barbone morto per strada

Il barbone morto e dimenticato per due giorni nel dormitorio: cosa siamo diventati?
sabato, 5 settembre 2009, 2:47 Primo Piano Commenta Dove è finita la Bologna di Padre Marella? Dove è finita la Bologna che sapeva commuoversi per un povero, e sapeva aiutarlo? Sono cambiati i poveri, o sono cambiati i bolognesi?

Forse un po’ l’una e l’altra cosa. La notizia che fa riflettere su queste cose è quella del barbone morto in un dormitorio comunale, e “dimenticato” lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse di niente. La Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo sulla questione. Ma prima di interrogarci legalmente sulle eventuali responsabilità, viene spontaneo interrogare il nostro cuore su quello che stiamo diventando.

Il fatto che si possa morire in un ricovero pubblico senza che nessuno se ne accorga per due giorni, non ci fa pensare subito a inefficienze o carenze nella gestione di quel dormitorio, ci fa pensare prima di tutto all’assuefazione ed all’indifferenza che deve essere cresciuta nelle “persone” che sono a contatto con quella realtà. Probabilmente si tratta di operatori ed operatrici animati dalle migliori intenzioni (il dormitorio di via Sabatucci in cui è avvenuto il decesso del senzatetto è gestito da due cooperative, “Dolce” e “Poveri e Vergognosi”) ma viene il sospetto che anche loro abbiamo cominciato a considerare quella gente come una categoria e non come singoli individui, ciascuno con un problema ed un dramma diverso alle proprie spalle. E quando si smette di considerare ciascun uomo per quello che è come individuo, e si comincia a vedere e trattare il prossimo per categorie (ricchi, poveri, immigrati, lavavetri, drogati, zingari, ecc.) allora può veramente succedere che non si riesca a scorgere la particolare sofferenza di uno solo, e che un disgraziato possa morire fra tante persone senza che nessuno se ne accorga per due giorni.

In una passato nemmeno troppo lontano personaggi come Padre Marella a Bologna, o Madre Teresa in India, avevano la caratteristica di saper “prendere per mano”, uno a uno, i poveri ed i derelitti che cercavano di aiutare, uno per uno. Ma quelli, si dirà, erano santi (Madre Teresa lo è già diventata, Padre Marella dovrebbe diventarlo presto, la parte diocesana del processo di canonizzazione è già stata conclusa dal vescovo di Bologna, cardinal Caffarra, fin dal dicembre del 2005).

Santi sì, ma soprattutto uomini buoni, “armati” di quella bontà che si alimenta proprio con il contatto quotidiano con tante storie umane che reclamano aiuto e giustizia, una bontà che non consente di arrendersi, perché non si tratta semplicemente di difendere idee o principi (etici o religiosi che siano), ma di lottare per trovare soluzioni al problema di “quel” giovane senza lavoro, di “quell”’ammalato senza cure, di “quello” sbandato senza affetti, di “quel” drogato abbandonato a se stesso…

Le cose non sono mai state facili, nemmeno per i santi come Padre Marella, che era stato sospeso a divinis dalla “sua” Chiesa per aver fondato una scuola cattolica mista con ragazzi e ragazze nelle stesse classi (eravamo nel 1909) e per aver frequentato ed aiutato un prete scomunicato. Ed anche quando con il suo vecchio vestito e la barba lunga aveva cominciato a chiedere l’elemosina per i suoi poveri e per i suoi bambini abbandonati all’angolo di una via del centro di Bologna, non erano mancati i “benpensati” che gli urlavano dietro “Barbone”, “Sfaticato”, “Vai a lavorare”, tanto era dimesso, e tanto assomigliava alle stesse persone che stava aiutando.

Ma Padre Marella non si è mai arreso, e giorno dopo giorno ha continuato a presentarsi con il cappello in mano allo stesso angolo di strada, che è diventato per sempre l’”angolo di Padre Marella”, come ricorda la targa che è stata messa lì qualche tempo fa. Ed i bolognesi alla fine hanno capito, ed hanno anche saputo essere generosi nei confronti di quel prete mite, e al tempo stesso terribilmente tenace nel suo esempio di bontà.

Ricordarlo oggi, dopo l’episodio dell’uomo lasciato per due giorni cadavere nel suo letto al dormitorio (a proposito: aveva 48 anni ed un passato di tossicodipendente alle sue spalle… vorremmo saperne di più per non consegnarlo così anonimo alla cronaca), forse può sollevare un po’ le nostre coscienze. Ma ci impegna anche a riconsiderare il nostro rapporto con il prossimo.
Forse è la televisione, forse sono i rapporti virtuali tramite internet, che ci inducono a pensare ad un’umanità “filtrata” dai mezzi di comunicazione, un’umanità che cogliamo quasi sempre, e sempre di più, solo con la vista, senza coinvolgere anche tutti gli altri sensi. Preferiamo scambiarci sms o telefonate piuttosto che parlarci di persona. Salvo poi scoprire che la stessa umanità qualche volta può, magari, anche “puzzare”, fare rumore, sfiorarci con la mano tesa per chiederci un’elemosina, perfino “toccare” i vetri della nostra auto per lavarli in cambio di una moneta… Qualche volta sembra addirittura che i nostri sensi non ce la facciano più a sopportare tutto questo. Forse è proprio così che si spiega il motivo per cui tutti noi (compreso chi scrive) ci sentiamo tanto a disagio quando un lavavetri “invade” le nostre distanze di sicurezza dal prossimo, e si avvicina al nostro finestrino per chiederci qualche soldo. Un disagio psicologico particolare, che non avvertiamo verso nessun’altra forma di accattonaggio che si mantiene più passivo e più a distanza.
Non siamo infastiditi dalla richiesta di danaro, siamo infastiditi dalla “vicinanza” del lavavetri, dalla sua sfacciata insistenza, proprio lì, di fianco a noi.

Può darsi che la società del passato (un passato nemmeno tanto lontano) fosse più abituata al “contatto” con gli altri essere umani. Può darsi che fosse più abituata a sopportare più “fastidi”: rumori (a cominciare da quelli dei bambini – chi sente più bambini vociare o urlare in strada? – per finire a quelli delle osterie – mentre oggi si vorrebbe mettere il silenziatore a tutti i bar sottocasa). Può darsi che oggi la vita sia più salutare, più comoda, più ricca e più compiaciuta di se stessa. Ma è più “umana” di quella di un tempo?

Chissà quale sarà stato l’ultimo sogno del barbone morto nel dormitorio di via Sabatucci? Qualcuno gliel’ha mai chiesto che sogni aveva? Forse no, forse abbiamo preferito “non disturbarlo”. Per due giorni. Per sempre.

Tags: barbone morto nel dormitorio, l’angolo di Padre Marella a Bologna, morto dimenticato per due giorni, Padre Marella processo di canonizzazione, senzatetto a Bologna

Autore
Articolo scritto da: Andrea Musi | 28 articoli
Il barbone morto e dimenticato per due giorni nel dormitorio: cosa siamo diventati?
sabato, 5 settembre 2009, 2:47 Primo Piano Commenta Dove è finita la Bologna di Padre Marella? Dove è finita la Bologna che sapeva commuoversi per un povero, e sapeva aiutarlo? Sono cambiati i poveri, o sono cambiati i bolognesi?

Forse un po’ l’una e l’altra cosa. La notizia che fa riflettere su queste cose è quella del barbone morto in un dormitorio comunale, e “dimenticato” lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse di niente. La Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo sulla questione. Ma prima di interrogarci legalmente sulle eventuali responsabilità, viene spontaneo interrogare il nostro cuore su quello che stiamo diventando.

Il fatto che si possa morire in un ricovero pubblico senza che nessuno se ne accorga per due giorni, non ci fa pensare subito a inefficienze o carenze nella gestione di quel dormitorio, ci fa pensare prima di tutto all’assuefazione ed all’indifferenza che deve essere cresciuta nelle “persone” che sono a contatto con quella realtà. Probabilmente si tratta di operatori ed operatrici animati dalle migliori intenzioni (il dormitorio di via Sabatucci in cui è avvenuto il decesso del senzatetto è gestito da due cooperative, “Dolce” e “Poveri e Vergognosi”) ma viene il sospetto che anche loro abbiamo cominciato a considerare quella gente come una categoria e non come singoli individui, ciascuno con un problema ed un dramma diverso alle proprie spalle. E quando si smette di considerare ciascun uomo per quello che è come individuo, e si comincia a vedere e trattare il prossimo per categorie (ricchi, poveri, immigrati, lavavetri, drogati, zingari, ecc.) allora può veramente succedere che non si riesca a scorgere la particolare sofferenza di uno solo, e che un disgraziato possa morire fra tante persone senza che nessuno se ne accorga per due giorni.

In una passato nemmeno troppo lontano personaggi come Padre Marella a Bologna, o Madre Teresa in India, avevano la caratteristica di saper “prendere per mano”, uno a uno, i poveri ed i derelitti che cercavano di aiutare, uno per uno. Ma quelli, si dirà, erano santi (Madre Teresa lo è già diventata, Padre Marella dovrebbe diventarlo presto, la parte diocesana del processo di canonizzazione è già stata conclusa dal vescovo di Bologna, cardinal Caffarra, fin dal dicembre del 2005).

Santi sì, ma soprattutto uomini buoni, “armati” di quella bontà che si alimenta proprio con il contatto quotidiano con tante storie umane che reclamano aiuto e giustizia, una bontà che non consente di arrendersi, perché non si tratta semplicemente di difendere idee o principi (etici o religiosi che siano), ma di lottare per trovare soluzioni al problema di “quel” giovane senza lavoro, di “quell”’ammalato senza cure, di “quello” sbandato senza affetti, di “quel” drogato abbandonato a se stesso…

Le cose non sono mai state facili, nemmeno per i santi come Padre Marella, che era stato sospeso a divinis dalla “sua” Chiesa per aver fondato una scuola cattolica mista con ragazzi e ragazze nelle stesse classi (eravamo nel 1909) e per aver frequentato ed aiutato un prete scomunicato. Ed anche quando con il suo vecchio vestito e la barba lunga aveva cominciato a chiedere l’elemosina per i suoi poveri e per i suoi bambini abbandonati all’angolo di una via del centro di Bologna, non erano mancati i “benpensati” che gli urlavano dietro “Barbone”, “Sfaticato”, “Vai a lavorare”, tanto era dimesso, e tanto assomigliava alle stesse persone che stava aiutando.

Ma Padre Marella non si è mai arreso, e giorno dopo giorno ha continuato a presentarsi con il cappello in mano allo stesso angolo di strada, che è diventato per sempre l’”angolo di Padre Marella”, come ricorda la targa che è stata messa lì qualche tempo fa. Ed i bolognesi alla fine hanno capito, ed hanno anche saputo essere generosi nei confronti di quel prete mite, e al tempo stesso terribilmente tenace nel suo esempio di bontà.

Ricordarlo oggi, dopo l’episodio dell’uomo lasciato per due giorni cadavere nel suo letto al dormitorio (a proposito: aveva 48 anni ed un passato di tossicodipendente alle sue spalle… vorremmo saperne di più per non consegnarlo così anonimo alla cronaca), forse può sollevare un po’ le nostre coscienze. Ma ci impegna anche a riconsiderare il nostro rapporto con il prossimo.
Forse è la televisione, forse sono i rapporti virtuali tramite internet, che ci inducono a pensare ad un’umanità “filtrata” dai mezzi di comunicazione, un’umanità che cogliamo quasi sempre, e sempre di più, solo con la vista, senza coinvolgere anche tutti gli altri sensi. Preferiamo scambiarci sms o telefonate piuttosto che parlarci di persona. Salvo poi scoprire che la stessa umanità qualche volta può, magari, anche “puzzare”, fare rumore, sfiorarci con la mano tesa per chiederci un’elemosina, perfino “toccare” i vetri della nostra auto per lavarli in cambio di una moneta… Qualche volta sembra addirittura che i nostri sensi non ce la facciano più a sopportare tutto questo. Forse è proprio così che si spiega il motivo per cui tutti noi (compreso chi scrive) ci sentiamo tanto a disagio quando un lavavetri “invade” le nostre distanze di sicurezza dal prossimo, e si avvicina al nostro finestrino per chiederci qualche soldo. Un disagio psicologico particolare, che non avvertiamo verso nessun’altra forma di accattonaggio che si mantiene più passivo e più a distanza.
Non siamo infastiditi dalla richiesta di danaro, siamo infastiditi dalla “vicinanza” del lavavetri, dalla sua sfacciata insistenza, proprio lì, di fianco a noi.

Può darsi che la società del passato (un passato nemmeno tanto lontano) fosse più abituata al “contatto” con gli altri essere umani. Può darsi che fosse più abituata a sopportare più “fastidi”: rumori (a cominciare da quelli dei bambini – chi sente più bambini vociare o urlare in strada? – per finire a quelli delle osterie – mentre oggi si vorrebbe mettere il silenziatore a tutti i bar sottocasa). Può darsi che oggi la vita sia più salutare, più comoda, più ricca e più compiaciuta di se stessa. Ma è più “umana” di quella di un tempo?

Chissà quale sarà stato l’ultimo sogno del barbone morto nel dormitorio di via Sabatucci? Qualcuno gliel’ha mai chiesto che sogni aveva? Forse no, forse abbiamo preferito “non disturbarlo”. Per due giorni. Per sempre.

Tags: barbone morto nel dormitorio, l’angolo di Padre Marella a Bologna, morto dimenticato per due giorni, Padre Marella processo di canonizzazione, senzatetto a Bologna

Autore
Articolo scritto da: Andrea Musi | 28 articoli
Il barbone morto e dimenticato per due giorni nel dormitorio: cosa siamo diventati?
sabato, 5 settembre 2009, 2:47 Primo Piano Commenta Dove è finita la Bologna di Padre Marella? Dove è finita la Bologna che sapeva commuoversi per un povero, e sapeva aiutarlo? Sono cambiati i poveri, o sono cambiati i bolognesi?

Forse un po’ l’una e l’altra cosa. La notizia che fa riflettere su queste cose è quella del barbone morto in un dormitorio comunale, e “dimenticato” lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse di niente. La Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo sulla questione. Ma prima di interrogarci legalmente sulle eventuali responsabilità, viene spontaneo interrogare il nostro cuore su quello che stiamo diventando.

Il fatto che si possa morire in un ricovero pubblico senza che nessuno se ne accorga per due giorni, non ci fa pensare subito a inefficienze o carenze nella gestione di quel dormitorio, ci fa pensare prima di tutto all’assuefazione ed all’indifferenza che deve essere cresciuta nelle “persone” che sono a contatto con quella realtà. Probabilmente si tratta di operatori ed operatrici animati dalle migliori intenzioni (il dormitorio di via Sabatucci in cui è avvenuto il decesso del senzatetto è gestito da due cooperative, “Dolce” e “Poveri e Vergognosi”) ma viene il sospetto che anche loro abbiamo cominciato a considerare quella gente come una categoria e non come singoli individui, ciascuno con un problema ed un dramma diverso alle proprie spalle. E quando si smette di considerare ciascun uomo per quello che è come individuo, e si comincia a vedere e trattare il prossimo per categorie (ricchi, poveri, immigrati, lavavetri, drogati, zingari, ecc.) allora può veramente succedere che non si riesca a scorgere la particolare sofferenza di uno solo, e che un disgraziato possa morire fra tante persone senza che nessuno se ne accorga per due giorni.

In una passato nemmeno troppo lontano personaggi come Padre Marella a Bologna, o Madre Teresa in India, avevano la caratteristica di saper “prendere per mano”, uno a uno, i poveri ed i derelitti che cercavano di aiutare, uno per uno. Ma quelli, si dirà, erano santi (Madre Teresa lo è già diventata, Padre Marella dovrebbe diventarlo presto, la parte diocesana del processo di canonizzazione è già stata conclusa dal vescovo di Bologna, cardinal Caffarra, fin dal dicembre del 2005).

Santi sì, ma soprattutto uomini buoni, “armati” di quella bontà che si alimenta proprio con il contatto quotidiano con tante storie umane che reclamano aiuto e giustizia, una bontà che non consente di arrendersi, perché non si tratta semplicemente di difendere idee o principi (etici o religiosi che siano), ma di lottare per trovare soluzioni al problema di “quel” giovane senza lavoro, di “quell”’ammalato senza cure, di “quello” sbandato senza affetti, di “quel” drogato abbandonato a se stesso…

Le cose non sono mai state facili, nemmeno per i santi come Padre Marella, che era stato sospeso a divinis dalla “sua” Chiesa per aver fondato una scuola cattolica mista con ragazzi e ragazze nelle stesse classi (eravamo nel 1909) e per aver frequentato ed aiutato un prete scomunicato. Ed anche quando con il suo vecchio vestito e la barba lunga aveva cominciato a chiedere l’elemosina per i suoi poveri e per i suoi bambini abbandonati all’angolo di una via del centro di Bologna, non erano mancati i “benpensati” che gli urlavano dietro “Barbone”, “Sfaticato”, “Vai a lavorare”, tanto era dimesso, e tanto assomigliava alle stesse persone che stava aiutando.

Ma Padre Marella non si è mai arreso, e giorno dopo giorno ha continuato a presentarsi con il cappello in mano allo stesso angolo di strada, che è diventato per sempre l’”angolo di Padre Marella”, come ricorda la targa che è stata messa lì qualche tempo fa. Ed i bolognesi alla fine hanno capito, ed hanno anche saputo essere generosi nei confronti di quel prete mite, e al tempo stesso terribilmente tenace nel suo esempio di bontà.

Ricordarlo oggi, dopo l’episodio dell’uomo lasciato per due giorni cadavere nel suo letto al dormitorio (a proposito: aveva 48 anni ed un passato di tossicodipendente alle sue spalle… vorremmo saperne di più per non consegnarlo così anonimo alla cronaca), forse può sollevare un po’ le nostre coscienze. Ma ci impegna anche a riconsiderare il nostro rapporto con il prossimo.
Forse è la televisione, forse sono i rapporti virtuali tramite internet, che ci inducono a pensare ad un’umanità “filtrata” dai mezzi di comunicazione, un’umanità che cogliamo quasi sempre, e sempre di più, solo con la vista, senza coinvolgere anche tutti gli altri sensi. Preferiamo scambiarci sms o telefonate piuttosto che parlarci di persona. Salvo poi scoprire che la stessa umanità qualche volta può, magari, anche “puzzare”, fare rumore, sfiorarci con la mano tesa per chiederci un’elemosina, perfino “toccare” i vetri della nostra auto per lavarli in cambio di una moneta… Qualche volta sembra addirittura che i nostri sensi non ce la facciano più a sopportare tutto questo. Forse è proprio così che si spiega il motivo per cui tutti noi (compreso chi scrive) ci sentiamo tanto a disagio quando un lavavetri “invade” le nostre distanze di sicurezza dal prossimo, e si avvicina al nostro finestrino per chiederci qualche soldo. Un disagio psicologico particolare, che non avvertiamo verso nessun’altra forma di accattonaggio che si mantiene più passivo e più a distanza.
Non siamo infastiditi dalla richiesta di danaro, siamo infastiditi dalla “vicinanza” del lavavetri, dalla sua sfacciata insistenza, proprio lì, di fianco a noi.

Può darsi che la società del passato (un passato nemmeno tanto lontano) fosse più abituata al “contatto” con gli altri essere umani. Può darsi che fosse più abituata a sopportare più “fastidi”: rumori (a cominciare da quelli dei bambini – chi sente più bambini vociare o urlare in strada? – per finire a quelli delle osterie – mentre oggi si vorrebbe mettere il silenziatore a tutti i bar sottocasa). Può darsi che oggi la vita sia più salutare, più comoda, più ricca e più compiaciuta di se stessa. Ma è più “umana” di quella di un tempo?

Chissà quale sarà stato l’ultimo sogno del barbone morto nel dormitorio di via Sabatucci? Qualcuno gliel’ha mai chiesto che sogni aveva? Forse no, forse abbiamo preferito “non disturbarlo”. Per due giorni. Per sempre.

Tags: barbone morto nel dormitorio, l’angolo di Padre Marella a Bologna, morto dimenticato per due giorni, Padre Marella processo di canonizzazione, senzatetto a Bologna

Autore
Articolo scritto da: Andrea Musi | 28 articoli
Il barbone morto e dimenticato per due giorni nel dormitorio: cosa siamo diventati?
sabato, 5 settembre 2009, 2:47 Primo Piano Commenta Dove è finita la Bologna di Padre Marella? Dove è finita la Bologna che sapeva commuoversi per un povero, e sapeva aiutarlo? Sono cambiati i poveri, o sono cambiati i bolognesi?

Forse un po’ l’una e l’altra cosa. La notizia che fa riflettere su queste cose è quella del barbone morto in un dormitorio comunale, e “dimenticato” lì per due giorni, senza che nessuno si accorgesse di niente. La Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo sulla questione. Ma prima di interrogarci legalmente sulle eventuali responsabilità, viene spontaneo interrogare il nostro cuore su quello che stiamo diventando.

Il fatto che si possa morire in un ricovero pubblico senza che nessuno se ne accorga per due giorni, non ci fa pensare subito a inefficienze o carenze nella gestione di quel dormitorio, ci fa pensare prima di tutto all’assuefazione ed all’indifferenza che deve essere cresciuta nelle “persone” che sono a contatto con quella realtà. Probabilmente si tratta di operatori ed operatrici animati dalle migliori intenzioni (il dormitorio di via Sabatucci in cui è avvenuto il decesso del senzatetto è gestito da due cooperative, “Dolce” e “Poveri e Vergognosi”) ma viene il sospetto che anche loro abbiamo cominciato a considerare quella gente come una categoria e non come singoli individui, ciascuno con un problema ed un dramma diverso alle proprie spalle. E quando si smette di considerare ciascun uomo per quello che è come individuo, e si comincia a vedere e trattare il prossimo per categorie (ricchi, poveri, immigrati, lavavetri, drogati, zingari, ecc.) allora può veramente succedere che non si riesca a scorgere la particolare sofferenza di uno solo, e che un disgraziato possa morire fra tante persone senza che nessuno se ne accorga per due giorni.

In una passato nemmeno troppo lontano personaggi come Padre Marella a Bologna, o Madre Teresa in India, avevano la caratteristica di saper “prendere per mano”, uno a uno, i poveri ed i derelitti che cercavano di aiutare, uno per uno. Ma quelli, si dirà, erano santi (Madre Teresa lo è già diventata, Padre Marella dovrebbe diventarlo presto, la parte diocesana del processo di canonizzazione è già stata conclusa dal vescovo di Bologna, cardinal Caffarra, fin dal dicembre del 2005).

Santi sì, ma soprattutto uomini buoni, “armati” di quella bontà che si alimenta proprio con il contatto quotidiano con tante storie umane che reclamano aiuto e giustizia, una bontà che non consente di arrendersi, perché non si tratta semplicemente di difendere idee o principi (etici o religiosi che siano), ma di lottare per trovare soluzioni al problema di “quel” giovane senza lavoro, di “quell”’ammalato senza cure, di “quello” sbandato senza affetti, di “quel” drogato abbandonato a se stesso…

Le cose non sono mai state facili, nemmeno per i santi come Padre Marella, che era stato sospeso a divinis dalla “sua” Chiesa per aver fondato una scuola cattolica mista con ragazzi e ragazze nelle stesse classi (eravamo nel 1909) e per aver frequentato ed aiutato un prete scomunicato. Ed anche quando con il suo vecchio vestito e la barba lunga aveva cominciato a chiedere l’elemosina per i suoi poveri e per i suoi bambini abbandonati all’angolo di una via del centro di Bologna, non erano mancati i “benpensati” che gli urlavano dietro “Barbone”, “Sfaticato”, “Vai a lavorare”, tanto era dimesso, e tanto assomigliava alle stesse persone che stava aiutando.

Ma Padre Marella non si è mai arreso, e giorno dopo giorno ha continuato a presentarsi con il cappello in mano allo stesso angolo di strada, che è diventato per sempre l’”angolo di Padre Marella”, come ricorda la targa che è stata messa lì qualche tempo fa. Ed i bolognesi alla fine hanno capito, ed hanno anche saputo essere generosi nei confronti di quel prete mite, e al tempo stesso terribilmente tenace nel suo esempio di bontà.

Ricordarlo oggi, dopo l’episodio dell’uomo lasciato per due giorni cadavere nel suo letto al dormitorio (a proposito: aveva 48 anni ed un passato di tossicodipendente alle sue spalle… vorremmo saperne di più per non consegnarlo così anonimo alla cronaca), forse può sollevare un po’ le nostre coscienze. Ma ci impegna anche a riconsiderare il nostro rapporto con il prossimo.
Forse è la televisione, forse sono i rapporti virtuali tramite internet, che ci inducono a pensare ad un’umanità “filtrata” dai mezzi di comunicazione, un’umanità che cogliamo quasi sempre, e sempre di più, solo con la vista, senza coinvolgere anche tutti gli altri sensi. Preferiamo scambiarci sms o telefonate piuttosto che parlarci di persona. Salvo poi scoprire che la stessa umanità qualche volta può, magari, anche “puzzare”, fare rumore, sfiorarci con la mano tesa per chiederci un’elemosina, perfino “toccare” i vetri della nostra auto per lavarli in cambio di una moneta… Qualche volta sembra addirittura che i nostri sensi non ce la facciano più a sopportare tutto questo. Forse è proprio così che si spiega il motivo per cui tutti noi (compreso chi scrive) ci sentiamo tanto a disagio quando un lavavetri “invade” le nostre distanze di sicurezza dal prossimo, e si avvicina al nostro finestrino per chiederci qualche soldo. Un disagio psicologico particolare, che non avvertiamo verso nessun’altra forma di accattonaggio che si mantiene più passivo e più a distanza.
Non siamo infastiditi dalla richiesta di danaro, siamo infastiditi dalla “vicinanza” del lavavetri, dalla sua sfacciata insistenza, proprio lì, di fianco a noi.

Può darsi che la società del passato (un passato nemmeno tanto lontano) fosse più abituata al “contatto” con gli altri essere umani. Può darsi che fosse più abituata a sopportare più “fastidi”: rumori (a cominciare da quelli dei bambini – chi sente più bambini vociare o urlare in strada? – per finire a quelli delle osterie – mentre oggi si vorrebbe mettere il silenziatore a tutti i bar sottocasa). Può darsi che oggi la vita sia più salutare, più comoda, più ricca e più compiaciuta di se stessa. Ma è più “umana” di quella di un tempo?

Chissà quale sarà stato l’ultimo sogno del barbone morto nel dormitorio di via Sabatucci? Qualcuno gliel’ha mai chiesto che sogni aveva? Forse no, forse abbiamo preferito “non disturbarlo”. Per due giorni. Per sempre.

Tags: barbone morto nel dormitorio, l’angolo di Padre Marella a Bologna, morto dimenticato per due giorni, Padre Marella processo di canonizzazione, senzatetto a Bologna

Autore Andrea Musi | 28 articoli -tratto da ricerca web

Tag:

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: