NOTE AUTOTUTELA

Contenzioso
Conciliazione giudiziale
Autotutela
Accertamento con adesione Interpello del contribuente

L’ istituto dell’ autotutela è disciplinato dalle previsioni di cui all’art. 68 del D.P.R. n. 287 del 1992 e all’art. 2-quater del D.Lgs. n. 564 del 30 settembre 1994 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 656 del 30 novembre 1994) e regolamentato dal decreto del Ministero delle Finanze n. 37 dell’ 11 febbraio 1997.L’esercizio dell’autotutela è un potere che spetta alla pubblica amministrazione e non un diritto del cittadino-contribuente. La pubblica amministrazione ha il dovere di applicare la legge correttamente e in modo imparziale e quando verifica di aver commesso un errore, danneggiando ingiustamente il cittadino, può annullare il proprio operato e correggere l’errore senza necessità di una decisione del giudice. E’ evidente, quindi, che l’istituto contribuisce a una sostanziale riduzione del contenzioso tributario, con conseguente alleggerimento delle spese di soccombenza, e al miglioramento dei rapporti con i contribuenti.L’amministrazione può provvedere all’autocorrezione in via del tutto autonoma, “d’ufficio”, oppure dietro iniziativa del contribuente. L’eventuale presentazione di atti di impulso o di sollecitazione da parte del cittadino interessato non genera alcun obbligo per l’amministrazione di provvedere, né costituisce il presupposto per la formazione del silenzio-rifiuto.Attenzione, quindi, a non perdere (in attesa di un intervento dell’amministrazione che potrebbe anche non arrivare) la possibilità di rivolgersi al giudice tributario.Competente per l’annullamento dell’atto illegittimo è lo stesso ufficio che lo ha emanato.Il potere di annullamento o correzione sorge in tutti i casi di illegittimità dell’atto o dell’imposizione, come ad esempio nelle ipotesi di: ·errore di soggetto passivo di imposta;· evidente errore logico o di calcolo;· errore di presupposto dell’imposta;· doppia imposizione;· mancata considerazione di pagamenti regolarmente eseguiti;· mancanza di documentazione successivamente sanata (non oltre i termini di decadenza);· sussistenza dei requisiti per fruire di riduzione, detrazione d’imposta, esenzione o regimi agevolativi, precedentemente negati;· errore materiale del contribuente, facilmente riconoscibile dall’amministrazione.L’annullamento può essere effettuato anche in pendenza di giudizio, e anche se sono scaduti i termini per il ricorso del contribuente o se il contribuente ha presentato ricorso e questo è stato respinto per motivi formali (inammissibilità, improcedibilità, ecc.) con sentenza passata in giudicato.Nel caso in cui sulla questione si è formato un giudicato sostanziale (se, cioè, il contribuente ha impugnato l’atto e i giudidi tributari, con decisione non più revocabile, hanno dato ragione all’amministrazione), l’annullamento è possibile soltanto per motivi di illegittimità del tutto diversi da quelli esaminati e respinti dai giudici.L’annullamento dell’atto illegittimo comporta automaticamente l’annullamento degli atti ad esso conseguenziali (ad es., l’annullamento di un avviso di accertamento infondato comporta l’annullamento della conseguente iscrizione a ruolo e delle relative cartelle di pagamento) e l’obbligo di restituzione delle somme riscosse.L’annullamento dell’atto, come già chiarito, potrà avvenire sia per iniziativa dello stesso ufficio che lo ha emanato sia su domanda del contribuente.L’istanza non è soggetta al rispetto di forme particolari: sarà sufficiente, ad esempio, presentare (o spedire mediante raccomandata con avviso di ricevimento) all’ufficio competente una semplice memoria in carta libera contenente un’ esposizione sintetica dei fatti corredata dalla documentazione idonea a comprovare le tesi sostenute.Ogni qual volta la pubblica amministrazione emani un atto di autotutela deve darne preventivo avviso al soggetto destinatario, salvo che esistano particolari esigenze di celerità, richiamate nel provvedimento, ovvero che l’interessato sia stato posto comunque in condizione di partecipare al provvedimento (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza n. 474 del 23 aprile 1998). La comunicazione va effettuata anche all’organo giurisdizionale davanti al quale sia eventualmente pendente il relativo contenzioso.Il potere di eliminare i propri atti illegittimi non viene meno né a seguito dell’intervento dell’autorità giudiziaria né nei casi in cui l’atto sia divenuto definitivo; l’unico limite sarebbe costituito dalla sentenza passata in giudicato favorevole all’ufficio o ente impositore (si veda circolare ministeriale n. 143/E dell’11 luglio 2000). Comunicazione avvio procedimento – autoannullamento/ revoca/decadenza – necessità.Il Consiglio di Stato richiama quella pacifica giurisprudenza secondo la quale la comunicazione dell’avviso del procedimento – salvi i casi di comprovate esigenze di celerità – va sempre disposta quando l’Amministrazione intenda emanare un atto di secondo grado, di annullamento, di revoca o di decadenza (Sez. VI, 9 luglio 2004, n. 5025; Sez. V, 29 luglio 2003, n. 3169; Sez. V, 22 maggio 2001, n. 2823; Sez. V, 24 ottobre 2000, n. 5710; Sez. V, 23 aprile 1998, n. 474; Sez. V, 2 febbraio 1996, n. 132).Cons. Stato Sez. VI, 27-02-2006, n. 821 Svolgimento del processo1. Col ricorso di primo grado (proposto al TAR per la Campania), la signora L. S. ha impugnato il decreto n. 182 del 10 gennaio 1996, con cui il Rettore dell’Università degli studi di Napoli “Federico II” ha disposto la sua decadenza dal corso di laurea in architettura, ai sensi dell’art. 149 del regio decreto 31 agosto 1933, n.1592, con decorrenza dal 1° aprile 1990, poiché – dagli atti della segreteria – non è risultato il superamento dell’esame di geometria descrittiva (pur registrato in data 3 dicembre 1984).Il TAR, con la sentenza n. 861 del 2001, ha respinto il ricorso ed ha compensato le spese del giudizio.2. Col gravame in esame, la signora S. ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto.L’Università degli studi di Napoli “Federico II” si è costituita in giudizio ed ha chiesto il rigetto del gravame.3. All’udienza del 17 gennaio 2006 la causa è stata trattenuta in decisione.Motivi della decisione1. Nel presente giudizio, è controversa la legittimità del decreto n. 182 del 10 gennaio 1996, con cui il Rettore dell’Università degli studi di Napoli “Federico II” ha dichiarato l’appellante decaduta dal corso di laurea in architettura, ai sensi dell’art. 149 del regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592, con decorrenza dal 1° aprile 1990.A fondamento dell’atto, il Rettore ha rilevato che dagli atti della segreteria non è risultato il superamento dell’esame di geometria descrittiva (pur registrato in data 3 dicembre 1984).Col gravame in esame, l’appellante ha riproposto le censure di primo grado, respinte dal TAR per la Campania con la sentenza impugnata.2. Col primo motivo d’appello, è dedotto che:- *l provvedimento che ha disposto la decadenza è illegittimo per VIOLAZIONE COME ALL’ ARTICOLO 7 DELLA LEGGE “241/90)* violazione dell’art. 7 della legge 7 agosto 1990, n. 241, poiché non è stato comunicato l’avvio del procedimento;- la sentenza gravata ha erroneamente rilevato che il Rettore ha esercitato una “attività amministrativa vincolata, rispetto a cui nessun apporto dialettico … poteva essere utilmente articolato”.Con secondo motivo, è altresì dedotto che l’atto è viziato da difetto assoluto di istruttoria, poiché l’Amministrazione non ha svolto indagini sulla circostanza posta a base del provvedimento di decadenza.3. Ritiene la Sezione che tali censure siano fondate e vadano accolte.Quanto alla dedotta violazione dell’art. 7, va richiamata la pacifica giurisprudenza di questo Consiglio, che il collegio condivide e fa propria, secondo la quale la comunicazione dell’avviso del procedimento – salvi i casi di comprovate esigenze di celerità – va sempre disposta quando l’Amministrazione intenda emanare un atto di secondo grado, di annullamento, di revoca o di decadenza (Sez. VI, 9 luglio 2004, n. 5025; Sez. V, 29 luglio 2003, n. 3169; Sez. V, 22 maggio 2001, n. 2823; Sez. V, 24 ottobre 2000, n. 5710; Sez. V, 23 aprile 1998, n. 474; Sez. V, 2 febbraio 1996, n. 132). Tale principio si applica anche quando l’Amministrazione ritenga sussistente un elemento di fatto, da porre a base di un atto di decadenza.Infatti, l’art. 7 consente all’interessato, già nel corso del procedimento, di formulare osservazioni e di proporre documenti, per rappresentare all’Amministrazione l’insussistenza dell’elemento di fatto e, dunque, per evitare l’emanazione di un atto affetto da eccesso di potere per erroneità nei presupposti. Quanto alla sussistenza dei dedotti profili di eccesso di potere, ad avviso della Sezione essi risultano con evidenza dal fatto che il Rettore ha ritenuto che non sia stato superato l’esame di geometria descrittiva in data 3 dicembre 1984 (in ragione delle risultanze degli atti della segreteria studenti), pur se egli ha constatato la sua avvenuta registrazione, risultante dal certificato di data 15 aprile 1986.Sotto tale aspetto, in presenza di risultanze di contenuto opposto evincibili da atti della stessa Amministrazione, il Rettore avrebbe dovuto disporre ulteriori approfondimenti istruttori, in particolare verificando il contenuto del verbale degli esami svolti il 3 dicembre 1984 – neppure depositato nel corso dei due gradi del presente giudizio – e chiedendo l’esibizione del libretto d’esami dell’appellante, per avere più elementi di valutazione della vicenda e accertare – se del caso – il nominativo del docente che abbia attestato lo svolgimento dell’esame.4. Per le ragioni che precedono, l’appello va accolto, sicché, in riforma della gravata sentenza e in accoglimento del ricorso di primo grado, va annullato il decreto del Rettore n. 182 del 10 gennaio 1996, con salvezza degli ulteriori provvedimenti.Sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese e gli onorari dei due gradi del giudizio.P.Q.M.Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) accoglie l’appello n. 5505 del 2001 e, in riforma della sentenza del TAR per la Campania n. 861 del 2001, accoglie il ricorso di primo grado n. 2114 del 1996 e annulla il decreto del Rettore dell’Università di Napoli “Federico II” n. 182 del 10 gennaio 1996, salvi gli ulteriori provvedimenti.Compensa tra le parti le spese e gli onorari dei due gradi del giudizio.Ordina che la presente decisione sia eseguita dalla Autorità amministrativa.Così deciso in Roma, nella camera di consiglio tenutasi il giorno 17 gennaio 2006, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, con l’intervento dei signori:Mario Egidio Schinaia PresidenteLuigi Maruotti Consigliere estensoreCarmine Volpe ConsigliereGiuseppe Romeo ConsigliereLuciano Barra Caracciolo Consigliere

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