RICORSO IN OPPOSIZIONE *- 1*(OCCUPAZIONE SENZA TITOLO)*

Sfratto enti pubblici

CORTE DI CASSAZIONE Sez. I, 29 settembre 2000, N. 12919. Pres. Senofonte – Est. Salvago – P. N. Nardi (conf. ) – G. (avv. T. Marzano e Giardini) C. agenzia territoriale per la casa A. T.C. provincia di Torino (Avv. Ti Menghini e Bonardo). Enti pubblici – organi – previsione per legge o per statuto di soggetto con funzioni vicarie del soggetto preposto all’ente – potere del sostituto – presupposti – mancata indicazione nell’atto posto in essere del sostituto del “titolo” legittimante la sostituzione – presunzione iuris tantum di esistenza dell’impedimento del sostituto – conseguenze – fattispecie in tema di atto posto in essere dal vicepresidente dello IACP. Edilizia popolare ed economica – assegnazione – occupazione senza titolo – provvedimento di rilascio intimato agli occupanti abusivi – legittimità – ricevimento da parte dell’ente proprietario o gestore dell’immobile dei canoni relativi agli alloggi occupati – irrilevanza – fondamento. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO – con sentenza del 3 febbraio 1998, il Tribunale di Torino, in riforma della sentenza del Pretore di Torino, rigettava l’opposizione di Tommaso G.contro il decreto di rilascio dell’alloggio n. 501, sito in Torino via degli Ulivi 116/A, intimatogli dall’Istituto Autonomo Case Popolari di quella provincia: considerava al riguardo che il G. non aveva mai conseguito il prescritto (1-)* provvedimento di assegnazione dell’immobile, cui non è equiparabile il verbale di consegna del presidente dello IACP e che costui era ben consapevole della mancanza di un titolo legittimante l’occupazione tant’è che nel 1989 aveva presentato domanda di regolarizzazione della propria situazione abitativa respinta dall’istituto. Rigettava, infine, l’appello incidentale con cui l’intimato aveva eccepito la nullità del provvedimento di rilascio sottoscritto dal vicepresidente, anziché dal presidente dello IACP, perché tale sostituzione era autorizzata dall’art. 11 dello statuto dell’ente. Per la cassazione di questa sentenza il G. ha proposto ricorso per due motivi; cui resiste con controricorso l’agenzia territoriale per la casa della provincia di Torino, subentrata allo IACP. MOTIVI DELLA DECISIONE – l’agenzia per la casa ha, anzitutto, eccepito, l’inammissibilità del ricorso, perché proposto oltre l’anno da deposito della sentenza del Tribunale. L’eccezione è infondata perché il suddetto deposito è avvenuto il 3 febbraio 1998 ed il ricorso è stato notificato alla controparte (come riconosce l’istituto) il 22 febbraio 1999: e cioè prima della scadenza del termine annuale di cui all’art. 327 c.p.c. cui va aggiunto il periodo di sospensione feriale dal 1 agosto al 15 settembre previsto dall’art. 1 della L. 742 del 1969. D’altra parte, seppure il provvedimento di rilascio degli alloggi di edilizia residenziale conclusivo dello speciale provvedimento pubblicistico di cui all’art. 18 del D.P.R. 1035 del 1972 fosse assimilabile a quello di convalida di licenza per finita locazione o di sfratto, anche in tal caso risulterebbe applicabile la sospensione dei termini durante il periodo feriale posto che la stessa in detto procedimento resta esclusa, in forza della deroga contenuta nell’art. 3 della legge 7 ottobre 1969 n. 742 in relazione all’art. 92 dell’ordinamento giudiziario (r.d. 30 gennaio 1941 n. 12) solo per la fase sommaria di esso, che presenta per sua natura, carattere di urgenza; e che si conclude, nel caso di opposizione dell’intimato, con la pronuncia o il diniego dell’ordinanza del rilascio e che presenta per sua natura carattere d’urgenza. Mentre trova applicazione ai sensi del principio generale dall’art. 1 della L. n. 742 del 1969, per la successiva fase a rito ordinario quale è quella in esame, salvo che l’urgenza sia dichiarata con apposito provvedimento alla cui sussistenza nel caso l’agenzia non ha neppure prospettato (cass. 13 maggio n. 4195, 5 aprile 95, n. 4001; 1 dicembre 1994 n. 10273). Con il primo motivo, Tommaso G., denunciando violazione nell’art. 2697, c.c. si duole che il Tribunale abbia nel caso ravvisato la ricorrenza nella fattispecie prevista dall’art. 11 dello statuto IACP che consente al vicepresidente di sostituire il presidente in caso di assenza o di impedimento, malgrado nessuna prova al riguardo fosse stata fornita dall’istituto, sul quale gravava l’onere di dimostrare il fatto impeditivo legittimante la sostituzione del proprio presidente. Il motivo è infondato. Il ricorrente non ha contestato il contenuto della disposizione dell’art. 11 dello statuto dello IACP riportato dal tribunale, per cui “il vicepresidente sostituisce il presidente in caso di sua assenza o di impedimento”. Sicché i giudici di appello hanno correttamente applicato il principio ripetutamente enunciato da questa corte nell’ipotesi di assenza, impedimento o temporanea impossibilità di esercizio delle funzioni da parte dei soggetti preposti a diversi enti locali allorché specifiche disposizioni di legge ovvero i loro statuti, prevedono espressamente la figura del vicario, ne prefigurano investitura e ruolo e gli conferiscono direttamente il potere – dovere di sostituire il preposto, autorizzandolo altresì ad esercitare tutte le attribuzioni proprie di quest’ultimo e senza necessità di specifica delega, in quanto titolare dell’organo. Vero è che siffatta potestà “generale” di sostituzione del dirigente non esclude che il sostituto debba esplicitare nell’atto amministrativo, dallo stesso posto in essere in tale qualità, il “titolo” – assenza, impedimento temporaneo o altro – che legittima l’esercizio della potestà medesima, in quanto tale doverosa esplicitazione garantisce pubblicamente – con riferimento, sia ai rapporti “interni” tra gli organi dell’ente, sia a quelli “esterni” dell’amministrazione con terzi, il rispetto delle condizioni cui la legge subordina l’attribuzione conferitagli e, tuttavia, pur nell’ipotesi quale sembra essere quella di specie – in cui tale esplicitazione non emerga in alcun modo dal contesto dell’altro, nel caso emanato dal vicepresidente dello iacp, deve ritenersi – alla pari di quanto affermato da questa corte in fattispecie del tutto analoghe – che anche con riferimento all’art. 11 dello statuto in esame, continua ad operare la “presunzione” (iuris tantum) che l’esercizio della potestà di sostituzione del presidente sia avvenuto nel rispetto delle condizioni previste dalla norma: e ciò, perché essendo la previsione statutaria del ruolo e delle attribuzioni del vicepresidente, all’evidenza, orientata allo scopo di assicurare il “buon andamento” (e cioè, efficienza, efficacia, continuità) dell’attività amministrativa dell’istituto – colliderebbe con queste ragioni una interpretazione della norma nel senso dell’assoggettamento dell’amministrazione comunale all’onere di premunirsi in occasione di ciascun atto da compiere, volta per volta, della prova documentale della ricorrenza delle condizioni che legittimano l’esercizio della potestà di sostituzione e di doverla sistematicamente fornire ai terzi anche a fronte di contestazioni solo generiche al riguardo. Con il risultato di paralizzare lo svolgimento dell’attività anche ordinaria dell’ente, del tutto contrario alla finalità della norma, che ha invece inteso garantirne comunque e rinforzarne la continuità mediante il riconoscimento di un ruolo istituzionale – quello appunto del vicepresidente – e la diretta attribuzione allo stesso di un potere generale di sostituzione del presidente. Pertanto, poiché dalle osservazioni che precedono discende che spettava a tali “terzi” – i quali dimostrino di avervi concreto e tutelato interesse – dedurre specificamente e provare, nel caso considerato, la sussistenza di circostanze contrarie alle condizioni previste dal menzionato art. 11 per l’esercizio della potestà di sostituzione del presidente degli iacp – e cioè la sua presenza e/o la sua disponibilità all’esercizio della funzione o al compimento dell’atto amministrativo, siccome siffatta prova il ricorrente neppure ha chiesto di fornire, esattamente il Tribunale ha ritenuto legittimo il decreto di rilascio adottato dal vicepresidente dell’ente “per il presidente” , da presumersi nella circostanza secondo la disposizione statutaria, “assente” o “impedito”. Con il secondo motivo, articolato in più censure, il Giuglielmi si duole che il Tribunale: a) ha escluso il suo legittimo affidamento sulla regolarità e stabilità del rapporto intercorrente con lo IACP per le domande di regolarizzazione da lui avanzate compiute invece per cautela e proprio per la convinzione di godere di tutti i titolo richiesti per l’occupazione dell’alloggio; b) non ha valutato che l’immobile gli era stato consegnato con regolare verbale redatto dal presidente dell’istituto, che aveva peraltro percepito i canoni di locazione per anni senza mai sollevare eccezione alcuna; c) non ha considerato che il decreto di rilascio poteva essere adottato solo previa valutazione di un interesse pubblico attuale e concreto avendo riguardo anche all’affidamento ingenerato nel soggetto destinatario del provvedimento; d) ha per converso fatto riferimento a “strumentali manipolazioni” di esso ricorrente, rimaste del tutto generiche e immotivate. Anche questo motivo è infondato. L’apparenza del diritto, nuovamente invocata dal ricorrente – al di fuori dei casi particolari di tutela dell’affidamento da essa suscitato, previsti dalla legge (art. 534, commi 3 e 4, 1189, 1415 e 1416 c.c.) – non integra un istituto di carattere generale, con connotazioni definite precise, ma opera nell’ambito di singoli e specifici rapporti giuridici quali la rappresentanza ed il regime degli acquisti a non domino – secondo il vario grado di tolleranza di questi in ordine alla prevalenza dello schema apparente su quello reale. E tuttavia malgrado la disomogeneità di detti rapporti, nel cui ambito, peraltro, il legislatore talvolta presta tutela al soggetto caduto in errore, ignaro della effettiva situazione di fatto, per il semplice fatto della sua buona fede, e tal altra ne fonda la protezione sul fatto dell’apparenza e cioè sull’apprezzamento che la generalità dei consociati tende a dare, di una determinata situazione, il principio dell’apparenza del diritto e dell’affidamento, traendo origine dalla legittima e quindi incolpevole aspettativa del terzo di fronte ad una situazione ragionevolmente attendibile, anche se non conforme alla realtà, e invocabile soltanto se quest’ultima non sia determinata da un comportamento colposo del terzo medesimo che non si attenga ai dettami della legge o da quelli della normale diligenza (cosiddetta apparenza “pura”: sent. 2020/1993; 423/1987); ovvero allorché sussista ulteriore elemento costituito dal comportamento colposo del soggetto nei cui confronti è invocata l’apparenza che ne determina l’insorgere (cosiddetta apparenza “colposa”): perché solo la ricorrenza dell’uno o dell’altro di detti presupposti giustifica la tutela privilegiata della posizione del soggetto al quale la situazione giuridica appare, senza sua colpa, esistente; e nel conflitto di interessi contrapposti, la prevalenza data dal legislatore all’affidamento che egli pone su ciò che gli appare, con la conseguenza che la situazione giuridica apparente – ed in realtà inesistente – è considerata vera e reale nei suoi confronti in tutte le applicazioni e conseguenze che essa può avere (cass. 18 febbraio 1998, n. 1720; 30 dicembre 1997 n. 13099; 19 settembre 1995 n. 9902). Ma nel caso difettano entrambe le condizioni di questa tutela avendo il tribunale accertato anzitutto -ed il ricorrente confermato (p. 10) – che a cadere in errore è stato lo IACP e non il G.; e quindi, che l’errore era stato provocato proprio da un comportamento di quest’ultimo che senza averne titolo per non aver conseguito il provvedimento di assegnazione dell’alloggio prescritto dalla legge, si era ciò malgrado presentato a prendere in consegna l’immobile sito in via degli Ulivi, approfittando di una omonimia con il reale beneficiario la cui data di nascita era del tutto diversa dalla sua. D’altra parte i giudici di appello hanno escluso anche che dopo tali eventi, la regolare e continuata percezione dei canoni da parte dell’istituto potesse aver ingenerato nel ricorrente il legittimo affidamento di una avvenuta stabilizzazione del rapporto, pur in mancanza dell’iniziale provvedimento di assegnazione dell’alloggio, poiché l’asserita convinzione in tal senso del G. era smentita dall’avvenuta presentazione alla commissione assegnazione alloggi di più di una domanda di regolarizzazione (cfr. p. 7 del ricorso) della propria situazione abitativa (respinte perché egli non era risultato in possesso dei requisiti previsti dalla legge); la quale consisteva proprio nella richiesta del provvedimento di assegnazione dell’alloggio mancante e presupponeva necessariamente in base alle leggi del settore che si sono susseguite nel tempo (cfr. art. 26 della L. 513 del 1977; 53 ss. Della L. 453 del 1978; art. 16 del L. R. Piemonte 64 del 1984) la perdurante occupazione dell’immobile senza titolo (cass. Sez. Un. 22 gennaio 91 n. 556). Ed il collegio deve aggiungere che il principio dell’apparenza del diritto è quello dell’affidamento traendo origine da una situazione apparente ragionevolmente attendibile (anche se non conforme alla realtà) e non altrimenti accettabili se non attraverso le sue esteriori manifestazioni, non sono invocabili nei casi in cui la legge stabilisce particolari procedimenti pubblicistici per determinare una specifica situazione giuridica, infungibile e non disponibile dalla stessa amministrazione preposta alla cura del settore (sent. 5991 / 1998 in motivaz.) , come avviene nel caso dell’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica in cui ogni fase del concorso è disciplinata secondo precise modalità stabilite dallo stesso legislatore: in quanto la protezione dell’affidamento si concreta proprio nell’osservanza e nella rilevanza del procedimento e del provvedimento conclusivo che istituisce ed esclude la situazione abitativa tutelata. Per cui la sentenza impugnata si sottrae alle censure del ricorrente, avendo correttamente applicato il principio che in mancanza del provvedimento di assegnazione, l’occupazione e il godimento di fatto di alloggi popolari ed economici non possono dar luogo ad alcun valido ed efficace rapporto tra l’ente proprietario e gestore dell’immobile e gli occupanti (sent. N. 3855 del 1980) ed è perciò legittimo il provvedimento di rilascio intimato dall’istituto occupante abusivo, in tal caso espressamente previsto dall’art. 18 del DPR 1035 del 1972. Le spese del giudizio seguono la soccombenza.

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