ASPETTI CONTROVERSI IN TEMA DI COMPETENZA E RITO LOCATIZIO (artt. 8, comma 2, n. 3 e 447 bis c.p.c.)

ASPETTI CONTROVERSI IN TEMA DI COMPETENZA E RITO LOCATIZIO (artt. 8, comma 2, n. 3 e 447 bis c.p.c.)

Relatore:
dott. Fortunato LAZZARO
presidente di sezione del Tribunale di Roma
Il legislatore del 1990, in considerazione del positivo esito dell’esperimento iniziato nella
vigenza della disciplina vincolistica (art. 29 della legge 23 maggio 1950, n. 253 e art. 6 della legge
1° maggio 1955, n. 368) e continuato con la legge 27 luglio 1978, n. 329 (artt. 30 e 45), ha
individuato nel pretore il giudice competente “per le cause relative a rapporti di locazione e di
comodato di immobili urbani e per quelle di affitto delle aziende, in quanto non siano di
competenza delle sezioni specializzate agrarie”.

1. Opportunità e ratio della scelta

L’attribuzione a detto giudice delle controversie in tema di concordato e di affitto di aziende
denota chiaramente la ratio della norma, che va identificata nella ricerca di chiarezza e di riduzione
delle questioni sulla individuazione del giudice competente, nonché nell’intento di evitare
(attraverso le devoluzione al pretore di materie tradizionalmente contermini alla locazione) che
siffatta individuazione possa dipendere dalla qualificazione giuridica del rapporto controverso (cfr.
in tal senso, la Relazione dei sen.ri Acone e Lipari alla 2 Commissione del Senato).
Il criterio (molto opportunamente) adottato elimina così ogni problema di ripartizione di
competenza tra pretore e tribunale in relazione al valore – che si determinava cumulando i fitti o le
pigioni relative al periodo controverso, ai sensi del secondo comma dell’art. 12 c.p.c. (che, infatti,
viene abrogato) – e, di conseguenza, quegli inconvenienti che tendevano a verificarsi soprattutto
nelle controversie in tema di ingiunzione per il pagamento dei canoni e di morosità. Basti in
proposito rammentare che, in talune occasioni, il tribunale – adito per la risoluzione del contratto
“per morosità” – doveva sospendere il relativo giudizio in attesa della determinazione
dell’ammontare del canone “dovuto”, appartenente alla competenza esclusiva del pretore (Cass.,
sez. un,, 11 febbraio 1982, n. 839); Cass. 14 giugno 1986, n. 3983; Cass. 7 maggio 1988, n. 3387).
Il quale – qualora l’applicabilità o mendo dell’“equo canone” derivasse dalla qualificazione della
tipologia locatizia (ad esempio, abitazione primaria ovvero secondaria, foresteria, ecc.) – doveva, a
sua volta, sospendere il giudizio di “equo canone” in attesa della risoluzione di siffatta questione
pregiudiziale, devoluta secondo gli ordinari criteri di valore (Cass. 18 aprile 1988, n. 3061; Cass. 28
ottobre 1989, n. 4516) e, quindi, sovente, allo stesso tribunale presso il quale intanto pendeva,
sospeso, il giudizio di risoluzione.
Pur nella rinnovata prospettiva, tuttavia, nella prima fase applicativa della nuova normativa
sono stati affacciati, con riguardo a ben specifiche situazioni, taluni dubbi, sui quali appare
opportuno soffermarsi. Con l’avvertimento che, nel momento ermeneutico, occorre
metodologicamente valorizzare le novità sottese alla scelta normativa, che inducono a privilegiare
l’idea di una tendenziale devoluzione ad amplissimo spettro al pretore delle questioni che possano
coinvolgere il godimento di un immobile urbano.

2. Questioni attinenti al rapporto

Sono certamente attribuite alla competenza del pretore le controversie in cui vengano in
discussione gli elementi del rapporto locatizio, quali la durata, il corrispettivo, gli oneri
condominiali, la manutenzione e riparazione dell’immobile, le molestie, la risoluzione (per qualsiasi
causa) del contratto, il deposito cauzionale, la riconsegna del bene, i miglioramenti e le addizioni,
ecc..
Nessun rilievo assume, poi, la natura pubblica o privata delle parti.
In particolare, per quanto ha tratto agli I.A.C.P., va rammentato che i rapporti tra essi e i loro
assegnatari ricadono nella sfera privatistica e, per tutto ciò che riguarda il godimento dell’alloggio
assegnato in locazione (semplice o con patto di futura vendita), restano soggette alla disciplina delle
locazioni (Cass. 30 ottobre 1992, n. 11837), con la conseguenza che operano le normali cause di
cessazione e di risoluzione (cfr. Cass. 24 luglio 1993, n. 8319). Valendo tale principio anche per le
norme processuali, il pretore è così competente, ad esempio, a conoscere della domanda di
risoluzione, proposta dall’Istituto, per la violazione, da parte del conduttore, della clausola vietante
la sublocazione, poiché tale situazione involge posizioni di diritto soggettivo derivanti dal negozio
privatistico che accede al provvedimento di assegnazione (Cass. 22 gennaio 1986, n. 394). Lo stesso
è da dire con riguardo alla lite in ordine al diritto dell’Istituto all’aggiornamento del canone (Cass. 6
settembre 1986, n. 5456).
A tali controversie, che rientrano nella previsione dell’art. 8 c.p.c., resta senza dubbio
applicabile il rito locatizio di cui all’art. 447-bis, da tale norma richiamato.

2.1. Obbligo di riconsegna e danni per ritardata restituzione.

Come si è avuto occasione di rammentare (cfr. LAZZARO, Le locazioni per uso abitativo,
Milano 1993, p. 725), la riconsegna dell’immobile alla scadenza, pur non essendo stata prevista
dall’art. 1587 c.c. fra le obbligazioni principali del conduttore, è stata ricondotta dalla prevalente
dottrina e dalla giurisprudenza (Cass. 24 novembre 1979, n. 6157; Cass. 21 ottobre 1986, n. 6184)
fra quelle derivanti dal contratto di locazione. Essa, infatti, trova un preciso aggancio testuale
nell’art. 1590 c.c. (“il conduttore deve restituire la cosa”) e nel successivo art. 1591 c.c. laddove
configura il risarcimento del danno (maggiore rispetto all’ammontare del canone) a carico del
conduttore “in mora a a restituire la cosa”.
Anche le obbligazioni previste dall’art. 1591 c.c. – sia che si riguardino entrambe come
risarcitorie, sia che si operi la distinzione tra pagamento del “corrispettivo convenuto” (da
considerare nell’ambito di una perpetuatio obbligationis) e risarcimento del “maggior danno” –
sono da ricollegare al contratto di locazione, trattandosi, nella seconda situazione, di un danno da
inadempimento contrattuale (Cass. 27 settembre 1963, n. 2617; Cass. 18 novembre 1993, n. 11369).
Il conduttore in mora nella restituzione della cosa, poi, non è un occupante abusivo ma, ancorché,
moroso, continua a essere conduttore (Cass. 2 maggio 1981, n. 2672).
Le controversie che concernono la riconsegna e i danni per ritardata restituzione della cosa
(secondo la rubrica della richiamata norma), rientrano, pertanto, tutte nella previsione di cui all’art.
8 c.p.c. e vanno trattate con il rito locatizio, ai sensi dell’art. 447-bis c.p.c..
Il nuovo sistema ha così superato quei contrasti di giurisprudenza circa la competenza in
subiecta materia, talune volte attribuita al pretore sulla considerazione che, nella valutazione del
danno, acquisiva comunque preminente rilevanza la determinazione dell’ammontare del canone
(Cass. 18 giugno 1987, n. 5369); talaltre volte devoluta, invece, quantomeno per quanto concernente
il “maggior danno”, ratione valoris (Cass. 28 aprile 1992, n. 5038).

2.2 Qualificazione del rapporto.

È da credere che restano devolute alla competenza pretorile le questioni che attengono alla
qulificazione del rapporto, sulla base delle allegazioni delle parti, anche se l’attribuzione al pretore
anche delle cause relative a rapporti di comodato e quelle di affitto di aziende, riduce certamente le
frizioni con le tipiche situazioni contermini.
Resta tuttavia aperto il problema della c.d. occupazione senza titolo che, in molti casi,
riguardando immobili di edilizia pubblica, propone fatalmente ulteriori problematiche.
Si tratta di un’accezione ampia e generica, in cui possono rientrare fattispecie tra loro differenti
che tuttavia, sul piano concreto, presentano l’elemento comune del godimento di un immobile (per
abitazione ovvero per altro uso non abitativo) da parte di chi non ne è proprietario.

2.2.1. Natura reale della controversia. – Esulano certamente dalla competenza per materia di
cui si discorre i casi in cui siffatto godimento costituisce il contenuto di un diritto reale, quale
l’usufrutto, l’uso o l’abitazione. Altrettanto è da dire con riguardo a quelle situazioni in cui venga in
contestazione il diritto di proprietà di colui che agisce per il rilascio.
La giurisprudenza di legittimità, invero, ha oramai acquisito il principio secondo il quale,
nell’azione diretta al rilascio di un immobile che si assume occupato senza titolo o a titolo precario,
la contestazione del diritto di proprietà dell’attore, anche se effettuata (con la deduzione di un
contrastante diritto dominicale) unicamente per far respingere la domanda, conferisce all’azione
carattere reale, dovendo il giudice decidere sull’esistenza del diritto di proprietà, con la conseguenza
che per individuare il giudice competente deve farsi ricorso alla disciplina di cui all’art. 15 c.p.c.
(Cass. 5 giugno 1963, n. 1503; Cass. 13 luglio 1965, n. 1478; Cass. 2 febbraio 1982, n. 613; Cass.
26 settembre 1991, n. 10073). Nel caso in cui una controversia di tal fatta rientri nella competenza
del pretore, è da credere comunque esclusa l’applicabilità dell’art. 447-bis c.p.c..
Certamente la qualificazione del rapporto dedotto in giudizio, può proporre ai fini delle
competenza, talune complicazioni nelle situazioni (sovente confuse) che possono essere ricondotte
all’ampia categoria dell’“occupazione senza titolo”. Il giudice adito, cioè, dovrà (considerando
anche la preclusione che scatta quasi immediatamente per il rilievo dell’incompetenza) compiere
una valutazione, considerando che, seppure ai fini in parola la determinazione della materia del
contendere va compiuta anzitutto con riferimento alla causa petendi su cui la domanda è fondata
assumono rilievo anche le deduzioni del convenuto. Si tratta di una valutazione, peraltro, che può
essere agevolata dall’interrogatorio libero delle parti (ex art. 183 c.p.c.) e da quelle “sommarie
informazioni” che, al fine de quo, possono essere richieste.
Esulano dal tema, invece, quelle situazioni che comportino rapporti di pregiudizialità e che
vanno risolte nell’ambito delle regole che disciplinano la connessione: si pensi, ad esempio,
all’azione di rilascio per finita locazione proposta dal locatore, cui il convenuto opponga il proprio
diritto di proprietà a seguito dell’acquisto da parte sua dell’mmobile, in ordine al quale, a sua volta,
il locatore-alienante opponga la simulazione assoluta del contratto.

2.2.2. Natura personale della controversia. – Qualora a fondamento della richiesta di rilascio di
un immobile sia dedotto, anziché un diritto reale, un rapporto diverso (come nel caso in cui il
proprietario agisca nei confronti di colui che si trovi nella detenzione dell’immobile senza titolo),
l’azione ha natura personale in quanto cade su un rapporto obbligatorio, con conseguente
applicabilità, ai fini dell’individuazione del giudice competente, dell’art. 12 c.p.c., apparendo
corretto far riferimento al valore dell’immobile, sulla base del corrispettivo detraibile dalla
locazione per un anno dello stesso (Cass. 6 agosto 1962, n. 2396; Cass. 26 ottobre 1968, n. 3584;
Cass. 7 agosto 1973, n. 2265; Cass. 25 novembre 1986, n. 6931).

Si tratta di una giurisprudenza che valorizza fortemente il momento del godimento
dell’immobile e, anche nelle situzioni al di fuori della previsione dell’art. 1380 c.c. (in quanto tale
godimento è, per definizione, senza titolo), avverte, anche dal versante della competenza (per
valore), la profonda analogia (termine, infatti, adoperato in molte delle pronunce in subiecta
materia) con il rapporto locatizio. Il pretore, insomma, “diventa non soltanto il ‘giudice delle
locazioni’, ma anche l’organo competente a decidere tutte le controversie che possono sorgere
dall’utilizzazione degli immobili urbani fondata su titolo diverso” (così MONTESANO-ARIETA, Il
nuovo processo civile, Napoli 1991, p. 4).
Può, dunque, opinarsi che le azioni personali che riguardino il godimento di un immobile
possano essere attratte nella competenza per materia di cui all’art. 8 c.p.c., con applicabilità del rito
locatizio di cui all’art. 447-bis c.p.c. (cfr. in tal senso, Pret. Bologna, ord. 14 novembre 1995, n.
5386/94 R.G., Di Giacomantonio/IACP, ined.). Va osservato, infatti, che anche quella per materia è
divenuta una competenza c.d. debole; che, quasi sempre, dinanzi alla pretesa dell’attore il
convenuto controdeduce l’esistenza di un rapporto di locazione o di comodato; che moltissime delle
c.d. occupazioni senza titolo traggono origine da situazioni che, ancorché latamente, affondano le
radici in un rapporto in cui è presente l’elemento locatizio.
Oltre al caso più comune dell’occupazione che segue al venir meno del titolo per convalida
dello sfratto, possono rammentarsi le c.d. cessioni “di fatto” (contra legem o contra pacta) del
contratto da parte del conduttore a un terzo, che viene immesso del godimento dell’immobile. Può,
ancora, dirsi del caso dell’erede non convivente – che, come tale, non succede nel rapporto locatizio
ex art. 1614 c.c. – il quale può essere tuttavia chiamato a rispondere per la detenzione senza titolo
della res sotto il profilo dell’arricchimento senza causa o di responsabilità extracontrattuale (in tal
senso Trib. Roma 8 giugno 1992, in Rassegna equo canone 1992, p. 409. Cfr., anche, Cass. 25
giugno 1964, n. 1669).
Sono tutte controversie in cui le questioni locatizie sono sottese e che appaiono collocabili nella
competenza per materia del pretore e attratte nello speciale rito per tale materia stabilito.
Proprio per la sua “specialità”, insomma, sembra doversi fortemente privilegiare la competenza
pretorile, utilizzando anche l’ormai acquisito principio affermato dal giudice di legittimità con
riguardo alla competenza delle sezioni agrarie, secondo il quale ai fini dell’affermazione della
competenza del giudice specializzato è necessario accertare solamente che la relativa eccezione non
sia infondata prima facie, cioè che da una sommaria delibazione emergano elementi che
conferiscano all’eccezione stessa una base di serietà e di attendibilità (Cass. 7 gennaio 1980, n. 97;
Cass. 2 settembre 1982, n. 4796; Cass. 1° dicembre 1993, n. 11892 tutte in fattispecie in cui si
trattava di stabilire se il convenuto fosse occupante senza titolo ovvero detenesse il bene in forza di
un rapporto agrario. Ciò – è detto – “per evitare che la natura del rapporto in contestazione sia di per
sé fonte di ulteriori controversie”).
2.2.3. La particolare situazione degli alloggi di edilizia pubblica. – Si è già detto della
competenza del pretore e dell’applicabilità del rito locatizio per quanto concerne le controversie
derivanti dal rapporto di locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, che consegue al
provvedimento di assegnazione da parte della P.A..
Come il giudice di legittimità ha affermato, restano devolute al giudice amministrativo le
questioni attinenti al momento dell’assegnazione: così, ad esempio, l’annullamento per vizi
incidenti sulla fase del procedimento di assegnazione, caratterizzata dall’assenza di titolo di vedere
regolarizzata la propria posizione (Cass. 28 gennaio 1984, n. 672; Cass. 22 giugno 1985, n. 3754).
Sussiste, invece, la giurisdizione ordinaria ove siano in discussione cause sopravvenute di
estinzione o risoluzione direttamente inerenti allo stesso rapporto locatizio o sottratte al
discrezionale apprezzamento dell’amministrazione (Cass. 3 novembre 1993, n. 10829).

Appartiene, anche alla giurisdizione dell’A.G.O. – e in base al novellato art. 8, può affermarsi la
sua devoluzione alla competenza per materia del pretore – l’opposizione proposta da persona
convivente con il locatore-assegnatario deceduto che assuma il proprio diritto di continuare a godere
dell’immobile per effetto della parentela e convivenza, venendo in evidenza una posizione di diritto
soggettivo (Cass., sez. un., 29 gennaio 1990, n. 540).

2.2.4. L’opposizione al provvedimento di rilascio disposto dal presidente dell’I.A.C.P.. – Per
quanto, riguarda l’attribuzione, normativamente stabilita, al pretore (con facoltà di sospendere il
procedimento) dell’opposizione attraverso il decreto (che costituisce titolo esecutivo) con il quale il
presidente dell’I.A.C.P. abbia disposto il rilascio dell’alloggio, a seguito di decadenza
dall’assegnazione per mancata, tempestiva e stabile occupazione, “nei confronti dell’assegnatario e
di chiunque altro occupi l’alloggio” (art. 11 del d.P.R 30 dicembre 1972, n. 1035), è da opinare che
siffatta attribuzione sia sostenuta dalla ratio che vede nel pretore, anche in relazione alla sua
dislocazione territoriale, il giudice meglio “attrezzato” (sintomatico, in proposito, è il riferimento al
pretore del luogo “nel cui mandamento è situato l’alloggio”). È quella stessa funzione di “giudice
delle locazioni” che il pretore, in forza della disciplina vincolistica, è andato acquisendo nell’ultimo
cinquantennio, anche per quanto ha tratto alla fase del rilascio.
Orbene, proprio tale inquadramento porta a credere che anche tali controversie, proprio perché
finiscono con l’involgere questioni attinenti al godimento del bene “casa” secondo parametri che
richiamano fortemente la materia locatizia (Cass. 24 ottobre 1985, n. 5238; Cass. 17 dicembre 1986,
n. 7615 che parlano di “godimento dell’immobile secondo la disciplina del rapporto di locazione”)
debbano essere trattate con lo speciale rito di cui all’art. 447-bis c.p.c.. Tale rito non sembra poi
interferire con la possibilità della sospensione del decreto.
È da avvvertire che la giurisdizione dell’A.G.O. (e la competenza pretorile, con possibilità di
sospendere il provvedimento) devono reputarsi esistenti anche con riguardo ad opposizioni avverso
il decreto di rilascio che il presidente dell’I.A.C.P. abbia emanato sulla base delle diverse situazioni
di cui agli artt. 16 (annullamento dell’assegnazione), 17 (revoca dell’assegnazione per circostanze
sopravvenute) e 18 (occupazione senza titolo) del D.P.R. n. 1035/1972 (Cass. 16 giugno 1989, n.
2884).
Tutte le norme in questione, infatti, sono espressione – come è stato detto – di un principio
generale per situazioni in cui “l’attività dell’amministrazione è disciplinata da norme di relazione,
dirette a tutelare in via immediata le posizioni soggettive relative al godimento dell’immobile”
(Cass. 7 maggio 1979, n. 2581; Cass. 12 novembre 1982, n. 5893; Cass. 8 marzo 1986, n. 1556;
Cass. 21 aprile 1989, n. 1908; Cass. 24 gennaio 1995, n. 821).
Sulla base di quanto s’è avanti detto, è da credere che tali opposizioni vadano trattate secondo il
rito di cui all’art. 447-bis c.p.c..
Valorizzando, infine, quelle pronunce del S. C. che reputano applicabile, in tutte le situazioni, il
tredicesimo comma dell’art. 11 del D.P.R n. 1035/1972, che prevede il ricorso al pretore (Cass. 17
dicembre 1986, n. 7615; Cass. 2 novembre 1987, n. 8053), può opinarsi che, anche nelle situazioni
contemplate dagli artt. 16, 17 e 18 del richiamato D.P.R., sia ammissibile la sospensione, da parte
del pretore, del decreto di rilascio.

Va, in ultimo, osservato che la questione sarebbe del tutto superata qualora si seguisse quella
giurisprudenza amministrativa – che non appare condivisibile, tenuto conto che al momento
dell’assegnazione segue un vero e proprio contratto di locazione (che il giudice amministrativo,
invece, esclude “in considerazione della ‘sua genesi’) che solo con estrema forzatura può essere
ricondotto nell’ambito di una concessione (che, peraltro, viene limitata, da detto giudice, solo a
taluni momenti) – secondo cui sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo anche nella fase
successiva all’assegnazione, in quanto “i provvedimenti di revoca inciderebbero soltanto
indirettamente sulle posizioni civilistiche inerenti al rapporto di locazione”, essendo rivolti al
“precipuo fine di assicurare gli alloggi popolari a chi ne abbia più bisogno” (cfr., in ultimo, Cons.
Stato, ad. plen., 5 settembre 1995, n. 28).
Aderendo a tale soluzione, l’opposizione ex art. 11 del d.P.R n. 1035/1972 verrebbe a porsi del
tutto al di fuori della materia locatizia e pur restando devoluta al pretore, resterebbe aliena al rito
locatizio di cui all’art. 447-bis.

3. L’ambito del “rapporto di locazione”.

La ratio della scelta del legislatore della “novella” e la oramai rassodata collocazione della
relativa disciplina nell’ambito della normativa locatizia, portano a credere che restano devolute alla
competenza pretorile tutte le questioni derivanti dal rapporto locatizio, o con esso comunque
collegate o in esso aventi radici. Le problematiche che attengono a istituti disciplinati negli artt.
1571-1614, 615-1627 (limitatamente all’affitto di aziende) e 1803-1812 (per quanto ha tratto a
immobili urbani) c.c., nonché da leggi concernenti le materie de quibus (con particolare rilievo della
legge 27 luglio 1978, n. 392) sono certamente devolute alla competenza per materia del pretore.

3.1. Prelazione e retratto.

La competenza del pretore è da credere esistente anche per le controversie aventi a oggetto la
prelazione e il retratto, disciplinati dagli artt. 38 e 39 della legge n. 392/1978 o da altre norme
particolari, la prelazione convenzionale, ecc..
Esse, infatti, anche a voler prescindere dalla collocazione topografica della relativa disciplina,
propongono problemi strettamente collegati a diritti e obblighi nascenti dal contratto di
locazione, dei quali il pretore è il giudice naturale.
Non sembra, in particolare, che possa lasciare spazio a dubbi la differente devoluzione delle
controversie in tema di prelazione e retratto in materia agraria, che sono reputate di competenza
del giudice ordinario (e non delle sezioni specializzate) sulla considerazione che non implicano
l’applicazione di norme sul rapporto di affitto, la cui esistenza è solo uno dei presupposti di fatto
dell’operatività dell’istituto che, al pari degli altri, può costituire oggetto di accertamento incidenter
tantum da parte dello stesso giudice non specializzato (Cass. 2 dicembre 1980, n. 6300; Cass. 17
febbraio 1984, n. 1190; Cass. 18 novembre 1987, n. 8497; Cass. 12 dicembre 1989, n. 5551).

È da osservare, anzitutto, che siffatto principio è giustificato dalla considerazione che l’art. 8
della legge 26 maggio 1965, n. 590 (che disciplina gli istituti in parola) “riguarda non soltanto
l’affittuario, bensì anche altri soggetti che coltivano il fondo in base a rapporti di natura diversa”,
laddove l’art. 26 della legge 11 febbraio 1971, n. 11 prescrive la competenza delle sezioni
specializzate agrarie solamente per l’attuazione delle leggi sull’affitto (Cass. 10 febbraio 1981, n.
834). Inoltre, è da considerare la forte attenuazione del principio sopra enunciato allorché viene
affermata l’attrazione delle controversie nella competenza del giudice specializzato ogni qualvolta
si evidenzi il legame tra diritto di prelazione (o di riscatto) e rapporto agrario, come nel caso in cui
si imponga un accertamento con efficacia di giudicato (Cass. 22 ottobre 1981, n. 5545; Cass. 12
dicembre 1989, n. 5551) ovvero venga in discussione il rapporto di affitto, sia per motivi attinenti
alla proroga legale, sia per altre contestazioni insorte sul contratto (Cass. 18 marzo 1983, n. 1932;
Cass. 10 dicembre 1987, n. 9158; Cass. 19 gennaio 1988, n. 355).
Va, ancora, considerato che la competenza delle sezioni specializzate non coinvolge tutta la
materia agraria, ma appare limitata a ben circoscritti aspetti (in relazione ai quali la specializzazione
del giudice assume particolare rilievo) che attengono essenzialmente allo svolgimento del rapporto
(canone, esecuzione di migliorie, ecc.): l’art. 26 della legge n. 11/1971 devolve intatti al giudice
specializzato le controversie “relative all’attuazione della [stessa] legge e delle altre leggi o norme
sull’affitto”, alle quali in via di principio, è estraneo l’istituto prelazionario che, infatti, viene
disciplinato nella normativa sulla piccola proprietà contadina, anche attraverso la concessione di
mutui per agevolarne l’esercizio.
Nella locazione urbana, invece, la prelazione si pone come momento che tipizza il contratto di
immobili commerciali (aventi contatto con il pubblico degli utenti e dei consumatori) e integra un
diritto del conduttore che dal contratto deriva direttamente. Si ravvisano, quindi, sempre delle
situazioni prodromiche, la cui soluzione il legislatore ha voluto affidare esclusivamente al pretore:
può così ipotizzarsi la questione sulla vigenza o meno del rapporto (a seconda che si opini per
l’applicabilità o meno della proroga biennale di cui alla legge 8 agosto 1992, n. 359 sui c. d. patti in
deroga anche alle locazioni non abitative); quella sulla validità di una sublocazione; ecc..
La collocazione topografica dell’istituto nella materia locatizia; l’ordinarietà della competenza
del pretore, mentre le sezioni agrarie si pongono come giudice specializzato, con la presenza di
componenti laici (esperti del settore), con conseguente necessaria limitazione della competenza alle
questioni preminentemente tecniche; l’ampia e generica dizione “rapporti di locazione” adoperata
dall’art. 8 c.p.c., che mostra di voler racchiudere, in una completa valorizzazione della competenza
esclusiva del pretore, tutte le controversie che trovano comunque origine e fondamento nel rapporto
locatizio, sono elementi che portano conclusivamente ad affermare la devoluzione a tale giudice
anche delle controversie in materia di prelazione e retratto.
Naturalmente, il rito applicabile è quello di cui all’art. 447-bis c.p.c.

3.2. Pagamento del canone richiesto al fideiussore.

Talune obbligazioni, pur non essendo sinallagmaticamente collegate al godimento del bene,
vanno certamente riguardate nell’ambito del rapporto locatizio, con il quale sono intrinsecamente
collegate e della cui disciplina vengono caratterizzate.
Può così rammentarsi l’obbligo di colui che, avendo ceduto in una con l’azienda il contratto di
locazione (ex art. 36 della legge n. 392/1978), resta sempre solidalmente tenuto con il conduttore del
momento (anche in caso di successive cessioni) per le obbligazioni del cessionario, dovendo
rispondere delle conseguenze del “meccanismo” da lui innescato (Cass. 14 febbraio 1986, n. 894),
con la conseguenza che il locatore può agire direttamente contro il medesimo.
Orbene, qual che sia la natura dell’obbligazione, certamente le controversie in materia restano
devolute alla competenza del pretore, in quanto passibili di involgere problemi inerenti alle
tematiche locatizie (validità e efficacia della cessione, modalità di aggiornamento del canone,
scadenza, obbligo di riconsegna dell’immobile, ecc.).

Lo stesso criterio va adottato nel caso di fideiussione, quando cioè un terzo abbia garantito
l’adempimento di una delle obbligazioni gravanti sul conduttore (in genere quella del pagamento del
canone e degli oneri accessori), il cui contenuto – riservato alla competenza del pretore – viene così
a costituire il thema della lite.
Tale competenza (con conseguente applicabilità del rito locatizio), che costituisce un prius
rispetto alla precisazione del thema decidendum, resta ferma – sia perché l’obbligazione del
fideiussore è la stessa del garantito; sia per il collegamento che la fideiussione presenta con il
contratto di locazione, rispetto al quale ha natura accessoria; sia per la solidarietà tra il conduttore e
il fideiussore; sia per la possibilità di far valere, da parte di costui, le eccezioni che spettano al
debitore principale (e che riguardano fatalmente gli obblighi nascenti dal contratto di locazione) –
anche nel caso in cui il fideiussore faccia valere esclusivamente il beneficium escussionis (ex art.
1944 c.c.) o eventuali vizi del contratto di fideiussione.

4. Competenza delle sezioni specializzate agrarie

Nel quadro delle rispettive competenze, entrambe per materia, l’art. 8 c.p.c. stabilisce una
prevalenza di quella del giudice specializzato, cui resta demandata “la qualificazione del rapporto
quale elemento determinante della competenza” qualora venga dedotta l’esistenza di un rapporto
agrario come, ad esempio, nel caso in cui il conduttore, convenuto per il rilascio di una villa con
annesso terreno, assuma che il godimento dell’immobile va collocato nell’ambito del rapporto
agrario.
Può così rammentarsi che, qualora in un procedimento per finita locazione venga dedotta l’esistenza
di un contratto agrario (assumendo, ad esempio, che un edificio costituisce pertinenza del fondo rustico:
Cass. 23 ottobre 1976, n. 3822) e venga invocata la proroga legale di esso, il pretore – a meno che non
risulti prima facie che il rapporto dedotto in giudizio è alieno rispetto a quelli considerati dalla normativa
agraria – deve rimettere la causa al giudice specializzato cui compete procedere alla qualificazione del
rapporto medesimo (Cass. 23 giugno 1980, n. 3947; Cass. 19 aprile 1986, n. 2775; Cass. 23 giugno 1990,
n. 6358. Cfr., altresì, in tema di comodato, Cass. 10 marzo 1981, n. 1354).

4.1. Connessione di cause e rito applicabile.

Il rito applicabile davanti alle Sezioni specializzate agrarie e calibrato su quello del lavoro (capo
I° del titolo IV° del libro II° c.p.c.), stante l’espresso rinvio a esso operato dall’art. 47 della legge 3
maggio 1982, n. 203.
Tale rinvio a tutto il capo porta a collocare le controversie devolute alle sezioni agrarie fra “le
cause… indicate negli articoli 409 e 442” c.p.c., con la conseguenza che ove si verifichi l’attrazione
– la cui possibilità è stata affermata, come s’è visto, dalla S. C. – davanti al giudice specializzato di
controversie devolute al giudice ordinario e da trattare con rito ordinario (come quelle in tema di
riscatto agrario), trova applicazione l’eccezione di cui all’ultima proposizione del terzo comma
dell’art. 40 c.p.c., con la conseguente applicabilità del rito speciale.
Se, invece, dovesse reputarsi che la preminenza del rito speciale resta limitata alle sole
controversie di lavoro e previdenziale (stante il rinvio specifico ai soli artt. 409 e 442 c.p.c.), la
devoluzione per connessione al giudice speciale della controversia sulla prelazione o sul retratto
imporrebbe la trattazione davanti al giudice specializzato con il rito ordinario.

5. L’opposizione a decreto ingiuntivo

Con specifico riguardo ai meccanismi del procedimento monitorio, pare utile esaminare taluni
profili che la “novella” ha proposto e che non sempre sono stati letti in maniera univoca.

5.1. La forma dell’opposizione.

Mentre la fase sommaria del procedimento continua a restare regolata dalle disposizioni sue
proprie (Cass. 2 agosto 1990, n. 7699), con conseguente inapplicabilità delle norme sul processo del
lavoro (Cass. 19 novembre 1994, n. 9824), la fase dell’opposizione, invece, si svolge nelle forme
del procedimento ordinario, intendendosi tale quello afferente ai rapporti per i quali il monitorio è
stato instaurato. (Cass. 6 agosto 1987, n. 6762), davanti al giudice che ha emesso il provvedimento.
Consegue, allora, che quando il decreto sia stato emesso dal pretore in materia locatizia (canoni,
oneri condominiali, indennità di avviamento, ecc.) e, quindi, in funzione di giudice delle locazioni,
l’opposizione è regolata dalle norme del processo locatizio, e cioé dall’art. 414 c.p.c.. L’atto
introduttivo dell’opposizione, in particolare, deve essere effettuato con ricorso e non con citazione
(mutuando da Cass. 29 agosto 1980, n. 5021; Cass. 9 gennaio 1981, n. 194; Cass. 26 giugno 1984,
n. 3748; Cass. 15 ottobre 1992, n. 11318).
Per la tempestività dell’opposizione occorre, poi, verificare se il deposito del ricorso in
cancelleria sia avvenuto entro il termine di quaranta giorni di cui all’art. 641 (come novellato a far
data dal 22 giugno 1995), la cui inosservanza (rilevabile d’ufficio: Cass. 15 ottobre 1992, n. 11318)
determina l’inammissibilità dell’opposizione (in quanto tardiva) anche se l’atto introduttivo,
effettuato con citazione, sia stato notificato nel previsto termine alla controparte, non avendo rilievo,
ai fini della sanatoria, né la spontanea costituzione dell’intimato né l’eventuale provvedimento di
trasformazione del rito, pronunciato dal giudice ex art. 426 c.p.c., trattandosi di atto idoneo bensì a
incidere sull’ulteriore corso del giudizio, ma non anche a determinare a posteriori un mutamento
delle forme dell’atto introduttivo (ex pluribus, Cass. 9 gennaio 1981, n. 194; Cass. 24 agosto 1991,
n. 9099; Cass. 26 aprile 1993, n. 4867).

5.2. L’avviso al cancelliere.

Il meccanismo che s’instaura con il deposito del ricorso fa certamente venir meno, in via di
principio, il disposto dell’ultima proposizione del primo comma dell’art. 645 c.p.c. per il quale
“l’ufficiale giudiziario deve notificare avviso dell’opposizione al cancelliere affinché ne prenda
nota sull’originale del decreto”. Sarà infatti lo stesso cancelliere che, ricevuto il ricorso in
opposizione, attuerà siffatto incombente.
Peraltro, data la finalità della norma – che è quella di evitare che il giudice che ha emesso il
decreto, non risultando una tempestiva opposizione, possa dichiararne l’esecutività (ex art. 647
c.p.c.) – è da credere che nelle grandi preture ove, per organizzazione interna, l’emissione dei
decreti ingiuntivi sia concentrata, a prescindere dalla materia, in una sezione, mentre le controversie
locatizie siano trattate da altra (presso la cancelleria della quale va depositato il ricorso in
opposizione), il cancelliere della sezione “locazioni” debba dare comunicazione dell’avvenuto
deposito del ricorso al cancelliere dell’ufficio “decreti ingiuntivi”.

5.3. I termini.

Il termine ordinario che, a norma dell’art. 415 c.p.c. deve intercorrere tra la data di
notificazione al convenuto del ricorso e del procedimento di fissazione dell’udienza e quella
dell’udienza stessa (di discussione) deve essere non minore di trenta giorni.
Nell’opposizione a decreto ingiuntivo, tuttavia, l’ultima proposizione del secondo comma
dell’art. 645 c.p.c. pone un termine diverso, che è quello “normale” ridotto a metà.

Si tratta, con riguardo all’opposizione in discorso, di una regola generale che certamente non è
stata incisa dall’art. 415 c.p.c.: e poiché il termine “normale” nel rito locatizio è quello di trenta
giorni, il ricorso in opposizione a decreto ingiuntivo (in una col provvedimento del giudice) è
sufficiente sia notificato almeno quindici giorni prima dell’udienza di discussione. Il termine per la
costituzione del convenuto viene, di conseguenza, a essere ridotto a cinque giorni prima della
stessa udienza.
Con riguardo al rito ordinario, peraltro, qualora l’attore in opposizione utilizzi il termine di
comparizione per così dire “normale” (cioè di sessanta giorni), anche il termine di costituzione per il
convenuto torna a essere quello “normale” (cioè di venti giorni prima dell’udienza di prima
comparizione). Siffatta elasticità affidata all’iniziativa dell’attore è da credere applicabile anche nel
rito del lavoro nel senso che (sempre che l’udienza fissata dal giudice consenta la scelta)
l’opponente-attore può operare la notifica almeno trenta giorni prima della data dell’udienza; il
convenuto-opposto, allora, dovrà costituirsi almeno dieci giorni prima di tale data.

5.4. Regime transitorio e giudizi dinanzi al tribunale.

Il meccanismo dell’opposizione come sopra delineato può proporre, con riguardo al regime
transitorio, dubbi sull’ammissibilità dell’opposizione medesima.
Nessun problema sussiste per le opposizioni tempestivamente notificate alla data del 30 aprile
1995: il pretore deve limitarsi a pronunciare l’ordinanza di mutamento di rito ai sensi dell’art. 426
c.p.c. (art. 90, comma 4, della legge n. 353/1990, come novellato).
L’onnicomprensiva previsione dell’ordinanza in parola per [sembra da ritenere tutti] i “giudizi
pendenti dinanzi al pretore alla data del 30 aprile 1995”, porta a opinare che, per le opposizioni
proposte con citazione in data successiva al 30 aprile 1995, la tempestività possa essere valutata con
riguardo alla data di notifica della citazione stessa (a prescindere da quella successiva del deposito
del ricorso) anche se concerna decreto ingiuntivo la cui notifica (che, ai sensi dell’ultimo comma
dell’art. 643 c.p.c., ha determinato la pendenza della lite), sia avvenuta prima di quella data.
Naturalmente l’opposizione è tempestiva anche se proposta con ricorso, depositato nei quaranta
giorni, a prescindere da ogni notifica all’ingiungente-opposto, tenuto conto dell’immediata
operatività dell’art. 447-bis c.p.c. anche ai giudizi pendenti.

5.4.1. Competenza del tribunale in regime transitorio.

Più chiara è la situazione nel caso dell’opposizione a decreto ingiuntivo, concernente la materia
locatizia, emesso dal presidente del tribunale. La notifica del monitorio ante 30 aprile 1995 ha
determinato la pendenza della lite e, con essa, il permanere delle disposizioni processuali vigenti a
quella data, sulla base del principio “vecchio col vecchio” accolto dall’ultima normazione.
Non si pone, quindi, alcun problema di utilizzabilità del ricorso dovendo l’opposizione esser
formulata con citazione la cui data di notifica va considerata ai fini della tempestività
dell’opposizione.
Nessun problema, del pari, sussiste qualora il monitorio sia stato notificato post 30 aprile 1995,
dovendo il tribunale limitarsi a dichiarare la propria incompetenza.

In argomento, va osservato che il riferimento ai “giudizi pendenti” adoperato dall’art. 90 della
legge n. 353/1990 dimostra, proprio con riguardo alla situazione in esame, la sua funzione per così
dire strategica e conferisce ulteriore forza alla tesi che esclude la possibilità (pur affacciata in
dottrina) di distinguere tra proposizione della domanda ai fini della competenza e proposizione della
domanda ad altri fini processuali e ai fini sostanziali. Se così fosse – e a prescindere da altre
considerazioni che a tale inquadramento si oppongono (v. LAZZARO-GUERRIERI-D’AVINO,
L’esordio del nuovo processo civile, Milano, 1996, p. 217) – l’opposizione (da considerare
nell’ambito delle nuove regole processuali) dovrebbe essere trattata, dovendosi applicare la vecchia
competenza e il nuovo rito, con il rito locatizio non previsto per il tribunale quale giudice di primo
grado. Il che, pur volendo credere che il giudice unico potrebbe assumere la funzione di giudice
delle locazioni, verrebbe ad aprire una (non prevista) competenza in subiecta materia della Corte
d’appello per la fase del gravame (cfr. Trib. Roma 29 febbraio 1996, est. Gallo, Il punto s.r.l. c/o
L’azzurra ‘85 s.r.l., ined.).

6. Opposizione all’esecuzione

L’art. 447-bis c.p.c. non richiama l’art. 618-bis c.p.c. che, per le opposizioni all’esecuzione e
agli atti esecutivi, stabilisce l’applicabilità del rito del lavoro “per le materie trattate nei capi I e II
del tilolo IV del libro II”.
Orbene, con riguardo alla materia, malgrado l’art. 47 della legge n. 203/1982 abbia operato
espresso rinvio proprio al “capo I del titolo IV del libro II”, lo stesso non è stato reputato sufficiente
ad attrarre le opposizioni in parola nella competenza del pretore e nel rito del lavoro: “la
competenza a conoscere dell’opposizione al precetto di rilascio di un fondo dato in affitto, in
esecuzione di una sentenza emessa dalla sezione specializzata agraria, a seguito di procedimento
svoltosi con il rito del lavoro – è affermato – spetta al giudice civile in sede ordinaria, secondo i
concorrenti criteri del valore e del territorio […], atteso che la competenza del pretore […] anche per
le opposizioni […] sussiste solo per le controversie rientranti nella sua competenza e non quindi per
quelle il cui procedimento di cognizione è affidato alle sezioni specializzate agrarie” (Cass. 4
settembre 1990, n. 9116).
Nella materia locatizia, tuttavia, non si pone un problema di competenza (dovendosi anche le
opposizioni in subiecta matetia reputare devolute al pretore, ai sensi dell’art. 8 c.p.c.), ma solo di
rito.
Certamente l’esclusione dell’art. 618-bis dalla minuziosa elencazione operata dall’art. 447-bis
c.p.c. sorregge fortemente l’idea che la materia delle opposizioni resti aliena al rito locatizio; per
altro verso, esercita indubbio fascino l’idea dell’applicabilità del rito locatizio in controversie che
quasi sempre coinvolgono problemi di qualificazione del rapporto e/o di interpretazione di
normativa tipicamente locatizia. Basti pensare all’opposizione a precetto di rilascio fondata
sull’assunto che il contratto si è rinnovato dopo l’avvenuta convalida di licenza o di sfratto ovvero
che sopravvenuta normativa ha rivitalizzato il rapporto.
Si tratta di un ploblema aperto, anche se va rammentato che la trattazione con rito, in ipotesi,
diverso da quello previsto non comporta conseguenze di particolare rilievo.
Per completezza pare utile osservare che, ove si opini per l’applicabilità del rito locatizio,
all’opposizione proposta prima dell’inizio dell’esecuzione si applica lo stesso criterio previsto per il
giudizio di merito; per quella proposta dopo l’inizio dell’esecuzione, rimane ferma comunque, per
la fase introduttiva del giudizio e sino all’eventuale provvedimento di sospensione (cfr. Cass. 16
febbraio 1985, n. 1349; Cass. 5 febbraio 1988, n. 1240; Cass. 25 agosto 1990, n. 8726), la
competenza (interna) del giudice dell’esecuzione. Il quale rimetterà, quindi, al giudice delle
locazioni (o, a seconda dell’organizzazione dell’ufficio) tratterrà egli stesso la causa, da trattare con
il rito locatizio.

7. Rilevabilità dell’incompetenza

Nel rito locatizio deve opinarsi che la rilevabilità officiosa dell’incompetenza (che deve essere
eccepita dal convenuto nella memoria difensiva di cui all’art. 416 c.p.c. possa verificarsi non oltre la
“prima” udienza di discussione. Essa – che non può avvenire prima di quell’udienza – può
conseguire all’interrogatorio libero delle parti, in perfetto parallelismo con quanto avviene nel rito
ordinario, alla prima udienza di trattazione di cui all’art. 183 c.p.c. potendo il giudice trarre, anche
da tale effettuato incombente elementi influenti per la determinazione della competenza.
È, insomma, questa l’udienza in cui si precisa il thema.
L’essere la competenza per materia divenuta “debole” e la ratio sottesa all’art. 38 c.p.c. portano,
insomma, a privilegiare una sorta di simmetria tra “prima udienza di trattazione” (art. 183 c.p.c.) e
(“prima”) udienza di discussione (art. 420 c.p.c.).
Il dato testuale, in particolare, sembra escludere una differenza tra i due riti: in quello ordinario
il rilievo officioso (al pari dell’eccezione di parte) può avvenire sino a che l’udienza di cui all’art.
183 c.p.c. non si sia conclusa, anche se sia stato precisato il thema probandum e siano stati, in
ipotesi, espletati gli (eventualmente hic et inde) ammessi mezzi di prova (“non oltre la prima
udienza di trattazione”). Analogamente, nel rito del lavoro, malgrado l’art. 428 c.p.c., pur
adoperando analoga dizione (“non oltre l’udienza di cui all’art. 420”), non specifichi il riferimento
alla “prima” udienza, la questione sulla competenza sembra debba essere decisa (e, quindi,
necessariamente rilevata dal giudice) nell’ambito temporale di quella udienza, tenuto anche conto
che in essa, sul piano operativo, difficilmente si realizza anche la fase dell’espletamento (o della
semplice ammissione) dei mezzi di prova.
Proprio la ricerca di una simmetria nell’ordinamento – quanto meno dal versante del rilievo
officioso – e le novità della “novella” per quanto ha tratto al rito ordinario, portano a escludere,
anzitutto, l’idea che, essendo l’udienza di discussione rinviabile (senza soluzione di continuità),
l’incompetenza possa essere rilevata sino al momento della discussione finale. Una tale
interpretazione, che poteva avere giustificazione nel “vecchio” sistema, in cui siffatto rilievo aveva
gli stessi spazi anche nel rito ordinario, verrebbe oggi a collidere con i nuovi e differenti principi
dell’ordinamento processuale, che vuole risolte immediatamente le questioni rituali.
La stessa simmetria, inoltre, porta a privilegiare il dato testuale dell’art. 428 c.p.c. rispetto al
riferimento al “momento” processuale, che andrebbe identificato (qual che sia, sul piano temporale,
l’udienza in cui ciò avviene) nel momento antecedente all’ammissione dei mezzi di prova, ai sensi
del quarto comma dell’art. 420 c.p.c., fase alla quale si potrebbe transitare solo ove non sia sorta
questione sulla competenza.

8. Appello avverso l’ordinanza di convalida irritualmente emessa

I provvedimenti di convalida di licenza o di sfratto hanno natura di sentenza quando, pur
essendo stata adottata la forma dell’ordinanza, siano stati pronunciati al di fuori dei presupposti di
cui all’art. 663 c.p.c.. Essi, di conseguenza, rimangono soggetti ai comuni mezzi di impugnazione e,
in particolare, all’appello (ex pluribus: Cass. 28 settembre 1979; n. 5011; Cass. 16 giugno 1988, n.
4096; Cass. 23 novembre 1993, n. 11505).
Orbene, tenendo conto della natura del procedimento speciale e del principio dell’ultrattività del
rito, si pone il dubbio se l’impugnazione vada proposta con citazione (che è lo strumento
processuale con il quale è stato introdotto il procedimento medesimo) ovvero con ricorso.

La propensione per quest’ultima soluzione si fonda sulla considerazione che la particolarità del
procedimento di cui agli artt. 65, ss. c.p.c. non consente si sussumere lo stesso nel rito ordinario –
non potendosi reputare sufficiente a ciò il solo fatto della sua introduzione con citazione – con la
conseguenza che non può essere utilizzato il principio dell’ultrattività del rito. E poiché, la
mancanza dei presupposti per la pronuncia dell’ordinanza di cui all’art. 663 c.p.c. avrebbe dovuto
comportare, ai sensi dell’art. 426 c.p.c., il mutamento del rito particolare in quello locatizio che, in
via di principio, governa la materia, appare questo l’unico rito cui fare riferimento per la fase del gravame.

Cassazione Sez. Un. Civili , 16 gennaio 2007, n. 755 – Pres. Ianniruberto – Est. Bonomo.

Edilizia popolare ed economica – Competenza e giurisdizione – Edilizia residenziale pubblica – Fase successiva al provvedimento di assegnazione – Controversie relative – Giurisdizione del giudice ordinario – Fondamento – Conseguenze – Controversia attinente alla decadenza dell’assegnatario per mancata presentazione alla stipula del contratto di locazione e per mancata occupazione dell’alloggio – Giurisdizione del giudice ordinario – Devoluzione.

In materia di assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2004, che ha dichiarato la parziale incostituzionalità dell’art. 33 d.lgs. n. 80 del 1998, come sostituito dall’art. 7, lett. a), della legge n. 205 del 2000, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario per tutte le controversie attinenti alla fase successiva al provvedimento di assegnazione, giacché nell’ambito di detta fase la P.A. non esercita un potere autoritativo. Rientra pertanto nella giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto la decadenza dall’assegnazione dell’alloggio, ai sensi dell’art. 11 d.P.R. n. 1035 del 1972, per non essersi l’assegnatario presentato per la stipula del contratto di locazione e per non aver occupato l’alloggio. (massima ufficiale)

TESTO DI SENTENZA :

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. IANNIRUBERTO Giuseppe – Primo Presidente f.f. –
Dott. MENSITIERI Alfredo – Consigliere –
Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Consigliere –
Dott. GRAZIADEI Giulio – Consigliere –
Dott. MERONE Antonio – Consigliere –
Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –
Dott. BONOMO Massimo – rel. Consigliere –
Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –
Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
PETITTO SALVATORE, PETITTO EMANUELA NADIA, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. G. BELLI 36, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO LANIGRA, rappresentati e difesi dall’avvocato LIMUTI EMANUELE, giusta delega a margine del ricorso;
– ricorrenti –
contro
IACP DELLA PROVINCIA DI CALTANISSETTA, in persona del Presidente pro- tempore, domiciliato in ROMA, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato SCAGLIONE SANTO, giusta delega a margine del controricorso;
– controricorrente –
e contro
COMUNE DI SAN CATALDO;
– intimato –
per regolamento preventivo di giurisdizione in relazione al giudizio pendente n. 1437/03 del Tribunale di CALTANISSETTA;
udito l’avvocato Santo SCAGLIONE;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio il 14/12/06 dal Consigliere Dott. Massimo BONOMO;
lette le conclusioni scritte dal Sostituto Procuratore Generale Dott. Vincenzo MACCARONE il quale, visto l’art. 375 c.p.c., chiede alla Corte di voler accogliere il ricorso e, per l’effetto, dichiarare la giurisdizione del giudice ordinario.
La Corte, a Sezioni Unite:
RILEVATO IN FATTO
Che con ricorso al Tribunale di Caltanissetta depositato il 15 ottobre 2003 Salvatore Petitto e Emanuela Nadia Petitto chiedevano che fossero dichiarate nulle, che fossero annullate o dichiarate inefficaci le Delib. Giunta Comunale dei Comune di S. Cataldo n. 219 e Delib. 2 settembre 2003, n. 221, notificategli il 22 settembre, aventi per oggetto, rispettivamente: a) l’atto di sgombero dell’alloggio popolare sito in via P. La Torre 107 a carico di Emanuela Nadia Petitto, ai sensi del D.P.R. n. 1035 del 1972, art. 18 ed L.R. n. 1 del 1992, art. 6 ed i relativi atti prodromici; b) la presa d’atto di decadenza dall’assegnazione del medesimo alloggio nei confronti di Salvatore Petitto ed i relativi atti prodromici;
che si costituivano in giudizio il Comune di S. Cataldo e l’IACP della Provincia di Caltanissetta, che eccepiva il difetto di giurisdizione del giudice ordinario e si opponeva alle domande;
che, con atto notificato allo I.A.C.P. in data 22.6.2004, Petitto Salvatore ed Emanuela Nadia Petitto hanno proposto ricorso per regolamento di giurisdizione chiedendo, in via principale, che sia dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario e, in via subordinata, qualora si ritenesse sussistere la giurisdizione del giudice amministrativo, che la causa sia rinviata al giudice fornito di giurisdizione;
che lo IACP ha resistito con controricorso chiedendo il rigetto del ricorso;
che il Pubblico Ministero, al quale sono stati trasmessi gli atti ai sensi dell’art. 375 c.p.c., ha concluso per la giurisdizione del giudice ordinario;
che l’IACP ha presentato memoria.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Che la presente controversia ha per oggetto la decadenza dall’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ai sensi del D.P.R. 30 dicembre 1972, n. 1035, art. 11 per non essersi l’assegnatario presentato per la stipula del contratto di locazione e per non aver occupato l’alloggio, nel quale era invece andata ad abitare la figlia;
che questa Corte ha già avuto modo di osservare che, nella materia dell’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2004 – che ha dichiarato: a) l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 33, comma 1 come sostituito dal D.Lgs. n. 205 del 2000, art. 7, lett. a), nella parte in cui prevede che sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo “tutte le controversie in materia di pubblici servizi, ivi compresi quelli”, anziché “le controversie in materia di pubblici servizi relative a concessioni di pubblici servizi, escluse quelle concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi, ovvero relative a provvedimenti adottati dalla pubblica amministrazione o dal gestore di un pubblico servizio in un procedimento amministrativo disciplinato dalla L. 7 agosto 1990, n. 241, ovvero ancora relative all’affidamento di un pubblico servizio, ed alla vigilanza e controllo nei confronti del gestore, nonché”; b) l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 33, comma 2, come sostituito dalla L. n. 205 del 2000, art. 7, lett. a) – sussiste la giurisdizione del giudice ordinario per tutte le controversie attinenti alla fase successiva al provvedimento di assegnazione, giacché nell’ambito di detta fase la P.A. non esercita un potere autoritativo, ma agisce quale parte di un rapporto privatistico di locazione, sicché rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la controversia conseguente ad opposizione al decreto di decadenza per mancata occupazione dell’alloggio medesimo, secondo la specifica previsione di cui al D.P.R. 30 dicembre 1972, n. 1035, art. 11, (Cass. Sez. Un. 26 maggio 2006 n. 12546; vedi anche Cass. Sez. Un. 12 giugno 2006 n. 13527, 10 maggio 2006 n. 10711);
che, pur se, nella specie, il contratto di locazione non era stato concluso, da un lato, si era comunque esaurita la fase di assegnazione dell’alloggio e, dall’altro, la decadenza dall’assegnazione derivava dall’inosservanza di obblighi a carico dell’assegnatario (di presentazione per la stipula del contratto di locazione e di stabile occupazione dell’alloggio) che non solo erano stabiliti dalla legge, ma dalla cui violazione la stessa legge faceva derivare la decadenza dall’assegnazione, senza che la pubblica amministrazione avesse la possibilità di esercitare al riguardo poteri di carattere discrezionale;
che, pertanto, deve dichiararsi la giurisdizione del giudice ordinario;
che ricorrono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del presente procedimento.
P.Q.M.
La Corte, pronunciando sul ricorso, dichiara la giurisdizione del giudice ordinario; spese compensate.
Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2006.- Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2007

Fonte riferimento http://www.parlamento .it

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