove è situato l’alloggio.
Per quanto riguarda le opposizioni avverso le altre ipotesi di provvedimenti di revoca e decadenza, appare opportuno, preliminarmente, riepilogare le considerazione sulla base delle quali le S.C. ritiene che esse rientrino nella giurisdizione del giudice ordinario.
In un primo momento si era ritenuto che a tale conclusione dovesse pervenirsi in quanto i commi da 13 a 15 dell’art. 11 DPR 1035 erano da intendersi come espressione di un principio generale, estensivamente applicabile , in toto, anche alle ipotesi di opposizione ai provvedimenti di revoca e decadenza dall’assegnazione diversi da quello pronunziato per mancata occupazione dell’alloggio, l’unico previsto dall’art. 11, ed a quelli di rilascio per occupazione senza titolo, previsti dall’art.18 dello stesso DPR
Successivamente, sempre nel presupposto che, sotto il profilo testuale, la normativa sui provvedimenti de quibus e su quelli di rilascio per occupazione senza titolo non prevede alcuna forma di impugnazione , tale indirizzo interpretativo è stato totalmente abbandonato ed è stata sottolineata, invece, la natura eccezionale ed è assolutamente inestensibile delle disposizioni di cui all’art. 11: principio cardine sul quale va impostata la definizione di ogni questione processuale in tema di competenza e rito. Sostiene la Corte: …”in base alla considerazione che la disposizione del comma 13 dell’art.11 DPR 1035/1972,esssendo di carattere eccezionale ,è applicabile alla sola ipotesi da essa prevista e non, quindi, estensivamente, neanche per analogia, alle fattispecie dell’annullamento, della revoca e dell’occupazione senza titolo, in relazione alle quali, per stabilire se la controversia promossa dal privato sia di competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria o del giudice amministrativo, devono utilizzarsi i principi generali operanti in tema di riparto della giurisdizione. In proposito si è osservato che il procedimento per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica è costituito da una prima fase di natura pubblica, caratterizzata dall’esercizio di poteri diretti al conseguimento di fini di interesse generale e da una posizione di interesse legittimo dei richiedenti l’assegnazione, e da una seconda fase, di natura privata, nelle quale si riscontrano posizioni di diritto soggettivo e correlativi obblighi sia dell’ente, sia degli assegnatari. Sulla base di questi presupposti, deriva che i fatti sopravvenuti alla fase dell’assegnazione, e non inerenti ad essa, estintivi o risolutivi del rapporto di locazione, originano delle cause che, avendo ad oggetto posizioni di diritto soggettivo perfetto, sono di competenza dall’autorità giudiziaria ordinaria … in quanto dirette a tutela del diritto soggettivo dell’assegnatario al godimento dell’alloggio, pienamente acquisito con l’atto di assegnazione e disciplinato dal contratto di locazione dal medesimo successivamente concluso con l’ente … che l’interessato fa valere contestando, con la sua opposizione, la sussistenza della situazione posta a base del provvedimento “.
Tale linea interpretativa è, come può immediatamente rilevarsi, l’esatto contrario della precedente e comporta conseguenze totalmente differenti.
Ed infatti, sulla base del vecchio indirizzo interpretativo l’intero corpo processuale della normativa di cui ai commi da 13 a15 dell’art. 11, inscindibilmente connessi l’uno all’altro, doveva ritenersi applicabile in via diretta anche alle opposizioni proposte avverso gli altri provvedimenti di autotutela, secondo il nuovo indirizzo giurisdizione, competenza e rito andranno determinati secondo i criteri ordinari.
Si potrà , dunque, verificare coincidenza nelle conclusioni (giurisdizione, competenza, ecc.), ma si tratterà pur sempre di semplice coincidenza che assolutamente non comporta l’applicabilità dei commi 13 e segg. dell’art.11 in controversie diverse da quelle in esso espressamente previste, proprio per la natura eccezionale ed inestensibile riconosciuta la normativa.
In altri termini, giurisdizione, competenza, rito, poteri processuali, anche in tema di sospensione della esecuzione del provvedimento impugnato, del giudice investito della controversia, promossa avverso provvedimenti di autotutela diversi da quello di decadenza per mancata occupazione dell’alloggio, troveranno la loro esclusiva disciplina nella ordinaria legislazione processuale.
Tornando all’assunto iniziale, dal chiaro ed inequivocabile canone ermeneutico, che trova fondamento, come si è visto, ai fini del decisivo discrimen fra giurisdizione amministrativa ed ordinaria e conseguentemente , nell’ambito di quest’ultima, ai fini della individuazione della competenza e del rito, nell’aspetto contrattuale del rapporto, si desume che le controversie de quibus vadano annoverate fra quelle relative alla risoluzione del contratto di locazione.
B) Per la occupazione senza titolo di alloggi di edilizia residenziale pubblica, l’art. 18 DPR 30 dicembre 1972, n.1035, prevede una disciplina speciale, consistente in una procedura amministrativa che culmina in un provvedimento di rilascio dell’alloggio ,di competenza del presidente dello IACP, comunque denominato.
Provvedimento che deve contenere l’assegnazione di un termine per il rilascio, non superiore a trenta giorni dalla sua notificazione, e che costituisce, analogamente agli altri provvedimenti di autotutela già esaminati, titolo esecutivo, nei confronti di chiunque occupi l’alloggio, non soggetto a graduazioni o proroghe, ai sensi del comma 12 del precedente art. 11, espressamente richiamato.
Per completezza, va, altresì, rilevato che, ai sensi dell’art. 25 dello stesso DPR, come integrato e modificato dall’art. 53 legge 5 agosto 1978, n. 457, è consentita la regolarizzazione dei rapporti locativi, cd. sanatoria dell’occupazione senza titolo, nei confronti degli occupanti ad una certa data, prorogata dalla citata legge n.457, purché in possesso dei requisiti per conseguire l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica.
Ulteriore disciplina in merito al rilascio ed alla regolarizzazione è contenuta nella legislazione regionale in tema di assegnazione e gestione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, la quale ricalca la normativa nazionale.
Ciò permesso in linea generale, va evidenziato che anche l’art.18 non richiama né il comma 13 del precedente art. 11, ai sensi dei quali il ricorso va proposto innanzi al pretore del luogo nel cui mandamento è situato l’alloggio, né i successivi 14° e 15°.
Si ripropone così, in buona sostanza, la problematica relativa ai ricorsi proposti avverso i provvedimenti di revoca o decadenza dall’assegnazione, diversi da quelli di decadenza per mancata occupazione dell’alloggio, in materia di giurisdizione.
La questione, però, si pone sotto angolazioni diverse, derivanti dagli aspetti peculiari della fattispecie astratta della occupazione sine titulo, nei quali vengono ad intersecasi varie situazioni soggettive particolari, direttamente scaturenti dalla legislazione speciale oltreché da quella privatistica ordinaria, che gli occupanti possono assumere, ai fini dell’esatta individuazione della loro posizione soggettiva rispetto al ricorso, o far valere, come motivo di opposizione al provvedimento , nelle fattispecie concrete (sussistenza dei requisiti per la regolarizzazione del rapporto locativo o delle condizioni per il subentro in un preesistente rapporto locativo, ad esempio).
Il che ha comportato, a differenza di quanto avviene per i ricorsi proposti avverso gli altri provvedimenti di autotutela, la piena convergenza interpretativa della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato.
Senza entrare nel merito della questione della giurisdizione e delle relative argomentazioni, in estrema sintesi il quadro giurisdizionale risulta così delineato:
1) giurisdizione ordinaria, qualora la opposizione venga proposta per contestare il provvedimento di rilascio, allegando un proprio diritto a rimanere nell’immobile pur senza titolo occupato, senza invocare alcun pregresso provvedimento di assegnazione o la esistenza dei presupposti di legge per tale assegnazione;
2) giurisdizione amministrativa, qualora nell’opposizione venga invocato un pregresso provvedimento di assegnazione o la esistenza di presupposti per l’assegnazione in sanatoria dell’alloggio.
C) Per quanto riguarda i casi del subentro nella assegnazione e della voltura contrattuale, essi sono subordinati alla verifica della sussistenza delle condizioni ed al conseguente rilascio, o meno, della relativa autorizzazione da parte dello IACP, comunque denominato.
Prescindendo dall’approfondimento della questione, appare opportuno limitarsi ad evidenziare che la giurisprudenza enucleata dal Giudice amministrativo ed ordinario , di merito e di legittimità, unanimemente ritiene che le controversie de quibus, le quali si fondano sulla sussistenza o meno delle condizioni per il trasferimento del diritto al subentro nell’assegnazione e locazione, iure successionis o per effetto di separazione fra coniugi o divorzio, dall’originario assegnatario, rientrino nella giurisdizione del Giudice ordinario inerendo a posizioni di diritto soggettivo : più in particolare al diritto a mantenere il godimento dell’alloggio per effetto del preesistente rapporto contrattuale , sia nel caso in cui la controversia sia stata instaurata come opposizione al diniego della voltura contrattuale o come opposizione al provvedimento, previsto dalla legislazione speciale, di rilascio dell’alloggio per occupazione senza titolo, sia nel caso in cui lo IACP, comunque denominato, instauri ordinaria azione di risoluzione contrattuale o ordinaria azione di rilascio dell’alloggio .
Così definita la questione della giurisdizione, si ritiene che in questa ipotesi non può mettersi in dubbio la circostanza che il problema del subentro, riguardando un rapporto contrattuale già in essere rientri pienamente nelle cause relative a rapporti di locazione.
2. Per altro verso, l’art.3 della legge n. 241/1990 impone la indicazione, nell’atto, del termine e dell’autorità, amministrativa o giurisdizionale, cui è possibile proporre ricorso, in seguito alla notifica di esso (comma 4).
Nelle linee più generali, va rivelato propedeuticamente che la mancanza di tale indicazione, però, non comporta, secondo l’interpretazione giurisprudenziale della norma, la legittimità dell’atto ma soltanto, nel processo amministrativo, la remissione in termini , per errore scusabile , ai fini della proposizione del ricorso qualora sia stata erroneamente adita autorità incompetente o l’autorità competente, ma fuori termine .In tal senso è il Consiglio di Stato e l’opinione è certamente condivisibile e rispondente alla normativa sulla remissione in termini nel processo amministrativo, vista e configurata, dalla giurisprudenza amministrativa, che ne fa ampia applicazione, come istituto di generale applicazione .
Ben più radicale , in proposito, è la Corte costituzionale, la quale , nel ribadire che il comma 4 dell’art. 3 contiene un principio di carattere generale e facendo proprie, richiamandole espressamente, le consolidate conclusioni della Corte di cassazione , afferma che la mancata indicazione del termine e dell’autorità cui è possibile ricorrere, come anche l’erronea indicazione di un termine più lungo di quello previsto dalla legge, “impedisce il verificarsi di preclusioni a proporre opposizione a seguito del mancato rispetto, da parte dell’interessato, del termine previsto dalla legge (termine per opposizione ad ordinanza – ingiunzione, innanzi al pretore, ex art. 22 legge 24 novembre 1981, n. 689, nella fattispecie). Ciò in quanto una diversa interpretazione “vanificherebbe, in sostanza , oltre alla portata percettiva dell’art. 3, comma 4, legge n. 241 del 1990, l’esigenza di effettiva tutela del cittadino nei confronti della Pubblica Amministrazione” . “Né per pervenire a diversa conclusione può attribuirsi rilievo decisivo all’argomentazione, fondata sulla necessità di evitare l’incertezza derivante dalla possibilità che i provvedimenti della pubblica amministrazione siano esposti “sine die ” al rischio di essere impugnati. Tale rischio deriva, infatti, da una irregolarità del procedimento imputabile alla pubblica amministrazione che ha interesse a rendere intangibile l’ordinanza ingiunzione e che , a tal fine , ha l’onere, imposto dalla specifica disposizione dell’art. 3, quarto comma , della legge n. 241/1990, di porre il privato nelle concrete condizioni di esercitare tempestivamente il proprio diritto alla tutela giurisdizionale costituzionalmente garantito” .
3. Riprendendo l’oggetto del quesito l’assetto interpretativo operativo della problematica è notevolmente, per quanto si è detto, ambiguo perché si fonda soltanto su interpretazioni , come tali suscettibili di modifiche e/o mutamenti, e di difficile, a volte soluzione per l’operatore e per l’amministrazione procedente, che non possono certo essere chiamati a risolvere questioni di carattere squisitamente giurisdizionale.
Si ritiene, pertanto , che l’unico suggerimento che possa darsi in proposito è che nel provvedimento si indichi soltanto la possibilità di presentare ricorso “all’autorità giurisdizionale competente nei termini ordinari”, senza ulteriori specificazioni. In alternativa dovrà tenersi presente il quadro riepilogativo dell’attuale assetto interpretativo dato dalla giurisprudenza.
Riferimenti normativi
DPR 30 dicembre 1972, n. 1035, art. 11;
Legge 1990, n. 241, art. 2 *(1) Voltura contratto di locazione
Articolo 2 comma 3 deliberazione CIPE 19.11.1981. articolo 12 del D.P.R. 1035/72 prevede: “In caso di decesso del concorrente, hanno diritto all’eventuale diritto all’assegnazione erp , dell’alloggio in godimento .
Se in caso di decesso dell’assegnatario possono avere titolo all’assegnazione i componenti di altro nucleo familiare convivente legato da vincoli di parentela di cui all’art. 2 comma 3 deliberazione CIPE 19.11.1981.

Si premette in via generale che la delibera citata ha efficacia normativa soltanto se recepita nella legislazione regionale mentre in caso contrario, dovranno valere le disposizioni del D.P.R. 1035/72.
Al fine di dare una risposta al quesito occorre chiarire la definizione di “nucleo familiare”.
Secondo i principi consolidati in tema di assegnazione di e.r.p., deve ritenersi che il provvedimento di assegnazione è emesso esclusivamente in favore del titolare, pur tenendo conto del suo nucleo familiare.
In caso di decesso dell’assegnatario l’art. 12 del D.P.R. 1035/72 prevede: “In caso di decesso del concorrente, hanno diritto all’eventuale assegnazione, purché conviventi con l’aspirante assegnatario al momento della sua morte e inclusi nel nucleo familiare denunciato nella domanda, nell’ordine, il coniuge superstite, i figli legittimi, naturali riconosciuti, i figli adottivi, gli affiliati e gli ascendenti di primo grado”.
La deliberazione CIPE (art. 10 comma 1) a sua volta prevede una graduatoria di posizioni dalla quale emerge con tutta evidenza l’intenzione di tutelare il nucleo familiare in senso stretto; infatti all’art. 3 si precisa: “Per nucleo familiare si intende la famiglia costituita dai coniugi e dai figli legittimi, naturali, riconosciuti ed adottivi e dagli affiliati con loro conviventi. Fanno altresì parte del nucleo il convivente more uxorio, gli ascendenti, i discendenti, i collaterali fino al terzo grado, purché la stabile convivenza con il concorrente duri da almeno due anni prima della data di pubblicazione del bando di concorso e sia dimostrata nelle forme di legge. Possono essere considerati componenti del nucleo familiare anche persone non legate da vincoli di parentela o affinità, qualora la convivenza istituita abbia carattere di stabilità e sia finalizzata alla reciproca assistenza morale e materiale secondo norme da definirsi a cura della regione”.
Una recentissima decisione della Cassazione a Sezioni Unite (con riferimento alla delibera CIPE, recepita dalla L.R. Lombardia 91-92/1983), afferma il seguente principio: “Ai fini del diritto al subentro nell’assegnazione di alloggi di e.r.p. in caso di decesso dell’assegnatario la posizione dei componenti il nucleo familiare stretto (cioè coniuge, figli legittimi, naturali, riconosciuti, adottivi, affiliati, ) si distingue da quei soggetti “che fanno altresì parte del nucleo familiare (conviventi more uxorio, ascendenti, discendenti, collaterali fino al 3° grado, estranei) purché la stabile convivenza duri da almeno due anni e sia dimostrata nelle forme di legge.
Infatti per i componenti il nucleo familiare in senso stretto l’unica condizione posta dalla legge è quella della loro convivenza con l’assegnatario al momento del decesso (essendo irrilevante che essi – facenti parte del nucleo familiare – originariamente si siano successivamente allontanati ed abbiano ripreso la convivenza per un periodo inferiore ai due anni).
Invece per i discendenti in genere e per coloro che fanno altresì parte del nucleo familiare è prevista la condizione del periodo minimo di convivenza (Cass. Sez. Unite 10.2.1996 n. 1029).
Dall’applicazione di questi principi al caso di specie, in cui si prospetta la convivenza con il nucleo familiare dell’assegnatario di altro nucleo familiare legato ad esso da vari titoli di parentela, deriva quanto segue.
In caso di decesso dell’assegnatario hanno diritto al subentro le persone che costituiscono il suo nucleo familiare, inteso in senso stretto e secondo la graduazione indicata dal D.P.R. 1035/72 ovvero della delibera CIPE, se recepita nell’ordinamento e cioè nell’ordine la moglie, i figli legittimi, naturali, riconosciuti, adottivi e affiliati con loro conviventi.
I componenti del diverso nucleo familiare convivente potranno avere titolo all’assegnazione soltanto in assenza dei soggetti sopra indicati ed alle seguenti condizioni: 1) situazione di coabitazione autorizzata dall’ente proprietario; 2) decorrenza di tale coabitazione da almeno due anni; 3) prova di detta coabitazione risultante da certificati anagrafici o da accertamenti in sede di anagrafe dell’utenza.

Riferimenti:
Delibera CIPE 19.11.1981
Cass. Sez. Un. 10.2.1996 n. 1029
Ricerche fatte da Vincenzo a.

Tratto-da-google.it http://www.google.it/#hl=it&q=Delibera+CIPE+del+1981.&oq=Delibera+CIPE+del+1981
Riferimento :www.federcasa.it/pareri/2000/gestione/2000_12_3.htm

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